Cercare di capire se una banca è solida

Lo scritto che segue, grazie anche al fondamentale contributo di Giovanni Florian, cerca di approfondire un tema trattato in un incontro organizzato da Alberto Miazzi e da Samuel Mazzolin (di cui si è data notizia e riassunto qui.

È possibile capire se una banca è solida? Non in modo univoco, ma è possibile farsi un’opinione circostanziata elaborando, con le 4 operazioni, alcuni numeri tratti dal bilancio e alcune informazioni prese dal mercato.

Analisi dei dati di bilancio. Paragonando la dimensione del patrimonio (capitale proprio della banca) rispetto alle attività (impieghi) riportate nello stato patrimoniale è possibile estrarre un semplice ma efficace indicatore di solidità patrimoniale. Tendenzialmente, maggiore è tale rapporto maggiore sarà la presunta solidità patrimoniale delle banca (le regole di Basilea 1 suggeriscono un rapporto superiore all’8%).

Affinché tale indicatore abbia senso, bisogna concordare sulle seguenti ipotesi:

  1. la banca è un’impresa che esercita l’attività bancaria a proprio rischio;
  2. <<a proprio rischio>> significa che la parte esposta a rischio è costituita dai <<fondi propri>> (o Capitale Netto – Cn), cioè significa che sono i fondi propri a subire  in primis le perdite (se così non fosse, dovrebbero essere, in primis, i depositanti e gli altri soggetti terzi a dover sostenere le perdite);
  3. gli Impieghi (Imp) sono rapportati ai fondi propri in base alla norma degli accordi di Basilea 1, la quale stabilisce che non dovrebbero essere superiori a 12,5 volte il Capitale Netto (Imp = max 12,5xCn, ovvero Cn/Imp>=8%)

Tab. 1 – Dati al 31.xii.2014 (Fonte; MBRES; nQ = non quotate; Q = quotate)

Riepilogo BCC Pop n Q Pop Q
Banche esaminate 333 33 12
Cn/Imp (mediana) 15,0% 13,5% 11,3%
CN/Imp (dispersione) 8,6% 9,2% 3,8%

Per i dati al 31.xii.2015 (Fonte; MBRES): vedere le immagini riportate qui,

2a) Considerazioni riguardanti le variabili.

  1. Le banche. Le immagini rappresentano come si distribuiscono le 378 banche esaminate nel 2015 rispetto al rapporto Cn/Imp=8% che corrisponde alIa identità: Imp = 12,5 x Cn.  Cioè se Imp=14,3xCn allora Cn/Imp=7%. Ciò Implicherebbe una maggiore possibilità di erogare credito (assumere rischi) ma, essendo il rapporto al di sotto della soglia minima stabilita da Basilea1 (pari all’8%), si ritiene che un volume di crediti del genere sarebbe troppo rischioso.
  2. Il Capitale Netto (Cn=CET1). Non è forse inutile ricordare che il Cn aumenta solo attraverso due, e due soli, eventi: l’aumento del Capitale sociale (emissione di nuove azioni); e accantonamenti di utili netti (che confluiscono nell’incremento dei Fondi di Riserva) [EBITDA, EBIT]. Fortunatamente, come si vede in Tabella, solo 7 banche hanno un rapporto minore dell’8% quindi la stragrande maggioranza delle banche esaminate sembra rispettare i limiti minimi imposti. Va però notato come l’essere molto vicini al limite non garantisce alla banca di superare eventuali periodi di stress. Per cui, a partire da Basilea 2, l’opinione maturata in seno al Comitato di Basilea è che un rapporto Cn/Imp>10,5% (pari a impieghi minori o uguale a 9,5 volte il Cn) sarebbe più adeguato per dare alla banca la possibilità di destreggiarsi in momenti di crisi. In Fig. 1 si vede anche che alcune banche dispongono di un rapporto Cn/Imp fra l’8% e il 12,5% (90), che corrisponde ad un multiplo di Cn che va da 12,5 a 8: alcune sono quotate (6), altre no (13), alcune sono BCC (81), altre sono Popolari (19). È vero che quelle più vicine all’8% hanno una potenzialità di credito erogato maggiore di quelle più lontane, ma si ritiene siano anche soggette a maggiori rischi. Così, secondo le regole di Basilea, sarebbe preferibile situarsi intorno ad un valore intermedio del rapporto, pari al 10,5%. Analoghe considerazioni possono farsi per gli altri gruppi.
  3. Gli Impieghi (Imp). Gli Impieghi di una banca sono, come è noto, scritti nell’Attivo: si tratta di impieghi in prestiti alla clientela (attività commerciali) e di impieghi in strumenti finanziari (azioni e obbligazioni emesse da terzi). Siccome si tratta, in questa sede, di BCC e di Banche Popolari, si ha a che fare con banche il cui core business riguarda prevalentemente l’attività di banca commerciale (erogazione del credito e raccolta di depositi), cui si aggiunge l’impiego in strumenti finanziari emessi da terzi. Questi ultimi sono generalmente indirizzati verosimilmente verso i titoli di Stato, stanziabili presso la BCE al fine di ottenere liquidità a condizioni vantaggiose (cd. Procedura ABACO). Dato che i titoli di Stato sono considerati da Basilea, a torto o a ragione, a rischio nullo, restano da ponderare gli impieghi alla clientela (famiglie e imprese) c.d. clientela ordinaria. In proposito, sappiamo che oltre il 95% delle imprese italiane può essere annoverato fra le PMI e, per i crediti alle imprese di questa dimensione, le  banche possono utilizzare un fattore ponderale inferiore a 1 (tale ipotesi può essere più o meno condivisibile ma, dal punto di vista della regolamentazione, è accettata).
  4. Un’ipotesi semplificatrice. Supponiamo ora che il vantaggio ottenuto ponderando i crediti alle PMI per un fattore minore di 1 venga compensato dallo svantaggio di ponderare i crediti deteriorati per un fattore 2. Se si accetta questo arduo passaggio, otteniamo un’ulteriore semplificazione del problema (e questo è uno dei punti cruciali) per cui possiamo considerare ponderati per il fattore 1 tutti gli impieghi (qui sarebbe necessario aprire un’altra parentesi molto tecnica, ma resta il fatto che ponderare tutti i crediti per 1 è ipotesi non molto plausibile, soprattutto dopo un decennio di crisi economica).
  5. Caveat: i dati vanno presi con le molle. Come si è visto le grandezze economico-finanziarie di cui si discute hanno una dimensione qualitativa molto articolata che si può analizzare solo osservandola da vicino. Osservate da lontano, le medesime qualità richiedono di utilizzare criteri molto prudenti: è quello che non si è fatto in queste sede dove, per semplicità, abbiamo ipotizzato di pesare tutti gli impieghi alla clientela per uno, e compensato i fattori pondeerali riferiti alle PMI con quelli riferiti ai crediti deteriorati. La semplificazione consente però di utilizzare un multiplo patrimoniale pari a 12,5 come spartiacque fra rispetto e non rispetto del vincolo di Basilea1 (a cui corrisponde Cn/Imp=8%); ovvero il multiplo 9,5 che rappresenta lo spartiacque del vincolo ‘Basilea 2’, successivo al 2008 (inizio convenzionale della crisi – dove si è andati a maggiorare il rapporto minimo richiesto Cn/Imp a 10,5%).
  6. Considerazioni riguardanti i Mercati delle azioni bancarie. I mercati sono dei luoghi ove si formano i ‘prezzi’ fondati sulle informazioni relative ai beni e ai servizi che si scambiano. Relativamente agli strumenti finanziari, possono essere: 1) aperti e ufficiali (es. Borsa Valori, vigilato dalla Consob); 2) aperti e organizzati (es. un mercato di strumenti finanziari organizzato da una banca vigilata); 3) over the counter (otc) aperto ma non vigilato (es. il mercato dei derivati, o quello dei bitcoins); captive, cioè un mercato aperto solo a determinati scambisti; 4) il Bar Sport, ossia un mercato ove si scambiano informazioni, ma non si negoziano strumenti. L’esperienza dimostra che i prezzi delle società quotate nei mercati ufficiali sono più stabili perché gli scambi sono osservati e praticati da un vasto numero di stakeholders. Inoltre è possibile dedurre, dai prezzi fatti in Borsa, segnali per le imprese non quotate (il fair value di queste ultime), attraverso l’utilizzo dei multipli di mercato (es. prezzo/patrimonio netto; prezzo/utili; ROE).

Relativamente alle BCC e alle Popolari, come si vede in Tab. 1 (dati 2014) e nelle immagini (dati 2015) sono quotate al mercato ufficiale poche popolari e nessuna BCC.

Sotto questo aspetto non sono raccomandabili investimenti in banche non quotate perché i prezzi derivano da decisioni dei CdA stessi che le hanno emesse, creando terreno fertile per conflitti di interesse e informazioni di parte (si può chiedere all’oste se il suo vino è buono?)

7. Altre considerazioni.

Per farsi un’opinione più completa può essere utile prendere in esame anche la reputazione della banca. In linea di massima, sono da considerare come:

Esempi di fattori positivi:

a) aumenti della posta ‘Fondi Rischi’, accantonata in bilancio;

b) aumenti dei Fondi di Riserva registrati in bilancio;

c) sobrietà comportamentale del management;

Esempi di fattori negativi:

a) eccessive attenzioni della Vigilanza (ispezioni, richiami, sanzionamenti);

b) cambiamenti significativi e/o traumatici del management e CdA;

c) campagne di marketing troppo aggressive: promettere ‘mari e monti’ e/o cose improbabili (‘trasformare i visi in sorrisi’, utilizzato da una banca ora fallita); campagne pubblicitarie eccessive o debordanti; promettere obiettivi di rendimento al di sopra del tasso corrente di interesse; campagne di marketing volte a sollecitare il sentiment del popolo e non ai numeri;

d) dividendi non in linea con i dividendi di banche simili (quotate o non);

e) incrementi dei prezzi delle azioni (o multipli di mercato) non in linea con i prezzi di mercato delle altre aziende di credito similari per dimensione e struttura organizzatova;

f) facilità di concessione del credito (poche carte; banca buona, generosa, comprensiva, ecc.)

g) tassi e condizioni troppo favorevoli sia nell’erogazione del credito sia nella raccolta di depositi.

In sintesi, sarebbe bene ricordare che:

A) le banche assumono rischi e per questo richiedono agli affidati premi al rischio, la cui misura è il costo dei prestiti;

B) pure i risparmiatori sono remunerati per assumere rischi per cui più alto è il rendimento, maggiore è il rischio;

C) le campagne di marketing devono realizzare l’obiettivo ‘vendita’ e non l’obiettivo di asseverare la qualità del prodotto che promuovono. Quest’ultimo obiettivo dovrebbe essere perseguito dalle attività di vigilanza.

 

Parole di B&F: moneta scritturale

1 Premessa

Si sono concluse ieri le due giornate de `iCinquecento‘ ove si è affrontato il tema dei Populismi: non si poteva evitare dunque di giungere alle bufale e, di conseguenza, alle mezze verità che creano anch’esse opinioni. Soprattutto se propalate dai giornaloni i quali, ben sapendo che, delle notizie, il pubblico spesso legge solo i titoli, hanno portato al limite la divisione del lavoro, e fanno fare i titoli a gente che spesso sembra non legga o non capisca i contenuti sottostanti. Così le mezze verità diventano verità, addirittura certezze suffragate scientificamente, e chi le sostiene assume, spesso senza volerlo, la dimensione del mago.
Il che accade anche per le questioni economiche e, in particolare, per le questioni finanziarie e monetarie. Faccio un esempio che mi sembra calzante.

2. Moneta scritturale

Qualche giorno fa, la Bd’I è stata costretta a segnalare al pubblico che la moneta è una roba che si scrive (scritturale) il che non significa però che io posso girare per le strade con un block notes e pagare scrivendo su dei foglietti 10, 20, 50…€.
Non ho capito però chi sia il più sprovveduto: se chi compila il foglietto o chi lo riceve in pagamento.
Così la parola `scritturale’ diventa una parole magica e chi la pronuncia diventa un mago. In realtà non vi è nessuna magìa!

3. I ragionieri

´Scritturale’ significa che si scrive a sinistra e a destra dei conti.
Quando c’erano i dinosauri per le strade, i ragionieri, per `tenere conto’ dei debiti e dei crediti, usavano l’inchiostro nero e quello rosso.
Se si trattava del mio conto, il ragioniere scriveva in rosso i miei debiti e in nero i miei crediti: questo elenco di scritture confluiva poi in un conto   (detto `a sezioni contrapposte’) ove i debiti stavano a destra (nel Passivo) e i crediti stavano a sinistra (nell’Attivo).
L’elenco di scritture colorate venne soppiantato dall’uso generalizzato del `conto’ che `saltava’ il passaggio preliminare dell’elenco.

4. Le banche

Le banche, fra gli altri, fanno questo fondamentale mestiere: tengono conto dei nostri debiti e dei nostri crediti nei loro confronti. Così scrivono a destra dei loro conti i loro debiti nei nostri confronti (che sono, ad esempio, i nostri depositi) e a sinistra dei loro conti i loro crediti nei nostri confronti (che sono i prestiti che ci hanno concesso).
Dunque la moneta scritturale è la moneta delle banche commerciali, cioè delle imprese che, per legge, hanno la facoltà esclusiva di raccogliere depositi a vista presso il pubblico; detta in altri termini si tratta delle banche che si impegnano a trasformare, senza indugio e a loro rischio, i loro debiti a vista’ (cioè i nostri depositi `a vista’) in banconote della Banca Centrale.
Si chiama dunque `scritturale’ perché deriva da scritture sui conti; si chiama `moneta’ sia perché tutti noi usiamo questi nostri depositi a vista come `mezzo di pagamento’, sia perché questi mezzi di pagamento (questi debiti a vista delle banche commerciali o questi nostri depositi a vista presso di esse) vengono oggi accettati universalmente come mezzi di pagamento. E sono accettati universalmente perché l’attività bancaria non può essere svolta da chiunque ma solo da chi è autorizzato dalle regole di un Paese (oggi dalla Banca Centrale).

5. Magìe?

La difficoltà di spiegare queste cose risiede, a mio avviso, sui seguenti  elementi:
a) l’avere dimenticato i semplicissimi e incontrovertibili fatti appena elencati (detti in modo sprezzante: roba da ragionieri);
b) l’evoluzione tecnologica per cui, a parte i pagamenti in contanti, tutti i pagamenti oggi si fanno con ordini impartiti alle banche di pagare (bonifici e/o carte di pagamento);
c) la scarsa consapevolezza che, a parte i pagamenti in contanti, tutti gli altri si materializzano in sequenze di bit.

6. Conclusione.

L’informazione televisiva illustra l’attività monetaria della BCE che immette moneta nel sistema economico, attraverso l’immagine di rotative che stampano biglietti.
Io non saprei come illustrare questo evento: ma il modo televisivo di descriverlo è profondamente errato perché la Banca Centrale si interfaccia con le banche, e non col pubblico, per il tramite di sequenze di bit che movimentano i conti e non con movimenti di banconote.
Come dare torto al prof. Burioni (la scienza non è democratica)?
E la Finanza è democratica?
Può esserlo solo in una certa misura e se il pubblico è disposto ad ascoltare e a cambiare opinione rispetto ai pre-giudizi

10 maggiori pop italiane: FC / Cn % (2005-2014)

 

Questo articolo ha l’obiettivo di verificare se le maggiori banche popolari italiane siano imprese che svolgono l’attività bancaria a proprio rischio come, a me sembra, dovrebbe essere. Cioè se queste banche facciano ricadere i rischi che assumono sul perimetro dei loro ‘fondi propri’ (nella concezione allargata tipica degli accordi di Basilea: capitale sociale + riserve + strumenti ibridi di patrimonio) ovvero al di fuori di tale perimetro.

La Tabella che segue è costruita mettendo in fila i dati del rapporto % Free Capital/Capitale Netto (FC/Cn) che compaiono al rigo 22 degli indicatori di bilancio di ciascuna delle principali 10 banche popolari italiane, calcolati da Mediobanca per il periodo 2005-2014.

Per descrivere il contenuto della tabella bisogna iniziare dal Capitale Regolamentare o di Vigilanza o `Fondi propri’ (Creg): si tratta della somma fra Capitale Netto (Cn) e un Delta di `strumenti ibridi di patrimonio’.

Se poniamo il Delta a livello massimo possibile, cioè uguale al Cn, il Creg è uguale a 2Cn.

Si sa poi che una banca può assumere rischi ponderati pari ad un multiplo di Creg = 2Cn.

Il FC, ad una determinata data, è la differenza fra il Creg il Creg assorbito dai rischi ponderati assunti.

Esempio se Cn = 50, 2Cn =100 = Creg (data l’ipotesi).

Se i rischi ponderati assunti sono < di Creg, cioè < di 2Cn, (cioè < 100), si avrà un FC positivo (> 0) e disponibile per fronteggiare rischi addizionali.

Se, invece, i rischi assunti sono > di Creg, cioè > 2Cn (cioè > 100), si avrà un deficit di FC (< 0), cioè la banca non potrebbe più assumere rischi addizionali, non avendo fondi propri per fronteggiarli.

In Tabella, il rapporto considerato, però, non è fra FC e Creg (= 2Cn e, nell’esempio, = 100) ma fra FC e Creg/2 (= Cn e, nell’esempio, = 50).

Come è noto, a parità di numeratore > 0, il risultato di un rapporto aumenta se diminuisce il valore del denominatore: FC > 0 (FC/Cn < FC/Creg).

Ma, se il numeratore è < 0 (FC < 0), allora FC/Creg > FC/Cn

Esempio: se Creg =100; Cn = 50 e FC = -200, segue che FC/Cn = -4 e FC/Creg = – 2.

Rapporto % FC/Cn delle 10 maggiori banche popolari italiane alla fine del 2014.

  2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014
Banco 25,8 -9,5 -13,2 -32,7 -67,0 -76,1 -103,6 -122,7 -161,1 -185,5
Bpm 21,9 34,5 33,2 17,6 1,6 -13,3 -9,3 -16,7 -49,6 -23,3
Ubi 13,8 25,6 21,6 10,0 -8,5 -19,6 -42,5 -46,4 -49,6 -51,6
Bper 15,9 26,4 212,8 8,1 -28,8 -34,2 -44,4 -63 -95,3 -72,2
BpVI 35,0 29,4 19,1 0,6 -22,9 -22,8 -61,8 -68,7 -73,5 -74,3
Vb 22,9 57,8 8,9 -3,9 -9,6 -19,4 -57,1 -69,3 -91,1 -76,5
BpSO 58,0 62,5 68,8 60,4 49.7 37,8 23,5 1,9 -27,8 -16,3
CreVal -19,8 -7,6 35,6 0,7 -18,6 -23,4 -61,3 -85,6 -121 -132,7
BpBA -11,5 -8 18,1 -20,7 -22,7 -19,1 -35,9 -49,3 -48,3 -68,9
BpEtr 29,9 14,7 10 7,3 -54,7 -65,5 -128,4 -189,7 -227,3 -295,1
Tutte 20,9 14,9 14,8 -1,1 -25,4 -33,7 -54,4 -66 -86,7 -83,8

Nel caso di specie, perciò, il rapporto FC/Cn% indica un deficit di FC elevatissimo per cui, per non far ricadere questi stessi rischi su terzi ignari. le 10 Popolari italiane maggiori dovrebbero cessare l’attività, non disponendo più di risorse sufficienti a fronteggiare nuovi rischi che ricadano nel perimetro dei loro fondi propri.

 

Parole di B&F: Banca

Il Testo Unico Bancario (TUB, ed. febb. 2017), all’art. 10, definisce l’attività bancaria nei seguenti termini:

  1. La raccolta di risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito costituiscono l’attività bancaria. Essa ha carattere d’impresa.
  2.  L’esercizio dell’attività bancaria è riservato alle banche.
  3. Le banche esercitano, oltre all’attività bancaria, ogni altra attività finanziaria, secondo la disciplina propria di ciascuna, nonché attività connesse o strumentali. Sono salve le riserve di attività previste dalla legge.

Il carattere d’impresa dell’attività bancaria venne riconosciuto all’inizio degli anni 80 da un importante paper pubblicato dalla Bd’I (Ordinamento degli enti pubblici creditizi. Analisi e prospettive, 1981) cui segui un altro importante paper, sempre della Bd’I, ove si riconosceva essere la forma della socetà per azioni il modello più consono ad esercitare l’attività bancaria (Ordinamento degli enti pubblici creditizi. L’adozione del modello della società per azioni, 1988). Bisognerà tuttavia attendere il 2015 per cercare di trasformare le Banche . Popolari  in SpA.

Da un punto di vista economico-finanziario, a me sembra che una società di capitali cui fa capo l’attività bancaria implichi una precisazione che non si ritrova nella dimensione giuridica, forse perché è implicita nell’attività d’impresa: l’attività bancaria è riservata alle alle banche che la svolgono a proprio rischio.

Il passaggio da enti pubblici creditizi a società di capitali a me è sembrato il passaggio dal c.d. ‘sistema’ bancario ad un ‘settore’ bancario; cioè da un ambiente ove prevaleva, almeno teoricamente, il capitalismo di relazione piuttosto che il capitalismo di mercato: si apriva la strada cioè al capitalismo di mercato nel settore bancario.

Un’impresa che svolge un’attività  a proprio rischio è un’impresa che rischia il proprio patrimonio, cioè il capitale sociale e le riserve di utili accantonati nel tempo, e non rischia certo i fondi acquisti a titolo di debito, cioè i depositi.

Negli anni Settanta, dopo la denuncia delle convertibilità del $Usa, si ha un fiorire di studi, soprattutto negli USA, in materia di adeguatezza patrimoniale delle banche (bank capital adequacy). In Europa, presso la BRI, viene costituito il Comitato di Basilea con analoghi obiettivi: il Basilea 1 è del 1988, affinato nel 1996; mentre il Basilea 2, che avrebbe dovuto entrare in vigore nel 2008, viene fermato dalla crisi del 2007 e non entrerà in vigore. Il Basilea 3, invece non ricordo essere un vero e proprio accordo ma consiste in un aggiustamento in corsa del Basilea 2 per via della crisi. Ora si è in attesa del Basilea 4.

La circostanza che il Patrimonio (cioè la differenza fra le Attività e le Passività) sia il pivot dell’attività bancaria si può desumere dal fatto che le attività debbono essere rapportate alla consistenza patrimoniale delle banche e non alla raccolta. Se si osservano diversi manuali ancora in auge si può notare come, per spiegare il motivo per cui i depositi crescono autonomamente (il moltiplicatore dei depositi), si parte da un primo iniziale deposito cui si rapporta una fetta di prestiti, dedotta una riserva. Il che dà luogo, secondo me, all’equivoco dei <<depositi come materia prima>>.

A me sembra, invece, che, dapprima vi è la costituzione di una società di capitali; successivamente, e in rapporto al capitale sociale, vi è l’attività (concessione di prestiti e acquisti di strumenti finanziari): se le attività girano, come girano, avvalendosi dello strumento tecnico del c/c, diventano debiti in c/c delle banche che detengono quelle stesse attività o delle banche concorrenti; diventano cioè moneta (debiti a vista) delle banche commerciali (M1 = M1-M0).

Lo schema descrittivo che ho qui semplificato può contenere affermazioni che appaiono apodittiche; a richiesta posso spiegarmi meglio.

Richiamo l’attenzione su tre puntI che mi sembrano  molto importanti:

  1. il Patrimonio cui ho fatto riferimento non è il Patrimonio Netto Contabile (Pnc) ma è il c.d. Patrimonio di Vigilanza (Pvig) che comprende  non solo il capitale sociale  e le riserve di utili ma anche diversi strumenti ibridi di patrimonializzazione di modo che Pvig > Pnc;
  2. anche se è vero che le attività vanno riportate al Pvig, ciò non significa che non rimanga un difficile problema di gestione integrata delle Attività e delle Passività (Assets Liabilities Management) perché la questione della liquidità resta una questione  quotidianamente sul tappeto e di rilevanza sistemica;
  3. il significato del rapporto impieghi/depositi di una singola banca non è quello di capire quanti depositi di quella banca si sono impiegati, ma quello di capire quanti prestiti di quella banca si sono trasformati in depositi presso quella stessa banca  e, in definitiva, quanta liquidità ha perso la banca che ha erogato prestiti a favore delle banche concorrenti.

 

 

 

 

Coltivare la fiducia nell’Eurozona

Del prof. Giancarlo Corò (Ca’ Foscari) ripubblico un articolo odierno che mi sembra colga alcuni punti importanti in tema di Unione Europea: in questo periodo nel corso del quale molte certezze sembrano crollare, anche nel NE è di moda scatenare la rabbia e l’indignazione sull’UE. Forse però si tratta di una semplificazione e dovremmo osservare anche quanto di questa indignazione non appartenga a noi stessi e ai nostri comportamenti degli ultimi 20-30 anni.

La fiducia sull’Unione Europea – Osservatorio sul Nord Est (di Giancarlo Corò, Il Gazzettino, 31 genn. 2017)

Un’Europa che si riduce a discutere solo dello zero virgola dei bilanci nazionali fatica a scaldare il cuore. Anche i cittadini più europeisti, che un tempo popolavano l’Italia e il Nord Est, si sono oramai rassegnati: con questa Unione Europea non si va da nessuna parte.

Tuttavia, dove può portare l’uscita dall’Euro e dall’UE nel bel mezzo di sfide epocali – l’emergere di nuove potenze economiche, il potere della finanza globale, la rivoluzione tecnologica, la pressione migratoria, la recrudescenza del terrorismo internazionale – che nessun Paese europeo sarebbe da solo in grado di affrontare? Per questo i cittadini del Nord Est sembrano rispondere in modo contradditorio alla domanda sulla fiducia verso l’UE: da un lato denunciando una crescente disaffezione, ma dall’altro aggrappandosi ancora una volta al progetto europeo, consapevoli che fuori dall’UE, e anche dall’Euro, la situazione non potrebbe che peggiorare.

L’Europa non può infatti essere ridotta a vincoli monetari e procedure burocratiche come vorrebbero i suoi detrattori.

E’ innanzitutto un progetto politico ambizioso per assicurare a 500 milioni di cittadini condizioni di pace, libertà, prosperità. Condizioni che oggi diamo per scontate, ma che, sia rivolgendo lo sguardo al passato, sia osservando il mondo d’oggi, non lo sono per nulla. Anche per questo bisogna riflettere a fondo prima di far cadere un progetto politico che, a ben vedere, ha rappresentato un successo clamoroso. Proprio così. Un successo che, tuttavia, non è stato politicamente governato, rinunciando allo sviluppo di istituzioni democratiche necessarie a gestire condizioni sempre più complesse di integrazione.

Proviamo a pensarci bene. Il mercato unico ha generato un volume di scambi interni che non ha paragoni in nessun’altra regione del mondo. Prima della crisi del 2008 l’Euro aveva portato stabilità finanziaria e un potere d’acquisto internazionale un tempo impensabile per molte economie nazionali, fra cui l’Italia. L’unione bancaria ha favorito la mobilità regolata dei capitali, fattore di sicurezza ed efficienza nell’allocazione del risparmio. Tuttavia, questi successi sono anche alla base delle crisi che oggi soffriamo nelle regioni europee istituzionalmente più deboli. La specializzazione generata dagli scambi ha esposto le aree al pericolo di shock asimmetrici senza avere, per contro, strumenti di riequilibrio economico e di sostegno all’occupazione. La moneta comune, in presenza di livelli di sviluppo non equivalenti e senza adeguati strumenti di politica fiscale, ha accentuato i divari esistenti.

L’incompletezza dell’unione bancaria ha fatto defluire i capitali dalle banche in difficoltà, accelerando le crisi locali, come quella delle popolari venete. Potremmo dire, in definitiva, che il progetto europeo è come una bicicletta: per non cadere bisogna continuare a correre. Proprio quanto non abbiamo fatto negli ultimi anni. Tuttavia, Brexit ed elezione di Donald Trump alla Casa Bianca stanno imprimendo, che lo vogliamo o no, un’accelerazione alla storia politica del nostro tempo.

Se non vogliamo cadere a terra, l’Europa dovrà dunque riprendere a correre verso un processo di integrazione più maturo, federalista e democratico.

 

“Sono il re del debito… Lo amo”

… dichiara alla CNN, D. Trump (F. Fubini, CorSera di oggi; v. in calce il testo dell’articolo). Probabilmente l’affermazione è sfuggita al popolo sovrano statunitense come sarebbe probabilmente sfuggita al popolo sovrano di qualsiasi Paese.

E, in realtà, sembra alquanto difficile prendere atto di una realtà incontrovertibile, almeno da un puto di vista economico: e cioè che i debiti, per esserci materialmente (cioè contrattualmente), debbono trovare qualcuno che li compra.

Se questa asserzione è esatta, o almeno verosimile, per mettere a fuoco la sua portata dirompente dovremmo essere consapevoli almeno dei due seguenti aspetti:

  1. chi si indebita lo fa perché, in casi estremi (ad es. Trump) , ama vendere promesse di pagamento a fronte di cash;
  2. chi compra queste promesse di pagamento (questi debiti) ritiene, a torto o a ragione, che la promessa di pagamento verrà, a scadenza, mantenuta e/o rinnovata.

L’amore di chi si indebita, dunque, trova corrispondenza in chi, all’inizio, compra quelle promesse di pagamento e in chi, alla scadenza, le ritiene ancora credibili tanto da rinnovare l’amore in precedenza corrisposto.

Ma, per amare, bisogna credere almeno un po’ e così si cerca di “andare a vedere” se si tratta o meno di un amore veritiero. E qui torniamo a Fubini che ci illustra non solo la montagna di debiti in capo al Nostro ma anche, e soprattutto, in capo alle sue amanti (quelle vere non quelle false sulle quali si è montata la campagna dei moralisti), cioè alle banche che hanno corrisposto al suo amore per il debito. Cioè alle banche che lo hanno aiutato indebitarsi.

Per farla breve, l’intreccio fra banche e creditori, si è visto, è sostenibile quando i creditori sono molti, appartengono a diversi settori dell’economia, sono relativamente poco indebitati individualmente, ecc. (così il rischio delle banche viene diversificato); quando invece i creditori sono pochi o, pur essendo in molti, ve ne sono alcuni di eccessivamente grandi (cioè molto indebitati), la sostenibilità diviene precaria. E diviene precaria per due motivi: perché le banche, sperando sempre di poter recuperare qualcosa (piuttosto di niente è meglio piuttosto), rinviano il redde rationem; e perché il grande debitore può avere una dimensione talmente elevata da agire come se il problema non fosse più suo (ormai è un problema delle banche; detto in termini forbiti, si tratta dell’effetto del moral hazard.

Mutatis mutandis, questa esperienza è già stata vissuta negli anni Venti del secolo scorso e culminata con la “crisi del 29” cui il modo capitalistico reagì, negli USA, con la promulgazione del Glass-Steagle Act e in Europa con analoghi provvedimenti. Successivamente, vista l’impossibilità effettuale di scindere la finanza in termini temporali (finanziamenti a breve, a medio e lungo termine, mobiliari e/o industriali e/o per comparto di destinazione del credito), si cambiò regime e si affidò alla scissione fra fondi propri (capitale sociale e riserve patrimoniali) e debiti (depositi e obbligazioni) la convenienza nel fare credito, cioè la convenienza a corrispondere all’amore di chi ama il debito.

Gli amanti più convinti avrebbero comprato azioni e avrebbero rischiato di più, mentre quelli più incerti avrebbero comprato obbligazioni e avrebbero rischiato di meno. Ma, essendo l’amore cieco, tutti avrebbero rischiato il tradimento.

La Finanza, si sa, nel corso dell’ultimo secolo ha avuto uno sviluppo impensabile: gli studi matematico-statistici applicati all’economa, la mostruosa capacità di calcolo delle macchine, la diffusione planetaria dell’informazione di massa, per citare solo gli eventi che mi sembrano più rilevanti hanno trasformato il mondo dell’Economia (sia della Finanza sia della Produzione `reale’) per cui, oggi, tutti noi possiamo dirci Citrulli e siamo vittime degli AcchiappaCitrulli i quali, per acchiapparci, si fingono essi stessi Citrulli, cioè  si abbassano al nostro livello di conoscenza per venderci le loro merci finanziarie, la cui qualità non è asseverata da alcuno.

Ed è appunto su chi assevera la qualità delle merci finanziarie che Trump potrebbe incidere, cioè sulle regole che riguardano il mondo bancario-finanziario-assicurativo: in questo, Fubini mi sembra colga uno degli aspetti più preoccupanti della nuova presidenza USA. Se, a questo, aggiungiamo la morale di qualche antica favola (la volpe e il corvo, la volpe e l’uva e, ultima ma non ultima, le minacce del tipo “superior stabat lupus…”), il quadro mi sembra abbastanza completo e poco tranquillizzante, almeno dal punto di vista del popolo sovrano.

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Gli intrecci pericolosi con le banche e i conflitti d’interessi di Trump (di F. Fubini, Corriere della Sera del 22 nov. 2016)

Eventi tragici a NordEst

Grazie a VeneziePost dell’11 novembre 2016 riporto questo lucido articolo

Popolari, la fusione è una medicina amara. Ma senza alternative (di Daniele Cunego)

Il “salvataggio” a Vicenza ed a Montebelluna non ha portato i risultati sperati.pochi hanno preso coscienza che il retail banking tradizionale è morto.guardando la semestrali si evince che la banche venete “mangiano cassa” ossia i costi di struttura sono maggiori del margine di intermediazione.

Sicuramente la tensione è alta sia nelle stanze di Quaestio Sgr che quelle della Fondazione Cariplo. Dover convincere oggi gli investitori che l’operazione di sistema, così definita, di costituzione del Fondo “salva-banche” Atlante è ancora accettabile non è sicuramente facile. I 4.249 milioni raccolti da 67 investitori professionali nell’aprile scorso, dovevano essere investiti per rafforzare il patrimonio di banche in difficoltà (70%) e per acquistare NPL (30%). E nell’arco temporale di un lustro, l’investimento doveva avere “un rendimento obiettivo del 6 per cento per anno”.

I nostri soldi investiti nei debiti degli altri (e non potrebbe essere altrimenti)

Ripubblico un mio articolo comparso in NE Economia, supplemento del Mattino di Padova, il 7 nov. scorso.

 

Ma cos’è questa roba per la quale tutti i giorni andiamo al lavoro, ci arrabattiamo per conquistarne un pezzo, per custodirla e per difenderla dai gatti e dalle volpi che infestano le contrade? Questa roba che, una volta conquistata con fatica, viene ceduta il più presto possibile quasi fosse infetta?

Questa roba sono i schei: quello che gli economisti chiamano moneta; quello che il pubblico chiama risparmio; quello che altri considerano una vera e propria vincita, memori dell’antica saggezza che dichiara articolo quinto: chi gà i schei gà vinto. Infatti, ci si disfa dei schei spendendo nelle botteghe, depositando nelle banche o custodendoli sotto il materasso.

Se osserviamo bene, notiamo che i schei assumono poche, diverse forme fra le quali: 1) pezzi di carta con un numero stampigliato (5, 10, 20, … euro); 2) carte di plastica; 3) frasette seguite da numeri scritte su documenti che le banche ci inviano.

Quando abbiamo fra le mani pezzi di carta o di plastica non si ritiene di detenere del risparmio ma, giustamente, di disporre di roba utile ad acquistare quello che ci serve, cioè di mezzi di pagamento.

Quando, invece, riceviamo i documenti della banca abbiamo la certezza che su di essi vi è scritto l’ammontare del nostro risparmio, costituito da due gruppi di informazioni: l’ammontare del nostro deposito; il valore dei nostri strumenti finanziari (i `titoli’) depositati nella banca.

Quando facciamo il conto di quanto possediamo, sommiamo il valore dei depositi al valore dei titoli, ed è questo il nostro risparmio.

Ma vi è una differenza fondamentale fra i due valori che abbiamo sommato: mentre il valore dei depositi è assimilabile ai mezzi di pagamento, il valore dei titoli, per essere speso, deve essere trasformato in mezzi di pagamento.

Nel linguaggio corrente dunque si considera risparmio la parte che si detiene in titoli e si può concludere che il risparmio corrisponde al valore dei titoli in nostro possesso.

Sorgono così diversi complessi e difficili problemi perché i titoli, nel loro significato più semplice e immediato, corrispondono a finanziamenti concessi agli emittenti quei titoli. Ad esempio: BOT, BTP, ecc. corrispondono ad un finanziamento a favore dello Stato e quindi a un debito dello Stato; le Obbligazioni e le Azioni corrispondono ad un finanziamento a favore dell’emittente (FCA, Generali, Unicredit, ecc.).

Dunque i più semplici strumenti finanziari (Titoli di Stato, Obbligazioni, Azioni) corrispondono a finanziamenti a favore di chi li emette (Stato e/o Imprese).

Le Imprese emettono sia azioni, sia obbligazioni: ma, nel primo caso, si finanziano a titolo di capitale, cioè emettono quote di capitale sociale (azioni) mentre, nel secondo caso, si finanziano a titolo di credito, cioè emettono obbligazioni, con l’implicito obbligo di rimborso. I detentori di azioni e di obbligazioni assumono così i rischi dell’emittente; ma, se l’impresa funziona, l’azionista non ha il diritto di ricevere alcun compenso né alcun rimborso, mentre l’obbligazionista ha il diritto sia ad un compenso sia al rimborso, entrambi predeterminati. In caso di dissesto, invece, l’azionista perde tutto mentre l’obbligazionista è un creditore privilegiato.

Gli aspetti fin qui delineati sembrano tecnici, ma costituiscono la base di qualsiasi ragionamento sul risparmio.

I titoli, il nostro risparmio, sono dunque finanziamenti e quindi debiti degli emittenti (Stato e/o Imprese). Essi, nel contempo, sono lo specchio degli investimenti dell’emittente, cioè delle prospettive economico-finanziarie future dell’economia dell’emittente.

Ma si sa che il futuro resta saldamente nelle mani degli dèi, anche se gli studi matematico-statistici applicati all’economia, uniti alla mostruosa capacità di calcolo dei computer, hanno fatto enormi progressi consentendo di scrutare il futuro; ma i risparmiatori debbono essere consapevoli del rischio insito negli eventi futuri.

Si dispone tuttavia di molteplici osservazioni empiriche e pluriennali che consentono a qualsiasi risparmiatore di orientarsi, almeno in linea di massima: i titoli a scadenza breve sono meno rischiosi di quelli a scadenza lunga; i depositi bancari (che sono garantiti fino a 100mila euro) sono meno rischiosi dei titoli; i Titoli di Stato sono meno rischiosi di quelli di altri emittenti; le obbligazioni sono meno rischiose delle azioni; i titoli quotati in Borsa sono meno rischiosi di quelli non quotati; i titoli con un elevato rendimento sono più rischiosi degli altri; infine un portafoglio composto da diversi titoli è meno rischioso di un portafoglio con un solo strumento finanziario.

Oggi siamo però di fronte a scenari molto complessi e pertanto molto rischiosi. Mi limito a due soli esempi: la qualità dei titoli e l’intreccio fra banca, finanza e assicurazioni.

Sul primo punto, basti pensare ad uno strumento finanziario, oggi molto diffuso ma appena più complesso, qual è la quota di un fondo comune di investimento mobiliare. Si tratta di una parte di un portafoglio di strumenti finanziari costruito ad hoc da professionisti con l’obiettivo di diversificare il rischio insito nei singoli strumenti di cui il portafoglio si compone. Ebbene, di regola, il risparmiatore ha un’informazione molto generica sui titoli che fanno parte del Fondo (e non potrebbe essere diversamente), inoltre le quote del Fondo non sono quotate in Borsa, anche se sono quotati i titoli che ne fanno parte: è dunque la fiducia nell’emittente e nel futuro che stanno alla base di qualsiasi scelta di investimento del risparmio.

Sul secondo punto, ricordo che il Settore Bancario-Finanziario-Assicurativo è molto complesso, sia per la complessità degli strumenti finanziari che emette (ad es. i derivati), sia per la commistione fra banche, imprese finanziarie e società assicurative (i conglomerati finanziari) che hannoo la necessità di frequentare tutti i mercati del credito del mondo e quindi tutti i mercati del risparmio mondiale.

Banca `del territorio’ vs banca `de noantri’

Della prof. Chiara Mio (Ca’ Foscari) ripubblico un recente articolo che mi sembra colga un punto importante sul tema della banca `del territorio’: su questo punto vi è stata nei decenni scorsi molta confusione tanto da condurre al dissesto parecchie banche del NordEst. Il tema è tornato di moda in questo periodo in tutta Italia per via dei dissesti delle due popolari venete, della 4 famose banche e delle difficoltà del MPS e di diverse BCC. A parte alcuni platonismi tipici di noi professori, mi pare che il contento dell’articolo meriti la massima attenzione.   

Un modello di localismo vincente di Chiara Mio (Presidente FriulAdria Credit Agricole), in `Il Gazzettino’ del 7 ottobre 2016

Territorialità può far rima con eccellenza? Perché no. Spesso siamo portati a pensare che se una persona dialoga abitualmente nel proprio dialetto non sia capace di sostenere una conversazione in inglese. Non è così. Anche una qualsiasi piccola Betlemme del Nord Est può irradiare una luce luminosissima, come dimostrano le tante aziende locali leader nei rispettivi settori. Gli esempi si sprecano. Dalla meccanica al mobile, dal tessile all’enogastronomia. Come Nord Est dobbiamo scrollarci definitivamente di dosso l’atavico complesso della domestica con l’accento veneto mal rappresentata in tanti film. E dobbiamo riuscire a comunicare che la domestica in questione è oggi un’imprenditrice laureata, multitasking e cittadina del mondo.

Ma torniamo sul concetto di territorialità. Che cosa significa nel 2016 essere del territorio? E soprattutto cosa significa ciò per un istituto di credito?

Quando si compiono scelte che implicano l’uso di risorse non si utilizza un criterio affettivo.

Si decide in base al miglior rapporto qualità/prezzo. Solo in via subordinata entrano in gioco aspetti relazionali ed emotivi. Se acquistiamo un’auto, la scegliamo in base all’affidabilità, alle prestazioni, al design e al prezzo. A parità di queste caratteristiche, ci affidiamo al  rivenditore che conosciamo da tempo, i cui genitori andavano in montagna con i nostri genitori. Ma sarebbe deleterio anteporre l’aspetto relazionale e affettivo al valore intrinseco del prodotto.

Oltretutto, l’avvento del digitale e dell’e-commerce, rende ancora meno rilevante la sfera dell’esperienza relazionale durante l’atto d’acquisto. Diventano prioritari altri aspetti, quali la competenza e la trasparenza.

Ci sono, tuttavia, due modi di intendere la territorialità.

Il primo modo è quello di ricorrere alla leva affettiva per collocare prodotti di bassa lega o comunque inadeguati al profilo del cliente. Un mix di mediocrità e malafede da biasimare. Quando si mistifica il legame con il territorio, barattando la qualità con altri interessi, il danno reputazionale rischia di diventare irreparabile sia per chi lo commette sia per la comunità che lo subisce. Ad essere mortificati sono la fiducia, l’orgoglio di appartenenza e il senso di identità.

Il secondo modo di intendere la territorialità è quello di coloro che potrebbero competere ovunque nel mondo, ma scelgono di innestare la loro qualità nella radice del luogo d’origine e di vivere della stessa linfa. In questo caso il riferimento al territorio assume un tratto emotivo che si somma e non si sostituisce al confronto competitivo. L’eccellenza del servizio non è solo garantita, ne esce rafforzata in termini di calore, umanità e sensibilità. Da anni FriulAdria Crédit Agricole è impegnata nell’affermazione di questo modello, riconosciuto da molti osservatori e analisti come solido e profittevole.

Quando le persone affidano i propri risparmi ad una banca locale, si aspettano qualità e servizi al pari di quanto otterrebbero da altri competitor globali. Ci sono elementi irrinunciabili – come appunto la solidità e la redditività – che non possono essere sacrificati sull’altare dell’identità. Pensiamo alla possibilità di investire in persone, nuove tecnologie e progetti di sviluppo resa possibile dall’appartenenza a un gruppo che riesce ad abbinare i valori mutualistici e federali alla solidità patrimoniale e alla visione strategica.

Sopra questi fondamenti, si può innestare, come tratto distintivo, la territorialità, mai a scapito dei requisiti citati, ma come surplus. Una banca che ha orecchi e occhi locali capisce meglio un trend locale e si affianca a iniziative il cui significato e valore risiedono al di fuori del perimetro dei numeri.

Contemporaneamente, va evitato di confondere l’identità con l’alibi della mediocrità. Sull’onda delle Olimpiadi, mutuo un esempio sportivo. Le nostre stelle dello sport conseguono record e si confrontano ben oltre i confini della piscina comunale. Per arrivare a Rio, hanno superato avversari prima italiani e poi di tutto il mondo. Anche se a noi destano orgoglio e simpatia perché vivono nelle nostre borgate, non possono invocare questa simpatia quando gareggiano: lì le regole del gioco sono mondiali e uniche. Lo stesso vale per i mercati, in particolare per quello bancario.

Veneto ex felix

Le radici deboli dell’élite (di Cesare De Michelis, Corriere del Veneto, 12 ago 2016.)

La difficoltà a riconoscere una classe dirigente delle Venezie ha le sue radici più profonde nella fragilità del progetto culturale cui quel che ne resta si affida senza impegnarsi a riflettere e a studiare.

Sarò più chiaro: negli anni straordinari del «miracolo», mentre tramontava il novecento, sventolavano bandiere ambigue ma colorate che illuminavano l’orizzonte, a cominciare da quel toponimo – il Nordest – che sanciva la marginalità di questo territorio «senza storia», definibile in sostanza soltanto rispetto a dei «centri» lontani, se non ostili – Roma o Milano -, e che della sua storia non sapeva che farsene, piuttosto rivendicando una sua specificità che lo avrebbe distinto – e separato- da tutti i vicini, e che aveva pertanto bisogno di autonomia e indipendenza – premesse necessarie di ogni progetto federalista.

Ne nacque persino una sorta di modello economico, che intrecciava piccola impresa – spesso artigiana e familiare -, localismo municipale, distretti monoproduttivi, determinando una cultura imprenditoriale, territoriale e sociale che sfidava impunemente il moderno scenario globale col quale doveva competere e confrontarsi e con esso ogni prospettiva metropolitana: insomma trionfava il piccolo è bello, il dialetto vernacolare, il rimpianto di un passato glorioso, generalmente feudale, e il fastidio contro la modernità e il suo vano tentativo di mettere radici anche tra noi.I modelli erano la Serenissima Repubblica di Venezia col suo leone alato o, al più, l’imperial asburgico governo con la sua aquila bicipite. Ogni proposito modernizzatore veniva maledetto e irriso: niente TAV, niente grandi opere, niente nuove infrastrutture, niente grande industria, a cominciare dalla chimica, niente riforme istituzionali, pochi investimenti nella ricerca e nella formazione.

Ora che il declino è di fronte ai nostri occhi assistiamo al diffondersi delle lamentele e contemporaneamente al resistere di quell’atteggiamento culturale che sembra immodificabile, o peggio al rimpianto di quell’eden che è all’origine dei nostri malanni.

Continuare a sognare paesaggi arcadici intatti, primati artistici o industriali frutto di una natura eccezionalmente generosa o di un talento che è dono di dio non consentirà di interrompere il declino in atto e neppure a dare basi più solide all’identità di una classe dirigente che ha smarrito il sentiero e non sa indicare un traguardo, preferendo bisticciarsi litigiosa rinfacciandosi le responsabilità, che riprendere il faticoso cammino dell’analisi e della riflessione, perché la via d’uscita c’è, ma trovarla non è scontato e quindi bisogna cercarla, sperimentarla e percorrerla con tenace determinazione.

Rileggere la storia aiuta non solo a capire come sono andate le cose ma anche, forse soprattutto, a immaginare come potrebbero andare diversamente da come vanno, a identificare le risorse su cui si può contare e le debolezze che frenano: un progetto che si proietti nel futuro non può prescindere da un severo confronto con il moderno, da una coraggiosa disponibilità ad affrontarne le sfide e dalla volontà di condividere valori e principi sui quali orientarle. Un futuro che guarda all’indietro sinora non c’è mai stato se non arretrando, ed è quello che ci sta succedendo.

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