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Cercare di capire se una banca è solida

Lo scritto che segue, grazie anche al fondamentale contributo di Giovanni Florian, cerca di approfondire un tema trattato in un incontro organizzato da Alberto Miazzi e da Samuel Mazzolin (di cui si è data notizia e riassunto qui.

È possibile capire se una banca è solida? Non in modo univoco, ma è possibile farsi un’opinione circostanziata elaborando, con le 4 operazioni, alcuni numeri tratti dal bilancio e alcune informazioni prese dal mercato.

Analisi dei dati di bilancio. Paragonando la dimensione del patrimonio (capitale proprio della banca) rispetto alle attività (impieghi) riportate nello stato patrimoniale è possibile estrarre un semplice ma efficace indicatore di solidità patrimoniale. Tendenzialmente, maggiore è tale rapporto maggiore sarà la presunta solidità patrimoniale delle banca (le regole di Basilea 1 suggeriscono un rapporto superiore all’8%).

Affinché tale indicatore abbia senso, bisogna concordare sulle seguenti ipotesi:

  1. la banca è un’impresa che esercita l’attività bancaria a proprio rischio;
  2. <<a proprio rischio>> significa che la parte esposta a rischio è costituita dai <<fondi propri>> (o Capitale Netto – Cn), cioè significa che sono i fondi propri a subire  in primis le perdite (se così non fosse, dovrebbero essere, in primis, i depositanti e gli altri soggetti terzi a dover sostenere le perdite);
  3. gli Impieghi (Imp) sono rapportati ai fondi propri in base alla norma degli accordi di Basilea 1, la quale stabilisce che non dovrebbero essere superiori a 12,5 volte il Capitale Netto (Imp = max 12,5xCn, ovvero Cn/Imp>=8%)

Tab. 1 – Dati al 31.xii.2014 (Fonte; MBRES; nQ = non quotate; Q = quotate)

Riepilogo BCC Pop n Q Pop Q
Banche esaminate 333 33 12
Cn/Imp (mediana) 15,0% 13,5% 11,3%
CN/Imp (dispersione) 8,6% 9,2% 3,8%

Per i dati al 31.xii.2015 (Fonte; MBRES): vedere le immagini riportate qui,

2a) Considerazioni riguardanti le variabili.

  1. Le banche. Le immagini rappresentano come si distribuiscono le 378 banche esaminate nel 2015 rispetto al rapporto Cn/Imp=8% che corrisponde alIa identità: Imp = 12,5 x Cn.  Cioè se Imp=14,3xCn allora Cn/Imp=7%. Ciò Implicherebbe una maggiore possibilità di erogare credito (assumere rischi) ma, essendo il rapporto al di sotto della soglia minima stabilita da Basilea1 (pari all’8%), si ritiene che un volume di crediti del genere sarebbe troppo rischioso.
  2. Il Capitale Netto (Cn=CET1). Non è forse inutile ricordare che il Cn aumenta solo attraverso due, e due soli, eventi: l’aumento del Capitale sociale (emissione di nuove azioni); e accantonamenti di utili netti (che confluiscono nell’incremento dei Fondi di Riserva) [EBITDA, EBIT]. Fortunatamente, come si vede in Tabella, solo 7 banche hanno un rapporto minore dell’8% quindi la stragrande maggioranza delle banche esaminate sembra rispettare i limiti minimi imposti. Va però notato come l’essere molto vicini al limite non garantisce alla banca di superare eventuali periodi di stress. Per cui, a partire da Basilea 2, l’opinione maturata in seno al Comitato di Basilea è che un rapporto Cn/Imp>10,5% (pari a impieghi minori o uguale a 9,5 volte il Cn) sarebbe più adeguato per dare alla banca la possibilità di destreggiarsi in momenti di crisi. In Fig. 1 si vede anche che alcune banche dispongono di un rapporto Cn/Imp fra l’8% e il 12,5% (90), che corrisponde ad un multiplo di Cn che va da 12,5 a 8: alcune sono quotate (6), altre no (13), alcune sono BCC (81), altre sono Popolari (19). È vero che quelle più vicine all’8% hanno una potenzialità di credito erogato maggiore di quelle più lontane, ma si ritiene siano anche soggette a maggiori rischi. Così, secondo le regole di Basilea, sarebbe preferibile situarsi intorno ad un valore intermedio del rapporto, pari al 10,5%. Analoghe considerazioni possono farsi per gli altri gruppi.
  3. Gli Impieghi (Imp). Gli Impieghi di una banca sono, come è noto, scritti nell’Attivo: si tratta di impieghi in prestiti alla clientela (attività commerciali) e di impieghi in strumenti finanziari (azioni e obbligazioni emesse da terzi). Siccome si tratta, in questa sede, di BCC e di Banche Popolari, si ha a che fare con banche il cui core business riguarda prevalentemente l’attività di banca commerciale (erogazione del credito e raccolta di depositi), cui si aggiunge l’impiego in strumenti finanziari emessi da terzi. Questi ultimi sono generalmente indirizzati verosimilmente verso i titoli di Stato, stanziabili presso la BCE al fine di ottenere liquidità a condizioni vantaggiose (cd. Procedura ABACO). Dato che i titoli di Stato sono considerati da Basilea, a torto o a ragione, a rischio nullo, restano da ponderare gli impieghi alla clientela (famiglie e imprese) c.d. clientela ordinaria. In proposito, sappiamo che oltre il 95% delle imprese italiane può essere annoverato fra le PMI e, per i crediti alle imprese di questa dimensione, le  banche possono utilizzare un fattore ponderale inferiore a 1 (tale ipotesi può essere più o meno condivisibile ma, dal punto di vista della regolamentazione, è accettata).
  4. Un’ipotesi semplificatrice. Supponiamo ora che il vantaggio ottenuto ponderando i crediti alle PMI per un fattore minore di 1 venga compensato dallo svantaggio di ponderare i crediti deteriorati per un fattore 2. Se si accetta questo arduo passaggio, otteniamo un’ulteriore semplificazione del problema (e questo è uno dei punti cruciali) per cui possiamo considerare ponderati per il fattore 1 tutti gli impieghi (qui sarebbe necessario aprire un’altra parentesi molto tecnica, ma resta il fatto che ponderare tutti i crediti per 1 è ipotesi non molto plausibile, soprattutto dopo un decennio di crisi economica).
  5. Caveat: i dati vanno presi con le molle. Come si è visto le grandezze economico-finanziarie di cui si discute hanno una dimensione qualitativa molto articolata che si può analizzare solo osservandola da vicino. Osservate da lontano, le medesime qualità richiedono di utilizzare criteri molto prudenti: è quello che non si è fatto in queste sede dove, per semplicità, abbiamo ipotizzato di pesare tutti gli impieghi alla clientela per uno, e compensato i fattori pondeerali riferiti alle PMI con quelli riferiti ai crediti deteriorati. La semplificazione consente però di utilizzare un multiplo patrimoniale pari a 12,5 come spartiacque fra rispetto e non rispetto del vincolo di Basilea1 (a cui corrisponde Cn/Imp=8%); ovvero il multiplo 9,5 che rappresenta lo spartiacque del vincolo ‘Basilea 2’, successivo al 2008 (inizio convenzionale della crisi – dove si è andati a maggiorare il rapporto minimo richiesto Cn/Imp a 10,5%).
  6. Considerazioni riguardanti i Mercati delle azioni bancarie. I mercati sono dei luoghi ove si formano i ‘prezzi’ fondati sulle informazioni relative ai beni e ai servizi che si scambiano. Relativamente agli strumenti finanziari, possono essere: 1) aperti e ufficiali (es. Borsa Valori, vigilato dalla Consob); 2) aperti e organizzati (es. un mercato di strumenti finanziari organizzato da una banca vigilata); 3) over the counter (otc) aperto ma non vigilato (es. il mercato dei derivati, o quello dei bitcoins); captive, cioè un mercato aperto solo a determinati scambisti; 4) il Bar Sport, ossia un mercato ove si scambiano informazioni, ma non si negoziano strumenti. L’esperienza dimostra che i prezzi delle società quotate nei mercati ufficiali sono più stabili perché gli scambi sono osservati e praticati da un vasto numero di stakeholders. Inoltre è possibile dedurre, dai prezzi fatti in Borsa, segnali per le imprese non quotate (il fair value di queste ultime), attraverso l’utilizzo dei multipli di mercato (es. prezzo/patrimonio netto; prezzo/utili; ROE).

Relativamente alle BCC e alle Popolari, come si vede in Tab. 1 (dati 2014) e nelle immagini (dati 2015) sono quotate al mercato ufficiale poche popolari e nessuna BCC.

Sotto questo aspetto non sono raccomandabili investimenti in banche non quotate perché i prezzi derivano da decisioni dei CdA stessi che le hanno emesse, creando terreno fertile per conflitti di interesse e informazioni di parte (si può chiedere all’oste se il suo vino è buono?)

7. Altre considerazioni.

Per farsi un’opinione più completa può essere utile prendere in esame anche la reputazione della banca. In linea di massima, sono da considerare come:

Esempi di fattori positivi:

a) aumenti della posta ‘Fondi Rischi’, accantonata in bilancio;

b) aumenti dei Fondi di Riserva registrati in bilancio;

c) sobrietà comportamentale del management;

Esempi di fattori negativi:

a) eccessive attenzioni della Vigilanza (ispezioni, richiami, sanzionamenti);

b) cambiamenti significativi e/o traumatici del management e CdA;

c) campagne di marketing troppo aggressive: promettere ‘mari e monti’ e/o cose improbabili (‘trasformare i visi in sorrisi’, utilizzato da una banca ora fallita); campagne pubblicitarie eccessive o debordanti; promettere obiettivi di rendimento al di sopra del tasso corrente di interesse; campagne di marketing volte a sollecitare il sentiment del popolo e non ai numeri;

d) dividendi non in linea con i dividendi di banche simili (quotate o non);

e) incrementi dei prezzi delle azioni (o multipli di mercato) non in linea con i prezzi di mercato delle altre aziende di credito similari per dimensione e struttura organizzatova;

f) facilità di concessione del credito (poche carte; banca buona, generosa, comprensiva, ecc.)

g) tassi e condizioni troppo favorevoli sia nell’erogazione del credito sia nella raccolta di depositi.

In sintesi, sarebbe bene ricordare che:

A) le banche assumono rischi e per questo richiedono agli affidati premi al rischio, la cui misura è il costo dei prestiti;

B) pure i risparmiatori sono remunerati per assumere rischi per cui più alto è il rendimento, maggiore è il rischio;

C) le campagne di marketing devono realizzare l’obiettivo ‘vendita’ e non l’obiettivo di asseverare la qualità del prodotto che promuovono. Quest’ultimo obiettivo dovrebbe essere perseguito dalle attività di vigilanza.

 

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