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Cercare di capire se una banca è solida

Lo scritto che segue, grazie anche al fondamentale contributo di Giovanni Florian, cerca di approfondire un tema trattato in un incontro organizzato da Alberto Miazzi e da Samuel Mazzolin (di cui si è data notizia e riassunto qui.

È possibile capire se una banca è solida? Non in modo univoco, ma è possibile farsi un’opinione circostanziata elaborando, con le 4 operazioni, alcuni numeri tratti dal bilancio e alcune informazioni prese dal mercato.

Analisi dei dati di bilancio. Paragonando la dimensione del patrimonio (capitale proprio della banca) rispetto alle attività (impieghi) riportate nello stato patrimoniale è possibile estrarre un semplice ma efficace indicatore di solidità patrimoniale. Tendenzialmente, maggiore è tale rapporto maggiore sarà la presunta solidità patrimoniale delle banca (le regole di Basilea 1 suggeriscono un rapporto superiore all’8%).

Affinché tale indicatore abbia senso, bisogna concordare sulle seguenti ipotesi:

  1. la banca è un’impresa che esercita l’attività bancaria a proprio rischio;
  2. <<a proprio rischio>> significa che la parte esposta a rischio è costituita dai <<fondi propri>> (o Capitale Netto – Cn), cioè significa che sono i fondi propri a subire  in primis le perdite (se così non fosse, dovrebbero essere, in primis, i depositanti e gli altri soggetti terzi a dover sostenere le perdite);
  3. gli Impieghi (Imp) sono rapportati ai fondi propri in base alla norma degli accordi di Basilea 1, la quale stabilisce che non dovrebbero essere superiori a 12,5 volte il Capitale Netto (Imp = max 12,5xCn, ovvero Cn/Imp>=8%)

Tab. 1 – Dati al 31.xii.2014 (Fonte; MBRES; nQ = non quotate; Q = quotate)

Riepilogo BCC Pop n Q Pop Q
Banche esaminate 333 33 12
Cn/Imp (mediana) 15,0% 13,5% 11,3%
CN/Imp (dispersione) 8,6% 9,2% 3,8%

Per i dati al 31.xii.2015 (Fonte; MBRES): vedere le immagini riportate qui,

2a) Considerazioni riguardanti le variabili.

  1. Le banche. Le immagini rappresentano come si distribuiscono le 378 banche esaminate nel 2015 rispetto al rapporto Cn/Imp=8% che corrisponde alIa identità: Imp = 12,5 x Cn.  Cioè se Imp=14,3xCn allora Cn/Imp=7%. Ciò Implicherebbe una maggiore possibilità di erogare credito (assumere rischi) ma, essendo il rapporto al di sotto della soglia minima stabilita da Basilea1 (pari all’8%), si ritiene che un volume di crediti del genere sarebbe troppo rischioso.
  2. Il Capitale Netto (Cn=CET1). Non è forse inutile ricordare che il Cn aumenta solo attraverso due, e due soli, eventi: l’aumento del Capitale sociale (emissione di nuove azioni); e accantonamenti di utili netti (che confluiscono nell’incremento dei Fondi di Riserva) [EBITDA, EBIT]. Fortunatamente, come si vede in Tabella, solo 7 banche hanno un rapporto minore dell’8% quindi la stragrande maggioranza delle banche esaminate sembra rispettare i limiti minimi imposti. Va però notato come l’essere molto vicini al limite non garantisce alla banca di superare eventuali periodi di stress. Per cui, a partire da Basilea 2, l’opinione maturata in seno al Comitato di Basilea è che un rapporto Cn/Imp>10,5% (pari a impieghi minori o uguale a 9,5 volte il Cn) sarebbe più adeguato per dare alla banca la possibilità di destreggiarsi in momenti di crisi. In Fig. 1 si vede anche che alcune banche dispongono di un rapporto Cn/Imp fra l’8% e il 12,5% (90), che corrisponde ad un multiplo di Cn che va da 12,5 a 8: alcune sono quotate (6), altre no (13), alcune sono BCC (81), altre sono Popolari (19). È vero che quelle più vicine all’8% hanno una potenzialità di credito erogato maggiore di quelle più lontane, ma si ritiene siano anche soggette a maggiori rischi. Così, secondo le regole di Basilea, sarebbe preferibile situarsi intorno ad un valore intermedio del rapporto, pari al 10,5%. Analoghe considerazioni possono farsi per gli altri gruppi.
  3. Gli Impieghi (Imp). Gli Impieghi di una banca sono, come è noto, scritti nell’Attivo: si tratta di impieghi in prestiti alla clientela (attività commerciali) e di impieghi in strumenti finanziari (azioni e obbligazioni emesse da terzi). Siccome si tratta, in questa sede, di BCC e di Banche Popolari, si ha a che fare con banche il cui core business riguarda prevalentemente l’attività di banca commerciale (erogazione del credito e raccolta di depositi), cui si aggiunge l’impiego in strumenti finanziari emessi da terzi. Questi ultimi sono generalmente indirizzati verosimilmente verso i titoli di Stato, stanziabili presso la BCE al fine di ottenere liquidità a condizioni vantaggiose (cd. Procedura ABACO). Dato che i titoli di Stato sono considerati da Basilea, a torto o a ragione, a rischio nullo, restano da ponderare gli impieghi alla clientela (famiglie e imprese) c.d. clientela ordinaria. In proposito, sappiamo che oltre il 95% delle imprese italiane può essere annoverato fra le PMI e, per i crediti alle imprese di questa dimensione, le  banche possono utilizzare un fattore ponderale inferiore a 1 (tale ipotesi può essere più o meno condivisibile ma, dal punto di vista della regolamentazione, è accettata).
  4. Un’ipotesi semplificatrice. Supponiamo ora che il vantaggio ottenuto ponderando i crediti alle PMI per un fattore minore di 1 venga compensato dallo svantaggio di ponderare i crediti deteriorati per un fattore 2. Se si accetta questo arduo passaggio, otteniamo un’ulteriore semplificazione del problema (e questo è uno dei punti cruciali) per cui possiamo considerare ponderati per il fattore 1 tutti gli impieghi (qui sarebbe necessario aprire un’altra parentesi molto tecnica, ma resta il fatto che ponderare tutti i crediti per 1 è ipotesi non molto plausibile, soprattutto dopo un decennio di crisi economica).
  5. Caveat: i dati vanno presi con le molle. Come si è visto le grandezze economico-finanziarie di cui si discute hanno una dimensione qualitativa molto articolata che si può analizzare solo osservandola da vicino. Osservate da lontano, le medesime qualità richiedono di utilizzare criteri molto prudenti: è quello che non si è fatto in queste sede dove, per semplicità, abbiamo ipotizzato di pesare tutti gli impieghi alla clientela per uno, e compensato i fattori pondeerali riferiti alle PMI con quelli riferiti ai crediti deteriorati. La semplificazione consente però di utilizzare un multiplo patrimoniale pari a 12,5 come spartiacque fra rispetto e non rispetto del vincolo di Basilea1 (a cui corrisponde Cn/Imp=8%); ovvero il multiplo 9,5 che rappresenta lo spartiacque del vincolo ‘Basilea 2’, successivo al 2008 (inizio convenzionale della crisi – dove si è andati a maggiorare il rapporto minimo richiesto Cn/Imp a 10,5%).
  6. Considerazioni riguardanti i Mercati delle azioni bancarie. I mercati sono dei luoghi ove si formano i ‘prezzi’ fondati sulle informazioni relative ai beni e ai servizi che si scambiano. Relativamente agli strumenti finanziari, possono essere: 1) aperti e ufficiali (es. Borsa Valori, vigilato dalla Consob); 2) aperti e organizzati (es. un mercato di strumenti finanziari organizzato da una banca vigilata); 3) over the counter (otc) aperto ma non vigilato (es. il mercato dei derivati, o quello dei bitcoins); captive, cioè un mercato aperto solo a determinati scambisti; 4) il Bar Sport, ossia un mercato ove si scambiano informazioni, ma non si negoziano strumenti. L’esperienza dimostra che i prezzi delle società quotate nei mercati ufficiali sono più stabili perché gli scambi sono osservati e praticati da un vasto numero di stakeholders. Inoltre è possibile dedurre, dai prezzi fatti in Borsa, segnali per le imprese non quotate (il fair value di queste ultime), attraverso l’utilizzo dei multipli di mercato (es. prezzo/patrimonio netto; prezzo/utili; ROE).

Relativamente alle BCC e alle Popolari, come si vede in Tab. 1 (dati 2014) e nelle immagini (dati 2015) sono quotate al mercato ufficiale poche popolari e nessuna BCC.

Sotto questo aspetto non sono raccomandabili investimenti in banche non quotate perché i prezzi derivano da decisioni dei CdA stessi che le hanno emesse, creando terreno fertile per conflitti di interesse e informazioni di parte (si può chiedere all’oste se il suo vino è buono?)

7. Altre considerazioni.

Per farsi un’opinione più completa può essere utile prendere in esame anche la reputazione della banca. In linea di massima, sono da considerare come:

Esempi di fattori positivi:

a) aumenti della posta ‘Fondi Rischi’, accantonata in bilancio;

b) aumenti dei Fondi di Riserva registrati in bilancio;

c) sobrietà comportamentale del management;

Esempi di fattori negativi:

a) eccessive attenzioni della Vigilanza (ispezioni, richiami, sanzionamenti);

b) cambiamenti significativi e/o traumatici del management e CdA;

c) campagne di marketing troppo aggressive: promettere ‘mari e monti’ e/o cose improbabili (‘trasformare i visi in sorrisi’, utilizzato da una banca ora fallita); campagne pubblicitarie eccessive o debordanti; promettere obiettivi di rendimento al di sopra del tasso corrente di interesse; campagne di marketing volte a sollecitare il sentiment del popolo e non ai numeri;

d) dividendi non in linea con i dividendi di banche simili (quotate o non);

e) incrementi dei prezzi delle azioni (o multipli di mercato) non in linea con i prezzi di mercato delle altre aziende di credito similari per dimensione e struttura organizzatova;

f) facilità di concessione del credito (poche carte; banca buona, generosa, comprensiva, ecc.)

g) tassi e condizioni troppo favorevoli sia nell’erogazione del credito sia nella raccolta di depositi.

In sintesi, sarebbe bene ricordare che:

A) le banche assumono rischi e per questo richiedono agli affidati premi al rischio, la cui misura è il costo dei prestiti;

B) pure i risparmiatori sono remunerati per assumere rischi per cui più alto è il rendimento, maggiore è il rischio;

C) le campagne di marketing devono realizzare l’obiettivo ‘vendita’ e non l’obiettivo di asseverare la qualità del prodotto che promuovono. Quest’ultimo obiettivo dovrebbe essere perseguito dalle attività di vigilanza.

 

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Parole di B&F: moneta scritturale

1 Premessa

Si sono concluse ieri le due giornate de `iCinquecento‘ ove si è affrontato il tema dei Populismi: non si poteva evitare dunque di giungere alle bufale e, di conseguenza, alle mezze verità che creano anch’esse opinioni. Soprattutto se propalate dai giornaloni i quali, ben sapendo che, delle notizie, il pubblico spesso legge solo i titoli, hanno portato al limite la divisione del lavoro, e fanno fare i titoli a gente che spesso sembra non legga o non capisca i contenuti sottostanti. Così le mezze verità diventano verità, addirittura certezze suffragate scientificamente, e chi le sostiene assume, spesso senza volerlo, la dimensione del mago.
Il che accade anche per le questioni economiche e, in particolare, per le questioni finanziarie e monetarie. Faccio un esempio che mi sembra calzante.

2. Moneta scritturale

Qualche giorno fa, la Bd’I è stata costretta a segnalare al pubblico che la moneta è una roba che si scrive (scritturale) il che non significa però che io posso girare per le strade con un block notes e pagare scrivendo su dei foglietti 10, 20, 50…€.
Non ho capito però chi sia il più sprovveduto: se chi compila il foglietto o chi lo riceve in pagamento.
Così la parola `scritturale’ diventa una parole magica e chi la pronuncia diventa un mago. In realtà non vi è nessuna magìa!

3. I ragionieri

´Scritturale’ significa che si scrive a sinistra e a destra dei conti.
Quando c’erano i dinosauri per le strade, i ragionieri, per `tenere conto’ dei debiti e dei crediti, usavano l’inchiostro nero e quello rosso.
Se si trattava del mio conto, il ragioniere scriveva in rosso i miei debiti e in nero i miei crediti: questo elenco di scritture confluiva poi in un conto   (detto `a sezioni contrapposte’) ove i debiti stavano a destra (nel Passivo) e i crediti stavano a sinistra (nell’Attivo).
L’elenco di scritture colorate venne soppiantato dall’uso generalizzato del `conto’ che `saltava’ il passaggio preliminare dell’elenco.

4. Le banche

Le banche, fra gli altri, fanno questo fondamentale mestiere: tengono conto dei nostri debiti e dei nostri crediti nei loro confronti. Così scrivono a destra dei loro conti i loro debiti nei nostri confronti (che sono, ad esempio, i nostri depositi) e a sinistra dei loro conti i loro crediti nei nostri confronti (che sono i prestiti che ci hanno concesso).
Dunque la moneta scritturale è la moneta delle banche commerciali, cioè delle imprese che, per legge, hanno la facoltà esclusiva di raccogliere depositi a vista presso il pubblico; detta in altri termini si tratta delle banche che si impegnano a trasformare, senza indugio e a loro rischio, i loro debiti a vista’ (cioè i nostri depositi `a vista’) in banconote della Banca Centrale.
Si chiama dunque `scritturale’ perché deriva da scritture sui conti; si chiama `moneta’ sia perché tutti noi usiamo questi nostri depositi a vista come `mezzo di pagamento’, sia perché questi mezzi di pagamento (questi debiti a vista delle banche commerciali o questi nostri depositi a vista presso di esse) vengono oggi accettati universalmente come mezzi di pagamento. E sono accettati universalmente perché l’attività bancaria non può essere svolta da chiunque ma solo da chi è autorizzato dalle regole di un Paese (oggi dalla Banca Centrale).

5. Magìe?

La difficoltà di spiegare queste cose risiede, a mio avviso, sui seguenti  elementi:
a) l’avere dimenticato i semplicissimi e incontrovertibili fatti appena elencati (detti in modo sprezzante: roba da ragionieri);
b) l’evoluzione tecnologica per cui, a parte i pagamenti in contanti, tutti i pagamenti oggi si fanno con ordini impartiti alle banche di pagare (bonifici e/o carte di pagamento);
c) la scarsa consapevolezza che, a parte i pagamenti in contanti, tutti gli altri si materializzano in sequenze di bit.

6. Conclusione.

L’informazione televisiva illustra l’attività monetaria della BCE che immette moneta nel sistema economico, attraverso l’immagine di rotative che stampano biglietti.
Io non saprei come illustrare questo evento: ma il modo televisivo di descriverlo è profondamente errato perché la Banca Centrale si interfaccia con le banche, e non col pubblico, per il tramite di sequenze di bit che movimentano i conti e non con movimenti di banconote.
Come dare torto al prof. Burioni (la scienza non è democratica)?
E la Finanza è democratica?
Può esserlo solo in una certa misura e se il pubblico è disposto ad ascoltare e a cambiare opinione rispetto ai pre-giudizi

10 maggiori pop italiane: FC / Cn % (2005-2014)

 

Questo articolo ha l’obiettivo di verificare se le maggiori banche popolari italiane siano imprese che svolgono l’attività bancaria a proprio rischio come, a me sembra, dovrebbe essere. Cioè se queste banche facciano ricadere i rischi che assumono sul perimetro dei loro ‘fondi propri’ (nella concezione allargata tipica degli accordi di Basilea: capitale sociale + riserve + strumenti ibridi di patrimonio) ovvero al di fuori di tale perimetro.

La Tabella che segue è costruita mettendo in fila i dati del rapporto % Free Capital/Capitale Netto (FC/Cn) che compaiono al rigo 22 degli indicatori di bilancio di ciascuna delle principali 10 banche popolari italiane, calcolati da Mediobanca per il periodo 2005-2014.

Per descrivere il contenuto della tabella bisogna iniziare dal Capitale Regolamentare o di Vigilanza o `Fondi propri’ (Creg): si tratta della somma fra Capitale Netto (Cn) e un Delta di `strumenti ibridi di patrimonio’.

Se poniamo il Delta a livello massimo possibile, cioè uguale al Cn, il Creg è uguale a 2Cn.

Si sa poi che una banca può assumere rischi ponderati pari ad un multiplo di Creg = 2Cn.

Il FC, ad una determinata data, è la differenza fra il Creg il Creg assorbito dai rischi ponderati assunti.

Esempio se Cn = 50, 2Cn =100 = Creg (data l’ipotesi).

Se i rischi ponderati assunti sono < di Creg, cioè < di 2Cn, (cioè < 100), si avrà un FC positivo (> 0) e disponibile per fronteggiare rischi addizionali.

Se, invece, i rischi assunti sono > di Creg, cioè > 2Cn (cioè > 100), si avrà un deficit di FC (< 0), cioè la banca non potrebbe più assumere rischi addizionali, non avendo fondi propri per fronteggiarli.

In Tabella, il rapporto considerato, però, non è fra FC e Creg (= 2Cn e, nell’esempio, = 100) ma fra FC e Creg/2 (= Cn e, nell’esempio, = 50).

Come è noto, a parità di numeratore > 0, il risultato di un rapporto aumenta se diminuisce il valore del denominatore: FC > 0 (FC/Cn < FC/Creg).

Ma, se il numeratore è < 0 (FC < 0), allora FC/Creg > FC/Cn

Esempio: se Creg =100; Cn = 50 e FC = -200, segue che FC/Cn = -4 e FC/Creg = – 2.

Rapporto % FC/Cn delle 10 maggiori banche popolari italiane alla fine del 2014.

  2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014
Banco 25,8 -9,5 -13,2 -32,7 -67,0 -76,1 -103,6 -122,7 -161,1 -185,5
Bpm 21,9 34,5 33,2 17,6 1,6 -13,3 -9,3 -16,7 -49,6 -23,3
Ubi 13,8 25,6 21,6 10,0 -8,5 -19,6 -42,5 -46,4 -49,6 -51,6
Bper 15,9 26,4 212,8 8,1 -28,8 -34,2 -44,4 -63 -95,3 -72,2
BpVI 35,0 29,4 19,1 0,6 -22,9 -22,8 -61,8 -68,7 -73,5 -74,3
Vb 22,9 57,8 8,9 -3,9 -9,6 -19,4 -57,1 -69,3 -91,1 -76,5
BpSO 58,0 62,5 68,8 60,4 49.7 37,8 23,5 1,9 -27,8 -16,3
CreVal -19,8 -7,6 35,6 0,7 -18,6 -23,4 -61,3 -85,6 -121 -132,7
BpBA -11,5 -8 18,1 -20,7 -22,7 -19,1 -35,9 -49,3 -48,3 -68,9
BpEtr 29,9 14,7 10 7,3 -54,7 -65,5 -128,4 -189,7 -227,3 -295,1
Tutte 20,9 14,9 14,8 -1,1 -25,4 -33,7 -54,4 -66 -86,7 -83,8

Nel caso di specie, perciò, il rapporto FC/Cn% indica un deficit di FC elevatissimo per cui, per non far ricadere questi stessi rischi su terzi ignari. le 10 Popolari italiane maggiori dovrebbero cessare l’attività, non disponendo più di risorse sufficienti a fronteggiare nuovi rischi che ricadano nel perimetro dei loro fondi propri.

 

Coltivare la fiducia nell’Eurozona

Del prof. Giancarlo Corò (Ca’ Foscari) ripubblico un articolo odierno che mi sembra colga alcuni punti importanti in tema di Unione Europea: in questo periodo nel corso del quale molte certezze sembrano crollare, anche nel NE è di moda scatenare la rabbia e l’indignazione sull’UE. Forse però si tratta di una semplificazione e dovremmo osservare anche quanto di questa indignazione non appartenga a noi stessi e ai nostri comportamenti degli ultimi 20-30 anni.

La fiducia sull’Unione Europea – Osservatorio sul Nord Est (di Giancarlo Corò, Il Gazzettino, 31 genn. 2017)

Un’Europa che si riduce a discutere solo dello zero virgola dei bilanci nazionali fatica a scaldare il cuore. Anche i cittadini più europeisti, che un tempo popolavano l’Italia e il Nord Est, si sono oramai rassegnati: con questa Unione Europea non si va da nessuna parte.

Tuttavia, dove può portare l’uscita dall’Euro e dall’UE nel bel mezzo di sfide epocali – l’emergere di nuove potenze economiche, il potere della finanza globale, la rivoluzione tecnologica, la pressione migratoria, la recrudescenza del terrorismo internazionale – che nessun Paese europeo sarebbe da solo in grado di affrontare? Per questo i cittadini del Nord Est sembrano rispondere in modo contradditorio alla domanda sulla fiducia verso l’UE: da un lato denunciando una crescente disaffezione, ma dall’altro aggrappandosi ancora una volta al progetto europeo, consapevoli che fuori dall’UE, e anche dall’Euro, la situazione non potrebbe che peggiorare.

L’Europa non può infatti essere ridotta a vincoli monetari e procedure burocratiche come vorrebbero i suoi detrattori.

E’ innanzitutto un progetto politico ambizioso per assicurare a 500 milioni di cittadini condizioni di pace, libertà, prosperità. Condizioni che oggi diamo per scontate, ma che, sia rivolgendo lo sguardo al passato, sia osservando il mondo d’oggi, non lo sono per nulla. Anche per questo bisogna riflettere a fondo prima di far cadere un progetto politico che, a ben vedere, ha rappresentato un successo clamoroso. Proprio così. Un successo che, tuttavia, non è stato politicamente governato, rinunciando allo sviluppo di istituzioni democratiche necessarie a gestire condizioni sempre più complesse di integrazione.

Proviamo a pensarci bene. Il mercato unico ha generato un volume di scambi interni che non ha paragoni in nessun’altra regione del mondo. Prima della crisi del 2008 l’Euro aveva portato stabilità finanziaria e un potere d’acquisto internazionale un tempo impensabile per molte economie nazionali, fra cui l’Italia. L’unione bancaria ha favorito la mobilità regolata dei capitali, fattore di sicurezza ed efficienza nell’allocazione del risparmio. Tuttavia, questi successi sono anche alla base delle crisi che oggi soffriamo nelle regioni europee istituzionalmente più deboli. La specializzazione generata dagli scambi ha esposto le aree al pericolo di shock asimmetrici senza avere, per contro, strumenti di riequilibrio economico e di sostegno all’occupazione. La moneta comune, in presenza di livelli di sviluppo non equivalenti e senza adeguati strumenti di politica fiscale, ha accentuato i divari esistenti.

L’incompletezza dell’unione bancaria ha fatto defluire i capitali dalle banche in difficoltà, accelerando le crisi locali, come quella delle popolari venete. Potremmo dire, in definitiva, che il progetto europeo è come una bicicletta: per non cadere bisogna continuare a correre. Proprio quanto non abbiamo fatto negli ultimi anni. Tuttavia, Brexit ed elezione di Donald Trump alla Casa Bianca stanno imprimendo, che lo vogliamo o no, un’accelerazione alla storia politica del nostro tempo.

Se non vogliamo cadere a terra, l’Europa dovrà dunque riprendere a correre verso un processo di integrazione più maturo, federalista e democratico.

 

“Sono il re del debito… Lo amo”

… dichiara alla CNN, D. Trump (F. Fubini, CorSera di oggi; v. in calce il testo dell’articolo). Probabilmente l’affermazione è sfuggita al popolo sovrano statunitense come sarebbe probabilmente sfuggita al popolo sovrano di qualsiasi Paese.

E, in realtà, sembra alquanto difficile prendere atto di una realtà incontrovertibile, almeno da un puto di vista economico: e cioè che i debiti, per esserci materialmente (cioè contrattualmente), debbono trovare qualcuno che li compra.

Se questa asserzione è esatta, o almeno verosimile, per mettere a fuoco la sua portata dirompente dovremmo essere consapevoli almeno dei due seguenti aspetti:

  1. chi si indebita lo fa perché, in casi estremi (ad es. Trump) , ama vendere promesse di pagamento a fronte di cash;
  2. chi compra queste promesse di pagamento (questi debiti) ritiene, a torto o a ragione, che la promessa di pagamento verrà, a scadenza, mantenuta e/o rinnovata.

L’amore di chi si indebita, dunque, trova corrispondenza in chi, all’inizio, compra quelle promesse di pagamento e in chi, alla scadenza, le ritiene ancora credibili tanto da rinnovare l’amore in precedenza corrisposto.

Ma, per amare, bisogna credere almeno un po’ e così si cerca di “andare a vedere” se si tratta o meno di un amore veritiero. E qui torniamo a Fubini che ci illustra non solo la montagna di debiti in capo al Nostro ma anche, e soprattutto, in capo alle sue amanti (quelle vere non quelle false sulle quali si è montata la campagna dei moralisti), cioè alle banche che hanno corrisposto al suo amore per il debito. Cioè alle banche che lo hanno aiutato indebitarsi.

Per farla breve, l’intreccio fra banche e creditori, si è visto, è sostenibile quando i creditori sono molti, appartengono a diversi settori dell’economia, sono relativamente poco indebitati individualmente, ecc. (così il rischio delle banche viene diversificato); quando invece i creditori sono pochi o, pur essendo in molti, ve ne sono alcuni di eccessivamente grandi (cioè molto indebitati), la sostenibilità diviene precaria. E diviene precaria per due motivi: perché le banche, sperando sempre di poter recuperare qualcosa (piuttosto di niente è meglio piuttosto), rinviano il redde rationem; e perché il grande debitore può avere una dimensione talmente elevata da agire come se il problema non fosse più suo (ormai è un problema delle banche; detto in termini forbiti, si tratta dell’effetto del moral hazard.

Mutatis mutandis, questa esperienza è già stata vissuta negli anni Venti del secolo scorso e culminata con la “crisi del 29” cui il modo capitalistico reagì, negli USA, con la promulgazione del Glass-Steagle Act e in Europa con analoghi provvedimenti. Successivamente, vista l’impossibilità effettuale di scindere la finanza in termini temporali (finanziamenti a breve, a medio e lungo termine, mobiliari e/o industriali e/o per comparto di destinazione del credito), si cambiò regime e si affidò alla scissione fra fondi propri (capitale sociale e riserve patrimoniali) e debiti (depositi e obbligazioni) la convenienza nel fare credito, cioè la convenienza a corrispondere all’amore di chi ama il debito.

Gli amanti più convinti avrebbero comprato azioni e avrebbero rischiato di più, mentre quelli più incerti avrebbero comprato obbligazioni e avrebbero rischiato di meno. Ma, essendo l’amore cieco, tutti avrebbero rischiato il tradimento.

La Finanza, si sa, nel corso dell’ultimo secolo ha avuto uno sviluppo impensabile: gli studi matematico-statistici applicati all’economa, la mostruosa capacità di calcolo delle macchine, la diffusione planetaria dell’informazione di massa, per citare solo gli eventi che mi sembrano più rilevanti hanno trasformato il mondo dell’Economia (sia della Finanza sia della Produzione `reale’) per cui, oggi, tutti noi possiamo dirci Citrulli e siamo vittime degli AcchiappaCitrulli i quali, per acchiapparci, si fingono essi stessi Citrulli, cioè  si abbassano al nostro livello di conoscenza per venderci le loro merci finanziarie, la cui qualità non è asseverata da alcuno.

Ed è appunto su chi assevera la qualità delle merci finanziarie che Trump potrebbe incidere, cioè sulle regole che riguardano il mondo bancario-finanziario-assicurativo: in questo, Fubini mi sembra colga uno degli aspetti più preoccupanti della nuova presidenza USA. Se, a questo, aggiungiamo la morale di qualche antica favola (la volpe e il corvo, la volpe e l’uva e, ultima ma non ultima, le minacce del tipo “superior stabat lupus…”), il quadro mi sembra abbastanza completo e poco tranquillizzante, almeno dal punto di vista del popolo sovrano.

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Gli intrecci pericolosi con le banche e i conflitti d’interessi di Trump (di F. Fubini, Corriere della Sera del 22 nov. 2016)

Eventi tragici a NordEst

Grazie a VeneziePost dell’11 novembre 2016 riporto questo lucido articolo

Popolari, la fusione è una medicina amara. Ma senza alternative (di Daniele Cunego)

Il “salvataggio” a Vicenza ed a Montebelluna non ha portato i risultati sperati.pochi hanno preso coscienza che il retail banking tradizionale è morto.guardando la semestrali si evince che la banche venete “mangiano cassa” ossia i costi di struttura sono maggiori del margine di intermediazione.

Sicuramente la tensione è alta sia nelle stanze di Quaestio Sgr che quelle della Fondazione Cariplo. Dover convincere oggi gli investitori che l’operazione di sistema, così definita, di costituzione del Fondo “salva-banche” Atlante è ancora accettabile non è sicuramente facile. I 4.249 milioni raccolti da 67 investitori professionali nell’aprile scorso, dovevano essere investiti per rafforzare il patrimonio di banche in difficoltà (70%) e per acquistare NPL (30%). E nell’arco temporale di un lustro, l’investimento doveva avere “un rendimento obiettivo del 6 per cento per anno”.

Veneto ex felix

Le radici deboli dell’élite (di Cesare De Michelis, Corriere del Veneto, 12 ago 2016.)

La difficoltà a riconoscere una classe dirigente delle Venezie ha le sue radici più profonde nella fragilità del progetto culturale cui quel che ne resta si affida senza impegnarsi a riflettere e a studiare.

Sarò più chiaro: negli anni straordinari del «miracolo», mentre tramontava il novecento, sventolavano bandiere ambigue ma colorate che illuminavano l’orizzonte, a cominciare da quel toponimo – il Nordest – che sanciva la marginalità di questo territorio «senza storia», definibile in sostanza soltanto rispetto a dei «centri» lontani, se non ostili – Roma o Milano -, e che della sua storia non sapeva che farsene, piuttosto rivendicando una sua specificità che lo avrebbe distinto – e separato- da tutti i vicini, e che aveva pertanto bisogno di autonomia e indipendenza – premesse necessarie di ogni progetto federalista.

Ne nacque persino una sorta di modello economico, che intrecciava piccola impresa – spesso artigiana e familiare -, localismo municipale, distretti monoproduttivi, determinando una cultura imprenditoriale, territoriale e sociale che sfidava impunemente il moderno scenario globale col quale doveva competere e confrontarsi e con esso ogni prospettiva metropolitana: insomma trionfava il piccolo è bello, il dialetto vernacolare, il rimpianto di un passato glorioso, generalmente feudale, e il fastidio contro la modernità e il suo vano tentativo di mettere radici anche tra noi.I modelli erano la Serenissima Repubblica di Venezia col suo leone alato o, al più, l’imperial asburgico governo con la sua aquila bicipite. Ogni proposito modernizzatore veniva maledetto e irriso: niente TAV, niente grandi opere, niente nuove infrastrutture, niente grande industria, a cominciare dalla chimica, niente riforme istituzionali, pochi investimenti nella ricerca e nella formazione.

Ora che il declino è di fronte ai nostri occhi assistiamo al diffondersi delle lamentele e contemporaneamente al resistere di quell’atteggiamento culturale che sembra immodificabile, o peggio al rimpianto di quell’eden che è all’origine dei nostri malanni.

Continuare a sognare paesaggi arcadici intatti, primati artistici o industriali frutto di una natura eccezionalmente generosa o di un talento che è dono di dio non consentirà di interrompere il declino in atto e neppure a dare basi più solide all’identità di una classe dirigente che ha smarrito il sentiero e non sa indicare un traguardo, preferendo bisticciarsi litigiosa rinfacciandosi le responsabilità, che riprendere il faticoso cammino dell’analisi e della riflessione, perché la via d’uscita c’è, ma trovarla non è scontato e quindi bisogna cercarla, sperimentarla e percorrerla con tenace determinazione.

Rileggere la storia aiuta non solo a capire come sono andate le cose ma anche, forse soprattutto, a immaginare come potrebbero andare diversamente da come vanno, a identificare le risorse su cui si può contare e le debolezze che frenano: un progetto che si proietti nel futuro non può prescindere da un severo confronto con il moderno, da una coraggiosa disponibilità ad affrontarne le sfide e dalla volontà di condividere valori e principi sui quali orientarle. Un futuro che guarda all’indietro sinora non c’è mai stato se non arretrando, ed è quello che ci sta succedendo.

Il piacere di essere pecora (1)

Leggo, e mi permetto di consigliare, queste Considerazioni sugli italiani di Ugo Guanda (Edizioni Henry Beyle, Milano marzo 2016 – 575 copie numerate, stampato su carta Zerkall-Bütten, sovracoperta su carta Lana, carattere Garamond monotype, c. 11, 10 paginette) a mo’ di Introduzione agli stress test di cui avremo notizia ufficiale dall’EBA venerdì 29 luglio alle ore 22 ma anche come augurio, a tutti noi del gregge, per una splendida e spensierata estate piena di sole.

Industry 4.0, reputazione e capitale finanziario

Si apprende da Affari&Finanza di Repubblica di questa settimana che Masayoshi Son (50 anni, laurea in economia e computer science a Berkeley, secondo businessman più ricco del Giappone, tra i 50 uomini più influenti del pianeta secondo Forbes, nonché fondatore e Ceo della banca di investimento Soft-Bank) ha acquistato ARM.

ARM è un’azienda inglese che vende oltre 15 miliardi di chip ogni anno, è dentro i device Apple, Samsung e nel 95% degli smartphone. Ma Son vuole trasformarla nel principale player del più grande mercato del futuro, lo IOT (l’Internet of things, l’ Internet delle cose).

Domenica, VeneziePost, in occasione della tappa opitergina del `Viaggio nell’Italia che innova’ di EY-Confindustria ha pubblicato alcuni articoli sul possibile sviluppo dell’Industry 4.0 nel NE, l’uno che riporto in calce perché illustra con molti particolari la ricerca condotta da EY-Confidnustria e cerca di capire, fra luci e ombre, come la tecnologia potrebbe sviluppare il territorio; l’altro, che non riporto, ma che è una lucida intervista al prof. Stefano Micelli (direttore scientifico della Fondazione NordEst) il quale annota che:

… il Veneto non deve confrontarsi con il resto d’Italia ma con le regioni economicamente ed imprenditorialmente più vivaci d’Europa, e rispetto alle quali è indietro di molte posizioni…

…La crescita oggi non è da intendersi in termini generici e quantitativi ma qualitativi, di presenza del digitale delle imprese, del modo in cui si affrontano queste nuove sfide e le si trasforma in valore. E questo significa dover crescere culturalmente e managerialmente. Quello che mi colpisce rispetto al Veneto è quanto abbia bisogno di fare un salto di qualità su questo fronte: a noi quindi il compito di alzare lo sguardo, e porci la domanda se siamo competitivi non rispetto al resto d’Italia, ma rispetto alle altre regioni con cui dobbiamo confrontarci.non dobbiamo confrontarci col resto dell’Italia, ma con le aree più sviluppate d’Europa [il Baden-Württemberg e la Catalogna]

Il tema, quello denominato Industry 4.0 cioè, per l’appunto in buona sostanza, lo IOT che, secondo Son, è il nuovo eldorado e che potrebbe esserlo anche per il Veneto e per il NE.

Annoto che Son controlla una banca di investimento (cioè di una banca che dispone di fondi propri e di finanziamenti `pazienti’, cioè a medio e lungo termine) cresciuta negli anni grazie anche alla reputazione oltre che ai profitti; il Veneto e il NordEst, invece, non solo ne sono sprovvisti, ma possono oggi registrare che il ceto confindustriale si è anche mangiato alcune banche commerciali più o meno locali.

E’ ben vero che vi sono Fondi europei disponibili, nonché le risorse dei Fondi pensione integrativi (sic!) ma sarebbe interessante anche tenere conto che siccome `tutti i salmi finiscono in gloria’ in assenza di capitali finanziari supportati da una buona reputazione, secondo me non si va lontani.

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Industria 4.0, il Veneto tra luci ed ombre (di Chiara Andreola)

Una regione che può contare su un capitale umano di altissima qualità, grazie al suo sistema di formazione, e su una buona conoscenza degli strumenti offerti dal digitale da parte delle aziende; ma che stenta a tradurle in pratica, soprattutto per quanto riguarda e-commerce e brevetti Ict. È questo il quadro che emerge dall’Osservatorio EY-Confindustria sull’innovazione digitale per il Veneto; che offre degli spunti di riflessione anche al di là dei confini regionali

«Siamo tra gli ultimi in Europa nell’utilizzo di tutte le opportunità offerte dal digitale, opportunità che permetterebbero di affrontare diversi problemi e riprendere la crescita. Dobbiamo affrontare con determinazione e velocità questo gap». Si potrebbe dire che non sono certamente una novità queste parole pronunciate da Donato Iacovone, ad di EY in Italia, nella tappa opitergina del “Viaggio nell’Italia che Innova” organizzato da Il Sole 24 Ore; ma proprio il fatto che il tema dell’industrial internet o industry 4.0, pur essendo sotto i riflettori già da tempo, appaia non essere stato affrontato adeguatamente dalle imprese italiane, fa capire l’urgenza di uno sforzo in questa direzione.

Naturalmente, si potrà obiettare, non tutta l’Italia e non tutte le imprese possono essere messe sullo stesso piano; e a questo proposito EY e Confindustria hanno realizzato un Osservatorio sull’Innovazione Digitale volto a fare il punto della situazione nelle regioni italiane, e che per quanto riguarda il Veneto è stato illustrato in quella sede. Lo studio elabora un “Indicatore di potenzialità economica”, determinato dalle tre aree Crescita (che comprende fattori come salute e qualità del capitale umano, volti a determinare il contesto sociale in cui operano le imprese), Competitività (il mercato in cui le imprese sono inserite) e attrattività (efficienza e disponibilità di servizi e istituzioni in un dato territorio). A questo viene affiancato l’indice di innovazione digitale, che prende in considerazione il livello di digitalizzazione sia delle imprese (conoscenza, utilizzo, e disponibilità degli strumenti) che del contesto (infrastrutture, domanda di servizi digitali, utilizzo da parte delle scuole e della pa, disponibilità di fondi pubblici).

Il Veneto sembrerebbe posizionarsi egregiamente all’interno del panorama italiano, tanto da posizionarsi – nella classifica che tiene conto complessivamente dei due indici – sotto a Lombardia, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige; mentre l’altra regione del Nordest, il Friuli Venezia Giulia, lo segue a breve distanza. Su un punteggio massimo di 100, la Regione totalizza 83,1 per la voce Crescita e 83,7 per l’Attrattività, scendendo a 70,4 per la Competitività (dato che pone comunque il Veneto al quinto posto in Italia). Scorporando le singole voci, emerge come il Veneto abbia ottenuto il punteggio massimo in quanto a qualità del capitale umano, che si pone dunque come la principale risorsa; ma punteggio quasi pieno viene dato anche alle istituzioni (94,6) e la capacità tecnologica (84,2), che fa riferimento all’uso di strumenti del digitale da parte di imprese e cittadini e disponibilità di infrastrutture di rete. A questo fanno però da contraltare punteggi praticamente dimezzati in altre aree: l’innovazione digitale delle imprese ottiene infatti appena 40 punti, e il grado di maturità del sistema produttivo 39,9. In questi campi, secondo il rapporto, «emerge un’esigenza di uno sforzo collettivo da parte delle imprese, delle Amministrazioni e degli Istituti di ricerca veneti per incrementare la percentuale delle risorse umane in scienze e tecnologia, gli specialisti ICT impiegati e gli occupati nei servizi ad alto valore aggiunto, i brevetti e le pubblicazioni scientifiche e la spesa in Ricerca e Sviluppo in modo da colmare il divario con le altre regioni in queste “leve innovative”».

Anche l’indice di innovazione digitale pare confermare i punti di forza e di debolezza già identificati. Per quanto riguarda le imprese, su un indice al massimo pari a 1, il Veneto raggiunge un lusinghiero 0,96 nell’area Connettersi (adozione e utilizzo delle tecnologie e infrastrutture), 0,84 nell’area Crescere (produzione di valore attraverso il digitale per aumentare la competitività), e 0,78 nell’area Conoscere (competenze digitali esistenti nelle imprese); mentre si ferma a 0,64 alla voce Creare, ossia quella incentrata sull’innovazione di prodotto e di processo attraverso la valorizzazione di idee imprenditoriali e lo sviluppo di nuove conoscenze. Al di là dei margini di miglioramento in quanto alle competenze digitali, emerge dunque l’esigenza di inserire e valorizzare al meglio nel processo produttivo quelle tecnologie e quelle idee magari già presenti in azienda, ma della cui importanza non c’è piena consapevolezza. Significativo sotto questo profilo è anche il fatto che, a fronte di una percentuale di addetti in ricerca e sviluppo più alta della media nelle imprese venete (il 5,7%, contro la media nazionale del 3,9%) il numero di brevetti ICT risulta inferiore alla media nazionale (con un indice di 0,08, contro un indice nazionale di 0,16): si potrebbe quindi concluderne che la potenzialità rappresentata da queste risorse umane non è pienamente espressa.

Buoni sono poi gli indici di innovazione digitale del contesto – 0,94 per la domanda di servizi digitali, 0,93 per l’utilizzo delle tecnologie nella scuola e nella pa, e 0,92 per le infrastrutture (il 97% della popolazione è infatti raggiunto dalla tecnologia 3D e il 90% dalla LTE; punteggio quasi perfetto, se non fosse per la banda ultralarga che invece arriva al 25% della popolazione). Unica voce fuori dal coro, quella dei finanziamenti pubblici con 0,20 punti: qui infatti i fondi stanziati nella programmazione europea 2014-2010 per l’agenda digitale sono di 27 euro per abitante contro la media nazionale di 43, quelli per ricerca e innovazione 36 contro 68, e quelli per l’obiettivo competitività 146 contro 189 (per quanto vada tenuto presente che i fondi strutturali erogati dalla Commissione europea sono destinati prevalentemente alle regioni del Sud). A questo si aggiunge il fatto che la spesa pubblica regionale in ricerca e sviluppo è il 35% del totale, contro una media italiana del 46%. Per cui, conclude il rapporto, «l’area in cui la regione appare più debole è quella relativa al contributi fornito dalla spesa pubblica in materia di finanziamenti in favore della digitalizzazione e l’accesso ai finanziamenti comunitari per la diffusione dell’ICT e della banda larga».

Volendo sintetizzare, dunque, il Veneto sul fronte dell’industria 4.0 può contare più di ogni altra cosa sull’eccellenza del capitale umano formato dalle sue scuole e università: tanto che EY e Confindustria auspicano «nuove “contaminazioni” tra industria, capitale umano, mondo della cultura e “circuito del sapere” (a livello operativo d’impresa, a livello formativo della scuola superiore e a livello scientifico universitario)». Tuttavia, come ha sottolineato il partner di EY Andrea Paliani, ha bisogno di «superare alcune criticità che ne frenano la crescita come la carenza di laureati in scienze e tecnologie, di occupati nei servizi a valore aggiunto, di scarsità di brevetti e pubblicazioni scientifiche e investimenti in ricerca e sviluppo, di infrastrutture digitali e fisiche oltre alla mancata digitalizzazione dei processi amministrativi». Per questo ha suggerito di utilizzare il digitale «per favorire partenariato e coabitazione tra piccole imprese, in ottica di filiera e distretto», e «non solo per raggiungere efficienze di costo, ma per promuovere sviluppo di mercato e ricavi. Sebbene le imprese venete sfruttino ampiamente l’acquisto online in un’ottica di efficientamento dei costi, ad esempio, il Veneto è al decimo posto nella classifica delle Regioni italiane in quanto a vendite online: come vendere e distribuire sui mercati globali? Come comunicare e promuovere i propri prodotti e servizi sui canali off-line e on-line? Come comprendere e anticipare bisogni e comportamenti di consumo dei propri clienti? Come riprogettare rapidamente i propri prodotti in base alla loro fruizione misurata con sensori? Come aggiungere servizi a valore aggiunto per classi di clienti?». Tutte domande che l’Osservatorio pone all’intero Paese ma al Veneto in maniera particolare, dato che «il digitale, soprattutto con industria 4.0 e big data, incrementa la possibilità di personalizzazione del prodotto su scala globale, la creazione di servizi a valore aggiunto ad esso collegati, e consente di connettere le PMI in fase di progettazione, produzione, distribuzione a livello locale e globale. È un’opportunità di sviluppo per le PMI e quindi un aspetto particolarmente significativo nel contesto di questa regione».

Dall’Osservatorio emergono peraltro ulteriori dati di interesse a livello di Nordest: se il Veneto, Trentino e Alto Adige presentano infatti un equilibrio tra il livello di digitalizzazione delle imprese e quello del contesto in cui queste operano, il Friuli Venezia Giulia mostra un livello di innovazione digitale delle imprese significativamente più elevato rispetto a quello del contesto; e va ricordato peraltro che questa è la regione italiana con il più alto tasso di startup innovative – 56 ogni 10.000 società di capitali contro le 31 del Veneto e della media italiana). Un contesto quindi che, tenendo conto del buon posizionamento – nonché omogeneo – nella classifica italiana delle tre regioni, farebbe intuire significative possibilità di sviluppo alla zona nel suo insieme.

Come sta evolvendo la vicenda Atlante – Banche 4

Riporto, senza inutili commenti, il resoconto dell’intervento del prof. Penati al Festival dell’Economia di Trento (di Roberta Paolini di Venezie Post):
<<Penati cerca un partner per PopVi: `l’operazione entro fine anno’
Alessandro Penati al Festival dell’economia non lascia spazio a fantasie. La Bpvi è un asset da valorizzare in fretta, in qualsiasi modalità possibile. E cerca di uscire in parte dal capitale entro l’anno. Su Montebelluna, il numero uno di Quaestio dice chiaramente:”spero di non prendermela e se qualcuno la vuole gliela cedo al mio prezzo, il giorno dopo”

“Sulla Popolare di Vicenza aspettiamo che arrivino sorprese prima; entro la fine anno proveremo a fare un cash out parziale, forse siamo pazzi ma ci proviamo”. Alessandro Penati presidente di Quaestio SGR, il gestore del fondo Atlante, lo ha detto oggi durante il Festival dell’Economia a Trento. Traduzione: Atlante aveva detto che avrebbe cercato di ristrutturare la Vicenza (della quale detiene il 99% del capitale, in quanto l’aumento da 1,5 miliardi di euro era andato deserto) in 18 mesi, oggi Penati preannuncia che se si trova un partner da far entrare nelle Bpvi entro fine anno la disponibilità è farlo entrare. L’obiettivo, ha detto il presidente di Quaestio, e quello di recuperare l’investimento nei tempi più rapidi possibili. Le opzioni sul tavolo sono le più diverse. Tra queste c’è una ristrutturazione che andrà fatta per cercare di riportare la banca a redditività, e il primo passo, anche se non detto direttamente su Vicenza ma in contesto più generale, sarà di tagliare gli sportelli. “Sono stati comprati a prezzi impossibili, sono costi che vanno eliminati” ha sentenziato Penati.Sul tema della governance e della gestione della Vicenza in particolare, sulla quale in questi giorni si sono susseguiti rumors sulla lista del nuovo consiglio di amministrazione, Penati ha ribadito concetti già espressi in diverse occasioni. “Noi non abbiamo obbligo dalla Bce di gestione e controllo della banca, siamo lì per nominare un consiglio di amministrazione al quale dare obiettivi per fare la ristrutturazione e trovare un partner prima possibile”. Fine: il ruolo di Atlante non è gestire ma individuare un cda indipendente, veramente indipendente (“non delle teste di legno” precisa Penati) “che faccia il suo mestiere. Io non costituisco un cda ombra”. Sull’altro dossier aperto, Veneto Banca, Penati liquida con una battuta che dice tutto: “Io faccio gli scongiuri di investire solo in una (cioè la Vicenza ndr.)”.Ma la situazione delle due popolari narrata ad una platea che ha vissuto questa crisi delle popolari come una messa in discussione dalle fondamenta del suo sistema creditizio non è facile da digerire. La domanda spontanea da porre al “salvatore” Penati è di chi sia la responsabilità. E la risposta è icastica: “rimando alla centinaia di articoli che ho scritto negli ultimi anni. Non vi ricordate Popolare Lodi, Intra, Capitalia, Bipop? Non vedo nulla di nuovo. È ovvio che c’è ha responsabilità della vigilanza. Ma avete sentito per caso qualcuno pronunciare la parola colpa all’indirizzo di Confindustria? Qualche colpa anche gli imprenditori ce l’hanno, erano tutti dentro a queste banche. E l’Abi, i sindacati, quando le banche compravano sportelli”. Tutti tacevano. “Il fatto che ci siano responsabilità vaste non significa che nessuno sia responsabile. Sono responsabilità ben precise, andrei di casa in casa”. E proprio a questo punto il numero uno di Quaestio tira una stoccata a Unicredit. “E’ un caso emblematico, noi siamo dovuti intervenire perché quello della Bpvi metteva in crisi la maggiore banca italiana per aver garantito un aumento da 1,5 miliardi”. E la bordata più forte subito dopo: “avete mai visto una banca che manda a casa un amministratore delegato, ma poi non ne ha nessun’altro per sostituirlo? Mi sembra che sarebbe da prendere gli azionisti e mandarli tutti a casa. Loro e forse una prima linea del management che ha responsabilità”.Tornando all’altro dossier caldissimo, Veneto Banca, Penati ha aggiunto: “Non sono reticente a parlarne, io affronto problemi che ci sono il giorno che si presentano. Il giorno che ci sarà il 51%, l’80% di capitale di questa banca in Atlante ci penserò”. Ma sulla volontà o desiderio di Atlante di prendersi anche Montebelluna Penati afferma: “Se faremo l’operazione? Io spero di non diventare azionista di Veneto Banca, di fermarmi ad una banca sola”. E infine conclude: “Noi entriamo se c’è fallimento del mercato. E se intervengo faccio quello che voglio, la rado al suolo e riparto”. E sull’eventuale interesse di altri istituti al dossier chiude: “Le manifestazioni di interesse se si vogliono fare si fanno prima o dopo il processo di Ipo non durante. Non c’è nessuna trattativa che posso dire né on the record né off the record, alla fine dell’ ipo quando avrò e se avrò la maggioranza e verranno e fatte le offerte, se qualcuno ha dei soldi e me la paga al prezzo gliela cedo il giorno dopo”.

Venerdì, 3 giugno 2016>>
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