Le paludi del Montello e dei Monti Berici

Notizie di stampa odierne ci informano dell’iniziativa, intrapresa da circa 80 soci della BpVI, di fondare l’Associazione `Amici della BpVI’ che comprende molti `grandi’ soci, analogamente alla `Per Veneto Banca’. Si legge (v. [1]) che:

<si muoveranno con una logica ben precisa [sic!]: riportare al centro dell’attenzione della banca la tutela dei soci. Partendo da due presupposti: la difesa della Popolare di Vicenza dalle mire della speculazione e, soprattutto, la difesa del valore delle azioni per garantire i risparmiatori, soprattutto di medie e piccole dimensioni, in vista del possibile e probabile calo del prezzo una volta quotate al listino di piazza Affari.>

Devo dire che non credo ai miei occhi!

Ma quale speculazione? Sarebbe, la speculazione, l’essersi garantiti la copertura dell’inoptato da parte di qualche corazzata multinazionale?

Tutela dei soci e garantire i risparmiatori? I risparmiatori-soci che investono in capitale di rischio senza saperlo?

80 su circa 118.000 soci con voto capitano? Sarebbe questo il nocciolo duro?

Ma sono questi gli imprenditori del NE di cui tanto si parla?

E il bello è che, sullo stesso giornale, sempre ieri, vi è una millimetrica intervista al VDGv, Iacopo DE Francesco (v. [2]), che sembra non lasciare adito a dubbi sugli intendimenti del nuovo management, sempre che si desideri salvaguardare quanto di appetibile c’è nella banca e nelle competenze dei manager per attirare i capitali necessari.

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[1] Quaranta soci danno vita al gruppo “Amici della BpVi” (Il Giornale di Vicenza del 5 nov. 2015)”

I soci della Banca Popolare di Vicenza si stanno organizzando in vista della trasformazione in società per azioni e della quotazione in Borsa prevista per la prossima primavera. Ieri sera circa quaranta azionisti si sono riuniti nella sede di Confindustria per dare vita all’Associazione “Amici della BpVi”.Si tratta di soci medi e grandi, per quel che riguarda il numero di azioni possedute, ma questo è solo il primo passo. Al momento hanno aderito rappresentanti di tutte le categorie ed entro una settimana circa, più o meno in contemporanea con il Cda della banca del 10 novembre, quello che dovrebbe recepire le dimissioni del presidente Zonin e provvedere alla nomina del suo successore (Stefano Dolcetta è in pole position), la registrazione dell’associazione sarà formalizzata davanti al notaio.Hanno dato l’adesione come fondatori molti nomi importanti della società vicentina e un numero altrettanto significativo ha già preso contatto con i fondatori per sottoscrivere l’iniziativa.

Morale della favola, circa 80 azionisti si muoveranno con una logica ben precisa: riportare al centro dell’attenzione della banca la tutela dei soci. Partendo da due presupposti: la difesa della Popolare di Vicenza dalle mire della speculazione e, soprattutto, la difesa del valore delle azioni per garantire i risparmiatori, soprattutto di medie e piccole dimensioni, in vista del possibile e probabile calo del prezzo una volta quotate al listino di piazza Affari.Oggi dovrebbe essere nominato un portavoce per rappresentare il pensiero delle varie categorie presenti, imprenditori, artigiani, professionisti, e dare più elementi sul programma. È evidente che lo scopo di questa associazione è anche quello di costituire un primo gruppo di riferimento in vista del cambio della governance e della costituzione di un primo nocciolo di azionisti di riferimento.

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[2] BpVi, il piano convince «Chiuderemo l’anno con 30 mila clienti in più (di Roberta Bassan il Giornaletti Vicenza del 5 novembre scorso)

«Ho trovato casa in centro, sottoscriverò l’aumento di capitale e mi vedo qui a Vicenza almeno 5 anni per vedere realizzato questo piano industriale». Se fosse uno “spot” di Banca Popolare di Vicenza porterebbe il volto di Iacopo De Francisco, vice direttore generale vicario, il bresciano già direttore mercato alla Popolare di Milano, che l’ad Francesco Iorio ha voluto come suo braccio destro per il rilancio di BpVi.

«Ovvio che i giornali parlano di altro in questo momento – afferma – io vorrei parlare di banca».

Dica la verità, l’ispezione della Guardia di Finanza e l’inchiesta della Procura quanto hanno pesato sulla raccolta?

La raccolta è sotto controllo. L’ispezione ha creato qualche apprensione nei nostri clienti che può essere comprensibile, ma non è giustificata: la banca ha un aumento di capitale garantito, in ragione di questo è solida e sta attuando un percorso di trasformazione. Tanto è vero che continua ad acquisire clienti: sono più quelli che entrano che quelli che lasciano, quest’anno chiuderemo a +30mila nuovi clienti.Per una banca che ha i suoi problemi come valuta 30 mila clienti in più?Significa che c’è fiducia nel fatto che la banca può continuare a lavorare meglio.Un mese fa il varo del nuovo piano industriale con una priorità tornare a fare banca commerciale.

Come si sta declinando?

Tornare a fare banca commerciale ha un valore enorme per il rapporto che questo istituto ha con i propri clienti, in particolare imprenditori e imprese dei territori in cui opera. Ci siamo messi subito a lavorare sulle cose che hanno valore per il cliente: quindi erogare bene il credito e in fretta e fare bene la gestione del risparmio. Non sono cose nuove per BpVi.  Questa banca è vero, non ha mai tirato indietro il braccio, infatti a fine 2015, pur in un anno vissuto nell’occhio del ciclone, avrà erogato 2 miliardi di finanziamenti, poco sotto allo scorso anno. Ma questa è una banca che ha investito anche in settori e attività che non hanno a che fare con la banca commerciale. Tornare a concentrarsi sulla distribuzione e il rapporto con il cliente semplificherà il focus manageriale, il lavoro dei dipendenti e del Consiglio.

Cosa prevede il Piano?

Il piano industriale proseguirà su questa linea del credito come zoccolo duro che con l’aumento di capitale di aprile si rafforzerà. Il Piano consentirà di erogare 15 miliardi nei prossimi 5 anni tra finanziamenti alle imprese e mutui alle famiglie: facendo la media è più di quanto fatto dalla banca negli ultimi anni. Il passo in più sarà quello di unire e organizzare meglio rispetto al recente passato gli asset distintivi come il supporto al commercio estero e la capacità di fare finanza strutturata.

Cosa vuol dire in concreto unire e organizzare meglio?

Dal 4 gennaio saranno attivi 15 centri di eccellenza che metteranno insieme corporate e private, cioè azienda e servizi alla persona fisica e alla famiglia dell’imprenditore. Sarà uno dei nostri cavalli di battaglia legato alle caratteristiche di questo territorio, come anche del Friuli, molto diverse per esempio dalla Lombardia: quello cioè di vedere imprese ed imprenditori come un unicum e quindi offrire competenze di advisory e pianificazione finanziaria ben orientate. Abbiamo già assunto una persona che farà la parte di wealth management, cioè la professionalizzazione dei risparmi.

Nell’ambito retail cosa accadrà?

La clientela retail ha esigenze altrettanto importanti ma diverse: prossimità, semplicità, convenienza. Abbiamo in corso offerte vantaggiose sia per i mutui che per la gestione del risparmio. Da 4 gennaio sarà operativa la riorganizzazione da 20 a 6 distretti. I nuovi “capiarea” saranno risorse interne o esterne? Abbiamo appena terminato il processo di valutazione interna, a brevissimo definiremo le competenze. Diciamo che attingeremo anche da fuori. Serve dare discontinuità alla guida.

Come avete trovato BpVi nel campo della multicanalità e cosa metterete in campo?

C’era un “gap” notevole ma stiamo recuperando in modo veloce. Da pochi giorni chi scarica la nostra app gratuita può fare un prelievo bancomat senza bancomat: digitando il pin e il codice di sicurezza che apparirà sullo smartphone. A brevissimo ci sarà la possibilità tramite un sms di trasferire denaro da cliente a cliente. Entro fine anno si potrà dire addio alla carta: per i principali prodotti (conto corrente, bancomat, carta di credito, deposito vincolato) si potrà entrare in banca in modo digitale. Il tutto con 150 filiali in meno e 585 esuberi, il sindacato non l’ha presa benissimo.Ma questo non vuol dire minore capacità di servizio: anzi ci saranno più persone a servire i clienti in una filiale più strutturata. Quanto al personale ci saranno anche 180 assunzioni.

Che profili cercate, vi stanno arrivando curriculum?

Cerchiamo sia giovani, sia competenze specifiche: dobbiamo puntare a fare meglio i controlli e diventare ancora più bravi nei servizi specialistici e alle imprese. I curriculum arrivano: ci sono persone che confermano di voler venire a lavorare alla Vicenza non tra un anno, ma adesso.

Punterete solo sul core business, avete già una lista di dismissioni?

La cessione di BpVi Finance è in corso. Abbiamo avviato il percorso di outsourcing per la gestione delle sofferenze, come pure quello di trovare un partner sul consumer finance e la cessione di Prestinuova. Il tutto per concretizzarsi a marzo.

Save, Fiere, immobili: a che punto le valutazioni per vendere?

Save è stata ritenuta non strategica. Per il resto si è in fase di analisi, non ci sono ancora determinazioni.

Il Centro servizi bancari sarà aggregato al Sec?

Ancora presto per dirlo: da un lato c’è il tema delle ricadute del personale, dall’altro il futuro del polo informatico di Padova che senza la parte di back office sarebbe monco. Stiamo valutando.

Avete concluso gli incontri con i dipendenti. Che obiettivo vi siete dati?

I colleghi hanno capito che è stata definita una linea chiarissima della BpVi di domani, semplice ma difficile allo stesso tempo: fare bene banca commerciale tutti i giorni non è facile, ma d’altra parte è il tema su cui giocare la riconquista dei nostri soci. Ci siamo dati un obiettivo: guardare avanti e gestire ogni socio in modo che sia un cliente soddisfatto.

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BpVI: una pioggia di verginelli cade dalle nuvole.

Non vi è solo Vittorio Malagutti a riassumere l’elenco di vergini che hanno girato e che continuano a girare intorno alla BpopVI  (v. ultra), ma anche Fabio Bolognini che riassume una vicenda più tecnica, ma non per questo meno preoccupante perché coinvolge l’assenza dei nostri vigilantes in Consob.

Penso che se oggi si interpellassero tutte le persone che si citano direttamente o indirettamente in questi due pezzi per avere lumi probabilmente risponderebbero `non c’ero e, se c’ero dormivo’.

Svegli, ovviamente, solo per riscuotere gli emolumenti.

 

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Gianni Zonin, ultimo brindisi 
per l’ex banchiere rampante della Popolare di Vicenza ( (di Vittorio Malagutti in L’Espresso del 9 ottobre 2015).

Nell’estate nera della popolare di Vicenza, tra buchi in bilancio e indagini della magistratura, neppure il vino ha portato conforto a Gianni Zonin, da vent’anni al timone della banca veneta. A fine agosto, il Consiglio di Stato ha stabilito che il moscato di Zonin non è vero moscato. Niente etichetta docg, quindi, perché i vigneti della tenuta astigiana Castello del Poggio, di proprietà del banchiere, si trovano fuori dalla zona di produzione caratteristica. «Una sentenza scandalosa», ha tuonato l’imprenditore vicentino, padrone di uno dei marchi più noti dell’industria enologica nazionale, con duemila ettari coltivati a vigneti dal Piemonte alla Sicilia, dalla Toscana al Friuli.

La tegola del moscato colpisce un uomo da mesi sulla difensiva. Dopo una vita al comando, il patron della Popolare di Vicenza, 77 anni, si trova costretto ad attaccare gli altri nel disperato tentativo di salvare se stesso. E allora, se adesso la banca è travolta dalla scandalo, con decine di migliaia di soci ingannati e furibondi, i responsabili del disastro, secondo Zonin, vanno cercati nel «precedente management che non ha rispettato le norme vigenti». Parole sorprendenti, pronunciate in pubblico il 5 settembre scorso, davanti a una folla di dirigenti dell’istituto di credito vicentino. Come dire che l’ex direttore generale Samuele Sorato, uscito di scena a maggio, avrebbe manovrato, con pochi e selezionati complici, centinaia di milioni tra prestiti ai soci e investimenti a rischio. Tutto questo senza che il consiglio di amministrazione, a cominciare dal presidente in sella da un ventennio, avesse il benché minimo sospetto su quanto stava accadendo in banca.

La magistratura indaga. E saranno i giudici, alla fine, a stabilire se questa ricostruzione ha qualche fondamento. Intanto però il muro di Vicenza è già crollato. E con il muro anche il piedistallo che da decenni aveva fatto di Zonin l’intoccabile tra gli intoccabili, il mandarino di un potere costruito a Vicenza ma sempre guardando altrove, verso la Banca d’Italia, i palazzi della politica romana e anche quelli della Sicilia, dove la Popolare un tempo rampante è cresciuta grazie ai rapporti con i viceré locali, come l’ex presidente Salvatore Cuffaro, poi finito nei guai (e in carcere) per i suoi rapporti con il sottobosco mafioso.

Un successone, all’inizio. La banchetta di provincia cresce. Un’acquisizione tira l’altra e la gente applaude il capo. Nel 1996, quando Zonin prende il timone, la Popolare Vicentina (allora si chiamava così) contava 150 sportelli e poco più di 20 mila azionisti. Adesso le filiali sono 650 e gli azionisti oltre 120 mila. Nel frattempo il re del vino diventato banchiere ha fatto il gran salto nell’alta finanza, si è aperto un varco nei grandi affari del capitalismo nostrano, ha conquista i titoli dei giornali a suon di annunci.

Nel 1998, tanto per cominciare, l’istituto veneto, alleato a colossi come l’Ina e lo spagnolo Banco Bilbao, compra una quota della Bnl appena privatizzata. La vendita di quelle azioni frutterà profitti per centinaia di milioni di euro e anche un processo, da cui Zonin uscirà assolto, per complicità nella scalata alla banca romana lanciata nel 2005 dall’Unipol di Giovanni Consorte insieme a una variegata compagnia di soci. Nel 2002 arriva la prima grande acquisizione fuori dal Triveneto. La Cassa di Prato, a quei tempi in grave difficoltà, viene salvata grazie all’intervento della banca vicentina.

Il gran capo della Popolare si muoveva con le spalle ben coperte. Antonio Fazio, all’epoca governatore della Banca d’Italia, approva e benedice la crescita a tappe forzate di Vicenza. Fazio esce di scena nel 2006, travolto dalle disavventure della Popolare Lodi di Gianpiero Fiorani, un altro suo protetto. Zonin, però, non ha mai smesso di coltivare rapporti al massimo livello nelle stanze dell’Authority di Vigilanza. Il caso che ha fatto più rumore, almeno di recente, è quello di Giannandrea Falchi, già stretto collaboratore di Mario Draghi quando era governatore. Falchi è stato ingaggiato nel 2013 come consigliere per le relazioni istituzionali. Negli anni precedenti, però, anche altri funzionari di Bankitalia erano approdati nella città del Palladio.

Per esempio Mariano Sommella, assunto nel 2008 con i gradi di responsabile della segreteria generale. E poi Luigi Amore, ex ispettore della Vigilanza diventato responsabile dell’audit, i controlli interni. In consiglio di amministrazione, sulla poltrona di vicepresidente, troviamo invece Andrea Monorchio, che come Ragioniere generale dello Stato per ben 13 anni, dal 1989 al 2002, ha accumulato un patrimonio di esperienza e di conoscenze che Zonin ha pensato bene di mettere al servizio della sua Popolare.

La nomina di Monorchio risale al 2011. In quel periodo, con la recessione che incombe e migliaia di clienti che faticano a restituire i prestiti, la Popolare naviga in acque sempre più agitate, ma è difficile capirlo dai bilanci. Il presidente rassicura tutti paragonando la sua banca alla Svizzera, un’oasi di benessere nel mondo in tempesta. E tra i suoi collaboratori nessuno osa dire il contrario. Neppure quelli che, almeno in teoria sarebbero pagati per vigilare sulla regolarità dei conti. Silenzio. E non è una sorpresa. Il gran capo dell’istituto si è circondato di fedelissimi e chi canta fuori dal coro perde il posto. Non per niente nell’arco di una ventina d’anni hanno fatto le valigie almeno otto direttori generali e una dozzina di responsabili della finanza, l’area più delicata.

Anche tra gli amministratori è stata premiata la fedeltà. Il vicepresidente Marino Breganze, 68 anni, siede in consiglio dal lontano 1986. Almeno un terzo dei 18 componenti del board ha varcato la soglia dei settant’anni e gran parte degli altri viaggia intorno ai sessanta. Tutti fedelissimi di Zonin, così come il presidente del collegio sindacale Giovanni Zamberlan, classe 1939, un commercialista che da tempo lavora come professionista di fiducia per gli affari personali del presidente.

Nomine inopportune e conflitti d’interesse erano lì, nero su bianco, sotto gli occhi di tutti. Nessuno si è mosso, però. Del resto gli affari andavano alla grande. E cresceva anche il valore dei titoli dell’istituto, fissato di anno in anno sulla base di una perizia commissionata dalla banca stessa. Già nel 2001 un’ispezione della Banca d’Italia si era occupata dei criteri con cui vengono valutate le azioni. Nessun rilievo. Nessuna sanzione. E finisce nel nulla anche un esposto sullo stesso tema presentato da un’associazione di consumatori (Adusbef) nel 2008. Il tribunale archivia. Così come, tre anni prima, al termine di un lungo batti e ribatti giudiziario, i giudici avevano deciso di non dar seguito all’esposto di gruppo di azionisti che denunciava presunti affari in conflitto d’interesse di Zonin.

Poi si è scoperto che Antonio Fojadelli, il pm che per primo indagò sul caso chiedendo l’archiviazione è stato ingaggiato come amministratore in una società controllata dalla Popolare. Mentre Giuseppe Ferrante, un ufficiale della Guardia di Finanza che partecipò all’indagine, nei primi mesi del 2006 ha lasciato l’incarico di capo della Tributaria a Vicenza per diventare dirigente della banca cittadina.

Per anni gli ispettori della Vigilanza vanno e vengono, ma il presidente della Popolare resta ben saldo in sella. È lui il potere forte del Nordest. Fila d’amore e d’accordo con il sindaco di Verona, Flavio Tosi, e anche con Giancarlo Galan, il governatore veneto poi travolto dallo scandalo Mose. Nulla cambia con il successore di Galan, il leghista Luigi Zaia. A Vicenza i sindaci passano, Zonin resta. E il potere locale non può fare a meno di omaggiare il banchiere che finanzia ogni sorta di iniziativa, dal calcio alle mostre alla beneficenza.

Il gran capo della Popolare, però, pensa in grande. I confini regionali gli stanno stretti e cerca altrove il modo di crescere. L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare a mille filiali, costi quel che costi. Nel 2007 vengono acquistati a peso d’oro 61 sportelli messi in vendita in Lombardia dalla bergamasca Ubi Banca. La Toscana è presidiata grazie alla rete ereditata dalla Cassa di Prato. È in Sicilia, però, che Zonin si muove con il piglio del conquistatore. La controllata Banca Nuova, partita praticamente da zero nel 2000, cresce fino a rubare la scena al mattatore locale, il Banco di Sicilia passato sotto il controllo di Unicredit. Zonin, che in Sicilia possiede una grande tenuta (comprata nel 1997) a Butera, nel Nisseno, diventa di fatto il più influente banchiere locale.

A dirigere le operazioni sul campo c’è Francesco Maiolini, l’amministratore delegato di Banca Nuova. Maiolini sa come muoversi nell’acqua torbida del potere isolano. Tra l’altro mette a libro paga parenti e amici di politici e magistrati. Qualche esempio: il figlio del procuratore di Palermo, Francesco Messineo, la figlia di Diego Cammarata, sindaco del capoluogo tra il 2001 e il 2002. Grazie ai legami con i governatori, prima Cuffaro, poi Salvatore Lombardo, in breve tempo Banca Nuova diventa una sorta di succursale finanziaria della Regione e gestisce miliardi di fondi pubblici. Maiolini corre. Forse troppo. Fatto sta che nel 2012, a maggio, perde il posto. Era diventato un viceré, autonomo a tal punto da fare ombra al capo, a Zonin. E il presidente non tollera concorrenti in casa.

Intanto, la Popolare arranca. Servono nuovi capitali per tappare le falle in bilancio, sempre più evidenti. Sui giornali, però, viene venduta l’immagine della banca rampante, che cerca soldi per diventare ancora più grande. Bankitalia vede. E tace. Anzi, accredita Vicenza come “polo aggregante”, pronta per nuove acquisizioni. Scende in campo Sorato, il fedelissimo di Zonin, una carriera tutta interna all’istituto. Gli aumenti di capitale, nel 2013 e nel 2014, vengono finanziati con quasi un miliardo di prestiti irregolari ai soci. Per non parlare degli investimenti ad alto rischio nei fondi offshore.

Lo scandalo emerge molto più tardi e solo grazie alla Vigilanza europea, quella della Bce di Francoforte. Poi arrivano Guardia di Finanza e magistrati. Siamo all’ultimo atto della storia. «Io non c’entro», si difende Zonin. Il guaio, per lui, è che nessuno lo applaude più. La sala è vuota.

`Uomini, mezzi uomini, ominicchi, prendinculo e quaquaraquà’.

Le vicende bancarie venete di questi giorni mi fanno ricordare la frase di Sciascia che così descrive l’umanità ne `Il giorno della civetta’. Non possiamo farci nulla: è così e basta.

Nel Veneto, oggi ci si accanisce contro Zonin e sembra ve ne sia più di un motivo (v. articolo in calce).

Ma si trascurano le diffuse responsabilità di una classe dirigente veneta avversa nei fatti al mercato e all’Europa; favorevole, anche negli anni 2000, alle cooperative perché `la coop sei tu’ (bianca, rossa o verde, di credito, di produzione o di consumo che sia) e che quindi gode di privilegi che non hanno le altre imprese. Una classe dirigente che da decenni  distrugge banche e fondazioni ex-bancarie appoggiandosi a paludati cantastorie, a sè-dicenti vigilantes sia nazionali che locali che militano nei Collegi sindacali per coprire il mal governo delle aziende. Per finire a coloro che si sono svegliati solo negli ultimi tre mesi e che si stracciano le vesti solo ora, dopo il patatrac. Ma non è finita: vi sono ancora i TAR.

Gli azionisti, purtroppo, debbono prenderne atto e verranno ulteriormente beffati se è anche vero che non potranno vendere i diritti di opzione, ma dovranno accontentarsi di una eventuale regalìa, piuttosto che del valore di mercato di un diritto.

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Zonin, la caduta dell’Impero (di Giorgia Golo in VeneziePost del 4 ottobre 2015).

Mai, come nel caso della vicenda che vede protagonista Gianni Zonin, si potrebbe generalizzare parlando della caduta di un Impero. Un impero piccolo, se paragonato a Volkswagen o ad altri casi simili che hanno sconvolto l’economia globale. Un impero “limitato”, se vogliamo così definire l’ambito di influenza che andava dal Nordest italiano a cascami in aree della Toscana e in Sicilia. Ma che di un piccolo impero si trattasse non vi è dubbio. Basta ripercorrere l’incrocio di partecipazioni, da Cattolica Assicurazioni alle Fiere di Verona e Vicenza a Save; Oppure si compili l’elenco delle ricche sponsorizzazioni alla vita culturale che andavano dal Campiello alla Fenice fino al Teatro Comunale di Vicenza o si guardi ai finanziamenti erogati al cinema italiano concentrati su Roma e sul reticolo di interessi che ruotano attorno alla Capitale; ma si pensi anche, per il legame stretto tra vigneti e sportelli, le ricadute probabili che avrà l’azienda che porta il suo nome, che nell’importante settore vitivinicolo italiano ha sempre giocato un ruolo da protagonista.

Gianni Zonin, insomma, non è stato solo un imprenditore e un banchiere, ma un uomo di sistema, un piccolo imperatore. Anzi, il principale uomo di sistema che il Nordest ha avuto in questi anni. Vincenzo Consoli, per fare un paragone, era certamente un protagonista di questo territorio. Ma Zonin il Nordest lo dominava tutto, da Udine a Verona e, come sottolinea Giancarlo Ferretto nella lucida intervista pubblicata ieri su Lettera43, con potenti agganci romani, dal Vaticano a Banca d’Italia.

In questi giorni l’Impero si sta rapidamente sfaldando. Il crollo del valore delle azioni ha ripercussioni a catena sui bilanci delle partecipate che devono mettere a perdita ingenti svalutazioni che in molti casi massacrano i magri utili che quelle società producevano. Le stesse imprese, come ammettono gli imprenditori coinvolti (praticamente tutti quelli di questo territorio), devono fare altrettanto. Per non parlare dei piccoli risparmiatori e dei dipendenti per cui passare da 100 mila euro di risparmi a 10 mila, significa aver bruciato i risparmi di una vita. Lo stesso dicasi per le istituzioni culturali che devono immediatamente fare i conti con la quasi certa assenza di finanziamenti per le prossime stagioni con serissimi rischi di dover chiudere. E se l’azienda vinicola Zonin oggi sembra marginale alle vicende della Banca, oltre a dover fare i conti con il danno di reputazione che si troverà ad affrontare nei confronti di consumatori e Gdo, potrebbe già nei prossimi giorni essere soggetta a tensioni notevoli nel caso si sviluppassero azioni giudiziarie da parte di azionisti della banca nei confronti della persona di Gianni Zonin.

“Tutto scorre”, diceva il buon Eraclito. Ed anche questo capitolo della storia di quella che fu l’area più industrializzata d’Europa è destinato a scorrere nel grande fiume dei piccoli eventi umani. Domani ci saranno altre storie, altri protagonisti, altre vicende da narrare.
Ma se guardiamo all’oggi vediamo che la caduta rovinosa di questo impero vede solo ominicchi impegnati a salvare le loro infinitesimali piccole porzioni di rendita con fenomeni tragicomici di scaricabarile sulle responsabilità. Basti pensare al goffo tentativo di attribuire solo un mese fa tutte le responsabilità a Samuele Sorato, e ora, dopo che la frana si sta abbattendo a valle, riversarle sul loro – fino a ieri – grande protettore: Gianni Zonin.

Ciò che fa rabbrividire di questa vicenda è che nessuno, ma davvero nessuno, abbia il coraggio di affrontare le ragioni vere della caduta dell’impero. Un impero che era basato su tanta forza e coraggio, ma altrettante piccole furbizie e capacità di “corrompere gli animi” a suon di cariche e piccoli benefici. Se quell’impero è crollato, se il Nordest è crollato, è perché non ha avuto negli ultimi vent’anni uomini capaci di guardare al futuro senza farsi corrompere da quei piccoli interessi e da quelle presunte furbizie che hanno reso d’argilla i piedi di quello che è stato per vent’anni un gigante.