Sempre più chiaro il difficile salvataggio delle 4 banche

Se ho capito bene, sul Sole24Ore di oggi diventa chiaro che alcuni `salvatori’ delle 4 famose banche sono interessati al solo salvataggio e non all’acquisto delle Nuove Banche: Intesa e Banco Popolare si sarebbero dichiarati in tal senso.

Le due banche ritengono sia terminato il loro ruolo dopo avere contribuito, assieme a Unicredit e UBI tramite il Fondo di Risoluzione, al finanziamento delle 4 NuoveBanche e della BadBank: questo finanziamento di 18 mesi sarebbe coperto dalla vendita delle Nuove e delle sofferenze (pari a 1,5md/€ dall’originario valore di 8,5md) che andranno nella BadBank, per cui si configura come un finanziamento ‘ponte’ (in attesa della vendita).

Se non si riesce a vendere, il Fondo resterebbe esposto e potrebbe richiedere al settore bancario altri contributi (fino a 1,8md/€) ma bisognerà vedere in quali condizioni sarà il settore a quell’epoca, poniamo fra 18 mesi, per coprire l’esposizione. Qualora essa non venisse coperta, sarà la Cdp ad assumere a proprio carico l’esposizione del Fondo nei confronti delle 4 NuoveBanche, o delle loro parti invendute, divenendo quindi creditore del Fondo.

Chi paga oggi sicuramente sono gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati il che, fin dall’inizio, stava nelle regole delle emissioni; sotto questo aspetto quindi nulla di nuovo e non credo nemmeno meritasse enfatizzare la circostanza.

Da un punto di vista finanziario, l’elemento di novità sta nel porre a carico della Cdp (o della fiscalità generale, anche se la Cdp non rientra nel bilancio dello Stato pur essendo partecipata all’80% dal Tesoro) il rischio che le banche restino invendute e, quindi, che il finanziamento ponte non rientri. La Cdp, aumenterebbe il proprio attivo divenendo creditore del Fondo e dovrebbe, corrispondentemente, aumentare il proprio passivo, cioè indebitarsi.

Così torniamo all’IRI di Menichella, Saraceno, ecc., anche se sono passati un’ottantina d’anni e del mercato non si vede traccia, nonostante tutti imprechino contro l’inesistente  mercato selvaggio senza mettere a fuoco che è stata ed è la palude a creare questi mostri che divorano gli averi del popolo sovrano.

Dal punto di vista economico, si assicura, le transazioni avverranno a `tassi di mercato’, cioè a tassi bassissimi (oggi  e nei prossimi 18 mesi) nonostante il rischio non appaia così ridotto. Ci mancherebbe anche che l’operazione fosse trattata a tassi inferiori allo zero. Questa, dei tassi di mercato, sembra essere propagandata come una rassicurazione: ma non è tale, visto il rischio che l’operazione incorpora.

Intanto Intesa registrerebbe, già fra i costi del 2015, circa 500ml, Unicredit circa 400ml, il Banco circa 100ml e UBI circa 90ml.

Non ci resta che sperare negli acquirenti: saranno russi, cinesi, mediorientali? E la `banca dei territori’ che si è voluta salvaguardare contro l’evidenza, che fine farà? E chi sarà in grado di digerire, fra meno di sei mesi, i due bocconcini popolari veneti?

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Chi pagherà la risoluzione delle crisi ante bail in?

Sembra abbastanza chiaro ora chi assume, con effetto immediato, il rischio di pagare la crisi delle 4 famose banche condotte al dissesto da diverse responsabilità private e pubbliche: il popolo sovrano, direttamente con la fiscalità generale o indirettamente attraverso la Cassa Depositi e Prestiti controllata all’80% dal Tesoro.

La conclusione si evince leggendo attentamente il comunicato della Banca d’Italia (v. ultra, [1]) e quello di IntesaSanPaolo (v. ultra, [2]) e andando oltre le affermazioni apodittiche della Banca d’Italia (`non utilizza denaro pubblico’) anche se il provvedimento `assicura la continuità operativa delle banche e il loro risanamento, nell’interesse dell’economia dei territori [sic!]; tutela pienamente i risparmi di famiglie e imprese detenuti nella forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie; preserva tutti i rapporti di lavoro in essere’.

Sul denaro `pubblico’: l’affermazione è apodittica perché `la Cassa Depositi e Prestiti ha assunto un impegno di sostegno finanziario in caso di incapienza del Fondo alla data di scadenza del finanziamento’. Il che significa che, essendo il Fondo alimentato da  tutte le banche italiane, fra le quali diverse sono in seria difficoltà patrimoniale, non ci si potrà sottrarre alla domanda che esse si sarebbero fatte in sede di Fondo di Tutela dei Depositi: “perché devo finanziare una banca dissestata le cui responsabilità sono di altri soci e dei Vigilantes?”; “perché devo tutelare depositanti e obbligazionisti di un’altra banca?”; “perché devo tutelare i posti di lavoro di persone che non ho assunto?”.

Senza considerare che i tempi previsti per simili operazioni sembrano strettissimi e quindi non sembrano consentire il rispetto della tempistica prevista.

Siamo alle solite: da decenni la Banca d’Italia induce le banche sane a farsi carico delle banche dissestate. Ma sono proprio “sane” le banche che sono intervenute nelle crisi? Oppure, visto quanto già è accaduto nel passato e quanto si profila ad esempio per MPS, BancaIMI-VenetoBanca o Unicredit-BpVI, non si rischia di diffondere il dissesto perché `tanto gli Stati non falliscono’?

All’itagliana, infatti, non c’è miglior soluzione che minimizzare i problemi (`rappresentano solo l’1% dei depositi’) e rinviare alle calende greche il redde rationem.

Amara conclusione questa, soprattutto per molti della mia generazione che hanno creduto ad una Banca d’Italia baluardo contro i dissesti e la mala gestio: e pensare che autorevoli membri del Direttorio a suo tempo hanno pagato duramente la loro serietà professionale.

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[1] Il comunicato della Banca d’Italia.

Banca d’Italia, Informazioni sulla soluzione delle crisi di Banca delle Marche,  Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio della Provincia di ChietiCassa di Risparmio di Ferrara,

Il Governo e la Banca d’Italia, in stretta collaborazione e intesa, agendo ciascuno in base alle proprie competenze e responsabilità, hanno dato soluzione alla crisi di quattro banche in amministrazione straordinaria: Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, CariChieti. Si tratta di banche di dimensione piccola o media, aventi nel complesso una quota del mercato nazionale dell’1 per cento circa in termini di depositi.

La soluzione adottata assicura la continuità operativa delle banche e il loro risanamento, nell’interesse dell’economia dei territori in cui esse sono insediate; tutela pienamente i risparmi di famiglie e imprese detenuti nella forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie; preserva tutti i rapporti di lavoro in essere; non utilizza denaro pubblico.

Le perdite accumulate nel tempo da queste banche, valutate con criteri estremamente prudenti, sono state assorbite in prima battuta dagli strumenti di investimento più rischiosi: le azioni e le “obbligazioni subordinate”, queste ultime per loro natura anch’esse esposte al rischio d’impresa. Il ricorso alle azioni e alle obbligazioni subordinate per coprire le perdite è espressamente richiesto come precondizione per la soluzione ordinata delle crisi bancarie

dalle norme europee (“Direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie” – BRRD), recepite nell’ordinamento italiano dallo scorso 16 novembre con il Decreto Legislativo 180/2015. Tale normativa ha assegnato alla Banca d’Italia la funzione di autorità di risoluzione delle crisi nel settore bancario.

La soluzione adottata, compatibile con le norme europee sugli “aiuti di Stato”, si articola secondo il seguente schema.

  1. Per ciascuna delle quattro banche la parte “buona” è stata separata da quella “cattiva” del bilancio.
  2. Alla parte buona (“banca buona” o “banca-ponte” o bridge bank) sono state conferite tutte le attività diverse dai prestiti “in sofferenza”, cioè quelli di più dubbio realizzo; a fronte di tali attività vi sono i depositi, i conti correnti e le obbligazioni ordinarie. Il capitale è stato ricostituito a circa il 9 per cento del totale dell’attivo (ponderato per il rischio) dal “Fondo di Risoluzione”. Il Fondo di Risoluzione è previsto dalle norme europee e italiane ed è amministrato dall’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia. Esso è alimentato con contribuzioni di tutte le banche del sistema. La banca buona viene provvisoriamente gestita, sotto la supervisione dell’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia, da amministratori da questa appositamente designati; in tutti e quattro i casi la carica di Presidente è rivestita dal dott. Roberto Nicastro, ex Direttore Generale di Unicredit. Gli amministratori hanno il preciso impegno di vendere la banca buona in tempi brevi al miglior offerente, con procedure trasparenti e di mercato, e quindi retrocedere al Fondo di Risoluzione i ricavi della vendita. Nella tabella sono forniti i dati per ciascuna delle quattro banche buone e per l’aggregato delle stesse.
  3. Si è inoltre costituita una “banca cattiva” (bad bank), priva di licenza bancaria nonostante il nome, in cui sono stati concentrati i prestiti in sofferenza che residuano una volta fatte assorbire le perdite dalle azioni e dalle obbligazioni subordinate e, per la parte eccedente, da un apporto del Fondo di Risoluzione. Quest’ultimo fornisce alla banca cattiva anche la necessaria dotazione di capitale. Tali prestiti in sofferenza, svalutati a 1,5 miliardi dall’originario valore di 8,5 miliardi, saranno venduti a specialisti nel recupero crediti o gestiti direttamente per recuperarli al meglio. Per semplicità viene costituita un’unica banca cattiva che raccoglie le sofferenze di tutte e quattro le banche originarie. Nella tabella sono forniti i relativi dati.
  4. Lo Stato, quindi il contribuente, non subisce alcun costo in questo processo. L’intero onere del salvataggio è posto innanzitutto a carico delle azioni e delle obbligazioni subordinate delle quattro banche, ma è in ultima analisi prevalentemente a carico del complesso del sistema bancario italiano, che alimenta con i suoi contributi, ordinari e straordinari, il Fondo di Risoluzione.
  5. L’impegno finanziario immediato del Fondo di Risoluzione è, complessivamente per le quattro banche, così suddiviso: circa 1,7 miliardi a copertura delle perdite delle banche originarie (recuperabili forse in piccola parte); circa 1,8 miliardi per ricapitalizzare le banche buone (recuperabili con la vendita delle stesse), circa 140 milioni per dotare la banca cattiva del capitale minimo necessario a operare. Quindi, In totale, circa 3,6 miliardi.
  6. La liquidità necessaria al Fondo di Risoluzione per iniziare immediatamente a operare è stata anticipata da tre grandi banche (Banca Intesa Sanpaolo, Unicredit e UBI Banca), a tassi di mercato e con scadenza massima di 18 mesi.
  7. Le quattro banche originarie divengono dei contenitori residui in cui sono confinate le perdite e la loro copertura, e vengono subito poste in liquidazione coatta amministrativa. Le banche buone (banche-ponte) ne assumono la stessa denominazione con l’aggettivo “Nuova” davanti e proseguono nell’attività essendo state ripulite delle sofferenze e ricapitalizzate. La banca cattiva resterà in vita solo per il tempo necessario a vendere o a realizzare le sofferenze in essa inserite.

Questa è la soluzione compatibile con le norme sugli aiuti di Stato che è emersa dopo che altre proposte erano state ritenute non compatibili durante le discussioni con la Commissione europea. Infine le Autorità italiane hanno adottato questa soluzione che ha effetti immediati ed evita il prolungamento dello stallo per le quattro banche, al fine di risolverne la crisi.

Roma, 22 novembre 2015

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Il comunicato di IntesaSanPaolo:

INTESA SANPAOLO PARTECIPA PRO-QUOTA AL PROCESSO DI RISOLUZIONE DI QUATTRO BANCHE ITALIANE

Torino, Milano, 23 novembre 2015 – Intesa Sanpaolo informa che gli interventi pro-quota previsti dal processo di risoluzione di Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti e Cassa di Risparmio di Ferrara comportano per il Gruppo:
– l’erogazione di un finanziamento a favore del fondo di risoluzione (il “Fondo”) per circa 780 milioni di euro, corrispondente alla quota di pertinenza di un finanziamento complessivo di 2.350 milioni di euro, che verrà rimborsato nel corso del mese di dicembre 2015 con i contributi che saranno stati versati al Fondo dal sistema bancario italiano;
– l’erogazione di un finanziamento a favore del Fondo per circa 550 milioni di euro, corrispondente alla quota di pertinenza di un finanziamento complessivo di 1.650 milioni di euro, a breve termine (scadenza 18 mesi meno un giorno), a fronte del quale la Cassa Depositi e Prestiti ha assunto un impegno di sostegno finanziario in caso di incapienza del Fondo alla data di scadenza del finanziamento;
– oneri connessi al versamento del contributo straordinario al Fondo pari a circa 380 milioni di euro ante imposte, che verranno registrati nel conto economico del quarto trimestre 2015, in aggiunta ai circa 95 milioni relativi al contributo ordinario per il 2015 già spesati nel primo semestre dell’anno.