Si avvia un canale non direttamente bancario?

Sul Corsera del 5 luglio scorso, Fabio Savelli ci informa che una BCC del cuneese ha collocato dei minbond presso una quindicina di investitori a favore della società CAAR (indotto Fiat). La notizia merita almeno un’osservazione: non bisogna essere banche di grandi dimensioni per assumere iniziative innovative!

La notizia è importante perché si affianca a quella analoga che vede Finanziaria Internazionale, MPS e Confindustria Toscana alleati per attivare un analogo canale di finanziamento: dopo una decina di mesi dall’entrata in vigore del Decreto Sviluppo del Governo Monti, forse qualcosa si muove.

12 tecnologie dirompenti per il nostro futuro

Screen shot 2013-05-24 at 9.55.09 AM I giornali di oggi sono pieni di commenti sul grido    d’allarme del Presidente Squinzi in tema di declino industriale del nostro Paese e, in particolare, del Nord. Autorevoli commentatori si sono messi alla ricerca dei responsabili del declino, dimostrando così di essere ancora proiettati sul passato.

Giunge a proposito, mi sembra, il seguente rapporto di McKinsey che, invece, cercando di proiettarsi nel futuro, individua alcune delle tecnologie che potrebbero cambiarci la vita e invita industriali e policy maker a cimentarsi con queste sfide.

I debiti delle imprese italiane

La Relazione annuale della Bd’I riporta il grafico che segue dal quale si possono trarre alcune considerazioni:

1) la curva rossa rappresenta l’andamento del rapporto fra debiti non commerciali e fonti (leverage): la carenza di mezzi propri è continuata nel periodo rendendo le imprese sempre meno indipendenti dalle banche;

2) dal 2009, la crescita del leverage non è proseguita: probabilmente per effetto del credit crunch piuttosto che per effetto degli apporti di mezzi propri;

3) si conferma un sistema italiano bancocentrico: il ricorso al mercato finanziario risulta estremamente ridotto (segmento celeste) e le imprese continuano a dipendere dal credito bancario (somma dei segmenti verde e blu): <<la dipendenza dal finanziamento bancario è rimasta elevata, mentre è diminuita nell’area dell’euro e nei paesi anglosassoni a fronte di un accresciuto ricorso al mercato obbligazionario>>;

4) i prestiti bancari <<con scadenza originaria inferiore a dodici mesi è pari al 38 per cento, a fronte del 24 nell’area dell’euro. Livello e composizione dell’indebitamento verso il sistema creditizio hanno reso le imprese italiane particolarmente vulnerabili ai rischi di tasso>> e al rischio di rinnovo dei prestiti in scadenza.

Si tratta, come è noto, di una situazione strutturale: dal punto di vista delle imprese è maggiormente conveniente rischiare il capitale di credito invece che il capitale proprio trasferendo così il rischio d’impresa sulle banche.

I danni, per queste ultime, sono noti: margini lordi erosi dalle svalutazioni cui seguono ridotti incrementi dell’autofinanziamento e, di conseguenza, pressanti richieste di aumenti di capitale sociale per contenere i rischi dell’attivo come previsto da Basilea. Continua a leggere “I debiti delle imprese italiane”

Potranno le banche prestare i prestiti della BCE?

Quasi sicuramente non subito né molto presto.

Se la prospettiva per il 2012 è di recessione, i conti economici delle banche si deterioreranno ulteriormente come conseguenza del deterioramento delle esposizioni in essere in contropartita con le imprese. Prendere atto di tali deterioramenti, significa svalutare le esposizioni, il che si può realizzare se, e solo se, i margini lordi saranno capienti. Tali margini però sono ora erosi da perdite su crediti e su titoli (oltre che dalle moratorie sui prestiti poste in essere ora e nel recente passato) e potranno essere ricostituiti se, e solo se, vi sarà un flusso netto di proventi.

Questi proventi non potranno essere assicurati dai prestiti all’economia reale ma dagli investimenti in strumenti finanziari: ad esempio, i prestiti ottenuti dalla BCE all’1% e investiti in Bund/10y all’1,84% o in titoli UK/10y al 2,17% renderebbero un differenziale medio dell’1%. Investiti in Btp/10y renderebbero il 5% circa con un differenziale di quattro punti. Se si prestasse alle imprese, il differenziale sarebbe di gran lunga superiore, dovendo conteggiare il premio al rischio pure di gran lunga maggiore.

Ma le banche oggi non sembrano in condizione di poter aggiungere rischi nuovi ai rischi già in portafoglio; dovrebbero poter generare margini, anzitutto per coprire i rischi vecchi e, poi, per assumerne rischi nuovi. Sommare rischi nuovi a quelli vecchi sarebbe possibile soltanto con nuove ricapitalizzazioni: l’indebitamento con la BCE, anche se a lungo termine, resta una manovra ‘finanziaria’ e non ‘reale’.

In conclusione, creare aspettative di allentamento del credit crunch non mi sembra faccia parte di una ‘operazione verità’.

Le imprese recuperate

Le regole della finanza aziendale sovraintendono la vita delle imprese. Di queste regole conosciamo tanti aspetti. Ma di altri aspetti conosciamo poco. Il volume di Francesco Vigliarolo ci fornisce gli elementi per comprendere cosa accade in una particolare situazione estrema, che di norma non viene considerata nello spettro delle possibilità. Il volume analizza quali fenomeni si verificano quando accadono tempeste finanziarie di grande rilievo e i canali di creazione del credito si asciugano improvvisamente. Se il canale del credito non alimenta più le imprese, ne deriva l’impossibilità di operare. Anche per le imprese che sono per il resto molto vitali. Che hanno una missione da compiere ancora attuale. Che propongono prodotti che rimangono interessanti. Che sono sostenute da squadre di collaboratori di elevata qualità e dotati di notevole entusiasmo. In queste circostanze capiamo meglio cosa sia un impresa e quali regole di governance la guidano e quali la possono guidare in particolari condizioni.

Ma se il sistema finanziario crolla e viene meno il sostegno delle banche alle imprese, se si generalizza la crisi di fiducia e quindi la percezione di insolvenza di ogni controparte, cosa precisamente accade? Cosa intendiamo esattamente per impossibilità di operare? Come si comportano le persone quando si riscontrano tali circostanze?

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L’annosa querelle dei finanziamenti bancari alle imprese

Una corposa fetta del dibattito di questo periodo di crisi, e con prospettive di recessione per l’anno corrente, si concentra su di un tema trito e ritrito e che assume connotati scarsamente innovativi: le banche non finanziano le imprese, sono poco coraggiose, non favoriscono il bene comune e, perfino, non fanno il mestiere per il quale sono deputate. A partire dal prossimo 1° marzo assisteremo ad altre bordate dello stesso genere, dato che la BCE immetterà ancora liquidità a lungo termine nel sistema.

Vien da chiedersi, allora, se le banche abbiano convenienza a tenere la liquidità in Cassa, cioè presso la BCE o sull’interbancario, ad un tasso di rendimento che va dallo 0,25 all’1%: è evidente che non vi è alcuna convenienza se non osserviamo l’altro corno del problema, il rischio. Rischio basso o nullo uguale rendimento basso o nullo o, perfino, perdita secca.

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Le banche e la Lega

Gli interventi della Lega Nord in materia di controllo delle banche, ci riportano indietro di almeno trenta-quarant'anni, cioè ai tempi nel corso dei quali la commistione fra profitti e beneficenza presso le banche pubbliche erano massimi.
La salutare scissione fra Banche e Fondazioni degli anni Novanta prevedeva che le prime avrebbero dovuto produrre quattrini, le altre si sarebbero dedicate alla pubblica utilità, riducendo così la commistione fra i due obiettivi che sussisteva in precedenza.
Cioè, le prime avrebbero dovuto fare quattrini valutando in modo circostanziato la coppia rischio-rendimento degli impieghi. Le altre, avrebbero dovuto intraprendere interventi di pubblica utilità su orizzonti temporali di breve-medio termine, più o meno pari alle scadenze dei loro amministratori.
Come si è visto recentemente, gli azionisti delle banche sono a secco di dividendi per via della crisi e, dati i previsti tempi per il recupero dei profitti, non sarà veloce un ritorno a tempi di ricchi dividendi; tanto meno in presenza della conclamata sotto-capitalizzazione delle aziende di credito le quali reclamerebbero, in ogni caso, il mantenimento di ridotti dividendi a favore del reinvestimento dei profitti.
Le banche, si sa, sono potenti macchine che producono quattrini, se fanno le banche, in caso contrario producono disastri. E, se producono quattrini, possono destinarne una parte ai loro azionisti, compresi quelli che si dedicano ad opere di 'pubblica utilità'.
Ma se le banche non fanno profitti perché, ad esempio sono imprudenti nel valutare la coppia rischio-rendimento degli impieghi, non possono rafforzarsi e, quindi, non possono produrre quattrini da distribuire.
Così si torna ai carrozzoni passati – siano essi del Nord, del Centro o del Sud.
Poco male, si dirà, visto che negli ultimi trent'anni vi sono stati molti sé dicenti banchieri che hanno portato diverse banche al dissesto senza che nessuno se ne sia accorto. Anzi, ad alcuni, pur in presenza di pesanti condanne di primo grado, non è passato nemmeno per l'anticamera del cervelllo di fare un passo indietro, per cui la Lega può, a buon diritto, grattare la pancia al proprio popolo, promettendo mari e monti di future innovazioni, e, nel contempo, attestarsi sulle vecchie logiche che reggevano i carrozzoni della cosiddetta prima repubblica.

Banche, Giannelli e Tremonti

Fra le passerelle di fine estate (C&L, Cernobbio, Mostra del cinema, ecc., ecc.)  si sono fatti notare i do di petto del Ministro Tremonti:
<<La questione dei soldi ai banchieri serve a dare un messaggio più generale: non è possibile che le banche governino sui governi e sulla politica (…) Non ha più senso che le banche siano più grandi dei governi stessi tanto che poi quando hanno dei problemi sono problemi anche dei governi: le banche devono esere al servizio della gente, non la gente al servizio delle banche (…) I governi hanno fatto la loro parte, le banche no>>.
Le affermazioni sono state interpretate dalla seguente vignetta di Giannelli: fulmineo e
giannelli
intelligente come al solito, questa volta però, secondo me, non colpisce nel segno.
Soltanto che Giannelli è un acuto vignettista, mentre Tremonti è un Ministro dell’Economia che si lascia andare a battute populiste sulla scia di quelle che ci hanno deliziato quest’estate in tema di dialetti e quant’altro.
Il Nostro continua dicendo che:
<<una banca non è un’industria qualunque che fa scarpe o vasche da bagno, ma ha una funzione pubblica>> lasciando così intendere che cosa sarà la Banca del Sud, quasi avessimo perso la memoria  della fiscalizzazione dei salvataggi del Banco di Napoli, di Sicilia, delle Casse di Risparmio del Mezzogiorno, ecc. negli anni Novanta;
<<non è che le banche fanno un favore a noi  sottoscrivendoli [i ‘tremonti bond’, NdA], li hanno chiesti loro>>: certo, in un momento in cui non erano ancora chiari moltissimi elementi della partita fra i quali la revisione degli IAS  e le condizioni  che li avrebbero connotati. E poi, se li avessero emessi, sarebbero serviti per coprire le carenze patrimoniali passate e non quelle successive (magari monitorate dai Prefetti); inoltre vi sono gruppi che si sono arrangiati (v. Unicredito con i cashes);
<<non si tratta di strumenti di debito, ma di patrimonio, e il patrimonio costa>> come se ci fosse differenza nel caso di specie e come se, siccome costa, non si dovrebbero  cercare fonti meno onerose;
<<quando le banche dicono di non aver bisogno di farvi ricorso,
[ai ‘tremonti bond’, NdA] debbono ricordare che questi fondi non servono a loro, ma servono alle imprese>> come se vi fossero degli automatismi;
<<ci sembra che il ragionamento sia che la banca è al servizio degli azionisti, ma non dei cittadini>> e per fortuna che siamo giunti a questo punto dopo un lungo dibattito anche italiano il cui spartiacque fu la ‘legge Amato’;
<<le banche hanno raccolto molto fondi publici, soprattutto all’estero, ma non danno sufficiente liquidità alle imprese. Hanno in mente i loro bilanci, non il bilancio d’insieme>> e per fortuna, si potrebbe dire!
Chissà cos’ha in mente il Ministro dell’Economia quando fa queste affermazioni: penso proprio che siano delle boutade pour épater.  

Banche-Imprese: Incentivi al rafforamento patrimoniale

L’immagine linka un documento europeo del 2008: come si può osservare, le PMI numericamente sono il tessuto organizzativo dell’industria europea, oltre che italiana.
EuroPMI
In Italia, le PMI sono circa 6 milioni e circa 600 mila sono costituite nella forma della società di capitali: è ad esse che si rivolge il recente Avviso comune fra ABI e Associazioni di imprese sulla moratoria dei crediti nei confronti delle banche, quando prevede anche interventi volti a finanziare ‘un multiplo’ dell’aumento di capitale conferito dai soci.
Una maggiore capitalizzazione delle imprese è auspicabile da anni: che la banche si prestino a finanziarla appare auspicabile. Che le imprese vi ricorrano è ancor più auspicabile dato che in questo modo potrebbero ridurre la loro dipendenza dal sistema bancario. 
Assisteremo effettivamente ad un miglioramento della capitalizzazione delle PMI? Forse le banche, vedendo un maggiore apporto di capitale di rischio da parte delle imprese, potrebbero a loro volta essere incentivate a concorrere al rischio d’impresa…