Veneto Banca nell’orbita del gruppo Banca Intesa.

Il Sole 24 Ore di oggi, 16 settembre, pubblica un pezzo di Luca Davi che dà conto della decisione del CdA di Veneto Banca di ‘guardare avanti’ con coraggio e determinazione, come aveva annunciato qualche settimana fa il DG, Cristiano Carrus.

Tracce di questo atteggiamento costruttivo si trovano nella decisione di procedere senza indugio verso la SpA, di prevedere la possibilità di aumentare il capitale sociale fino a 1md/€ e nell’avere raggiunto un  <<un accordo di pre-garanzia>> con Banca IMI per la totale sottoscrizione dell’eventuale inoptato.

Gli obiettivi sembrano tre: 1) aderire immediatamente alla riforma governativa; 2) riportare il CET1 intorno al livello minimo del 10%, dall’attuale 8,1%; 3) fronteggiare l’eventuale rifiuto, da parte dei vecchi soci, di esercitare il diritto di prelazione nella sottoscrizione delle nuove azioni.

Tale diritto, che si trasforma in uno strumento finanziario quotato, il diritto di opzione, può essere negoziato; però, se non si reperiscono controparti disponibili, il diritto va all’asta, deprimendone il valore.

La investment bank, Banca IMI, <<…da global coordinator e bookrunner (oltre che sponsor della quotazione) si è impegnata a promuovere un consorzio di garanzia allargato in prossimità dell’offerta pubblica.>> e <<rappresenta (…) una rete di protezione importante visto il clima di tensione che si respira tra i piccoli soci veneti, già provati dall’aumento di capitale del 2014, quando furono raccolti 490 milioni freschi.>> si legge nell’articolo.

La road map sembra prevedere dunque il susseguirsi cronologico dei seguenti eventi: 1) un’Assembla straordinaria per la trasformazione in SpA (entro nov. 2015); 2) una IPO (Initial Public Offering o offerta pubblica di sottoscrizione) entro i primi mesi del 2016; 3) quotazione; 4) lancio dell’aumento di capitale. Il tutto entro il primo semestre 2016.

Sarà interessante osservare il prezzo di prenotazione delle quote previsto dalla IPO – che avverrà, come preannunciato dal DG Carrus, con il metodo book building (raccolta cronologica per quantità e prezzo delle manifestazioni di interesse) – rispetto al prezzo di mercato e rispetto all’attuale fair vale. Invero non dovrebbe esserci una grande differenza fra questi valori, anche se il mercato è il mercato e la razionalità che esprime è sempre dubbia in quanto risente della propensione per l’investimento di soggetti il più delle volte irrazionali.

Comunque tenendo conto del fair value, dei calcoli che si potranno fare per giungere al valore teorico del diritto di opzione e di quelli per individuare un valore attuale delle azioni (ad esempio col metodo del DCF – Discounted Cash Flow) non dovrebbe essere difficile intuire un prezzo ben inferiore al prezzo quotato in extremis dai precedenti Organi della banca (30,5€).

Si profila anche un comprensibile `sottoprodotto’ di questa iniziativa imprenditoriale di Banca IMI: il previsto accordo di pre-garanzia implica un quasi automatico inserimento di Veneto Banca nell’orbita del gruppo Banca Intesa per cui sarà quel forte gruppo multinazionale ad appropriarsene, probabilmente a prezzi molto convenienti.

Sic transit…

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Per Veneto Banca

Osservando le chiacchiere che si svolgono intorno a Veneto Banca in questo scorcio di estate è interessante notare come ci si allontani sempre dal punto cruciale dal quale, invece, secondo me, bisognerebbe partire per argomentare in termini economico-finanziari.

Il punto di partenza è il valore effettuale attuale delle azioni: non è sicuramente il prezzo deciso dagli Organi aziendali precedenti, né quello successivamente svalutato: si tratta infatti di valori attribuiti dall’emittente (cioè dal medesimo soggetto che lavora per dar valore all’azione) e non dal mercato, che dovrebbe giudicare i risultati del lavoro dell’emittente.

Ovunque nel mondo il valore delle azioni è il prezzo quotato giornalmente dalla Borsa; in assenza di quotazione il prezzo viene misurato dal prezzo delle azioni di società quotate similari (appartenenti al medesimo settore industriale, con analoga struttura giuridica, di analoga dimensione, ecc.): è quello che si chiama fair value e che serve per valutare la consistenza degli averi in assenza di un prezzo di mercato. Tutti i commercialisti che applicano i principi contabili internazionali conoscono benissimo la questione, oltre che la difficoltà di individuare un fair value adeguato ad esprimere un valore veritiero.

Il valore di mercato delle azioni delle banche italiane quotate oscilla oggi intorno al valore nominale del capitale sociale.

Supponiamo che il valor medio di mercato delle popolari italiane quotate sia il valore nominale delle loro azioni: ne segue che il fair value delle azioni dii Veneto Banca sarebbe il loro valore nominale (3€). Come si vede la distanza fra il valore nominale e il valore attuale, ancorché svalutato, è siderale.

Borsa o non Borsa, il mercato però ha già fatto proprio questo o altro fair value, basta interpellare qualsiasi investitore professionale; anche perché la banca registra, a torto o a ragione, ragguardevoli perdite di reputazione.

Supponiamo che l’ipotesi appena addotta sia troppo pessimistica, per cui raddoppiamo il valore delle azioni e portiamolo a 6€. Anzi, triplichiamolo e portiamolo a 9€: in entrambi i casi la distanza col valore amministrato attuale permane siderale.

Così chi vende, in realtà svende se, e solo se, vi sono compratori. Ma non vende/svende le azioni, ma i diritti di opzione. Sperando che qualcuno li compri, altrimenti vanno all’asta e perderanno ulteriore valore.

Fatti i dovuti calcoli per stabile il valore teorico del diritto di opzione, ci sarà qualcuno che compra a questi prezzi? A 3€, molti; a 6€, la metà di molti; a 9€ un terzo di molti. Dipende appunto dal fair value prescelto, cioè dipende da un valore di mercato corrente per cui un rinvio della quotazione serve solo a ridurre ulteriormente la reputazione della banca, proprio perché è volto a rinviare una  questione già inclusa nelle aspettative di chiunque.

Ma, al prezzo attuale, chi compra? Secondo me, nessuno. Chi investe comprando i diritti di opzione? Meno di nessuno. Così bisognerà scegliere un prezzo di emissione e ne vedremo delle belle.

Ma questi sono i risultati della banca amica, cioè della banca dei territori; come se una banca esterna ai territori non avesse convenienza a finanziare le imprese convenienti dei territori. E sarebbe una grazia degli dei che così si comportasse una banca: i benefici per gli stakeholders sarebbero notevoli.

Veneto Banca

Segnalo, a chi è interessato a seguire la vicenda di Veneto Banca  l’articolo in calce, comparso sulla stampa odierna (IlSole24Ore del 29 agosto 2015) che contiene informazioni anche tecniche indispensabili per farsi un’idea sul passato ma, soprattutto, sul futuro.

Veneto Banca, «rosso» da 213 milioni (di L.D. in IlSole24Ore).

Nuove rettifiche su crediti e pesanti svalutazioni degli avviamenti mandano in rosso i conti di Veneto Banca, che nei primi sei mesi dell’anno registra un perdita di 213 milioni di euro.
Dietro questo dato c’è soprattutto la volontà di adottare, da parte della banca guidata da Cristiano Carrus, il direttore generale subentrato al posto del dimissionario Vincenzo Consoli, una «politica di accantonamenti estremamente rigorosa», come indicato ieri in una nota.
All’insegna della valutazione “prudenziale” degli asset chiesta a gran voce dalla Vigilanza europea (come anticipato ieri dal Sole 24 Ore), l’istituto ha dunque portato l’ammontare delle rettifiche sui crediti totali a 2,36 miliardi, 286 milioni in più rispetto a fine esercizio scorso, totalizzando una percentuale di copertura complessiva in crescita all’8,53% dal 7,65% di dicembre 2014.

Se si analizzano i soli crediti non performing, complici le svalutazioni superior a 2,21 miliardi di euro, il tasso di copertura sale a 32,75% dal precedente 31,56%. Includendo il cumulato degli stralci sulle singole posizioni concorsuali ancora aperte, il coverage ratio sale al 35,6% sul non performing e al 52,9% per le sofferenze.

La banca ha rivisto anche il valore degli avviamenti iscritti a bilancio: le svalutazioni ammontano a 48,7 milioni, pari al 12% circa del loro valore residuo. Un’ulteriore rettifica che segue quella già effettuata a fine 2014, quando la banca aveva già ridotto del 56% il valore contabile dei goodwill impliciti.

La perdita del periodo ha inciso negativamente sul patrimonio di vigilanza, che è sceso ulteriormente rispetto al passato, arrivando all’8,11% (fully phased) contro il 10% richiesto dalla Bce. La banca afferma che, sulla base di un capital plan presentato a luglio in Bce, «ritiene di poter raggiungere i coefficienti imposti». Tale piano «sarà in grado di assicurare un adeguato buffer patrimoniale, anche prospetticamente, rispetto ai requisiti previsti e che saranno notificati da parte della Bce entro il mese di novembre di quest’anno con la nuova Srep Decision». All’orizzonte rimane il nodo della possibile cessione di Bim, oltre ai profitti derivanti dalla vendita di Icbpi. Ma al netto di queste operazioni, per Montebelluna si rende sempre più evidente la necessità di varare un aumento di capitale, il cui valore oggi è stimato tra i 500 e 800 milioni. Il Cda intende varare la ricapitalizzazione entro i primi mesi del 2016, «comunque successivamente all’avvenuta quotazione in Borsa», come indicato a luglio.

Veneto Banca punta comunque a rivedere il piano industriale approvato a marzo, con una versione finale che «troverà attuazione in autunno». Il 2015 «rappresenta il primo anno del piano Industriale, durante il quale verranno attivati gli investimenti previsti e i primi oneri non ricorrenti, i cui benefici verranno rilasciati nel corso del triennio», spiega la banca. Nel corso del secondo semestre del’anno, è prevista la razionalizzazione della rete distributiva, con una prima riduzione di 30 filiali.

Le nuove direttrici del piano industriali prevedono un «consolidamento del ruolo di banca dei territori», un «efficientamento della struttura» tramite un taglio dei costi, un rafforzamento del patrimonio e un miglioramento della qualità del credito.

Tornando ai conti, nel semestre la banca ha registrato un aumento degli impieghi a 24,2 miliardi (+372 milioni rispetto a dicembre 2014). Nel contempo, il margine di interesse è sceso dell’8,8% sull’anno precedente, a 251,3 milioni di euro, segnando una flessione di circa 24,2 milioni in termini assoluti. Giù anche i proventi netti da commissioni, attestatisi a 143,7 milioni, in discesa dell’1,9%. Il margine di intermediazione è arretato a 389 milioni, calando del 17% (pari a 80 milioni) rispetto al dato di giugno 2014.

Nel contempo, nei primi sei mesi saliti i costi operativi, a 318,4 milioni di euro (+8,5% sull’anno precedente): l’effetto è un balzo del rapporto tra costi e ricavi, che sale all’80,5% dal 61,5% rilevato a fine giugno 2014.<br>

La crescita dei costi, ha spiegato la banca in una nota, «deriva essenzialmente dalla crescita delle categorie di spesa legate all’informatica e agli importanti investimenti effettuati in innovazione tecnologica finalizzati allo sviluppo dei nuovi canali digitali».