Iorio (BpopVI): forte e chiaro al CdA che approva unanime (sic!)

Iorio: utile 2020 a 330 milioni: «In aprile Borsa, poi cambio cda» (di D. Pyriokos in VeneziePost del 30 settembre)

L’ad di Popolare di Vicenza ha presentato oggi il nuovo piano industriale che serve a convincere gli investitori del fatto che le brutte sorprese sono finite e che dall’anno prossimo la banca tornerà in utile. Previsti 575 esuberi e un taglio di 150 sportelli. Via da tutte le partecipazioni tranne Cattolica

Via tutte le partecipazioni (tranne Cattolica), focus sul core-business e cura dimagrante in termini di sportelli e personale. Con l’obiettivo di un ritorno all’utile già nel 2016 e un utile stimato al 2020 di 330 milioni di euro, perché «questa banca ha un valore tecnico che è forte». Ma oggi tutta l’attenzione va all’aumento di capitale da 1,5 miliardi, «che porterà i valori di BpVi in cima a quelli delle banche italiane». Dopo cento giorni «che definire complicati è un eufemismo», l’ad della Popolare di Vicenza, Francesco Iorio, si è fatto votare all’unanimità dal cda un piano industriale 2015-2020 che «mette il pilota automatico alla banca fino al prossimo aprile», cioè fino allo sbarco in Borsa e all’aumento. Un piano che si articola in vari punti, a partire dalla trasformazione in spa e dal rinnovo della governance «a maggio 2016». Ma che s’incardina sul tema della solidità, che è ciò che ora manca e che BpVi mira a raggiungere col mega aumento di capitale da 1,5 miliardi.

Un aumento per il quale ora non ci sono certezze se non quella che sarà sottoscritto integralmente, data la garanzia di Unicredit. Ma il prezzo – il grande punto interrogativo che tiene in apprensione 117mila soci – oggi è indefinibile. «Sarà certamente inferiore a quello fissato in assemblea, ma non so dire di quanto», afferma Iorio. L’unica certezza è che «l’unico veramente penalizzato è il socio che non segue l’aumento perché sarà soggetto a diluizione». Iorio perciò presenterà il piano industriale agli investitori internazionali («I fondi istituzionali sono ottimi azionisti perché rendono il titolo liquido»), ma anche ai territori, con un road-show che prevede un confronto sia con i dipendenti che con i privati (e i soci storici, ha confermato il manager, hanno diritto di prelazione). Perché le tappe per arrivare all’aumento sono due: «Tra novembre e dicembre – dice Iorio – ci sarà l’attività di pre-marketing riservata agli “anchor” e ai “costo investor”, poi ad aprile ci sarà l’aumento», seguito, il giorno successivo, dalla quotazione in Borsa.

Un passaggio inevitabile, fatto il quale la banca potrà anche tornare a volgersi verso Montebelluna, ma ora il tema è molto prematuro. «Concordo col presidente Zaia – dice Iorio – sul fatto che la quotazione in Borsa oggi sia necessaria per stabilire i valori delle banche. Ma penso che per ora noi e Veneto Banca dobbiamo fare ciascuna la propria strada». Iorio dice di non conoscere Montebelluna, e di riscontrare «senza polemica un delta di 7 punti nelle coperture crediti perché noi siamo al 40 e loro al 33», ma Veneto Banca, sul piano teorico, può essere un partner perché «dopo la Borsa potremo proseguire stand-alone – dice Iorio – ma se volessimo effettuare fusioni dovremo cercare banche di pari dimensioni, per non diventare la filiale Nordest di una grande banca nazionale».

L’aumento di capitale e la solidità, comunque, vanno legati all’affidabilità. Perciò gli altri punti del piano industriale prevedono di rifocalizzare la banca sul core-business, cioè sui servizi alle pmi e sulla clientela retail, ma cambiando natura rispetto al passato. È finita l’epoca della Popolare di Vicenza che erogava servizi particolari ai soci, e sarà creata una nuova linea di manager «sia top che mid», che verranno selezionati da un consulente esterno, perché – dice Iorio – «sia io che Di Francisco non siamo esperti nel settore». La riduzione dell’organico e degli sportelli sono collegati a questa rifocalizzazione delle attività. «Noi non ci espanderemo e non apriremo nuovi sportelli – dice Iorio – ma non abbandoniamo nessuna delle regioni dove siamo presenti, cioè anzitutto Veneto e Friuli Venezia Giulia, ma anche Toscana Sicilia Lombardia e Lazio».

I tagli riguarderanno comunque 150 sportelli e 575 dipendenti. Le uscite saranno però «tutte su base volontaria», e 300 sono previste nel 2016 mentre le successive 275 nel 2020, perciò alla fine del piano. Un piano che al 2020 vuole portare BpVi ad avere un utile netto, come si diceva, superiore ai 330 milioni, un ritorno sul tangible equity superiore  all’8,5%, un cost/income inferiore al 50%, un Cet1 al 12,4%, e un liquidity coverege ratio superiore al 110%.

Piano a parte, ci sono poi i problemi legati all’inchiesta. Per quanto riguarda i mille clienti che hanno sottoscritto 975 milioni di vecchio aumento di capitale tramite prestiti della banca stessa, Iorio dice che «quei finanziamenti vanno normalizzati», cioè che si tratta di prestiti che devono rientrare. Dato però che il modo in cui quei finanziamenti sono stati erogati pare poco ortodosso, «avvieremo un dialogo con questi clienti e siamo disponibili a trovare tutte le possibili soluzioni». Occorre invece tempo per capire se sarà avviata un’azione di responsabilità contro l’ex ad Samuele Sorato. «Ci sono momenti – dice Iorio – in cui l’istinto è in contraddizione con la ragione. Il riconoscimento delle responsabilità in capo a chicchessia va fatto quando tutti gli elementi sono disponibili e conoscibili». Ora c’è l’ispezione Consob ancora in corso, e quella della Bce è terminata ma non sono ancora noti gli esiti. «Quando il quadro sarà chiaro, se saranno riscontrate responsabilità – dice Iorio – anche la banca le perseguirà».

Sul fronte delle partecipazioni, infine, la nuova BpVi mira a valorizzare tutte le società in cui è presente, «se ci saranno offerte interessanti che non ci costringano a iscrivere perdite di bilancio»: potrebbero essere perciò vendute Farbanca, Prestinuova e certamente Sec, la società che cura i servizi di IT, ma questa in un’ottica di miglioramento dell’efficienza. Ma naturalmente BpVi è interessata a cedere anche le quote in Save o Fiera di Verona: tutto può essere venduto – al giusto prezzo – tranne Cattolica, che «è l’unico investimento strategico», e che comunque è iscritta a bilancio a 400 milioni ma con un mark to market di 150.

Annunci

BpopVI: coraggiosa presa di posizione dell’AD, V. Iorio

Coraggiosa e senza infingimenti la presa di pozione dell’AD della banca, V. Iorio, all’assemblea della Confindustria vicentina ove ha ribadito (v. in calce) i fondamenti imprescindibili per il futuro della banca di cui è il principale responsabile:

1) quotazione in borsa («I vecchi soci […] avranno il diritto di prelazione e spero che aderiscano il più possibile, poi il resto lo farà il mercato» […] «Io sono scelto dalla governance […]  e non scelgo la governance. Chi vuole fare faccia»;

2) prezzo fissato dal mercato;

3) aumento del capitale sociale di 1,5md/€ (garantito dal Consorzio capeggiato da Unicredit).

Sul prezzo del mercato, si vedrà, ma verosimilmente si attesterà sul fair value; verrà poi fissata la quantità di azioni spettante in prelazione a ciascun socio; successivamente vi sarà un breve periodo per poter optare o vendere i diritti di opzione; infine subentrerà il CGC guidato da Unicredit.

La Fondazione di VR (socio di Unicredit) si è dichiarata disponibile all’acquisto dei diritti: vedremo a quanto ammonterà questa partecipazione e se riuscirà a fronteggiare la ulteriore riduzione del prezzo delle azioni conseguente all’attesa carenza di adesioni dei soci a partecipare all’aumento.

In realtà, usando le 4 operazioni, qualche calcolo approssimativo si può già fare.

 

——————————
Iorio: avanti con aumento e Borsa: l’ad di BpVi conferma il progetto (di D. Pyriochos in VeneziePost del 28 settembre 2015).

Nonostante le voci che si rincorrono negli ultimi giorni sulla costituzione di uno zoccolo duro, all’assemblea di Confindustria Vicenza, Iorio dice che «I soci storici avranno diritto di prelazione ma il resto lo farà il mercato». Zigliotto non smentisce sue dimissioni: «Valuterò prossimamente ma non oggi»

Avanti tutta con lo schema stabilito di aumento di capitale da 1,5 miliardi, in concomitanza della quotazione in Borsa e col prezzo che sarà fissato dal mercato. All’assemblea di Confindustria Vicenza, la Banca Popolare di Vicenza nell’occhio del ciclone per le plurime inchieste di varie procure italiane, si è presentata coi massimi vertici: l’ad Francesco Iorio e il suo vice Iacopo De Francisco, ma dietro di loro è arrivato anche il vicepresidente Marino Breganze. E Iorio si è mostrato piuttosto freddo rispetto alle voci che si rincorrono sulla possibile costituzione di uno zoccolo duro, disposto a investire nella banca solo che si riduca l’entità dell’aumento di capitale. Iorio ha infatti ribadito che ogni investitore è ben accetto ma che lo schema non cambia: «I vecchi soci – ha detto – avranno il diritto di prelazione e spero che aderiscano il più possibile, poi il resto lo farà il mercato». E se ci sono zoccoli duri che si facciano avanti: «Io sono scelto dalla governace – ha detto il top manager – e non scelgo la governance. Chi vuole fare faccia».

Fermo restando che BpVi non vuol perdere il legame storico con le imprese vicentine. «All’assise degli imprenditori di Vicenza non potevamo mancare – dice – e al limite faremo anche uno specifico road show in vista dell’aumento, è una cosa che valuteremo». Ma la dichiarazione più sentita Iorio la dedica a Unicredit, che guida il consorzio di garanzia che gestirà l’aumento e il cui ceo Federico Ghizzoni ha oggi usato parole di fiducia verso la Popolare di Vicenza. «Siamo serenissimi – ha infatti detto Ghizzoni a margine di una conferenza stampa della Filarmonica della Scala, riferendosi all’aumento BpVi –. Abbiamo preso l’impegno sui bond e l’impegno in consorzio con altre banche di portare avanti l’aumento di capitale – ha aggiunto – e penso che con il piano che sta presentando il management, la banca darà sicuramente ottimi ritorni ai propri azionisti e tornerà ad essere una banca assolutamente di prim’ordine». Perciò Iorio ringrazia «Ghizzoni che ha ribadito la serenità e la tranquillità verso l’aumento di capitale della nostra banca, a ulteriore testimonianza che al di là delle vicende contingenti questa banca ha un […]

BpVI: notizia interessante.

Sul Corriere del Veneto di oggi si parla di un Piano B (v. in calce, la relativa parte dell’articolo) volto a favorire il successo dell’aumento di capitale della BpVI.

In realtà, più che di un Piano B (sostitutivo del Piano A che prevede un Consorzio di Garanzia e Collocamento – CGC – guidato da Unicredit) si tratta dell’idea di ridurre la quantità di inoptato che andrebbe tutto nelle mani del CGC.

Tale riduzione avverrebbe attraverso la sottoscrizione, da parte della Fondazione CR VR, dei diritti di opzione venduti dai soci che non intendono esercitarli, nel corso del breve periodo concesso a tale scopo.

Questo intervento potrebbe sostenere, almeno in una certa misura, il valore dei diritti cosicché i soci che non intendono esercitarli potrebbero perdere un po’ meno. Siccome poi, la Fondazione Cr VR è socio di Unicredit, capofila del CGC si appalesa meglio l’interesse del gruppo ad appropriarsi della BpVI, a prezzi che, ovviamente si profilano stracciati.

Vista da lontano, la faccenda appare molto complessa ma, dal punto di vista dei soci essa può essere interessante perché si profila una, fino ad ora, inaspettata domanda di diritti di opzione che potrebbe, in una certa misura, fronteggiare un’offerta che ci si attende sarà molto elevata e che deprimerà ulteriormente il valore teorico dei diritti.

Bisogna sempre partire dal fatto incontrovertibile che, oggi, una buona proxi del valore dell’azione è il suo fair value che non cambia, sia che la banca venga quotata come popolare o come SpA.

Il valore cambia da fair value a valore di mercato, il giorno dopo la quotazione.

L’elemento che sarebbe invece da evitare è il ritorno ad una `banca del territorio’ che in realtà sarebbe ancora una `banca de noantri’.

 

——————

Piano B, trenta big in campo: spunta Cariverona (di Federico Nicoletti in Corriere del Veneto, 25 settembra 2015)

Dopo avere riassunto le questioni giudiziarie, l’articolista aggiunge alcuni caveat relativi alla possibilità che il Piano B trovi attuazione, infine ne illustra i dettagli:

Il valore dell’azione Bpvi, sceso da 62,5 a 48 euro ad aprile, una valutazione di 1,2 volte nel rapporto prezzo/capitale netto, è già a 40 euro, valutando a patrimonio netto, dopo la perdita di bilancio 2014 e a 30 dopo la semestrale di fine agosto. Scendere ai prezzi delle popolari quotate, che stanno in un rapporto di 0,8-0,9 prezzo/patrimonio netto, vorrebbe dire una quotazione tra i 24 e i 27 euro. Senza considerare i forti sconti per raccogliere 1,5 miliardi per una banca in una situazione difficile.

Come evitare un bagno di sangue tout court per i vecchi soci? L’idea è di dividere in tre tronconi – ciascuno sui 500 milioni – la ricapitalizzazione. Il primo punterebbe a coinvolgere i vecchi soci, offrendo loro nuove azioni con forti sconti, per far scendere, nella media, i prezzi di carico sui valori attesi in Borsa. Il secondo, a quel punto cercherebbe soci istituzionali e non speculativi – il primo nome che torna è Fondazione Cariverona – lavorando a un’offerta che premierebbe, con azioni, la permanenza nel capitale per almeno un paio d’anni, dando stabilità all’assetto proprietario. Il terzo punta a sciogliere il nodo delle azioni acquistate con i fondi della banca. Ad esempio convincendo gli imprenditori a mantenere i titoli, spostando il finanziamento su altre banche. Ciò farebbe rientrare dalla finestra capitale, riducendo l’aumento e disinnescando i contenziosi. Se poi il fabbisogno da 1,5 scendesse a un miliardo, si potrebbe sfruttare la delega per quella cifra che il cda ha già in casa dall’assemblea 2014. Avviando l’operazione senza dover passare, per l’autorizzazione, da un’assemblea rischiosa e dal clima rovente.

I tempi di spa, ricapitalizzazione e Borsa a questo andrebbero riscritti. L’aumento potrebbe partire tra novembre e dicembre, ancora da popolare e magari con la vecchia delega, rimettendo in sicurezza la banca e riducendo la temperatura con i vecchi soci, per rimandare a inizio 2015 la trasformazione in spa e la quotazione in Borsa. Fin qui la teoria. I fatti diranno se potrà reggere il mare in tempesta in cui naviga la banca>>.

W le banche dei territori e i loro Organi!

Com’era popolare quella banca (forse troppo)  (di Mario Gerevini in Corsera del 21 settembre 2015)

La marcatura è stretta.
Si è capito giovedì scorso dalle parole del sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta nel question time alla Camera. La Banca Popolare di Vicenza (Bpvi) è un’osservata speciale della Bce che insieme a Banca d’Italia potrebbe rafforzare le misure di vigilanza. A Vicenza i più pessimisti temono un provvedimento di amministrazione straordinaria. Il motore della banca è inceppato. Il futuro e la «macchina» sono affidati alle cure del nuovo amministratore delegato, Francesco Iorio. Tiriamo su il cofano

Pazienza e «buchi»
La Vicenza ha 700 sportelli da Nord a Sud, 120mila soci, 5.500 dipendenti ed è ora sotto il controllo della Bce. Dovrà trasformarsi in spa, andare in Borsa e dunque rinunciare a stabilire unilateralmente, sulla base di una perizia segreta, il prezzo delle sue azioni. Pazienza, predica oggi Zonin. Re Gianni, 77 anni, guida la banca da due decenni. Ma di pazienza ce ne vuole parecchia. Senza dividendo da due anni, i soci nel 2013-2014 hanno versato 1,4 miliardi in aumenti di capitale. Dopo il 2013 in rosso (33 milioni), lo choc dei 758 milioni di perdita 2014 e, per la prima volta, il taglio secco dell’azione da 62,5 a 48 euro. «Portate pazienza — diceva Zonin già all’assemblea di aprile — abbiamo in vista per il 2015 un risultato di bilancio di sicura soddisfazione». La semestrale chiude con oltre un miliardo di perdita e agli azionisti si para davanti una mostruosa ricapitalizzazione da 1,5 miliardi. È un Sos: nessun’altra banca negli ultimi tre anni, a parte Mps, ha chiesto così tanto (quasi tre miliardi) ai soci. Gli ispettori della Bce hanno contestato l’anomalia di finanziamenti per 975 milioni correlati all’acquisto di azioni della banca. È così che gli aumenti di capitale facevano il tutto esaurito. Ma è vietato dalla legge (articolo 2358 Codice civile).

La «convention»
Zonin il 6 settembre in una convention con 800 dipendenti indica i colpevoli: «Il precedente management». Ovvero Samuele Sorato, fatto fuori a maggio subito dopo la nomina ad amministratore delegato, e i suoi vice. «Non rispettando le norme vigenti — accusa il presidente — e senza informare il cda, che senza dubbio avrebbe bloccato queste operazioni, si è ricorsi a finanziare almeno in parte la sottoscrizione dell’aumento di capitale». Materiale interessante per la procura di Vicenza che ha aperto un fascicolo affidato al pm Luigi Salvadori. Ad agosto si era presentato, per conto di alcuni soci, l’avvocato Renato Bertelle con una corposa denuncia contro i vertici. Zonin e il cda, dunque, scaricano sull’ex amministratore delegato. Ma come è possibile che fidi per 975 milioni a migliaia di azionisti siano sfuggiti a 17 consiglieri di amministrazione? Al sistema informativo? Alla struttura di controlli interni, sindaci compresi? Bpvi non è quotata, gli azionisti sono tutti lì. Questa pratica era vox populi . E il 27 ottobre 2014 l’aveva denunciata pubblicamente un imprenditore sul Sole 24 Ore : «A noi sono ripetutamente venuti a offrire azioni dell’istituto in cambio di finanziamenti». Bastava questo per far partire una serie di controlli, svegliare il board , far drizzare le orecchie a un collegio sindacale tosto.

E che ancor più tosto dovrebbe essere se si pensa che a Vicenza i sindaci guadagnano ben più dei colleghi di Unicredit o dell’Eni: 180mila il presidente, 120mila gli effettivi, più gettone di 500 euro ogni seduta (circa 100 nel 2014). Una faticaccia per chi come il presidente Giovanni Zamberlan, 76 anni, in carica da 28, ha altre 27 aziende da seguire; oppure Paolo Zanconato, 66 anni, che ne ha 25. Entrambi anche con incarichi nel sistema societario della famiglia Zonin (dalle holding alla Casa Vinicola). Il sindaco della banca Zanconato è perfino l’unico amministratore di una società del presidente Zonin, da cui riceve un modesto ma regolare stipendio.

E poi c’è la storia dell’albergo di Cortina . Nel 2011 una cordata di imprenditori rileva lo storico, e da anni abbandonato, Hotel San Marco, nella centralissima Piazza Roma. Obiettivo ristrutturazione, con una porzione già prenotata dalla Bpvi per farne uno sportello. La banca concede alla San Marco srl un mutuo ipotecario da 20 milioni. Ma dopo appena un anno gli imprenditori fanno retromarcia e la Bpvi rileva per 900 mila euro il 46% della società a cui aveva appena prestato 20 milioni. È a questo punto che nella partita, a fianco della banca, entra Zanconato acquistando il 5% per 100 mila euro. Allora era presidente del collegio sindacale della controllata Farbanca. Quando nel 2015 rivende il 5% a una collega commercialista di Padova (finanziata da Bpvi) è già sindaco della Popolare. E l’immobile è sempre lì, abbandonato e da ristrutturare.

30 anni in poltrona
È un intreccio di affari, amicizie e poltrone. Incrostazioni di un potere che non ha contrappesi. Non c’è ricambio nei posti chiave, nessun limite di mandato: il presidente, uno dei due vice, Marino Breganze (68 anni) e il segretario del consiglio, Giorgio Tibaldo (66), sono in servizio da 30 anni. Solo nel 2015 gli stipendi sono stati resi noti. Sorato, l’ex ad, con 1,7 milioni è al terzo posto tra i manager bancari più pagati. Zonin, imprenditore di successo che dalla sua Casa Vinicola riceve emolumenti per 320mila euro, dalla banca prende 1,1 milioni. Più di Bazoli o Gros Pietro in Intesa Sanpaolo, il doppio di Fratta Pasini al Banco Popolare o di Moltrasio e Polotti all’Ubi. Diceva ai soci cinque mesi fa: «Io ho da fare abbastanza con le mie aziende ma (…) ho continuato a sacrificarmi, qualche volta sacrificando anche il lavoro nelle mie aziende».

La fondazione Roi
In quelle aziende ci sono parecchie azioni della banca. Ma ancora di più ce ne sono in una fondazione di Vicenza, senza fini di lucro, molto riservata, che si occupa di interventi nella cultura e nell’arte. È tra i principali soci della Popolare. La Fondazione Giuseppe Roi è stata costituita nel 1988, con un fondo di dotazione iniziale di 51,845,29 euro, dall’omonimo marchese che l’ha presieduta fino alla morte, nel 2009. Quasi 30 milioni di euro risultavano investiti a fine marzo in azioni e bond convertibili della Popolare Vicenza. Poi il taglio del titolo ha eroso il patrimonio. La richiesta di conoscerne la consistenza complessiva non ha avuto risposta. Dal 2009, quando il marchese morì, la presidenza della Fondazione è affidata a Gianni Zonin e il resto del consiglio è di chiara marca Bpvi.

Svolta alla B. Pop. VI.

Finalmenete l’AD, F. Iorio, prende una coraggiosa, ineludibile ed ineluttabile posizione pubblica a favore della Banca di cui è ora il principale responsabile operativo (v. l’articolo in calce): il prezzo delle azioni lo farà il mercato attraverso una IPO.

La IPO (initial public offering in italiano offerta pubblica iniziale: per il significato si veda wikipedia.it; trattandosi però di una passi anglosassone è preferibile wikipedia.en) si realizza quando una società si apre al mercato per la prima volta. Di solito è rivolta agli investitori istituzionali (intermediari finanziari non bancari pubblici e privati, cioè non le banche commerciali) e tecnicamente si realizza attraverso un block building (v. wikipedia citata sopra), cioè attraverso la raccolta cronologica degli ordini. In questi block credo entrino anche i vecchi azionisti, cui spetta il diritto di prelazione che può non essere esercitato e che così può essere venduto come diritto di opzione. In caso di astensione da una decisione palese si hanno i diritti inoptati che vanno all’asta.

Al di là delle tecniche, peraltro per nulla irrilevanti in quanto determinanti per la formazione del prezzo, non resta che plaudire alla presa di posizione dell’AD che ha avuto la forza professionale di dichiarare concluso un periodo di ignavia, di fatto anti-europeista, e di fornire ai soci e ai dipendenti una prospettiva, ancorché di periodo non breve.

Se l’interesse per il NordEst convincerà gli investitori a partecipare all’IPO, il prezzo delle azioni si ridurrà ancora, ma di meno di quanto si ridurrebbe se l’interesse per il NordEst non si manifestasse. Gli investitori oculati, infatti, guardano avanti ed hanno bisogno di banche sane e patrimonializzate e non di banche amiche. Come tutte le volpi, queste ultime finiscono infatti in pellicceria, come si vede.

Come da tempo sostengo, anche i soci dovrebbero guardare avanti perché hanno solo la possibilità di perdere più di quanto hanno fin qui perso; soprattutto se si affidano a pifferai di dubbia competenza che li conducono ad annegare nel mare magnum della speranza, dopo avere pagato laute parcelle.

—————————

Il prezzo? Lo deciderà il mercato (di Stefano Righi in Corsera del 30 agosto 2015)

Rivoluzione popolare.

La BpVi andrà in Borsa attraverso una vera e propria Ipo. Una scelta di rottura con il passato, che proietta l’istituto berico in una dimensione nuova, quella della finanza a 360° e dei mercati aperti. Sarà infatti il mercato e non più il consiglio di amministrazione a fissare il prezzo delle azioni della Vicenza, già da primavera. Lo annuncia in questa intervista il consigliere delegato Francesco Iorio, in carica dal primo giugno.
Iorio, siamo al terzo aumento di capitale in tre anni…
«È una operazione indispensabile per garantire il futuro. Puntiamo a un indicatore Cet1 al 12 per cento, rispetto all’attuale 6,81 e quindi vogliamo raccogliere fino a un miliardo e mezzo. Fino, perché quella è la cifra massima».
A che prezzo?
«Non sarà un aumento di capitale come gli ultimi. Il prezzo delle azioni lo deciderà il mercato. Faremo una vera e propria Ipo (initial public offering , offerta pubblica iniziale) e stiamo valutando l’opzione di un book building ».
Quindi nessun prezzo pre-definito, nessuno sconto sui 48 euro attuali?
«No. Il prezzo lo farà il mercato e il valore probabilmente si formerà attraverso un meccanismo di book building . Chi vuole comperare le azioni farà un’offerta. Più sarà alta la domanda, più sarà alto il prezzo».
Un’altra sorpresa per i soci. Come gliela farà digerire?
«Credo che sarebbe un duplice errore se ci fosse una reazione irrazionale che portasse a cedere il titolo nel momento peggiore. Vedo invece un’opportunità nel prezzo dell’aumento di capitale e abbiamo allo studio dei meccanismi di premio per i vecchi soci…».
Quali sono i tempi?
«Sulla carta vorremmo che tutto – l’assemblea per la trasformazione in spa, la quotazione e l’aumento, che saranno contestuali – si concludesse entro il primo trimestre 2016. Il giorno dopo la conclusione dell’aumento la banca sarà quotata».
È un’operazione nuova. Ma a lei, chi glielo ha fatto fare di lasciare Ubi?
«Sono convinto sia meglio essere il primo in un piccolo villaggio della Gallia che il secondo a Roma…».
Che cosa ha trovato al suo arrivo a Vicenza?
«Ho trovato gli ispettori della Bce che stavano concludendo un’ispezione di quattro mesi, che ha evidenziato delle criticità all’interno della banca».
L’ispezione ha evidenziato una carenza di capitale?
«No. Premesso che siamo ancora in attesa degli esiti definitivi, l’ispezione non ha evidenziato una mancanza di capitale in senso tecnico, ma la presenza di finanziamenti correlati all’acquisto di azioni della banca. Ovvero, linee di fido aperte e utilizzate per l’acquisto di azioni».
Cioè la banca ha finanziato chi sottoscriveva azioni della banca stessa?
«Sì».
Quanto vale l’insieme di queste operazioni?
«Il totale è di poco inferiore al miliardo».
Un colpo basso…
«L’aspetto positivo è che questo patrimonio è un potenziale aumento di capitale embedded nella banca. Questi fidi, concessi a clientela primaria, mi aspetto che nel tempo vengano restituiti. A quel punto il capitale ritorna eleggibile…».
Questo miliardo che manca è la cifra definitiva o ne emergeranno altre?
«Sostanzialmente è tutto».
Ma è la Bce che è eccessivamente severa o nel passato la Vicenza ha prestato denaro a chi non meritava credito?
«Bce non è severa. Bce semplicemente dice, ti valuto sotto due aspetti: il controllo interno del rischio, e qui non sei stato bravissimo e poi la capacità di generare reddito nel futuro. Poi, vedendo i crediti, ha evidenziato una “sottocopertura” rispetto alla media di mercato. Oggi però siamo solo un punto percentuale sotto la media, a marzo era il 5,5 per cento».
Il suo rapporto con il presidente Gianni Zonin?
«Con il presidente e con il consiglio abbiamo tracciato un percorso comune e condiviso che ci porterà assieme certamente fino a primavera».
E le attese aggregazioni?
«Non siamo nelle condizioni di poterle fare. Il rafforzamento è stato pensato anche per poter permettere alla banca di negoziare alla pari qualsiasi eventuale progetto di fusione».
Ma già un anno fa si disse che, concluso l’aumento 2014, la Popolare di Vicenza era nelle condizioni di essere soggetto aggregante e non aggregato…
«I fatti testimoniano che quei finanziamenti all’aumento di capitale non hanno messo la banca nelle condizioni di essere polo aggregante…».
Sta aprendo a un’ipotesi di futuro solitario?
«Sto aprendo a un’ipotesi di rafforzamento che permetta alla banca di scegliere se stare sola, se sposarsi e con chi».
Pensi al piccolo azionista: quando finirà tutto questo?
«Se lei mi sta chiedendo quando il titolo tornerà a 62,5 euro, non so rispondere. Sono però confidente che l’anno prossimo questa banca tornerà in utile ed è auspicabile che nella primavera 2017 pagherà il dividendo».

 

B. Pop. VI

Segnalo, a chi è interessato a seguire la vicenda della B Pop. di Vicenza, i due articoli qui in calce: sono comparsi sulla stampa odierna (IlSole24Ore e MilanoFinanza del 29 agosto 2015) e contengono informazioni anche tecniche indispensabili per farsi un’idea sul passato ma, soprattutto, sul futuro.

________________________
Banca Popolare di Vicenza, aumento da 1,5 miliardi (di Luca Davi, IlSole24Ore)

Bce impone una pulizia totale dei conti di Banca Popolare di Vicenza: l’effetto è una perdita semestrale monstre, pari a 1,05 miliardi di euro. Ma nel contempo, Francoforte mette anche al setaccio i precedenti aumenti di capitale effettuati dalla banca veneta, costringendo la Popolare vicentina a “sterilizzare” parte del capitale di vigilanza e a quasi dimezzare i ratio patrimoniali. Un colpo che porta la banca a varare un’operazione di rafforzamento imponente, che sarà realizzata entro la primavera del 2016 e prevede un aumento di capitale fino a 1,5 miliardi di euro. Al rafforzamento si aggiunge l’emissione di un bond subordinato (lower tier 2) da 200 milioni.

È stato un Cda a dir poco intenso quello tenutosi ieri a Vicenza. Sotto il pressing della Banca centrale europea, la banca guidata da Francesco Iorio – arrivato a fine maggio da Ubi per rimettere in sesto l’istituto e rilanciarlo – ha approvato una semestrale che, nelle intenzioni del management, serve a segnare un punto di svolta rispetto al passato sul fronte della qualità degli asset.

Il risultato tuttavia è una perdita da 1,05 miliardi. A pesare sono: svalutazioni sugli avviamenti per 269 milioni, rettifiche di valore sulle attività finanziarie e partecipazione per 119 milioni, e accantonamenti per fondi rischi pari 380 milioni (legati proprio alle ispezioni delle Bce relative agli aumenti di capitale).

Ma a determinare in particolare il “rosso” sono le rettifiche di valore su crediti, pari a 703 milioni, che si confrontano con i 157 milioni del primo semestre del 2014: una serie di maxi-accantonamenti che pesano a conto economico ma che d’altra parte servono ad aumentare l’indice di copertura sui deteriorati, che sale dal 35,1% al 39,6%.

La banca ha avviato anche l’analisi del nuovo piano industriale 2015-2020, che verrà approvato entro settembre e rifocalizzerà l’istituto nel suo ruolo di banca del territorio. Nei piani c’è una riduzione degli organici (5.519 dipendenti a fine giugno), tema su cui «si prevede l’avvio di un confronto con le organizzazioni sindacali dopo la prossima approvazione del piano industriale».

Tornando ai numeri, i proventi operativi appaiono in flessione (-1,1%, a 559,3 milioni) ma con una crescita del margine di interesse al netto del contributo del portafoglio titoli (+2,7%) e delle commissioni nette (+15,7%). Nel complesso il margine di interesse scende dell’1% a 257,5 milioni.

Il focus sul capitale

La semestrale di PopVi arriva al termine di una lunga ispezione degli uomini di Francoforte. Nei mesi scorsi i funzionari della Vigilanza hanno passato al setaccio gli aumenti di capitale degli ultimi anni, rilevando come l’istituto abbia concesso prestiti poi serviti a finanziare l’acquisto di azioni della banca. Gli esiti finali non sono stati ancora formalizzati ma le ispezioni«hanno fatto emergere diverse posizioni nelle quali la sottoscrizione o l’acquisto delle azioni della Banca da parte della clientela sono stati effettuati facendo ricorso a finanziamenti erogati dalla Banca», ha spiegato ieri la stessa banca vicentina in una nota.

Secondo la stessa banca il totale dei finanziamenti «correlato all’acquisto o alla sottoscrizione di azioni della banca» è pari a 974,9 milioni di euro. Una cifra che si confronta con gli 1,5 miliardi circa raccolti complessivamente nel corso degli aumenti di capitale varati dal 2010 ad oggi. Di fronte a tale fenomeno, e ai rischi connessi, la banca ha creato una riserva indisponibile di pari valore che “sterilizza” capitale per pari valori a fini dei calcoli di Vigilanza: in virtù delle svalutazioni e degli accantonamenti effettuati, il “filtro prudenziale” sui fondi propri si riduce da 975 a 622,2 milioni di euro. Ma tra “filtro prudenziale” e perdita di periodo, il capitale di vigilanza di PopVi si “riduce” di oltre 1,3 miliardi: dai 3,34 miliardi di fine dicembre si scende a 1,997 miliardi di euro. In termini di ratio, la popolare presieduta da Gianni Zonin vede calare il Cet 1 ratio al 6,81%, che si confronta con il 10,3% richiesto dalla Banca centrale europea.

Per colmare un tale divario, e anticipare le richieste in arrivo dello Srep, l’istituto guidato da Iorio ha quindi messo in cantiere un aumento di capitale massiccio, da far approvare dai soci, fino a 1,5 miliardi, a cui sarà abbinata la quotazione a Piazza Affari, da realizzare entro il primo trimestre del 2016. Per l’Ipo sono stati individuati già gli advisor, ovvero Mediobanca come global coordinator, e Deutsche Bank e JpMorgan come co-global coordinator. Ieri è stata approvata anche l’emissione di un bond lower tier 2 da 200 milioni, mentre ai fini patrimoniali inciderà positivamente anche la cessione della quota in Icbpi.

L’ammontare della ripatrimonializzazione non è di poco conto, soprattutto per una piazza come Vicenza, che esce da due iniezioni di capitale del valore complessivo di 1,2 negli ultimi tre anni. Ai piani alti della popolare vicentina c’è tuttavia fiducia. «Siamo convinti che ci possa essere un grande interesse – ha detto Iorio in un’intervista al Sole 24 Ore lo scorso 8 luglio – sia tra i nostri soci attuali, sia tra gli istituzionali».

Coraggio di pulizia per ripartire (di Claudia Cervini in MilanoFinanza)

Banca popolare di Vicenza, con la pesante e coraggiosa pulizia di bilancio approvata dal board venerdì 28 (operazione che ha portato la perdita a oltre 1 miliardo di euro), getta le basi per ripartire. L’articolato percorso di risalita intrapreso dalla banca presieduta da Gianni Zonin prevede anche un aumento di capitale da 1,5 miliardi nella primavera 2016 (che ha ottenuto l’imprimatur del cda) e la quotazione in borsa.

Come anticipato da MF-Milano Finanza il 27 agosto, Vicenza affronterà le prossime tappe con un nuovo piano industriale al 2020. Le linee guida sono già state condivise col cda e il documento dovrebbe ottenere il via libera entro settembre.

Venendo ai conti dei primi sei mesi del 2015 la banca guidata dal direttore generale Francesco Iorio ha registrato una perdita netta di 1,052 miliardi di euro, contro l’utile di 22 milioni del 30 giugno 2014. Il rosso è «in massima parte conseguente a componenti valutative non ricorrenti», spiega il gruppo nella nota. Fra queste si contano impairment sugli avviamenti per 269 milioni, incremento dei livelli di copertura con svalutazioni sui crediti per 703 milioni, rettifiche su attività finanziarie disponibili per la vendita e partecipazioni per 119,3 milioni e accantonamenti ai fondi per rischi e oneri pari a 380,1 milioni «principalmente riferibili agli stanziamenti effettuati a fronte degli esiti della recente ispezione Bce sul capitale e della successiva attività di ricognizione degli assetti patrimoniali».

Il patrimonio netto è pari a 2,954 miliardi contro i 3,731 miliardi di dicembre 2014. Sempre sul fronte della solidità patrimoniale, il Cet 1 è sceso al 6,81% dal 10,44% indicato a dicembre a causa del risultato semestrale e dell’apposizione di un filtro prudenziale, pari a 622,2 milioni di euro, introdotto a seguito delle risultanze della ispezione della Bce e delle attività ricognitive. In particolare l’ispezione dell’Eurotower ha fatto emergere che l’istituto ha concesso finanziamenti per 974,9 milioni al servizio dell’acquisto di azioni della banca. «Le verifiche ispettive della Bce, i cui esiti non sono ancora stati formalizzati, e gli ulteriori accertamenti condotti dalla banca hanno fatto emergere diverse posizioni nelle quali la sottoscrizione o l’acquisto delle azioni della banca da parte della clientela sono stati effettuati facendo ricorso a finanziamenti erogati dalla banca», spiega il gruppo. Tradotto Vicenza finanziava i clienti per acquistare azioni dell’istituto e per far fronte a questo fenomeno ha spesato le rettifiche e gli accantonamenti al fondo rischi e oneri predetti.

Come detto Vicenza dopo la ricapitalizzazione da 1 miliardo approvata a febbraio 2014, dovrà tornare ora a chiedere risorse ai soci. Il nuovo aumento di capitale si attesterà fino a 1,5 miliardi ed è previsto entro la primavera 2016. I risultati della ricapitalizzazione potranno «rafforzarsi in ragione dei positivi effetti connessi alla già pattuita cessione della partecipazione detenuta nell’Icbpi (Istituto centrale banche popolari italiane venduto alla cordata Bain Capital-Advent-Clessidra per oltre 2 miliardi di euro ndr), la cui esecuzione è attesa per fine anno».

Il programma di rafforzamento patrimoniale sarà sottoposto agli organi competenti e l’operazione, come di consueto, dovrà ottenere anche la luce verde dell’assemblea. L’assise (ipotizzata in un primo momento nel mese di ottobre) non è stata ancora convocata e potrebbe anche slittare di qualche tempo. Non va dimenticato che Vicenza dovrà anche diventare spa, come previsto dalla riforma delle popolari con oltre 8 miliardi di attivi varata dal governo.

Il direttore generale Iorio è al lavoro sul nuovo piano industriale 2015-2020, le cui linee guida sono già state condivise con il board. L’istituto avvierà un percorso di semplificazione operativa e di focalizzazione sull’attività tradizionale di banca commerciale, concentrandosi principalmente sulle attività di distribuzione e di servizio alla clientela. Non sono stati forniti ancora i target del piano (deve incassare ancora l’ok del cda). L’obiettivo del vecchio programma era un utile netto di 313 milioni di euro per il 2019, con l’ottenimento di un rapporto cost income del 50,6% nel 2019 e del 56,6% nel 2017.