Il piacere di essere pecora (1)

Leggo, e mi permetto di consigliare, queste Considerazioni sugli italiani di Ugo Guanda (Edizioni Henry Beyle, Milano marzo 2016 – 575 copie numerate, stampato su carta Zerkall-Bütten, sovracoperta su carta Lana, carattere Garamond monotype, c. 11, 10 paginette) a mo’ di Introduzione agli stress test di cui avremo notizia ufficiale dall’EBA venerdì 29 luglio alle ore 22 ma anche come augurio, a tutti noi del gregge, per una splendida e spensierata estate piena di sole.

Industry 4.0, reputazione e capitale finanziario

Si apprende da Affari&Finanza di Repubblica di questa settimana che Masayoshi Son (50 anni, laurea in economia e computer science a Berkeley, secondo businessman più ricco del Giappone, tra i 50 uomini più influenti del pianeta secondo Forbes, nonché fondatore e Ceo della banca di investimento Soft-Bank) ha acquistato ARM.

ARM è un’azienda inglese che vende oltre 15 miliardi di chip ogni anno, è dentro i device Apple, Samsung e nel 95% degli smartphone. Ma Son vuole trasformarla nel principale player del più grande mercato del futuro, lo IOT (l’Internet of things, l’ Internet delle cose).

Domenica, VeneziePost, in occasione della tappa opitergina del `Viaggio nell’Italia che innova’ di EY-Confindustria ha pubblicato alcuni articoli sul possibile sviluppo dell’Industry 4.0 nel NE, l’uno che riporto in calce perché illustra con molti particolari la ricerca condotta da EY-Confidnustria e cerca di capire, fra luci e ombre, come la tecnologia potrebbe sviluppare il territorio; l’altro, che non riporto, ma che è una lucida intervista al prof. Stefano Micelli (direttore scientifico della Fondazione NordEst) il quale annota che:

… il Veneto non deve confrontarsi con il resto d’Italia ma con le regioni economicamente ed imprenditorialmente più vivaci d’Europa, e rispetto alle quali è indietro di molte posizioni…

…La crescita oggi non è da intendersi in termini generici e quantitativi ma qualitativi, di presenza del digitale delle imprese, del modo in cui si affrontano queste nuove sfide e le si trasforma in valore. E questo significa dover crescere culturalmente e managerialmente. Quello che mi colpisce rispetto al Veneto è quanto abbia bisogno di fare un salto di qualità su questo fronte: a noi quindi il compito di alzare lo sguardo, e porci la domanda se siamo competitivi non rispetto al resto d’Italia, ma rispetto alle altre regioni con cui dobbiamo confrontarci.non dobbiamo confrontarci col resto dell’Italia, ma con le aree più sviluppate d’Europa [il Baden-Württemberg e la Catalogna]

Il tema, quello denominato Industry 4.0 cioè, per l’appunto in buona sostanza, lo IOT che, secondo Son, è il nuovo eldorado e che potrebbe esserlo anche per il Veneto e per il NE.

Annoto che Son controlla una banca di investimento (cioè di una banca che dispone di fondi propri e di finanziamenti `pazienti’, cioè a medio e lungo termine) cresciuta negli anni grazie anche alla reputazione oltre che ai profitti; il Veneto e il NordEst, invece, non solo ne sono sprovvisti, ma possono oggi registrare che il ceto confindustriale si è anche mangiato alcune banche commerciali più o meno locali.

E’ ben vero che vi sono Fondi europei disponibili, nonché le risorse dei Fondi pensione integrativi (sic!) ma sarebbe interessante anche tenere conto che siccome `tutti i salmi finiscono in gloria’ in assenza di capitali finanziari supportati da una buona reputazione, secondo me non si va lontani.

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Industria 4.0, il Veneto tra luci ed ombre (di Chiara Andreola)

Una regione che può contare su un capitale umano di altissima qualità, grazie al suo sistema di formazione, e su una buona conoscenza degli strumenti offerti dal digitale da parte delle aziende; ma che stenta a tradurle in pratica, soprattutto per quanto riguarda e-commerce e brevetti Ict. È questo il quadro che emerge dall’Osservatorio EY-Confindustria sull’innovazione digitale per il Veneto; che offre degli spunti di riflessione anche al di là dei confini regionali

«Siamo tra gli ultimi in Europa nell’utilizzo di tutte le opportunità offerte dal digitale, opportunità che permetterebbero di affrontare diversi problemi e riprendere la crescita. Dobbiamo affrontare con determinazione e velocità questo gap». Si potrebbe dire che non sono certamente una novità queste parole pronunciate da Donato Iacovone, ad di EY in Italia, nella tappa opitergina del “Viaggio nell’Italia che Innova” organizzato da Il Sole 24 Ore; ma proprio il fatto che il tema dell’industrial internet o industry 4.0, pur essendo sotto i riflettori già da tempo, appaia non essere stato affrontato adeguatamente dalle imprese italiane, fa capire l’urgenza di uno sforzo in questa direzione.

Naturalmente, si potrà obiettare, non tutta l’Italia e non tutte le imprese possono essere messe sullo stesso piano; e a questo proposito EY e Confindustria hanno realizzato un Osservatorio sull’Innovazione Digitale volto a fare il punto della situazione nelle regioni italiane, e che per quanto riguarda il Veneto è stato illustrato in quella sede. Lo studio elabora un “Indicatore di potenzialità economica”, determinato dalle tre aree Crescita (che comprende fattori come salute e qualità del capitale umano, volti a determinare il contesto sociale in cui operano le imprese), Competitività (il mercato in cui le imprese sono inserite) e attrattività (efficienza e disponibilità di servizi e istituzioni in un dato territorio). A questo viene affiancato l’indice di innovazione digitale, che prende in considerazione il livello di digitalizzazione sia delle imprese (conoscenza, utilizzo, e disponibilità degli strumenti) che del contesto (infrastrutture, domanda di servizi digitali, utilizzo da parte delle scuole e della pa, disponibilità di fondi pubblici).

Il Veneto sembrerebbe posizionarsi egregiamente all’interno del panorama italiano, tanto da posizionarsi – nella classifica che tiene conto complessivamente dei due indici – sotto a Lombardia, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige; mentre l’altra regione del Nordest, il Friuli Venezia Giulia, lo segue a breve distanza. Su un punteggio massimo di 100, la Regione totalizza 83,1 per la voce Crescita e 83,7 per l’Attrattività, scendendo a 70,4 per la Competitività (dato che pone comunque il Veneto al quinto posto in Italia). Scorporando le singole voci, emerge come il Veneto abbia ottenuto il punteggio massimo in quanto a qualità del capitale umano, che si pone dunque come la principale risorsa; ma punteggio quasi pieno viene dato anche alle istituzioni (94,6) e la capacità tecnologica (84,2), che fa riferimento all’uso di strumenti del digitale da parte di imprese e cittadini e disponibilità di infrastrutture di rete. A questo fanno però da contraltare punteggi praticamente dimezzati in altre aree: l’innovazione digitale delle imprese ottiene infatti appena 40 punti, e il grado di maturità del sistema produttivo 39,9. In questi campi, secondo il rapporto, «emerge un’esigenza di uno sforzo collettivo da parte delle imprese, delle Amministrazioni e degli Istituti di ricerca veneti per incrementare la percentuale delle risorse umane in scienze e tecnologia, gli specialisti ICT impiegati e gli occupati nei servizi ad alto valore aggiunto, i brevetti e le pubblicazioni scientifiche e la spesa in Ricerca e Sviluppo in modo da colmare il divario con le altre regioni in queste “leve innovative”».

Anche l’indice di innovazione digitale pare confermare i punti di forza e di debolezza già identificati. Per quanto riguarda le imprese, su un indice al massimo pari a 1, il Veneto raggiunge un lusinghiero 0,96 nell’area Connettersi (adozione e utilizzo delle tecnologie e infrastrutture), 0,84 nell’area Crescere (produzione di valore attraverso il digitale per aumentare la competitività), e 0,78 nell’area Conoscere (competenze digitali esistenti nelle imprese); mentre si ferma a 0,64 alla voce Creare, ossia quella incentrata sull’innovazione di prodotto e di processo attraverso la valorizzazione di idee imprenditoriali e lo sviluppo di nuove conoscenze. Al di là dei margini di miglioramento in quanto alle competenze digitali, emerge dunque l’esigenza di inserire e valorizzare al meglio nel processo produttivo quelle tecnologie e quelle idee magari già presenti in azienda, ma della cui importanza non c’è piena consapevolezza. Significativo sotto questo profilo è anche il fatto che, a fronte di una percentuale di addetti in ricerca e sviluppo più alta della media nelle imprese venete (il 5,7%, contro la media nazionale del 3,9%) il numero di brevetti ICT risulta inferiore alla media nazionale (con un indice di 0,08, contro un indice nazionale di 0,16): si potrebbe quindi concluderne che la potenzialità rappresentata da queste risorse umane non è pienamente espressa.

Buoni sono poi gli indici di innovazione digitale del contesto – 0,94 per la domanda di servizi digitali, 0,93 per l’utilizzo delle tecnologie nella scuola e nella pa, e 0,92 per le infrastrutture (il 97% della popolazione è infatti raggiunto dalla tecnologia 3D e il 90% dalla LTE; punteggio quasi perfetto, se non fosse per la banda ultralarga che invece arriva al 25% della popolazione). Unica voce fuori dal coro, quella dei finanziamenti pubblici con 0,20 punti: qui infatti i fondi stanziati nella programmazione europea 2014-2010 per l’agenda digitale sono di 27 euro per abitante contro la media nazionale di 43, quelli per ricerca e innovazione 36 contro 68, e quelli per l’obiettivo competitività 146 contro 189 (per quanto vada tenuto presente che i fondi strutturali erogati dalla Commissione europea sono destinati prevalentemente alle regioni del Sud). A questo si aggiunge il fatto che la spesa pubblica regionale in ricerca e sviluppo è il 35% del totale, contro una media italiana del 46%. Per cui, conclude il rapporto, «l’area in cui la regione appare più debole è quella relativa al contributi fornito dalla spesa pubblica in materia di finanziamenti in favore della digitalizzazione e l’accesso ai finanziamenti comunitari per la diffusione dell’ICT e della banda larga».

Volendo sintetizzare, dunque, il Veneto sul fronte dell’industria 4.0 può contare più di ogni altra cosa sull’eccellenza del capitale umano formato dalle sue scuole e università: tanto che EY e Confindustria auspicano «nuove “contaminazioni” tra industria, capitale umano, mondo della cultura e “circuito del sapere” (a livello operativo d’impresa, a livello formativo della scuola superiore e a livello scientifico universitario)». Tuttavia, come ha sottolineato il partner di EY Andrea Paliani, ha bisogno di «superare alcune criticità che ne frenano la crescita come la carenza di laureati in scienze e tecnologie, di occupati nei servizi a valore aggiunto, di scarsità di brevetti e pubblicazioni scientifiche e investimenti in ricerca e sviluppo, di infrastrutture digitali e fisiche oltre alla mancata digitalizzazione dei processi amministrativi». Per questo ha suggerito di utilizzare il digitale «per favorire partenariato e coabitazione tra piccole imprese, in ottica di filiera e distretto», e «non solo per raggiungere efficienze di costo, ma per promuovere sviluppo di mercato e ricavi. Sebbene le imprese venete sfruttino ampiamente l’acquisto online in un’ottica di efficientamento dei costi, ad esempio, il Veneto è al decimo posto nella classifica delle Regioni italiane in quanto a vendite online: come vendere e distribuire sui mercati globali? Come comunicare e promuovere i propri prodotti e servizi sui canali off-line e on-line? Come comprendere e anticipare bisogni e comportamenti di consumo dei propri clienti? Come riprogettare rapidamente i propri prodotti in base alla loro fruizione misurata con sensori? Come aggiungere servizi a valore aggiunto per classi di clienti?». Tutte domande che l’Osservatorio pone all’intero Paese ma al Veneto in maniera particolare, dato che «il digitale, soprattutto con industria 4.0 e big data, incrementa la possibilità di personalizzazione del prodotto su scala globale, la creazione di servizi a valore aggiunto ad esso collegati, e consente di connettere le PMI in fase di progettazione, produzione, distribuzione a livello locale e globale. È un’opportunità di sviluppo per le PMI e quindi un aspetto particolarmente significativo nel contesto di questa regione».

Dall’Osservatorio emergono peraltro ulteriori dati di interesse a livello di Nordest: se il Veneto, Trentino e Alto Adige presentano infatti un equilibrio tra il livello di digitalizzazione delle imprese e quello del contesto in cui queste operano, il Friuli Venezia Giulia mostra un livello di innovazione digitale delle imprese significativamente più elevato rispetto a quello del contesto; e va ricordato peraltro che questa è la regione italiana con il più alto tasso di startup innovative – 56 ogni 10.000 società di capitali contro le 31 del Veneto e della media italiana). Un contesto quindi che, tenendo conto del buon posizionamento – nonché omogeneo – nella classifica italiana delle tre regioni, farebbe intuire significative possibilità di sviluppo alla zona nel suo insieme.

Fine della Troika?

La notizia è della Reuters mentre l’interpretazione è di Tonia Mastrobuoni (la Repubblica di oggi)

La Bundesbank propone la fine della troika. E al ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, l’idea non dispiace. Più precisamente, la banca centrale tedesca punta a ridimensionare fortemente il quartetto di creditori Bce-Fmi-Ue-Esm che ha gestito finora le insolvenze sovrane dei Paesi europei, concedendo prestiti alla Grecia o al Portogallo in cambio di aggiustamenti dei conti pubblici e riforme. Ma non per mostrarsi più generosa con i Paesi in difficoltà, al contrario: per restringere i margini del negoziato politico e introdurre meccanismi di controllo più severi.
Nel caso di crisi future, la Banca centrale tedesca suggerisce di «rafforzare» il ruolo del fondo salva-Stati Esm, che potrebbe «farsi carico» interamente dei compiti svolti finora dalle altre tre istituzioni, o perlomeno «guidarne il processo» di monitoraggio dei progressi, che in questi anni si è mostrato politicamente delicatissimo, in particolare con Paesi come la Grecia. Da Francoforte assicurano che il fatto che l’Esm sia attualmente presieduto da un tedesco, Klaus Regling, non c’entri nulla: «Potrebbe essere guidato anche da un marziano, l’importante è il meccanismo ».
La proposta, contenuta nel bollettino mensile della Bundesbank diffuso ieri, chiede anche un processo «ordinato» per la ristrutturazione dei debiti sovrani, per cui alla richiesta di aiuti scatterebbe un automatico allungamento delle scadenze, «ad esempio di tre anni».
La richiesta di ristrutturazione dovrebbe essere avanzata dal Paese in crisi e la Buba suggerisce che l’Esm assuma poi il ruolo di «coordinatore della ristrutturazione».
Nel pomeriggio, dal ministero delle Finanze tedesco si è saputo che «il governo ritiene la creazione di un meccanismo di ristrutturazione del debito una misura importante per ridurre i rischi, e l’Esm potrebbe giocare un ruolo importante». La Germania è fermamente intenzionata a non toccare i Trattati, almeno fino alle elezioni del 2017, e la riforma del Fondo salva-Stati nella direzione auspicata dall’istituzione guidata da Jens Weidmann non richiederebbe alcun cambiamento delle “tavole della legge” europee.
L’idea che c’è dietro è articolata. D’un lato, la Buba punta a togliere la Bce dall’imbarazzo di far parte di un consesso – la troika – cui Draghi partecipa «malvolentieri », come ricorda una fonte dell’eurosistema. Inoltre, la riduzione ad unum dei creditori garantirebbe stabilità in un contesto mosso, in cui l’adesione dell’Fmi alla troika e ai programmi di salvataggio europei, come dimostra il caso Grecia, non può più essere data per scontata.
Dall’altro lato, però,l’idea dell’istituzione guidata da Weidmann è un nuovo siluro contro la Commissione europea. La Bundesbank e Schäuble chiedano da tempo una commissione indipendente che sottragga a Bruxelles il potere di concedere le “pagelle” ai bilanci dei governi, per la verifica sull’adesione alle regole di Maastricht e del Fiscal compact. La proposta di ieri intende marginalizzarla anche nelle situazioni di emergenza. La Germania non ha mai nascosto irritazione per la flessibilità concessa Juncker. Fallita, negli ultimi anni, la moral suasion sulla Commissione nella fase d’esame, Berlino punta ora a ridimensionarne direttamente i poteri.

Questioni di Npl 4

Mario Sechi (List, 12 aprile 2016) continua a deliziarci:

Dov’è la notizia? Che l’Italia si metterà d’accordo con l’Unione europea? Non è la notizia.

Eccola, sulla prima pagina di MF: “Mps, il nodo è il prezzo delle sofferenze”. Il prezzo iscritto a bilancio non è quello di mercato, a che valore verranno acquistati i crediti deteriorati della banca senese? Il problema numero uno è questo. Se il prezzo è giusto, arrivano (forse) i compratori. E infatti sul Sole 24Ore compare questo titolo: “Dossier Npl per i fondi esteri”. Il mercato quota, valuta il rischio e poi compra e vende. Fa il suo mestiere.

La crisi bancaria all’italiana ormai è una carnevalata imbarazzante: l’Ue che fa tira e molla, il premier italiano che dice che il problema sono le banche degli altri, il giochino del nessuno perde niente tanto paga il contribuente, le pressioni sui fondi pensione per contribuire a Atlante, la grottesca battaglia dei banchieri che dovrebbero andare a casa e parlano di politica europea, l’Abi guidata da Patuelli che vede i prussiani alle porte e non si capisce chi abbia sfasciato i bilanci delle banche italiane, se le Sturmtruppen sognate dai banchieri in dissesto o i Pulcinella che amministravano la cassa.

Che spettacolo. Lo paga il contribuente.

Fa quasi tenerezza sentire il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem dire che “la facilità con cui banchieri dicono abbiamo bisogno denaro pubblico per risolvere i nostri problemi è davvero problematica”.

Non si preoccupi, in Italia si raccontano fiabe per non spaventare i bambini. Così è il giro di giostra dei titoli.

Corriere della Sera: “Renzi: banche, accordo vicino”.

Repubblica: “Banche, la Ue apre all’Italia: aiuti possibili”.

Messaggero: “Banche, vicina l’intesa con la Ue”.

Carlino-Nazione-Giorno: “Banche, ora l’Europa apre”.

La Stampa: “Trattativa con l’Ue, ecco chi pagherà i conti di Mps”.

Già cari lettori, chi li pagherà i conti di Mps? Provate a fare uno sforzo di fantasia.

D’altronde l’Unità ci informa che “Anche i tedeschi piangono” e dunque si apra il rubinetto del denaro per asciugare le lacrime di tutti. E’ un mondo meraviglioso in cui si nascondono le perdite sotto il tappeto, si magheggia con i bilanci, si scaricano i costi su quello che resta del Paese che produce e tutti restano in sella a spiegarci come va il mondo.

Autocritica? Zero. Sedute di coscienza collettiva nel caveau? Zero.

La verità? E’ qualcosa di astratto. Recitano un copione preciso.

Di fronte a questo gioioso banchetto, il titolare di List ricorda un discorso di Margaret Thatcher. Congresso del partito conservatore, 1983: “Il denaro pubblico non esiste. Esiste solo il denaro dei contribuenti”.

Ecco il video, da mandare in onda in fascia protetta, per non disturbare il sonno degli infanti del Belpaese.

e per disvelare chi sono i grassatori e gli abigeatari.

Questioni di Npl 3

Il capitalismo è il capitalismo, bellezza: il `reato d’opinione’ è non dirlo al popolo sovrano o edulcorare la pillola in modo che non ne prenda atto… subito.

Estratto da  List del 7 luglio di Mario Sechi:

Nel frattempo, in Italia abbiamo un problema: la cassa brucia.

Matteo Renzi però pensa che il problema sia di diversa natura: i derivati degli altri. Incontrando ieri il premier svedese, Renzi ha dichiarato: “La direzione è quella della risoluzione del problema degli Npl, è un problema che va verso la soluzione ma vale uno, i derivati di altre banche valgono cento”.

Il riferimento è a Deutsche Bank. Il Corriere della Sera traduce così il fatto: “Banche, l’attacco di Renzi”. MF è ancora più esplicito: “Renzi: pensate ai vostri derivati”. Catenaccio: “Il premier ricorda alla Merkel che il problema degli npl italiani vale 1 mentre il marcio che c’è in altri istituti europei vale 100”.

Vero, però tra le quattro paure elencate poco fa ci sono le banche italiane, non quelle tedesche. Perché? Guardate qui:

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Questo grafico elaborato dall’EBA (l’autorità bancaria europea) fa il punto (il rapporto è di novembre 2015) sui crediti deteriorati e l’Italia ha il seguente splendido risultato: i non performing loans sono pari al 17,1 per cento del pil (media europea, 7,3 per cento) e il rapporto rispetto al totale dei crediti è del 16,7 per cento (media europea 5,6 per cento).

C’è chi fa peggio (Cipro, Irlanda, Slovenia, Portogallo, non proprio dei grandi esempi di Stati virtuosi), ma la nostra è la terza economia del Vecchio Continente, abbiamo il terzo debito pubblico del mondo e siamo il secondo emittente di titoli di Stato (che comprano le banche) dopo la Germania che in questa classifica del cattivo credito è distante anni luce (prima colonna verde del grafico).

Tutto a posto? No, ma bisogna sperare che arrivino i fondi esteri e comprino il salvabile.

Il mercato, non gli aiuti di Stato. Sul Corriere della Sera c’è un pezzo interessante: “Fondi Usa in pista per le Popolari salvate da Atlante”. Dettaglio del pezzo di Mario Gerevini: “Un pool di quattro fondi americani ha manifestato l’interesse ad acquistare in blocco, dal fondo Atlante, la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca con l’obiettivo di fonderle. Si tratta dei fondi di private equity Atlas Merchant Capital, Warburg Pincus e Centerbridge e dell’hedge fund Baupost. Che ora tornano prepotentemente alla carica”.

Si alzeranno presto i cantori della Patria a parlare di interesse nazionale e altri simili gingilli retorici che hanno un solo scopo: difendere il piccolo establishment finanziario italiano che ha ampiamente fallito la sua missione ma continua ad avere una sua ricca rendita di posizione.

A casa, grazie.

Il concetto è solo uno: salvare le banche, tutelare i risparmiatori, accompagnare alla porta (e se è il caso, in tribunale) i cattivi amministratori, il pomposo e pompato management. Renzi non faccia sconti a queste figure, altrimenti verrà assimilato a loro. E travolto.

Perché il problema alla fine della fiera è politico. Si chiama stabilità. A questo guardano i mercati con crescente preoccupazione. Pagina 2 del Financial Times:

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Atlante – Banche: fase 2

La seconda fase del Fondo Atlante inizia oggi con l’Assemblea dei soci di BpVI che insedierà i nuovi Organi.

La fase 2 prevede la ripartenza di BpVI: essa avviene sotto i migliori auspici come si può osservare leggendo la `lettera di intenti’ inviata ai soci dal prof. A. Penati e  pubblicata oggi dalla stampa.

Riporto la lettera e aggiungo qualche breve commento, mio personale (in corsivo).

Egregio Direttore,

in occasione dell’assemblea odierna della Banca Popolare di Vicenza le chiedo ospitalità, anche a nome degli investitori nel Fondo Atlante e del gestore Quaestio SGR, per rivolgermi a tutti i soci e clienti della Banca, quelli attuali e quelli che purtroppo ha perso: di entrambi la Banca dovrà riconquistare la fiducia.

Gli investitori nel Fondo sono 67; il gestore è la società che gestisce le attività del Fondo.

Vorrei rappresentare in modo trasparente la reale situazione della Banca e gli obiettivi del Fondo per il suo futuro.

Va detto anzitutto con chiarezza che il massiccio aumento di capitale è stato richiesto entro tempi certi dalle Autorità di Vigilanza. La mancata sottoscrizione dell’intero aumento di capitale avrebbe comportato l’imposizione del meccanismo di risoluzione; come insegnano le recenti esperienze delle quattro banche del centro Italia, si sarebbero azzerati anche i risparmi degli obbligazionisti, imposti pesanti tagli di occupazione e una stretta creditizia. Il Fondo è nato proprio per scongiurare questa eventualità. E c’è riuscito. Non voglio in alcun modo minimizzare le sofferenze di tanti soci che hanno perso ingiustamente i loro risparmi; voglio solo rammentare che si era sull’orlo del precipizio. Ma ora la Banca è in totale sicurezza.

La ricostituzione dei fondi propri si è resa necessaria per evitare il `fallimento’ (meccanismo di risoluzione) che avrebbe comportato: 1) enormi danni anche agli obbligazionisti subordinati e, forse anche agli obbligazionisti ordinari. I correntisti con averi al di sotto dei 100mila/€ sono invece comunque garantititi dal Fondi di tutela italiano. 2) immediati tagli occupazionali e 3) impossibilità di proseguire l’attività creditizia collegata all’assenza di fondi propri sufficienti.

La svolta è stata netta. Dopo l’aumento di capitale la Banca, con il Core Tier 1 superiore al 13,5%, ha il coefficiente patrimoniale più alto in Italia, avendo così acquisito le risorse necessarie per sostenere con tranquillità la fase di ristrutturazione e rilancio. La Popolare di Vicenza, dunque, è diventata tra le banche più solide in Italia. E’ un dato di fatto. Da oggi nessuno potrà più agitare lo spettro dell’insolvenza per sottrarle clienti e depositi.

Il Core Tier 1 è il nocciolo duro dei fondi propri (grosso modo è costituito dal Capitale Sociale e dalle Riserve patrimoniali (ordinaria, straordinaria, legale, statutaria ecc.; i secchioni possono vedere qui: è sulla base di questa quantità di fondi propri che tutte le banche possono assumere rischi, cioè possono concedere prestiti e investire in strumenti finanziari. Ogni investimento va poi ponderato per il rischio: maggiore è il rischio maggiore è la quota di fondi propri assorbita. Con questa dotazione di mezzi propri la banca può riprendere a fare banca a favore dell’economia.

La discontinuità con le passate gestioni non poteva essere più radicale. Il Fondo ha già chiesto ai nuovi amministratori di procedere con rapidità e determinazione nelle azioni di responsabilità nei confronti di chi si è reso colpevole di gestioni disastrose, individuando i singoli profili personali di responsabilità. Per un senso di equità e per recuperare il maltolto.

Il Fondo ha nominato un nuovo Consiglio di amministrazione, più snello e che costa la metà; sono figure di altissimo profilo professionale e di riconosciute capacità. Caso unico in Italia, l’intero Consiglio è formato da amministratori totalmente indipendenti: rispetto a chi li ha nominati, agli investitori nel Fondo, alle altre istituzioni finanziarie e ai clienti della Banca. L’intero management è cambiato negli ultimi 12 mesi, avviando la fase di pulizia e rilancio che troverà forte sostegno da parte del nuovo Consiglio. E’ stata fornita piena collaborazione e assistenza alle Procure della Repubblica. Nuovi sono gli organi e i sistemi di controllo, che ora sono ai migliori standard internazionali. Nuova sarà la società di revisione.

La nuova BpVI `farà il mestiere della banca’:  1) avvalendosi di un CdA indipendente, cioè indipendente da chi lo ha nominato (cioè dal Fondo, dai sottoscrittori del Fondo, dai clienti e da altre istituzioni) garantita anche dalla professionalità delle persone che compongono gli Organi societari; 2) rinnovando i sistemi di controllo interno ed esterno.

Capisco che tutto questo riguarda il futuro e non lenisce i torti subiti. Ma credo che senza la garanzia del buon governo e il più radicale rinnovamento e discontinuità con il passato la Banca non possa recuperare la fiducia dei clienti: il suo vero capitale. Al centro dell’azione del nuovo Consiglio ci dovrà essere il recupero di credibilità e dei rapporti fra la Banca e i suoi stakeholder. L’attenzione della Banca dovrà essere indirizzata ai bisogni reali di famiglie e imprese, fornendo credito in base esclusivamente al merito e a rigorose analisi delle prospettive economiche e mai in base ad amicizie o vicinanza ad interessi particolari; e offrendo servizi di elevata qualità a costi competitivi. La Popolare di Vicenza del futuro dovrà essere una Banca nuova, trasparente e competitiva.

`Fare banca’ in queste condizioni, però, significa recuperare fiducia nei confronti di tutti coloro che sono interessati all’iniziativa (stakeholder): in primis le famiglie e le imprese meritevoli di credito e quindi non finanziate in base a criteri diversi dai criteri economico-finanziari.

Mi preme chiarire che le Autorità proibiscono al Fondo l’attività di Direzione e Controllo sulla Banca: tradotto, Atlante non è il «padrone» che comanda. Ma, caso unico in Italia, affida il potere di gestione, indirizzo, supervisione e controllo a un Consiglio indipendente assegnandogli un unico obiettivo: rilanciare e valorizzare la Banca. Niente conflitti o interessi di parte; tutto molto trasparente e chiaro. Raggiungere questo obiettivo significa restituire all’economia, alle famiglie e alle imprese del territorio una Banca solida, sicura, efficiente: perché solo in questo modo potrà ritrovare la redditività. C’è quindi un perfetto allineamento degli interessi del Fondo con il territorio: la base della sua clientela e punto di forza del suo glorioso passato.

Essendo regolamentato, il Fondo non può dirigere e/o controllare l’attività bancaria ma si affida agli Organi indipendenti che hanno il compito di rilanciare l’azienda di credito in modo che produca profitti e quindi sia in grado di supportare anche l’economia locale.]

Atlante è però pronto a sostenere il risanamento e il rilancio della Banca. Per questo sta lavorando a proposte concrete per aiutare a smaltire l’ammontare di sofferenze. E considererà eventuali manifestazioni di interesse da parte di partner finanziari o industriali solo nel caso di un reale apporto di capitali e contributo concreto volto a sostenere il rilancio della banca, con l’obiettivo di arrivare nuovamente alla quotazione, ma questa volta di successo. Fino ad allora il Fondo rimarrà investitore di riferimento per garantire la stabilità. Atlante ha già dichiarato la propria disponibilità a rendere tutti i soci partecipi del risanamento, facendoli beneficiare dell’incremento di valore che si verrà a creare. Anche se tempi e modalità tecniche sono allo studio, posso già dire che mi impegno affinché i soci non compromessi con le gestioni passate avranno in futuro diritto ad acquisire azioni a 0,10 euro, lo stesso prezzo pagato da Atlante, qualunque sarà in futuro il valore della Banca. Questo diritto non costerà loro nulla. Assieme ad altre iniziative che la Banca studierà, vogliamo ristabilire un clima di fiducia, prodromo di un circolo virtuoso a vantaggio di tutti.

Resta il problema di smaltire le sofferenze che avverrà solo in contropartita di intermediari finanziari disposti a contribuire con mezzi propri addizionali in modo da giungere alla Borsa.           I soci non compromessi con la passata gestione verranno posti in grado di coprire azioni a 0,10€, anche se esse dovessero aumentare di valore grazie al risanamento prospettato; l’iniziativa è volta a ricostruire un clima di fiducia virtuoso.

Il prezzo di 10 centesimi pagato da Atlante per l’aumento di capitale da 1,5 miliardi corrisponde a più di un terzo del patrimonio tangibile della Banca, che è un multiplo ben superiore a quello della maggioranza delle banche italiane quotate in questo momento. Per quanto possa apparire sorprendente, il Fondo ha dunque pagato un prezzo elevato. Tuttavia Atlante non ha un’ottica di breve periodo ed è fiducioso che il sistema finanziario italiano possa superare questo momento di grande incertezza e fragilità, e che l’azione di risanamento creerà valore per tutti gli azionisti della Popolare di Vicenza.

Il Fondo ha pagato caro l’acquisto perché, come tutti i fondi di investimento, ha un’ottica di non breve periodo; l’orizzonte di medio-lungo temine infatti è quello che può generare valore.

Non ci sono «spezzatini» o operazioni finanziarie di fantasia nel futuro della banca. Niente strette creditizie, ma un netto miglioramento nella qualità del credito. Niente tagli indiscriminati di costi, ma efficienza, rilancio dei ricavi ed eliminazione di lussi e sprechi (ce ne sono ancora). Una sana ristrutturazione vecchio stile dunque. Ultima considerazione riguardo alla ventilata fusione con la Veneto Banca, di cui Atlante è diventato azionista di controllo. Prima anche solo di parlare di fusione bisogna completare l’opera di pulizia delle due banche e rimetterle in grado di camminare con le proprie gambe. Poi si vedrà quale sarà la migliore soluzione nell’interesse di tutti gli stakeholder. Ahimè c’è ancora molto da fare. Ma crediamo, con l’aiuto di tutti, di potercela fare.

Infine, un richiamo alla necessità di rimettere in sesto, sia BpVi sia Veneto Banca, sulla base di criteri di efficienza economico-finanziaria, prima di progettare altre iniziative.

La ringrazio per l’ospitalità.

Cordialmente,

Alessandro Penati

Presidente, di Quaestio Capital Management Sgr

Questioni di NPL 2

Troppo divertente Mario Sechi anche oggi (List del 6 luglio 2016):

… E’ una situazione pericolosa. Quanto valgono questi crediti? Il prezzo è giusto? Il mercato pensa di no, chiede una revisione al ribasso del loro valore. Ma qual è? Tra le “Note di stabilità finanziaria e vigilanza” pubblicate da Bankitalia c’è un titolo molto istruttivo: “Quanto valgono i crediti deteriorati?” Risposta: non si sa.

O meglio, la valutazione va fatta caso per caso e ci sono fattori che influenzano il prezzo in maniera decisiva, in particolare il tempo di recupero. Scrivono gli autori della nota: “La nota mostra che questi due fattori possono da soli spiegare per intero la differenza tra il valore di bilancio delle sofferenze e il prezzo offerto da un investitore, e che tale differenza è proporzionale alla lunghezza dei tempi di recupero (giudiziali o stragiudiziali). In altre parole, i tempi di recupero giocano un ruolo fondamentale nella valorizzazione di tali attivi”.

Queste due tabella spiegano tutto:

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Continua M. Sechi:

Ora mettetevi nei panni di un hedge fund che deve recuperare quei crediti, in Italia.

Chiedete lo sconto sul prezzo o no?

Il problema del mercato oggi è tutto qua, l’ipervalutazione dei crediti deteriorati. Li acquista lo stato? E a che prezzo? E perché il contribuente dovrebbe fare un favore così grande agli azionisti delle banche? Risposta: stabilità finanziaria. Il governo Renzi ha davvero un grosso guaio da risolvere. Che fa l’Europa? Una risposta arriva stamattina da Valdis Dombrovskis, vicepresidente responsabile per l’Euro: “La Commissione europea è pronta a intervenire se necessario per affrontare la crisi del settore bancario italiano. Siamo consapevoli delle difficoltà del settore bancario italiano, dovute alla bassa redditività e all’enorme quantità di crediti non esigibili che si riflettono nell’andamento dei prezzi delle azioni. Siamo in contatto con le autorità italiane, continuiamo a monitorare la situazione e siamo pronti a intervenire, se necessario. Ci sono diversi modi in cui la situazione può essere affrontata e questo dipenderà anche dalle richieste delle autorità italiane”. La palla torna al punto di partenza, Palazzo Chigi. Stamattina a Francoforte parlerà il presidente della Bce Mario Draghi. La catapulta del denaro (e la politica) è nelle sue mani.

Fate la stessa domanda ad Atlante: cosa vi risponderà?

Ah…saperlo, saperlo… diceva quel famoso filosofo in `Quelli della notte’

Questioni di NPL

Con il termine NPL (Non Performing Loans) si indicano molte fattispecie che sintetizzano il fatto che i debiti non vengono ripagati alla scadenza.

Quando non vengono pagati alla scadenza, ma i debitori sono solvibili, si crea un business sul quale si inseriscono degli specialisti: ad esempio, i debiti della PA vengono pagati con scadenze mostruose e, tuttavia, maturano interessi. Così il creditore ha convenienza a vendere questi crediti ad intermediari che si occupano di comprarli. Il venditore riduce il CCN con grandissimi benefici, l’intermediario paga sulla base del NPV (VAN) o di algoritmi del genere (IRR,DCF, ecc.) e tutti hanno dei vantaggi. Salvo il contribuente che paga l’inefficienza della PA misurata dagli interessi che essa deve pagare per il ritardato pagamento di debiti scaduti.

Nelle banche questa situazione viene descritta dai seguenti termini: posizioni incagliate, posizioni a sofferenza, posizioni ristrutturate.

Le posizioni ristrutturate riguardano l’acquisto di tempo attraverso il cambiamento di forma tecnica: ad esempio uno scoperto permanente di c/c si accresce per effetto degli interessi composti che aggravano la situazione debitoria del cliente che ha difficoltà a rientrare. Se, ad una determinata data, si blocca la situazione e la si fotografa, si possono osservare il debito in linea capitale e quello in linea interessi. Ne segue una trattativa fra banca e debitore tendente a rateizzare il debito, tramite una forma tecnica diversa dallo scoperto conto, nella speranza che il cliente inadempiente sia in grado di rispettare le scadenze concordate: si è visto che molti clienti, non controllando l’Area Finanza della loro attività, preferiscono avere uno scadenzario preciso. Così spesso i crediti ristrutturati tornano in bonis.

Se, invece, non tornano in bonis, rientrano nelle categorie di incagli e sofferenze: cioè di crediti per i quali vi sia la `ragionevole speranza’ che tornino in bonis (incagli) o per i quali questa speranza non sussiste più (sofferenze).

Tutto ruota dunque sulla `ragionevole speranza’ sulla base della quale nel bilancio i crediti vengono svalutati. La `ragionevole speranza’ cessa quando un altro creditore chiede il fallimento (sofferenze), ma nemmeno quando l’impresa chiede il concordato preventivo questa speranza cessa. Così accade che le sofferenze dovrebbero essere svalutate in toto, mentre gli incagli dovrebbero essere svalutati in una `determinata misura’  a seconda delle previsioni di perdita (non mi dilungo su questo aspetto troppo tecnico ancorché essenziale per le valutazioni dei NPL).

Le banche sono restie a svalutare, anche progressivamente anno dopo anno,  per via del fatto che le svalutazioni implicano l’imputazione di costi che riducono i margini lordi e quindi gli utili (distribuibili o meno).

Ma v’è di più e cioè che, secondo le norme di Vig., mentre tutte le partite (comprese quelle in bonis) dovrebbero essere annualmente svalutate del 3 per mille, le sofferenze dovrebbero essere ponderate per il doppio del loro valore: ci si ritrova dunque sia a diminuire gli utili lordi, sia a mangiare margini di patrimonio disponibile.

La circostanza rende ancor più restie le banche nel prendere atto delle situazioni precarie perché vedrebbero diminuita la loro capacità di fare credito (data la riduzione del tasso di incremento dei fondi propri), cui seguono la diminuzione dei proventi, oltre che la possibilità di aumentare la raccolta.

In definitiva, in un ambiente ove non si rispettano e non si fanno rispettare le regole, si finisce rapidamente in default. Eppure quanto sopra è ben descritto nelle molteplici Circolari della Vigilanza della Bd’I, sistematicamente aggiornate e sistematicamente disattese da anni, se non da decenni.

Va a finire, cioè che, dopo qualche anno ci si ritrova nella situazione in cui i NPL sono talmente pesanti sui bilanci delle banche da rendere la situazione del settore talmente precaria da non chiedersi più del perché si è giunti qui ma di ipotizzare soluzioni il meno onerose possibili per i contribuente. Né i nostri partner europei si preoccupano più di tanto del rispetto delle regole da parte dell’Italia, tanto paga il nostro Popolo sovrano.

Le proposte che girano in questi giorni, mi pare siano quelle dei proff. Alesina e Giavazzi e del prof. Zingales.

Una cosa mi sembra certa: la confusione regna sovrana (List di Mario Sechi, martedì 5 luglio 2016):

Facciamo il Tarp all’americana? No, perché altrimenti diamo una mano agli azionisti.

Facciamo l’operazione di mercato, cioè svalutiamo le sofferenze per quello che valgono e non per il prezzo che sognano i banchieri? No, perché poi le banche vanno a carte quarantotto essendo a corto di capitale.

Diamo ad Atlante fondi degni del suo nome in modo che acquisti le sofferenze al (sovra)prezzo di bilancio e poi giriamo i crediti deteriorati allo Stato allo stesso prezzo? No, perché siamo davvero al gioco delle tre carte si dà ancora una volta una mano agli azionisti.

E che si fa?

Cribbio, soluzione Zingales: intervenga lo Stato direttamente nel capitale delle banche. Si diluiscono gli azionisti e le fondazioni, ma si salva il sistema. Questo però significa che in quella terra di mezzo che a ogni critica faceva luccicare la frase “il sistema è solido” c’è qualcosa che scricchiola di brutto. La parola chiave è solvibilità. Tutto la discussione finora era su una galassia di banche solvibili. Se c’è crisi di liquidità, no problem, il forziere della Banca centrale europea è aperto a tassi negativi. E se c’è bisogno di garantire nuove emissioni, c’è il fondo da 150 miliardi dello Stato.

In realtà c’è un problema di capitale, di valutazione di bilancio, di sofferenze e crediti deteriorati. Ma un intervento dello Stato presuppone rischi sistemici, cioè l’esistenza di qualche banca che sta per saltare.

Domanda: chi sta per saltare?

Perdinci, nessuno! rispondono dalla galassia felice. Meraviglioso.

Attendiamo con pazienza e grande fiducia l’arrivo puntuale della realtà.

Nel frattempo, continuiamo il nostro viaggio.

Toh, anche oggi la Lex Column del FT si occupa di noi, ancora Monte dei Paschi.

 

Atlante – Banche: epilogo della fase 1

Il 30 giugno si è sostanzialmente conclusa la prima fase dell’attività del Fondo Atlante. Vi saranno ancora alcuni passaggi formali, ma i quattrini sono stati versati, come si apprende dal seguente comunicato della Quaestio Capital Management SGR.

Purtroppo anche questa ultima vicenda è stata caratterizzata da alcuni misunderstanding:

1) l’uscita un po’ affrettata dell’AD di IntesaSP, Messina, che ha cercato di far valere il diritto dell’azionista di maggioranza relativa del Gruppo Quaestio SA di decidere le scelte gestionale della SGR e del Fondo Atlante, società entrambe regolamentate;

2) l’uscita, parimenti affrettata dell’AD, Carrus, per cui la SGR è dovuta intervenire con un successivo comunicato per smentire eventuali ipotesi di cambiamenti nel controllo societario.

La prima fase, quella dell’aumento dei fondi propri delle due banche venete affondate, è dunque andato in porto, con il vantaggio di non appalesarne l’affondamento e quindi il bail-in conseguente.

La seconda fase, che inizierà fra qualche settimana in occasione del cambio della governance, prevede la ‘ristrutturazione, il rilancio e la valorizzazione della Banca’.

Cosa significhino `ristrutturazione, rilancio e valorizzazione’ si vedrà passo per passo.

Un primo elemento, però, già si può osservare sulla base delle dichiarazioni dell’AD di Intesa: i NPL vanno comprati [dal Fondo] a valori prossimi al valore di carico [nei bilanci].

Il che sorprende non poco, sia perché si ipotizza che i valori di carico siano congrui, sia perché i NPL sono più o meno garantiti per cui il loro prezzo dovrebbe essere oggetto di attenta valutazione, sia perché tale prezzo dovrebbe essere vicino al fair value cioè simile al valore `di mercato’, dati i principi contabili.

Ed è questo uno dei punti clou della prossima vicina vicenda: i NPL, pur non essendo quotati in un mercato aperto, dispongono comunque di valutazioni correnti presso chi si occupa professionalmente di negoziarli. E se i NPL non garantiti vengono negoziati al 5-7% e quelli garantiti al 50-55%  dei valori di carico è abbastanza difficile ipotizzare prezzi di molto superiori.

Da ultimo, presumo che i NPL aumenteranno se i `crediti baciati’ possono non rientrare, come stabilito dalla magistratura per il momento.

Inoltre è sempre bene non dimenticare che i 10c/€ per azione, sopravvalutano le banche di circa il 15% rispetto ad analoghe popolari quotate.

Tralascio ogni considerazione sui pifferai del recente passato e sulle recenti inconsistenti dichiarazioni dei politici che cercano di ri-accreditare la loro deteriorata immagine.

Follow the money

Il detto è stato smentito così come il mondo degli allibratori, anche se il banco ha vinto come sempre.
La svolta  è avvenuta alle 4am, quando sono cominciati ad affluire i dati delle città operaie del Nord dell’Inghilterra.
Da notare che le grandi città britanniche hanno votato sonoramente per R, mentre le periferie, le campagne e le città operaie hanno votato per il L e mi pare evidente: le grandi città sono abituate ad una maggiore capacità di assorbimento e di integrazione di culture diverse (si pensi al nuovo sindaco di Londra) mentre le periferie sono meno propense. È quanto si nota anche nel resto del mondo: la cultura dell’integrazione si fa strada con grande fatica, soprattutto se si semplificano i problemi pensando di risolverli.
La crisi attuale del sistema capitalistico non sembra avere sbocchi proponibili. Ma il mercato si adatterà e si riposizionerà. Il crollo delle Borse di questa mattina ne è una prova: prevalgono i ribassisti cioè coloro che cercano di guadagnare pensando ad un ribasso ulteriore; i rialzisti dei giorni scorsi hanno già preso una sonora batosta.
Ora, il popolo delle periferie che ha votato per il L subirà le conseguenze maggiori di questa scelta; i mercati aperti, invece, continueranno a guadagnare, speculando al ribasso e/o al rialzo, ma dentro la regolamentazione britannica la quale, ancorché più efficiente, non potrà essere troppo difforme dal quella degli altri Paesi occidentali.
La globalizzazione rimane un fatto incontrovertibile e non saranno le leggi, le costituzioni, la politica a far rientrare il dentifricio dentro il contenitore dal quale è uscito.
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