Come sta evolvendo la faccenda Atlante – Banche 2

Dopo l’Assemblea di Veneto Banca del 5 maggio scorso e il cambio di governance, la realtà della banca rimane sempre uguale, ne ha riassunto la questione l’AD di IntesaSanpaolo, Carlo Messina, principale garante (BancaIMI, infatti è detenuta da IntesaSP al 100%; su Intesa, la Fondazione Cariplo ha rilevanti interessenze come pure su Quaestio SA cui fa la capo Quaestio Sgr che genera il Fondo Atlante) dell’operazione di aumento di capitale di VB:

” Oggi […] Intesa Sanpaolo ha la posizione di essere vicina alla banca durante la transazione. Alla fine della prossima settimana inizieremo il ‘pre marketing’ per l’aumento di capitale: è chiaro che, se la transazione potrà avere successo sul mercato, Atlante non dovrà intervenire in questo aumento di capitale. Ma è altrettanto chiaro anche che Intesa Sanpaolo, avendo investito in Atlante, non è disponibile a mantenere in portafoglio alcuna azione di Veneto Banca. Questo […] significa che, alla fine di questo processo, la nostra quota in Veneto Banca sara’ pari a zero. Se l’operazione avrà successo sul mercato, ne saremo felici; altrimenti Atlante potrà entrare anche in Veneto Banca”.

La questione, dunque, sembra porsi nei seguenti termini: se VB trova sul mercato i mezzi necessari, Atlante non interverrà; se, invece, il mercato non risponderà Atlante dovrà intervenire e, per tal via, anche IntesaSP.

Il che significa che IntesaSP, avendo investito già su Atlante, non interverrà su VB (né direttamente né via BancaIMI) e non deterrà alcuna interessenza su VB.

A me sembra che l’approdo in Borsa della banca sia non solo indispensabile per chi voglia investirvi, ma anche veloce: ciò consentirebbe di fissare un prezzo di mercato aperto e non un prezzo di mercato captive o, peggio, un prezzo ‘amministrato’ come quello attuale.

Solo allora si potrà disporre di un metro di giudizio fondato su un metodo più trasparente.

 

 

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VB: finalmente un messaggio chiaro agli azionisti-soci

Il Presidente di VB, Pierluigi Bolla, scrive una lettera agli azionisti-soci ove segnala, coraggiosamente e senza infingimenti, il futuro prossimo della Banca qualora, nel corso della prossima Assemblea del 19 dicembre, venga respinta la proposta di adeguarsi al pacchetto delle previsioni della legge di riforma delle popolari.

I passaggi chiave sono:  trasformazione in spa, aumento del capitale sociale di un miliardo, quotazione in Borsa e drastica limitazione del diritto di recesso. Qualora non passasse questo pacchetto di provvedimenti si spalancherebbe la strada del commissariamento cui seguirebbe, vista la situazione, una probabile messa in amministrazione controllata e poi in liquidazione della banca col risultato che tutti gli azionisti-soci e gli obbligazionisti subordinati vedrebbero azzerati i loro diritti patrimoniali (v. le famose 4 banche `salvate’ in questi giorni).

1) “Il venir meno della trasformazione in SpA – scrive il Presidente – comporterebbe gravi conseguenze per Veneto Banca, che si rifletterebbero sul proseguire la regolare attività”: dato che “la Banca d’Italia può richiedere di porre l’istituto sotto amministrazione straordinaria” e perfino “proporre alla Bce la revoca dell’autorizzazione bancaria e al ministero dell’Economia la liquidazione”.

2) La garanzia di sottoscrivere l’inoptato da parte di BancaIMI scatta solo nel caso di trasformazione in SpA; in caso contrario, l’aumento di capitale resterebbe a carico solo dei vecchi soci che dovrebbero mettere mano al portafoglio e, se ciò non accadesse o non fosse sufficiente, la banca verrebbe commissariato per carenza di fondi propri.

3)  Il diritto di recesso diritto può essere fatto valere solo dai soci «che non avranno concorso all’assunzione della delibera di trasformazione in spa».

Il Presidente, dunque, molto responsabilmente segnala agli azionisti-soci i rischi che corrono qualora assumessero pozioni irrazionali e revansciste nei confronti di un passato che, è bene per tutti, archiviare nel più breve tempo possibile anche se il prezzo psicologico `di farla pagare’ a qualcuno è elevato, forse ancor più del vedere il prezzo delle azioni, fatto dal mercato, ancora drasticamente ridotto.

Il vantaggio di un prezzo di mercato consiste nella possibilità di rendere liquidabili le azioni anche se con gravissime perdite in linea capitale. Anche questo però sarebbe un atteggiamento irrazionale.

La rabbia non serve, peggiora la situazione e va a dànno di chi si arrabbia e a beneficio di nessuno.

La posizione migliore, a me sembra, sia quella di mantenere le azioni e, qualora si decida di non esercitare il diritto di opzione, venderlo, per quanto poco possa valere.

Mantenere le azioni significa mantenere l’investimento trasformandolo da breve a medio termine: probabilmente, infatti, all’inizio nessuno, aveva in animo di investire nel breve termine ma probabilmente nel lungo, com’è nella natura di un investimento azionario.

In secondo luogo, ogni azionista ha una situazione individuale e non generalizzabile: anche il conto delle perdite nominali va fatto con razionalità, caso per caso: costi di acquisto + esborsi per aumenti di capitale – dividendi lordi percepiti. I soci più vecchi, si vedrà, avranno perso meno dei soci più recenti. Infine segnalerei che accertare monetariamente la perdita, cioè vendere dopo avere fatto il conto di cui sopra, non serve a nulla: la perdita c’è comunque sia essa nominale o accertata in contanti. Mi sembra preferibile mantenere la posizione ed essere positivi per il futuro.

In fondo la Banca vive in uno dei territori più promettenti e più innovativi d’Europa e questo dovrebbe alimentare le speranze di un futuro migliore e governato da  amministratori maggiormente responsabili.

“I prossimi mesi saranno i più impegnativi nella storia del gruppo – scrive il Presidente – ma abbiamo tutto l’occorrente per affrontarli secondo la rotta già tracciata, per aprire una nuova fase nella vita della banca».

Come dicevo in un altro post, io investirò sia in VB sia in BpVI, purché siano quotate perché penso che il mercato sia migliore della palude nella quale sono state impantanate le due banche da una classe dirigente irresponsabile e cieca di fronte ai cambiamenti regolamentari e dell’economia reale e finanziaria. E verso la quale novelli pifferai hanno cercato e cercano di ricondurle.

VB: nuova modalità di aumento del C.S.

Notizie di stampa (v. in calce) segnalano che l’A.D., Cristiano Carrus, ha modificato le modalità di aumento del capitale sociale di VB per 1md/€.

In precedenza si prevedeva che, dapprima, vi fosse la quotazione delle azioni e, successivamente, il lancio dell’aumento: la quotazione avrebbe individuato un prezzo `fatto’ dal mercato sulla base degli scambi effettivi che avvengono con le tecniche operative previste per le operazioni di Borsa.

Ora, invece, si prevede che l’aumento sia contestuale alla IPO (initial public offering – per saperne di più; tenere conto che la versione italiana dell’argomento risulta alquanto semplificata): cioè si offrono le nuove azioni al pubblico.

Il pubblico è dato dagli azionisti attuali, che hanno il diritto di prelazione, e altri soggetti interessati fra i quali, in primis, gli investitori istituzionali reperiti in giro per il mondo a seguito di una corposa operazione di marketing.

La tempistica prevede che intorno al 20 marzo 2016 sarà resa nota la forchetta dell’offerta (e, si spera, senza trucchi per i piccoli azionisti come accaduto per Poste Italiane SpA – v. Beppe Scienza):

<<A quel punto – ha detto ancora Carrus – partirà il bookbuilding con diritto di opzione>>

Cioè si ordineranno in ordine cronologico, per importo e quantità,  le manifestazioni di interesse all’acquisto delle azioni.

La `forchetta’ è data dal divario fra prezzo minimo e prezzo massimo di acquisto, stabilito attraverso diversi incontri che la banca avrà con il Consorzio di Garanzie e Collocamento (CGC) capeggiato da Banca IMI (100% di BancaIntesa) cioè con il `salvagente’ di chi si è impegnato ad acquistare le azioni inoptate, cioè quelle per le quali il diritto di prelazione non è stato esercitato dagli azionisti-soci attuali.

Atteso che la `forchetta’ sarà ben più bassa di tutti i prezzi fatti e ipotizzati fino ad oggi e che comunque essa  dipenderà dalle prospettive di rischio-rendimento che gli investitori riterranno di supportare, gli azionisti-soci attuali avranno le seguenti opportunità:

  1. vendere le azioni, entro la `forchetta’: in tal caso accerterebbero inutilmente una perdita già implicita. Il fatto di renderla monetariamente evidente sarebbe esclusivamente autolesionista e risponderebbe a criteri di irrazionalità motivata esclusivamente da ragioni revansciste nei confronti di un ambiente passato e cancellato, almeno per il momento;
  2. esercitare il diritto di prelazione: cioè sottoscrivere pro-quota le nuove azioni. Questa scelta implica che si `tirano fuori soldi nuovi per salvare soldi vecchi’ cioè che la propria soglia della coppia rischio-rendimento non è satura ed è disposta a rischiare nel futuro prossimo;
  3. stare fermi: cioè non vendere le azioni, ma vendere l’opzione. Questa scelta implica che la propria soglia della coppia rischio-rendimento è satura e che non è disposta a `tirare fuori soldi nuovi nemmeno per salvare soldi vecchi’. Riscuote però qualcosa dalla vendita dei diritti e continua a ipotizzare un futuro più roseo tout court (e questa  a me sembra la posizione razionalmente migliore).

La differenza con la precedente scelta (prima quotazione e poi aumento) a me sembra cerchi di lenire il disappunto dei vecchi azionisti-soci: un prezzo `fatto’ in Borsa sarebbe sicuramente un prezzo cieco, cioè di mercato, con tutti i suoi difetti ma anche con tutti suoi pregi, fra i quali quello di essere il più  lontano possibile dalla palude; un prezzo `fatto’ fuori Borsa ma tramite una grande consultazione mondiale sarà sicuramente un prezzo `di mercato’, ancorché non regolamentato, ma potrebbe essere ugualmente molto lontano dalla palude perché, per l’appunto non si fa fra fiumi di improbabile prosecco.

Alcuni sottoprodotti della modalità di scelta dell’aumento di capitale proposta dalle due popolari darà anche il segno del merito di credito che la finanza attribuisce all’economia reale del NordEst, cioè a quella finanziata dalle banche.

Vedremo… perché il marketing può anche vendere prodotti ma, oltre a non asseverarne la qualità perché presume che essa sia asseverata da altri, non si occupa nemmeno che al fatturato corrisponda il pagamento nei tempi e nei modi dovuti.

E questa è l’unica cosa che interessa una banca.

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VB perde 770 milioni in 9 mesi; congelati 286 milioni irregolari (Davide Pyriochos, VeneziePost 13 nov. 2015)

Montebelluna approva una trimestrale molto negativa. Carrus definisce il calendario: il 19 dicembre assemblea straordinaria, in aprile aumento da 1 miliardo contemporaneo con l’Ipo. Anche Veneto Banca prometteva ad alcuni soci il riacquisto delle azioni comprate in sede di aumento

Era difficile aspettarsi qualcosa di diverso dalla trimestrale licenziata da Veneto Banca – la prima della storia a essere comunicata “live” al mercato – ma l’effetto bagno di sangue è nei numeri: meno 770 milioni di utile netto nei primi nove mesi, rispetto al rosso di 9 milioni relativo allo stesso periodo dell’anno scorso (quando però le pulizie furono fatte soltanto negli ultimi tre mesi). A zavorrare i conti hanno contribuito le consuete voci straordinarie: azzeramento del valore degli avviamenti (452 milioni), e le rettifiche sui crediti (530 milioni). Va però segnalato che anche la gestione mostra risultati negativi, con un margine di intermediazione che si è ridotto dell’11,6% a 586,6 milioni di euro, ed un utile della gestione operativa che si è pressoché dimezzato a 111 milioni. Insomma, ripartire per Carrus non sarà semplice.

In questa fase comunque il grosso dei problemi riguarda il patrimonio. Le richieste della Bce impongono alla banca di mostrare un CET1 al 10%, ma si parte da molto in basso: 7,12%. Le mosse per saltare l’ostacolo sono note: vendita di BIM per 280 milioni (oggi sono state concesse altre due settimane di esclusiva a BSI per formulare l’offerta definitiva), vendita della partecipazione in Arca per 140 milioni, ma soprattutto aumento di capitale per 1 miliardo di euro (il cui inoptato è già stato garantito dalla Banca Imi del gruppo Intesa). Ecco perché ogni lamento da parte delle associazioni di azionisti che chiedono di rinviare lo sbarco in Borsa è destinato a cedere nel vuoto: senza il denaro sonante dei perfidi “speculatori”, la banca sarà immancabilmente commissariata. Ad abbassare il patrimonio hanno contribuito ovviamente anche le operazione irregolari: «I coefficienti – si legge nel comunicato stampa – risultano peraltro al netto dello scomputo a titolo prudenziale di complessivi 286 milioni di Euro, riconducibile a possibili operazioni di assistenza finanziaria correlate all’acquisto o alla sottoscrizione di azioni della Banca o derivanti da opzioni contrattuali di riacquisto azioni sottoscritte generalmente in occasione di operazioni di aggregazione societarie condotte nel passato». Insomma anche a Montebelluna si convincevano i soci a sottoscrivere gli aumenti con la promessa che dopo la banca si sarebbe ricomprata le azioni.

Oggi poi si è appreso qualche dettaglio in più sulla tempistica dei vari passaggi che porteranno allo sbarco in Borsa. Carrus ha infatti spiegato in conference call che la data del 19 dicembre per l’assemblea di trasformazione in spa è «quasi ufficiale». Inoltre l’aumento di capitale sarà “contestuale” all’Ipo, e non successivo come lo stesso Carrus aveva fatto intendere qualche settimana fa. «Entro il 29 di gennaio – ha detto l’ad – avremo un incontro generale con gli analisti del consorzio di garanzia e collocamento, che sarà seguito dall’approvazione del bilancio 2015 tra il 10 e il 15 febbraio. Finito il bilancio – ha proseguito il top manager – avremo un dato di bilancio che servirà per il prospetto. A fine febbraio ci sarà un secondo incontro con gli analisti del consorzio e durante il mese di marzo faremo il premarketing in tutto il sistema finanziario mondiale, a valle del quale saremo pronti ad avere un prezzo di forchetta per l’Ipo, che sarà reso noto attorno al 20 marzo. A quel punto – ha detto ancora Carrus – partirà il bookbuilding con diritto di opzione ai soci e Veneto Banca sarà quotata attorno alla metà del mese di aprile già post money, quindi con il miliardo di euro già incamerato». Insomma, si farà esattamente quello che Francesco Iorio ha da subito spiegato che si sarebbe fatto in BpVi, cambia solo l’importo: un miliardo a Montebelluna, 1,5 a Vicenza.

Sul fronte dei crediti deteriorati, la trimestrale dice che «A fine settembre 2015 il complesso dei crediti deteriorati, comprensivo delle posizioni che fanno riferimento al Gruppo BIM, evidenzia un’esposizione netta consolidata pari a 4,71 miliardi di Euro e un’incidenza sullo stock degli impieghi netti pari al 19% (16,5% a fine 2014). Nell’ambito dell’aggregato, le sofferenze, al netto delle relative svalutazioni, si sono attestate a 1,61 miliardi di euro, con un’incidenza del 6,5% sul totale dei crediti netti (5,9% a fine 2014)». A fine settembre, si legge poi, l’ammontare delle rettifiche a valere sul portafoglio crediti complessivo ha superato i 2,61 miliardi di euro, ben 525 milioni in più rispetto a fine esercizio scorso, totalizzando una percentuale di copertura complessiva in crescita al 9,54% dal 7,65% di dicembre 2014. Insomma, un quadro di estrema difficoltà. Domani gli azionisti “ricchi” di “Per Veneto Banca” terranno una conferenza stampa per ribadire le critiche di poca trasparenza e confronto al management, e spiegare i passaggi tecnici di costituzione del Patto di sindacato. Il destino però è segnato: alla banca manca ben più di un miliardo, e il mercato provvederà solo se il prezzo delle azioni sarà a super sconto. Il dolore non conta nulla: comanda la calcolatrice.

Perché al mercato comprerò azioni VB.

Cristiano Carrus, AD di VB, ha incontrato i dipendenti ed ha lanciato alcuni messaggi che mi appaiono convincenti tanto da indurmi a riflettere sull’opportunità di investire in azioni VB, non appena saranno quotate.

Le argomentazioni che mi sono sembrate maggiormente convincenti sono quelle più dure e ineluttabili,  più o meno elencate nell’articolo che riporto in calce (v. [1]). Le chiavi di volta sono:

a) la conferma della decisione di perseguire la strada della quotazione e della trasformazione in SpA (sul velleitarismo di chi conta sul TAR v. art. in calce sub [1]);
b) il richiamo al merito di credito della clientela da affidare;
c) il riferimento agli eventuali <<noccioli duri>> per quanto riguarda la futura governance;
d) la decisione di dismettere le partecipate non redditizie;
e) la decisione di individuare percorsi che agevolino coloro che non potendo esercitare il diritto di opzione, lo venderanno senza disfarsi delle azioni.

Un altro segnale importante, ma rivolto a chi guarda al passato e ha velleità revansciste, è quello relativo alle paventate azioni di responsabilità: per ora, non vi sono gli estremi, ha dichiarato. Al pubblico non resta che la magra consolazione di ricordare, una per una, le persone che, partecipando agli Organi, hanno gestito la banca negli ultimi vent’anni.

Le prospettive messe in campo, pur non sembrandomi banali in se stesse, in quanto investimenti vanno confrontate con le prospettive di rischio/rendimento di investimenti alternativi per i prossimi 2-3 anni.

E qui è molto più difficile argomentare perché bisogna ipotizzare il futuro sulla base dello scenario che riusciamo a percepire oggi.

Penso che il tasso di crescita dell’economia sarà lento perché l’ingente massa di liquidità immessa nel sistema, da parte della BCE, giunge e giungerà con difficoltà alle imprese per un motivo semplicemente tecnico: la BCE immette liquidità comprando strumenti finanziari che sono a mani delle banche. Ma queste ultime non detengono strumenti emessi dalle imprese perché esse non si avvalgono del mercato finanziario: come si sa il nostro sistema è banco-centrico e per questo è vittima del capitalismo di relazione, cioè della palude, né si vedono segnali di crescita del mercato dei capitali.

Il vantaggio di avere tassi dell’interesse estremamente ridotti, se non negativi (i depositi delle banche presso la BCE vengono oggi remunerati al -0,2%), implica rendimenti pure ridottissimi anche di altri strumenti finanziari, per non parlare dei titoli di Stato: il che quindi, nel confronto, agevola i rendimenti futuri, pure previsti ridotti, delle azioni di VB.

Così oggi mi appare lo scenario, peraltro confermato dal Presidente Draghi che ha dichiaro di avere allo studio altri provvedimenti a partire dal dicembre prossimo. Fino a che l’inflazione non riparte, la ripresa sarà lenta.

Potrebbe essere questa l’occasione che le imprese potrebbero cogliere per quotarsi e per approfittare del mercato dei capitali; le banche potrebbero così svolgere anche l’attività di credito mobiliare, oltre che quella del credito ordinario, data la possibilità di farsi rifinanziare dalla BCE a tassi oggi irrisori. Ma questa è un’iniziativa che spetta alle imprese.

Resta comunque il fatto che qualsiasi investimento richiede attenzione continua e anche l’investimento in nuove azioni di VB richiederà una maggiore e continua attenzione alla governance. in modo da percepire per tempo gli scivolamenti verso la palude.

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[1] Veneto Banca, l’annuncio di Carrus «Piano di welfare per i piccoli soci» (di Federico Nicoletti, Corrire del Veneto 24 ottobre 2015).

«Voglio fare presto. Questo incubo deve finire presto. E ad aprile 2016 saremo tutt’altra cosa». Parla per un’ora e mezza a braccio, Cristiano Carrus, amministratore delegato della popolare di Montebelluna, strappando alla fine un lungo applauso.

Di fronte a oltre duemila dipendenti, a villa Spineda di Volpago del Montello, quella di solito dedicata alle assemblee, negli anni precedenti ai tendoni, nel terzo appuntamento con la rete in una settimana, dopo Bari e Fabriano. Deve spiegare il nuovo piano industriale e ricaricare la rete, il manager succeduto a Vincenzo Consoli e alla guida della popolare da tre mesi. Lo fa a suo modo, con un linguaggio ruvido, ma con trasparenza, senza nascondere nulla della situazione e dei sei mesi difficili che attendono Veneto Banca di qui alla Borsa. L’obiettivo è far girare il clima, mostrare le opportunità, in una convention intitolata non a caso «A testa alta con coraggio». «I problemi non sono piccoli e non si risolvono in un secondo. Ma basta con questa saudade , questa tristezza che ha preso tutti. Ci siamo ritirati a leccarci le ferite ma non possiamo continuare. Non ho accettato questo incarico per portare la banca sugli scogli. Basta guardare nello specchietto retrovisore: non mi interessa il passato, ma il vostro futuro. Noi ce le faremo», scandisce Carrus.

Che rivela poi un motivo per essere fiducioso, nonostante tutto. Rivelando quanto sia costato il blitz della Finanza il 17 febbraio: «Ci è costato un miliardo e mezzo di raccolta. Abbiamo rischiato in quel momento e nei due mesi successivi. Ma vi abbiamo lanciato la sfida e quel miliardo e mezzo è stato recuperato. Siete stati bravissimi».

Per questo Carrus dice una cosa, annunciando la chiusura della controllata irlandese, la revisione della rete e delle banche estere («troppe controllate e partecipate: basta») se non guadagnano, e per Bim l’aver «trovato un interlocutore serio» per rilanciare la vendita e perfino la possibilità di mettere sul mercato la quota di Arca «ma solo – precisa – con offerte irrinunciabili»: «L’unica cosa a cui non rinuncio è la rete italiana. È’ nelle zone migliori d’Itala e chi l’ha immaginata lì – dice con l’unico riferimento indiretto a Consoli – è stato lungimirante».

Poi rivendica fino in fondo Carrus il suo piano industriale. Compreso il taglio delle auto blu e delle spese. E soprattutto la scelta della quotazione tanto criticata e con tutti i rischi che comporta di ulteriori pesanti ribassi sul prezzo delle azioni: «Non c’è pezza, la soluzione è la Borsa senza se e senza ma. Avevamo pensato di essere protetti da una grande bolla protettiva che non c’è più. Io prendo posizione e sono favorevole a questo e alla trasformazione in spa. Chi trova un miliardo senza andare in Borsa? Poi anch’io spero come il mio collega di Popolare di Vicenza, Francesco Iorio, che il territorio risponda e metta i soldi per non diluirsi. E i grandi soci che incontro e con cui parlo li trovo convinti. Ben venga il nocciolo duro dei soci, ma ognuno deve fare il suo mestiere. E a noi spetta il compito di ridurre lo choc di andare in Borsa. Che non posso promettervi che non sarà importante».

Per chi potrà mettere i soldi, altrettanti di quanti ne ha già investiti, l’aumento e la Borsa potrà essere un’opportunità: «Il valore sono convinto che raddoppierà nel giro di due anni». Ma Carrus mette sul tappeto il nodo dei piccoli soci che l’aumento non lo potranno fare: «Vi garantisco che troveremo formule, sistemi di welfare per aiutare i piccoli soci.

Una parte degli investimenti dovrà andare ai soci che non potranno fare l’aumento». Carrus pensa a soluzioni come buoni benzina, telepass e servizi a prezzi vantaggiosi ai soci che non venderanno le azioni, pur non potendo fare l’aumento di capitale. Finanziare l’aumento ovviamente non è possibile. Si ricadrebbe in formule cassate dalla Bce e che anche Veneto Banca sta pagando. I 110 milioni di euro tolti dal capitale nella semestrale trattandosi di acquisto azioni finanziato dalla banca non sono ancora tutto. Quanto sarà la cifra finale? Carrus non la dà, ma si starà sotto i 500 milioni. Il manager invece smentisce la notizia di corsie preferenziali nel rimborso azioni ancora nel 2015: «Lo escludo per tutto l’anno». E sull’azione di responsabilità: «Per ora non l’abbiamo fatta -, dice il manager facendo capire che non ci sono stati gli elementi per farle – ma se troveremo cose la faremo».

Il resto è la necessità di rilanciare la banca. Carrus parla di 16 milioni di utile già nel 2016, di un credito che diminuirà in arco piano, «ma per le grandi imprese del 5%, aumentando invece del 5% per lo small business: vuol dire un miliardo in più per il territorio», e tagliare il costo del credito, con quei 7,2 miliardi di crediti deteriorati. «Ma andate a testa alta – dice Carrus ai suoi – avete tutto per farcela e niente d i cui vergognarvi».

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[2] Le fusioni? Prima è meglio trasformarsi in spa e aprire i cda ai soci forti (24 ottobre 2015).

Milano Finanza –  Quando a gennaio il governo annunciò la riforma delle banche popolari, il consolidamento del settore sembrava imminente. Invece oggi, a nove mesi di distanza, non si è neppure vista la prima mossa. Luigi Arturo Bianchi, ordinario di Diritto Commerciale alla Bocconi e socio dello studio d’Urso Gatti Pavesi Bianchi, sgombra il campo da un equivoco: la dilatazione dei tempi non è dovuta alla complessità tecnico-giuridica del processo.

Bianchi parla da specialista di tematiche di governance bancaria, senza contare che lo studio per cui lavora è coinvolto direttamente nella consulenza ai processi di aggregazione in corso.

Domanda. Bianchi, che problemi stanno incontrando le popolari?

Risposta. Sul piano tecnico la trasformazione in spa è un passaggio relativamente semplice, soprattutto per le quotate, e potrebbe venir perfezionata in pochi mesi. In realtà, la scelta di prendersi tutto il tempo consentito dalle autorità è dettata da valutazioni di opportunità e di strategie aziendali.

D. Eppure qualcuno paventa rischi legali in vista della decisione del Tar sui ricorsi.

R. Sarei molto sorpreso se il Tar accogliesse i ricorsi. Sono infarciti di argomenti politici e inconsistenti sul piano tecnico-giuridico. In ogni caso, l’obbligo di trasformazione è, allo stato, pienamente efficace e vincolante.

D. Sarebbe consigliabile far prima la trasformazione o le fusioni?

R. In teoria le due fasi possono andare di pari passo. Di fatto aver completato la trasformazione in spa, con l’abolizione del voto capitario, facilita di molto le fusioni. Ad esempio, rende più razionale e lineare la fase valutativa e della stima dei concambi e la definizione della governance post fusione.

D. Come andrà gestito il confronto con i soci?

R. La fase della trasformazione in spa è forse l’ultima opportunità per i dipendenti-azionisti di far pesare i propri voti, considerato che il passaggio deve venir deciso ancora con il voto capitario, e per di più con un quorum molto alto. Quanto ai soci istituzionali, credo siano soprattutto importanti le scelte industriali e della futura governance e come verranno motivate e comunicate.

D. Questi soggetti vorranno essere coinvolti nella nuova governance?

R. Credo di sì. Naturalmente la scelta se indicare rappresentanti tecnici, come ha fatto Vittorio Malacalza in Carige , o esponenti organici del socio dipenderà da valutazioni soggettive degli investitori. Senza dimenticare peraltro che la recente riforma dei requisiti degli esponenti aziendali delle banche ha alzato ancor di più l’asticella per l’ingresso in posizioni di vertice, sotto il vigile controllo di Bce.

D. È favorevole a rendere permanente il tetto del 5% ai diritti di voto?

R. La materia andrà valutata caso per caso. In alcuni casi il tetto può aiutare un’evoluzione virtuosa degli assetti proprietari e di governance, in altri ostacolare ulteriori processi di consolidamento.

D. Molti cda eletti con il voto capitario resteranno in carica dopo la trasformazione. C’è un problema di legittimità?

R. Direi proprio di no. Che cosa dovremmo dire altrimenti delle società che hanno anche di recente cambiato il socio di riferimento senza alcun impatto sui cda? Altro discorso è quello di valutare l’opportunità di una scelta immediata di discontinuità, pur se a mio parere è di gran lunga preferibile rinviare la materia all’indomani delle aggregazioni.

D. Vede un futuro per il sistema duale nelle aggregazioni in arrivo?

R. È possibile e, anzi, probabile, ma non credo per ragioni di efficienza del modello. Anche per mia esperienza diretta, è tutt’altro che il migliore dei mondi possibili, saluto dunque con favore la coraggiosa decisione di Intesa Sanpaolo  di passare al monistico.

VB: aspettative su valori azionari e governance.

A mano a mano che passano i giorni si fa sempre più chiara la vicenda delle due popolari venete da quotare.

Anche per VB la vicenda si chiarisce per un paio di motivi di fondo: 1) la necessità di mettere a fuoco il possibile valore di mercato delle azioni dopo la presentazione del Piano Carrus; 2) le aspettative sulla governance futura.

Sul valore, come è stato ribadito più volte, nessuno è in grado di fare previsioni attendibili perché i comportamenti del mercato risentono degli atteggiamenti razionali e irrazionali degli operatori.

Rimanendo sul razionale, M. Smiderle (`Il Giornale di Vicenza’ del 6 ottobre), S. Righi (CorriereEconomia del 12 ott. scorso) e M. Possamai (LaRepubblica A&F di ieri) conducono un ragionamento che mi è sembrato molto convincente e giungono ad un valore di mercato intorno a 10€ (anche per BpVI). A questa conclusione ero giunto anch’io ma ora, il fatto di vederlo scritto anche da altri osservatori mi ha indotto a ripensarci e a concludere che sono/siamo degli inguaribili ottimisti.

Giungo a questa ulteriore conclusione dopo avere esaminato alcuni valori delle popolari quotate (v. Tab. e ultra, n. 1):  il valore che prendo come punto di riferimento è il valore nominale (Vn), per quelle che lo dichiarano in Statuto (3€ per BpSO e BPER), e i soli valori di mercato (Vm) per quelle che non lo dichiarano.

Società Vn (€) Vm (€ min-max il 19.x.15)
Bper

3

7,885 – 7,98

BpSO

3

4,204 – 4,298

Creval

1,179 – 1,145

BpMI

0,891 – 0,9115

BancoP

13,96 – 14,27

Ubi già 2,5

6,90 – 7,01

BpVI

3,75

48,00 – 62,50

VB

3

30,50 – 39,50

Come si può osservare, al 19 ottobre il valore delle azioni delle popolari quotate è, al massimo, poco più di circa 2,5 volte il loro Vn (Bper e Ubi); la BpSO vale circa 1,5 volte il suo Vn, mentre le altre, a parte il BancoP, fanno registrare un valore vicino a 1.

Se confrontiamo questi multipli con quelli di VB (e della BpVI) osserviamo una palese distonia: gli Organi di VB hanno dichiarato multipli da 10 a 13 volte il Vn (quelli di VI hanno dichiarato multipli da 13 a 16 volte il Vn).

Mi sembra evidente che vi sia qualcosa che non funziona: la distanza fra i multipli minimi delle due venete sono sideralmente lontani dai multipli massimi delle quotate (10 e 13 contro 2,5-3).

Se, dunque, utilizziamo il multiplo massimo delle quotate confrontabili (3) con il multiplo minimo delle due venete (10 e 13) otteniamo che VB dovrebbe attestarsi teoricamente sui 9€ (per la VI su 11,25€).

Ovviamente, come dicevo, si tratta solo di valori teorici perché: 1) hanno il difetto di usare un moltiplicatore identico per realtà che identiche non sono; 2) i valori che non tengono conto dell’annacquamento connesso con i prospettati aumenti di capitale. Questi conticini sono alla portata di tutti gli investitori perché i dati utilizzati sono di pubblico dominio.

La risultante dovrebbe essere un prezzo di mercato prossimo al valore nominale.

Si prevede una massiccia diserzione dei vecchi soci, mossi da cocente delusione e velleitarie speranze di ritorsione; non a caso, le due banche hanno fatto appello a due grandi gruppi italiani per fronteggiare l’inoptato.

I vecchi soci, secondo me, non dovrebbero però disertare l’aumento di capitale per diversi motivi fra i quali 1) per diversi anni hanno goduto di pingui dividendi (ancorché al lordo delle imposte) che hanno contribuito a spolpare la banca; 2) le perdite che vengono maturando vanno rapportate ai prezzi di acquisto che ciascuno ha sostenuto (non credo che tutti abbiano comprato le azioni ai prezzi massimi degli ultimi anni); 3) le perdite stesse vanno rapportate ai patrimoni di ciascuno (e mi auguro che non tutti detengano attivi composti solo da azioni di una o di entrare le banche); 4) ultimo, ma non di minore importanza, gli azionisti-soci dovrebbero prendere atto di avere investito in azioni, cioè in strumenti finanziari ad alto rischio aggravato dall’assenza di quotazione.

Sulla governance e dintorni: il risultato finale dipenderà esclusivamente da chi aderirà all’aumento di capitale. In questo senso, gli attuali azionisti-soci non dovrebbero rinunciare ai loro diritti per guardare indietro, ma dovrebbero guardare avanti: non tutti gli investimenti ad alto rischio, infatti, vanno a buon fine. Non è né la prima né sarà l’ultima volta.

Sarà solo BancaIMI a prendere tutti i diritti di opzione? La controllante al 100%, Banca Intesa, avrà l’onere di assorbire i costi affondati di VB, mediando e diversificando l’attività bancaria sulle zone già coperte direttamente o indirettamente da propri sportelli.

Saranno in parte i vecchi azionisti e in parte BancaIMI? Dipenderà dalla quote sottoscritte e da eventuali patti di sindacato che si potranno  sottoscrivere, il che dipenderà dal potere contrattuale effettivo di ogni sottoscrittore.

Sarà una massiccia presenza di vecchi azionisti, Banca IMI e investitori istituzionali? Potrebbe profilarsi una public company governata da un patto di sindacato che si affida prevalentemente alle mani dei manager.

Si vedrà come andrà a finire perché le combinazioni fra le diverse possibilità sono molte.

Due sono, allo stato, gli elementi che mi paiono incontrovertibili:

1) di regola, dapprima si sottoscrivono gli aumenti di capitale e, successivamente, in base al risultato della sottoscrizione, si determina la governance;

2) come scrive Paolo Possamai (LaRepubbblicaA&F di ieri) <<(…) serve un’avvertenza tecnica [all’Assemblea del 5 dic. p.v.] il voto su tutti i punti all’ordine del giorno avverrà secondo le regole tipiche di una cooperativa, ossia contando le teste e non le azioni (…)>>: il che significa che in quell’occasione non vi saranno grandi o piccoli azionisti.

Altre soluzioni che prescindano dai due punti appena riassunti, secondo me, conducono direttamente nella palude (o, in termini più politicamente corretti, al rinnovo della pratica del capitalismo di relazione) da dove, con grande dispendio di risorse dei privati, il management cerca di uscire.

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  1. La Tab inserita nel testo riporta i minimi e i massimi della giornata. La Tabella seguente riporta invece i minimi i massimi dell’anno 2015. Come si vede i multipli massimi delle quotate non si discostano di molto rispetto a quelli già evidenziati (Bper <3; BpSo <1,6; UBI = 3 mentre il Vm delle altre si aggira intorno all’unità) mentre permane la distanza siderale rispetto a quelli minimi delle due popolari venete.
Società Vn (€)

Vm (€ min-max nell’anno)

Bper 3

4,704 – 8,645

BpSO 3

2,84 – 4,778

Creval

0,7145 – 1,362

BpMI

0,5305 – 1,039

Banco

8,71 – 16,55

Ubi già 2,5

5,18 – 7,88

     
BpVI 3,75

48,00 – 62,50

VB 3

30,50 – 39,50

VB: il piano industriale dell’AD, C. Carrus

Non concordo col giudizio poco lusinghiero di F. Bolognini (v. in calce [1]) sul nuovo piano industriale di VB.

Osserverei piuttosto che il Piano Carrus prevede due importanti elementi (v. in calce [2]: 1) prima la Borsa e poi l’aumento di capitale; 2) core business diverso, rispetto al passato, sul quale fondare il recupero dell’utile e del dividendo.

Sul primo punto, i soci potranno godere del diritto di opzione che, per quanto ridotto, tenderà a lenire le ferite di chi ha perso molto (peraltro non tutti nella medesima misura, perché dipende dal prezzo di acquisto e dai dividendi lordi percepiti nel tempo)  Il sottoprodotto potrebbe essere costituito dalla volontà di rendere trasparente una perdita, che la palude tende ancora a coprire, con grave danno degli azionisti che continuano ad essere illusi su prezzi inesistenti.

Sul secondo punto, mi sembra rilevante il puntare a ridefinire il core business, cioè fare la banca commerciale pura. Il che significa essere protagonisti laddove ci sia convenienza a finanziare il Capitale Circolante Netto di imprese, cioè quelle che hanno maturato la convinzione che cash is king, profit is an opinione e cioè che il fatturato non accompagnato dalla riscossione dei crediti commerciali è vacuo (come ci ha spiegato Copeland una trentina di anni fa) e la banca non può sopperirvi più di tanto.

Penso, come affermo fin dall’inizio di queste vicende, che i soci e gli azionisti attuali dovrebbero guardare avanti e non attardarsi sul passato: si tratta di un investimento andato a male, come accade spesso e soprattutto a causa anche di un po’ di superficialità da parte degli investitori e dei venditori di prodotti finanziari.

Azionisti e Soci attuali possono oggi sperare in un investimento a medio termine conveniente se l’AD riuscirà a non cedere alle richieste dei sindacati dei lavoratori, che pensano di opporsi ai ridimensionamenti aziendali facendo leva sul passato; del sindacato degli industriali, che ancora pensa alla banca del territorio, e dei politici che tendono a porre a carico della finanza pubblica le perdite private.
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[1] Piani tristi e senza coraggio: la banca così non svolta (di Fabio Bolognini, 14 Ottobre 2015)

Come paventavo nel precedente articolo le anticipazioni dei Piani Industriali varati in fretta sotto la pressione della prossima trasformazione in spa e quotazione in Borsa, lasciano ampie zone di perplessità proprio sulla base dei contenuti e delle promesse. A un occhio allenato offrono poche certezze che quel cambiamento drastico richiesto alle banche che, a Vicenza e a Montebelluna, hanno appena offerto uno spettacolo desolante nei numeri e nei rapporti con gli azionisti storici, possa avvenire nei prossimi anni.

Prendiamo il comunicato stampa emesso oggi da Veneto Banca e soffermiamoci su promesse vaghe come ‘Incremento dei ricavi’ (meno male…) basato però su azioni strategiche che parlano di snellimento ed efficienza, due sostantivi che richiamano più ai costi che non ai ricavi o al servizio alla clientela. Che dire di obiettivi qualitativi formulati con il ‘concentrare le proprie risorse sull’attività caratteristica tradizionale, quella di servizio ai territori di riferimento’? Quale differenza o cambiamento si può intravedere rispetto ai medesimi obiettivi di concentrazione sul territorio enunciati tante volte in passato?

Proprio il passato è il giudice più severo di questi piani industriali insipidi e tristi. Basta prendere per Veneto Banca il piano industriale 2014-16 comunicato nell’aprile 2014 per accorgersi che:

– l’utile previsto nel vecchio piano per il 2016 (221 milioni) è di poco superiore a quello previsto nel nuovo piano ma spostato al 2020 (240 milioni)
– il Margine d’intermediazione previsto per il 2016 (1.146 milioni) è inferiore a quello oggi previsto per il 2020 (1.002 milioni)
– la vera differenza sta nel taglio dei costi previsto in crescita annua dello 0,2% dal vecchio piano e in frenata del 4,6% in quello nuovo. Tagli, chiusura di filiali, riduzione di personale, lacrime e sangue.

Persino su obiettivi e azioni qualitative rileggiamo le stesse frasi incolori: ‘focalizzazione sul core business’ e ‘sviluppo della multicanalità integrata’ nel 2014 diventano ‘maggiore efficienza del modello di business’ (?) e ‘potenziamento della multicanalità integrata’ diciotto mesi dopo, lasciando ai poveri clienti la traduzione in veneto dell ‘assetto Hub & Spoke con un nuovo concetto di filiale’.

Come questa banca – ma la domanda andrebbe posta a tutte le banche – possa recuperare ‘attrattività’ verso i clienti o la ‘reciproca fiducia con i clienti, all’insegna dell’affidabilità’ non è spiegato nel comunicato, ma è certo che si tratti di un obiettivo ambizioso e di uno sforzo di straordinaria entità.

Per quello che riguarda gli azionisti notizie poco incoraggianti, per i vecchi che si preparano a contare le perdite quando vedranno le future quotazioni dei titoli in Borsa, ma anche per i nuovi a cui è promesso lo stesso ritorno (7% del nuovo piano contro il 7,4% del vecchio) sul patrimonio tangibile con sempre maggiore alea visto quanto è successo in questi anni.

Nel Piano Industriale non c’è uno scatto d’orgoglio, non c’è il coraggio di cambiare traiettoria e proporre un’idea di banca diversa, lontana da quella che ha fallito e che ancora probabilità di fallire soprattutto se oltre al nuovo peso della vigilanza regolamentare si aggiunge la previsione di una disgregazione dei servizi finanziari che sposterà le operazioni di pagamento e finanziamento dei clienti su piattaforme web meno costose e veramente veloci. Tagliare i costi e il personale, spostare le attività di backoffice e di processo fuori dalla banca rende improbabile un clima aziendale pervaso da entusiasmo e dedizione al servizio della clientela, abbassa tremendamente le difese immunitarie della banca e la espone a qualsiasi attacco da parte di chi vuole prendersi pezzi di attività o segmenti di clientela insoddisfatta.  Tra le rughe di questo triste simulacro di piano industriale sono nascoste alcune cose belle come la ‘crescita professionale delle figure ad alto potenziale’ (meritocrazia) e l’assunzione di giovani per ‘accelerare il processo di ringiovanimento del Gruppo’. Troppo poco, un’altra occasione persa.

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[2] VB andrà in Borsa ad aprile 2016«Azioni decisamente più basse» (di Davide Pyriochos, VeneziePOst del 14 ottobre 2015)
L’ad fresco di nomina, Cristiano Carrus, ha presentato a Montebelluna un piano industriale che somiglia molto nelle linee strategiche a quello di BpVi: aumento di capitale, Ipo, chiusura di 130 sportelli, 430 esuberi. Possibile la cessione delle banche estere e della quota in Ferak ma senza fretta. Favotto: «Il cda si dimetterà con approvazione bilancio 2015»

Come per la Popolare di Vicenza, anche per Veneto Banca l’urgenza del rafforzamento patrimoniale (pari a 1 miliardo di euro nel caso di Montebelluna) impone di bere l’amaro calice della quotazione in Borsa. Cambia solo la sequenza cronologica degli eventi perché mentre la BpVi giudata da Francesco Iorio effettuerà l’aumento di capitale da 1,5 miliardi immediatamente prima della Ipo, la VB di Cristiano Carrus – nominato ad giusto ieri – starà in Borsa circa un mese prima di chiedere a soci e mercato nuovo capitale. La conseguenza inevitabile, ammessa senza reticenze dallo stesso Carrus che oggi ha presentato il piano industriale 2015-2020, è che il prezzo delle azioni risulterà «decisamente più basso» dei 30,5 euro stabiliti nell’ultima assemblea (che già ha svalutato l’azione del 23% rispetto ai precedenti 39,5 euro). Ma il fieno in cascina è solo una parte del piano, il cui successo si basa anche sullo snellimento del gruppo: chiusura di 130 filiali (da 550 a 420) e 430 esuberi (rispetto agli attuali 5.500 dipendenti). Cui farà da contraltare lo sviluppo del retail, l’investimento nell’IT e l’ingresso di 57 neo-assunti che dovranno «rafforzare la struttura».

Gli effetti di questa cura da cavallo si vedranno soprattutto sugli indici patrimoniali, con il Cet1 che salirà sopra il 13% nel 2018 per arrivare al 16% nel 2020, rispetto all’8,16% che si riscontrava al 30 giugno 2015. Inoltre Carrus prevede un ritorno all’utile già nel 2016 (per qualcosa come 10 milioni di euro circa), con un incremento progressivo fino a 160 milioni nel 2018 (anno in cui è previsto il ritorno al dividendo) e a 240 nel 2020. Per quanto riguarda l’entità del monte dividendi, si prevede che si aggirerà intorno ai 49 milioni nel 2018 e ai 72 milioni due anni più tardi. I crediti dubbi, oggi al 27%, dovrebbero nel frattempo scendere al 24% nel 2018 e al 20% nel 2020. Il primo passo di questa complicata manovra è comunque la trasformazione della banca in spa, che avverrà con l’ultima assemblea a voto capitario convocata il 5 dicembre prossimo. Poi in marzo si prevede la quotazione in Borsa e in aprile l’aumento di capitale. Da lì in avanti Veneto Banca tornerà ad avere un futuro e potrà (posto che l’ipotesi base del piano è quella stand alone) riaprire il capitolo aggregazioni.

Cosa che oggi non è possibile: «Mettere insieme due banche, che assieme hanno bisogno di 2,5 miliardi di nuovo capitale, significa mettere insieme due soggetti in difficoltà» ha detto Carrus a chi gli domandava di una possibile fusione con Vicenza. Ma anche gli scenari di aggregazione con altri soggetti sono tramontati: «La fusione – ha detto Carrus – è un tema facile da raccontare ma difficilissimo da fare». Dato che l’assoluta priorità è la ricapitalizzazione da un miliardo, «condizione – ha detto l’ad – necessaria, centrale, senza aumento di capitale non si sta in piedi», la scelta strategica vera è la quotazione in Borsa, perché il miliardo «può venire solo attraverso il mercato borsistico». Ragionamento identico a quello sviluppato qualche settimana fa, cinquanta chilometri più a ovest da Iorio.

Allora la domanda cruciale è capire dove arriveranno le azioni di Veneto Banca, posto che il valore della quotazione sarà «decisamente più basso» del prezzo fissato con l’ultima assemblea, e che in occasione dell’aumento di capitale i titoli saranno «sicuramente» offerti con un ulteriore sconto. «È molto difficile oggi fare una previsione in termini di forbice di prezzo – ha detto il manager – Sono ipotesi del tutto inappropriate, anche perché se la Borsa oggi quota le banche 0,7-0,8-1,1 volte il patrimonio tangibile, non possiamo prevedere quanto sarà nei prossimi mesi anche alla luce di eventuali fusioni, dato che anche la contendibilità è un fattore fondamentale per queste valutazioni». Carrus ha sottolineato poi che non è possibile prevedere nemmeno quanto varranno le azioni a fine piano e se il prezzo potrà tornare a livelli paragonabili agli attuali. «Di certo – ha concluso – mi aspetto che chi compra in fase di quotazione ed entra a un livello di prezzo decisamente più basso fa un investimento sul futuro».

Quanto alle aspettative per l’aumento di capitale, Carrus ha sottolineato che da Banca Imi (advisor dell’operazione) informano «che c’è una forte richiesta a farlo e quindi a entrare nella Veneto Banca quotata in Borsa». «Mi aspetto di avere investitori a lungo termine, non speculatori o hedge fund, anche se poi ci saranno anche loro», ha aggiunto. L’ad d’altra parte ha ribadito che il momento della quotazione dovrà essere preparato con cura, spiegando che l’istituto sta «cercando ogni mezzo per minimizzare e per dare un senso anche fisico al disagio dei nostri soci. I nostri soci sono per noi importantissimi», ha proseguito, notando tuttavia che al momento non si è ancora messa a punto una soluzione per ridurre l’impatto negativo della quotazione in Borsa: «La stiamo cercando», ha aggiunto.

Oltre all’aumento da 1 miliardo, la banca intende rafforzare il patrimonio procedendo con la vendita di BIM, dopo che la cordata capitanata da Pietro D’Aguì è stata bloccata della Bce, ed è pronta a riconsiderare tutte le partecipazioni non strategiche (l’unica davvero strategica è Apulia), comprese le banche estere (Moldavia, Croazia, Albania): «Usciremo dai mercati non tradizionali. Non ci vogliamo essere dove non possiamo essere attori protagonisti. Questo – ha spiegato Carrus – non vuol dire vendere subito le banche estere, ma ragionare sul da farsi velocemente». Discorso simile per la quota di Generali detenuta attraverso la partecipazione al 9,9% in Ferak (società che gestisce un patrimonio di 600 milioni): si può anche decidere di vendere ma senza fretta. La partecipazione è infatti già stata svalutata ai livelli di mercato, ma «Se la vendessimo non produrrebbe utili, se la tenessimo non produrrebbe grattacapi» chiosa Carrus. Che invece spiega che la banca non rinnoverà la sponsorizzazione della Juventus: «Ci spiace non farla più – ha detto il manager – ma non ce la possiamo più permettere», anche perché «quando l’abbiamo presa era in serie B e quindi costava meno». «La sponsorizzazione della Juve, insieme ad altre, poteva essere fatta in altri momenti, mentre oggi ci concentriamo sui nostri territori», ha aggiunto.

Ma tra le notizie rilevanti emerse nella conferenza di oggi c’è anche quella inerente alle azioni acquistate con finanziamenti della banca: a Vicenza queste operazioni hanno costretto Iorio a “congelare” quasi un miliardo di patrimonio, mentre a Montebelluna l’impatto è stato inferiore. «Abbiamo già espunto dal capitale 110 milioni nella semestrale perché legati ai finanziamenti. Naturalmente – ha spiegato Carrus – potranno rientrare se si dimostra che non era capitale finanziato». L’ad ha poi sottolineato che altro capitale sarà espunto nei conti dei 9 mesi, che saranno la base per la quotazione in Borsa dell’istituto. Quanto agli accantonamenti su crediti, Carrus ha precisato di non aver «ancora finito di fare pulizia». Insomma, il bilancio di fine anno si annuncia molto nero.

Sarà proprio con l’approvazione dei conti 2015 (che avverrà a maggio 2016) che il cda rassegnerà le dimissioni, che invece le associazioni “Per Veneto Banza” e “Azionisti di Veneto Banca” chiedono siano formalizzate con la trasformazione in spa, cioè il 5 dicembre prossimo. L’annuncio è stato fatto dal presidente Francesco Favotto, al fianco di Carrus durante la presentazione del piano industriale. Favotto ha spiegato che «ogni azione decisa dal cda è concordata con la Bce», ed è perciò opportuno che il consiglio «concluda l’opera di risanamento prima di presentarsi ai nuovi soci». Infine Favotto ha escluso azioni di responsabilità contro il precedente management: «Queste cose – ha detto – si affrontano quando emergano evidenze oggettive che allo stato non ci sono».

VB: un passo in avanti con C. Carrus AD

Si apprende da VeneziePost di ieri (v. in calce [1]) che Cristiano Carrus ha definitivamente assunto la guida della Banca.

Appare verosimile che questa decisione segua il nuovo scivolone verso la palude di qualche tempo con la riforma dello Statuto della Banca, prontamente e fortunatamente affossato e corretto dalla Vigilanza (v. in calce [2]).

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[1] Carrus ad di Veneto Banca (Redazione, 13 ottobre 2015)

La notizia, anticipata ieri dal nostro giornale, della nomina  di Cristiano Carrus a Amministratore Delegato di Veneto Banca, ha trovato conferma dalle deliberazioni  del Cda dell’istituto di Montebelluna riunitosi oggi. In una nota diramata un’ora fa il Consiglio di Amministrazione di Veneto Banca rende noto infatti che il dottor Matteo Zoppas ha presentato, in data odierna e con decorrenza immediata, le proprie dimissioni dallo stesso Consiglio di Amministrazione. A seguito di questa decisione, il CdA ha deliberato la cooptazione di Cristiano Carrus nominandolo Amministratore Delegato e confermandolo Direttore Generale.
(…)
Cristiano Carrus, veneziano, 57 anni, vanta una lunga esperienza nel settore creditizio e una profonda conoscenza delle aree dove è attiva Veneto Banca. Nella sua carriera ha infatti ricoperto importanti incarichi in diverse realtà che oggi fanno parte del Gruppo Banco Popolare: Credito Bergamasco (Direttore Generale), Banca Popolare di Novara (Direttore Generale), Banca Popolare di Verona (Direttore Generale) e Banca Aletti Suisse (Direttore Generale). E’ entrato in Veneto Banca nel 2014 con l’incarico di CFO e Vicedirettore Generale Vicario, per assumere ad agosto 2015 il ruolo di Direttore Generale.
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[2] Popolari Vicenza e Veneto: atterraggio (duro) in Borsa (di Stefano Righi in CorriereEconomia del 12 ottobre 2015)(…) Se a Vicenza con l’arrivo di Iorio si è fatta chiarezza, a Montebelluna su alcune cose ancora si tentenna.

La prima bozza del nuovo statuto della banca presieduta da Francesco Favotto è infatti stata rispedita al mittente dalla Banca d’Italia. Inizialmente si prevedeva l’estensione della sospensione del diritto di recesso anche ad altri strumenti di capitale oltre alle azioni e, parallelamente, si prevedeva di limitare la scelta dei consiglieri tra i soci della banca stessa aventi diritto di voto (!). La particolarità non è passata inosservata in Banca d’Italia che, il 18 settembre, ha approvato una bozza rivista, dalla quale erano scomparse sia le estensioni al diritto di recesso che le limitazioni alla scelta degli amministratori.

Sono segnali di come, a Montebelluna e a Vicenza, non ci si rassegni al fatto che il tempo è passato e che dal 4 novembre 2014 esiste una Unione bancaria europea. Dettagli, per molti soci e alcuni amministratori. Veneto Banca non ha ancora imboccato la via del futuro. I soci frenano, sperano in un cambiamento che, negato da un pronunciamento del Tar di mercoledì scorso, potrebbe concretizzarsi dal 10 febbraio. Ma intanto la banca – come pure la Vicenza – perde la presa sul territorio. Non esistono dati ufficiali, ma diversi indicatori evidenziano la crescita nel Nordest dei portafogli in carico ai private bankers di Banca Generali, Mediolanum e Fineco che stanno approfittando del clima di incertezza in cui si dibattono le due popolari.

(…)