Tremonti bonds, Unicredit, IntesaSanPaolo

Leggo da una cronaca del Sole24Ore di oggi (p. 5) che il Ministro Tremonti ha dichiarato che alcune banche non vogliono i suoi bond <<perché non vogliono dare i soldi alle imprese. E’ una loro libera scelta, ma non fanno bene il loro mestiere>>.
TremontiE’ comprensibile che il Ministro sia dispiaciuto per il bilancio dello Stato, che avrebbe lucrato notevoli introiti dalle banche che avessero sottoscritto i suoi titoli, d’altra parte le due grandi banche che hanno deciso di seguire un altro percorso per ricapitalizzarsi, penso abbiano valutato i costi dell’una e dell’altra alternativa.
Cioè quanto costa vendere pezzi di carta computabili nel patrimonio di vigilanza al Tesoro e quanto costa vendere analoghi pezzi di carta ai soci e/o al mercato.
Fra i costi non monetari, presumo esse abbiano valutato negativamente anche la possibilità di essere sottoposte ai conclamati controlli prefettizi sui crediti erogati, conseguenti alla sottoscrizione dei titoli da parte del Tesoro.
Che, poi, le banche non vogliano <<dare soldi alle imprese>> è possibile: tuttavia bisognerebbe capire se sia auspicabile che le banche stesse `diano soldi’ alle imprese tout court o finanzino le imprese meritevoli di credito.
Eppure tutti dicono che la relativa prudenza adottata nel passato è quella che meglio ha salvaguardato le banche italiane dall’essere colpite dalla crisi, almeno nella misura delle banche britanniche e nordamericane.
Dopo quasi un anno dal decreto che li prevedeva, i Tremonti bond sembrano avviati ad un clamoroso insuccesso.

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Tremonti bonds: economicità 2

RendimentiLa tabella qui accanto riprende quanto pubblicato da Rossella Bocciarelli ne IlSole24Ore del 6 marzo scorso ove si riassume quanto previsto dal prospetto di emissione degli strumenti finanziari allegato al Regolamento di cui all’art. 12 della L. 2/09 (o del Decreto 185/08).
Si può osservare anzitutto che gli strumenti non hanno alcuna scadenza e che gli emittenti, oltre ad avere la facoltà di convertirli in azioni ordinarie a partire dal terzo anno, hanno anche la facoltà  di rimborsarli:
1) entro 4 anni, nel qual caso dovranno pagare una cedola nominale annua dell’8,5% e riborsare alla pari; ovvero rimborsarli a partire dal quinto anno, a prezzi crescenti (da 110 nel 2013-14 a 160 nel 2022-23) e corrispondere al sottoscrittore una cedola crescente fino all’11% nel 2023;
2) in qualsiasi momento, ma fino al 2023, nel qual caso si dovrà corrispondere al sottoscrittore una cedola nominale annua crescente dal 7,5% (nel 2009) all’11% (nel 2023), oltre che rimborsare a valori crescenti da 120 (nel periodo 2010-2012) a 160 (periodo 2022-23).
Dati gli attuali livelli dei tassi (molto vicini allo zero) il rendimento, dal punto di vista del sottoscrittore, appare appetibile sia nel primo sia nel secondo caso, per effetto sia della cedola sia del premio al rimborso.
Per converso, dal punto di vista dell’emittente, i titoli appaiono molto onerosi.
Eppure sembra che vi sia la corsa all’emissione: gli oneri attesi quindi dovrebbero complessivamente compensare le necessità patrimoniali degli emittenti i quali sono disposti ad accollarsi questi costi pur di rientrare nei parametri previsti da Basilea 2 per fronteggiare i rischi dell’attivo.
Il MEF (il sottoscrittore), peraltro, ottiene oggi l’economicità nel suo complesso dell’operazione (condizione prevista dal Decreto).
Quello che non ho capito, fra le altre cose, sono le ipotesi inflazionistiche che stanno alla base di questa iniziativa: le attese inflazionistiche che traspaiono, infatti, dovrebbero essere molto accentuate.
Ma si sa, l’inflazione si vede a giochi fatti e fra qualche anno nessuno ricorderà più questa vicenda.

Tremonti bonds: gli Osservatori del credito

Fra le cose sorprendenti della L. 2/09 vi è la previsione di attivare gli ‘Osservatori del credito’ (art. 12, c. 6) presso le Prefetture: gli Osservatori dovranno fornire al Ministro i dati, disaggregati per Regione e per categoria economica, di modo che egli possa riferire periodicamente al Parlamento se e come gli emittenti i bond finanzino l’economia con i mezzi ricevuti dallo Stato (sottoscrittore del titoli).
In proposito, a me sembra si possano fare due osservazioni:
a) i bonds vengono emessi per raffrozare il patrimonio di vigilanza delle banche (in particolare il tier 1) , da tutti ritenuto non adeguto agli attivi bancari (cui deve essere rapportato). Ciò significa che le banche dovrebbero aumentare i finanziamenti a ridottissimo rischio. Se, invece, continueranno a finanziare tout court l’economia, soprattutto in questo periodo di crisi, vedranno nuovamente e rapidamente erosa la loro base patrimoniale. Così il primario obiettivo dei bond fallisce.
b) i ‘finanziamenti all’economia’ richiedono un’analisi del merito di credito delle imprese: gli Osservatori disporranno di informazioni per attestare il rischio di credito delle imprese che si rivolgono alle banche che hanno emesso i bond? Cioè, in concreto, avranno accesso alla Centrale dei rischi?
Io mi auguro di no
La Banca d’Italia ha già tutti i poteri, le informazioni, le risorse umane, strumentali e finanziarie per vigilare sul mercato del credito e da anni pubblica annualmente, e in dettaglio, l’andamento dell’economia delle varie Regioni anche con riferimento alle risorse finanziarie.
Questa degli Osservatori mi sembra una stella filante, analogamente a quelle iniziative prese in occasione dell’entrata a regime dell’euro e di cui non si è mai capita né l’utilità, né quali risultati siano stati raggiunti.

monitoraggio_credito_imprese_110309…il monitoraggio delle Prefetture sul finanziamento all’economia da parte degli emittenti i Tremonti bonds, secondo il MEF

monitoraggio_credito_imprese_110309
…ed ecco le iniziative francesi di fine 2008

Tremonti bonds: economicità

"L’operazione può essere ritenuta economica nel suo complesso (…) se è conclusa a condizioni (…) che determinano un rendimento atteso (…) inferiore a quello di cui all’allegato prospetto a condizione che:
a) (…);
b) gli strumenti finanziari siano sottoscritti (…) da soggetti privati [escluse Regioni enti locali e imprese pubbliche], per almeno il 30% dell’ammontare complessivo, di cui almeno il 20% da soggetti diversi dagli azionisti che, al momento dell’emissione, detengono più del 2% del capitale dell’emittente".
Così recita l’art. 3 c. 3 del dl 185/08.
Io sono un soggetto privato che detiene un po’ di azioni di un emittente (ben al di sotto del 2% del capitale sociale) e potrei appartenere, pro-quota, ad una ‘cordata’ di sottoscrittori che vorrebbero avvantaggiarsi dei mirabolanti rendimenti previsti per questi titoli.
I mirabolanti rendimenti sono descritti, in modo a me incomprensibile, nell’allegato al regolamento per cui mi ritrovo nelle mani del ‘capo cordata’ il quale, avendo capito tutto, riesce a coinvolgermi nell’investimento.
Il ‘capo cordata’ però non dispone di alcun prospetto informativo (non previsto) né di un prezzo di mercato (i titoli non saranno quotati): come farà a convincermi dei mirabolanti rendimenti e dei rischi collegati?
C’è qualcuno che, leggendo l’allegato, può spiegarmi quanto renderanno e che rischi si corrono partecipando all’ipotizzata ‘cordata’?
Oppure, c’è qualcuno che può spiegarmi quanto i titoli renderanno al Tesoro dato che, se non rendono, l’onere non potrà che essere fiscalizzato?

Tremonti bonds

La L. 2/09 ha dato la possibilità al governo di sottoscrivere titoli ibridi di patrimonializzazione emessi da banche italiane quotate  cui necessitino risorse computabili nel patrimonio di vigilanza.
Ottenute le prescritte autorizzazioni, anche l’Italia si è attrezzata con questo ‘salvagente’.
I titoli prevedono una remunerazione del 7,5% per il primo anno, del 7,75% nel secondo anno e del’8,2% nel terzo anno, ritenuta compatibile col costo medio di fondi similari dell’ultimo quinquennio (dal 7,3% all’8,2%) altrimenti si tratterebbe di aiuti di Stato.
L’elevato costo dovrebbe così rendere conveniente il riacquisto e quindi il disimpegno del Tesoro.
Il costo per lo Stato italiano è incerto (potrà essere calcolato solo al momento del disinvestimento) perché non è chiaro quando e se questi strumenti verranno riacquistati dall’emittente: Moody’, comunque, stima che l’impatto sul debito publico del nostro Paese si attesterà fra lo 0,2 e l’1,2% del Pil, per cui ritiene non dovrebbero esservi ripercussioni sul ratig del nostro debito assegnato da quella agenzia.