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Banca `del territorio’ vs banca `de noantri’

Della prof. Chiara Mio (Ca’ Foscari) ripubblico un recente articolo che mi sembra colga un punto importante sul tema della banca `del territorio’: su questo punto vi è stata nei decenni scorsi molta confusione tanto da condurre al dissesto parecchie banche del NordEst. Il tema è tornato di moda in questo periodo in tutta Italia per via dei dissesti delle due popolari venete, della 4 famose banche e delle difficoltà del MPS e di diverse BCC. A parte alcuni platonismi tipici di noi professori, mi pare che il contento dell’articolo meriti la massima attenzione.   

Un modello di localismo vincente di Chiara Mio (Presidente FriulAdria Credit Agricole), in `Il Gazzettino’ del 7 ottobre 2016

Territorialità può far rima con eccellenza? Perché no. Spesso siamo portati a pensare che se una persona dialoga abitualmente nel proprio dialetto non sia capace di sostenere una conversazione in inglese. Non è così. Anche una qualsiasi piccola Betlemme del Nord Est può irradiare una luce luminosissima, come dimostrano le tante aziende locali leader nei rispettivi settori. Gli esempi si sprecano. Dalla meccanica al mobile, dal tessile all’enogastronomia. Come Nord Est dobbiamo scrollarci definitivamente di dosso l’atavico complesso della domestica con l’accento veneto mal rappresentata in tanti film. E dobbiamo riuscire a comunicare che la domestica in questione è oggi un’imprenditrice laureata, multitasking e cittadina del mondo.

Ma torniamo sul concetto di territorialità. Che cosa significa nel 2016 essere del territorio? E soprattutto cosa significa ciò per un istituto di credito?

Quando si compiono scelte che implicano l’uso di risorse non si utilizza un criterio affettivo.

Si decide in base al miglior rapporto qualità/prezzo. Solo in via subordinata entrano in gioco aspetti relazionali ed emotivi. Se acquistiamo un’auto, la scegliamo in base all’affidabilità, alle prestazioni, al design e al prezzo. A parità di queste caratteristiche, ci affidiamo al  rivenditore che conosciamo da tempo, i cui genitori andavano in montagna con i nostri genitori. Ma sarebbe deleterio anteporre l’aspetto relazionale e affettivo al valore intrinseco del prodotto.

Oltretutto, l’avvento del digitale e dell’e-commerce, rende ancora meno rilevante la sfera dell’esperienza relazionale durante l’atto d’acquisto. Diventano prioritari altri aspetti, quali la competenza e la trasparenza.

Ci sono, tuttavia, due modi di intendere la territorialità.

Il primo modo è quello di ricorrere alla leva affettiva per collocare prodotti di bassa lega o comunque inadeguati al profilo del cliente. Un mix di mediocrità e malafede da biasimare. Quando si mistifica il legame con il territorio, barattando la qualità con altri interessi, il danno reputazionale rischia di diventare irreparabile sia per chi lo commette sia per la comunità che lo subisce. Ad essere mortificati sono la fiducia, l’orgoglio di appartenenza e il senso di identità.

Il secondo modo di intendere la territorialità è quello di coloro che potrebbero competere ovunque nel mondo, ma scelgono di innestare la loro qualità nella radice del luogo d’origine e di vivere della stessa linfa. In questo caso il riferimento al territorio assume un tratto emotivo che si somma e non si sostituisce al confronto competitivo. L’eccellenza del servizio non è solo garantita, ne esce rafforzata in termini di calore, umanità e sensibilità. Da anni FriulAdria Crédit Agricole è impegnata nell’affermazione di questo modello, riconosciuto da molti osservatori e analisti come solido e profittevole.

Quando le persone affidano i propri risparmi ad una banca locale, si aspettano qualità e servizi al pari di quanto otterrebbero da altri competitor globali. Ci sono elementi irrinunciabili – come appunto la solidità e la redditività – che non possono essere sacrificati sull’altare dell’identità. Pensiamo alla possibilità di investire in persone, nuove tecnologie e progetti di sviluppo resa possibile dall’appartenenza a un gruppo che riesce ad abbinare i valori mutualistici e federali alla solidità patrimoniale e alla visione strategica.

Sopra questi fondamenti, si può innestare, come tratto distintivo, la territorialità, mai a scapito dei requisiti citati, ma come surplus. Una banca che ha orecchi e occhi locali capisce meglio un trend locale e si affianca a iniziative il cui significato e valore risiedono al di fuori del perimetro dei numeri.

Contemporaneamente, va evitato di confondere l’identità con l’alibi della mediocrità. Sull’onda delle Olimpiadi, mutuo un esempio sportivo. Le nostre stelle dello sport conseguono record e si confrontano ben oltre i confini della piscina comunale. Per arrivare a Rio, hanno superato avversari prima italiani e poi di tutto il mondo. Anche se a noi destano orgoglio e simpatia perché vivono nelle nostre borgate, non possono invocare questa simpatia quando gareggiano: lì le regole del gioco sono mondiali e uniche. Lo stesso vale per i mercati, in particolare per quello bancario.

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Le performance delle banche `del territorio’

Può essere interessante leggere il seguente riassunto di L. Iezzi (LaRepubblica di oggi, v. in calce) sulle gesta delle banche `del territorio’: il giornalista si sofferma su alcuni piccoli giganti dissestati e  pesantemente condizionati da politicanti e da camarille locali. Purtroppo l’articolista trascura il MPS il cui territorio era molto più ampio e le molte BCC il cui territorio è molto più ristretto rispetto agli esempi addotti nell’articolo.

Finanziando gli amici degli amici non si distruggono solo le banche, ma si raziona anche il credito a carico delle imprese migliori: a me sembra che gli antidoti a questo andazzo potrebbero essere la quotazione in Borsa anche delle cooperative di credito, ove vi sia la distinzione fra soci (che fanno parte degli Organi decisionali) e azionisti, oltre che la loro contendibilità sul mercato.

Che il mercato sia la panacea non è sicuramente certo; ma un po’ di mercato potrebbe sicuramente contribuire ad una maggiore trasparenza, ad una migliore allocazione delle scarse risorse finanziarie, ad una migliore salvaguardia delle ragioni dei depositanti e ad un recupero di reputazione delle autorità di controllo.

I danni della palude (cioè del capitalismo di relazione) sono sotto gli occhi di tutti e coinvolgono tutti: è da augurarsi che almeno i manager ne stiano lontani per il bene delle aziende di credito.

Ma chi vuole il mercato? Non gli industriali, che hanno interessi contrapposti a quelli delle banche, non i sindacati che non si rendono ancora conto della rivoluzione telematica, non la politica che ritiene ancora che le banche prestino i depositi (cioè i loro debiti). Quanto alle autorità di controllo mi sembra tergiversino.

D’altra parte, si sa: la carne è debole.

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Ancona, Teramo e il Nordest quel filo unico che lega i “furbetti” delle Popolari (di Luca Iezzi)

I furbetti delle banche son tornati. O forse si erano solo spostati in piazze meno centrali e, come suggerisce l’inchiesta dei giudici di Spoleto, meno controllate dalle autorità di vigilanza.

Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare di Spoleto, Cassa Ferrara, Carige, Cassa risparmio di Teramo, Banca Marche, tutte sull’orlo del collasso e tutte hanno prodotto inchieste giudiziarie. Sotto la comoda coperta delle relazioni di provincia e la retorica dell’economia del territorio da sostenere ad ogni costo, si ripeteva uno schema simile: un gruppo di manager interni, più una serie d’imprenditori e faccendieri esterni “prendevano possesso” delle chiavi della cassa della banca. Prestiti facili a chi era nella cerchia giusta che raramente si preoccupavano di restituirli. In contropartita gli imprenditori amici acquistavano, con una parte dei soldi prestati, azioni delle stesse banche che così risultavano anche più capitalizzate della realtà. I manager interni ci guadagnavano in potere e spesso anche direttamente nel portafoglio.

Non solo lo schema “prestiti facili a impreditori azionisti” si ripete, ma la ragnatela unisce le banche riproponendo gli stessi nomi. Un primo bandolo parte dalla Cassa di Risparmio di Teramo dove siamo già arrivati al rinvio a giudizio per 16 persone da parte del tribunale di Roma. Secondo i giudici «un sodalizio criminoso» ha sottratto oltre 220 milioni alla banca finita prima commissariata e poi “salvata” dalla Popolare di Bari. Perno del sistema di «associazione per delinquere transnazionale» l’ex direttore generale Antonio di Matteo (dal 2005 al 2011) e l’avvocato modenese Gianpiero Samorì.

Quando nel 2013 gli inquirenti cercano i soldi spariti dalla Tercas in «concessioni di finanziamenti al di fuori dei protocolli di garanzia previsti» li vanno a cercare anche nella popolare di Spoleto, che sarà commissariata dalla Banca d’Italia di lì a poco. Ma è l’avvocato modenese Samorì quello più bravo a muoversi su diversi tavoli, e non solo per l’avventura politica “alla Berlusconi” fondando “I moderati in rivoluzione” che ha ricevuto scarsi risultati in termini di consenso. Samorì era tra i clienti privilegiati anche a Montebelluna, dove Veneto Banca è ora costretta una difficile ristrutturazione dopo che il regno del direttore generale Vincenzo Consoli e del presidente Flavio Trinca si è concluso lasciando centinaia di esuberi e la necessità di un aumento di capitale. Nella sua città è stato espulso come socio della Popolare dell’Emilia Romagna per un tentativo di “acquistare” da un ex dipendente la lista soci della banca (processo in corso a Bologna).

Poi ci sono i controllori, Bankitalia e Consob, finiti a loro volta nell’occhio del ciclone. In tutte le inchieste, Tercas, Banca Marche e anche per Popolare Vicenza e Veneto Banca i manager si sono macchiati anche del reato di “ostacolo alla vigilanza”. In molti procedimenti le autorità si sono costituite parte civile, perché ingannate dalle comunicazioni ufficiali. Inoltre è quasi sempre grazie ai commissari inviati da Via Nazionale e alla loro collaborazione con gli inquirenti che le meccaniche e l’entità delle truffe emergono in tutta la loro interezza.

Sulla gestione dei salvataggi, però non mancano le ombre: ad Ancona gli azionisti sono sul piede di guerra perché nel 2012 un giudizio molto negativo di Bankitalia sul patrimonio viene nascosto dal management nel corso dell’aumento di capitale da 180 milioni rivelatosi inutile. La Consob ha multato il cda per questa omissione, ma resta il fatto che le due autorità non si sono parlate e alla fine i sottoscrittori hanno perso tutto. Ora Banca Marche va verso un nuovo aumento di capitale (800-1000 milioni probabilmente in gran parte a carico del Fondo Interbancario di garanzia).

Più clamorose le accuse sulla Popolare di Vicenza, in cui Banca d’Italia non avrebbe contrastato le scelte del presidente Gianni Zonin. Accuse che avevano tanto amareggiato il governatore Ignazio Visco da fargli dichiarare la settimana scorsa: «Bannkitalia è stata chiamata in causa più volte, e spesso sulla base di presupposti erronei, sbagliati, equivoci veri e propri. Chiariremo». Ora arriva la nuova tegola di Spoleto in cui secondo l’esposto presentato dai vecchi soci via Nazionale avrebbe spinto oltre il lecito per imporre il matrimonio con banco Desio, tanto da convincere proprio la Popolare di Vicenza a non intervenire sulla Bps (in cambio di una filiale a Torino). Ipotesi investigative, ma che confermano uno scenario di furbetti attivissimi e controllori un po’ distratti.

Del mangiarsi banche: vecchio sport

Forse qualcuno ricorderà la famosa predica inutile di Luigi Einaudi, intitolata più o meno `Banche con aggettivi’ (ca. 1923, ma cito a memoria) ove l’Autore predicava inutilmente che le banche non avrebbero dovuto essere cattoliche, socialiste, ecc. Detta, in altri termini, non avrebbero dovuto essere rette da cattolici, socialisti, ecc. e quindi fare credito ai rispettivi adepti, in quanto tali, ma alle imprese in quanto meritevoli, indipendentemente dal credo professato sia dal bancario sia dall’imprenditore. Il mestiere della banca è quello di fare profitti, possibilmente rispettando le regole (ma allora non c’era la Vigilanza), e, se del caso, di distribuirli; così avrebbe svolto il suo mestiere a favore degli stakeholder.

Proposizione ingenua quella einaudiana? Chi doveva reggere le banche? Lo spirito santo? I gruppi di potere più o meno schierati da una parte o dall’altra?

Einaudi scriveva in uno dei ricorrenti periodi di turbolenza del sistema bancario italiano cui seguiva, inevitabilmente, la presa in carico da parte della finanza pubblica dei dissesti bancari.

Oggi non è più così, per fortuna. E pagheranno dapprima gli azionisti, poi gli obbligazionisti e, pro-quota, anche i depositanti che tesaurizzano eccessive scorte monetarie (oltre 100m€).

Sotto questo punto di vista possiamo dirci fortunati perché, nel caso della BpopG (v. in calce) pagheranno i promotori e cioè il sindacato degli industriali di Padova.

Per ora, la politica sembra ben lontana da questa vicenda.

E spero continui a restare ben lontana anche dalle vicende delle altre popolari venete.

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Popolare di Garanzia, indagine per bancarotta (Roberta Polese, CorriereVeneto, 15 ottobre 20015)

Doveva essere la banca delle industrie, la risposta del mondo del «fare» alle parole vuote della politica. E invece la Banca Popolare di Garanzia (Bpg), ex Interconfidi, grande sogno di Confindustria Padova, è stato un grande flop. E ora, a sei anni dalla dichiarazione di liquidazione coatta, si scopre che un’indagine della Finanza aveva portato a galla corruzione e false fatture, un fatto socialmente rilevante anche se ormai i reati contestati sono caduti in prescrizione.

Ancora attuale, invece, un fascicolo aperto dal pubblico ministero Roberto D’Angelo, che ereditò l’inchiesta nel 2013 e che sta indagando per bancarotta fraudolenta. Una grana che coinvolgerebbe una ventina di persone, tutti noti industriali e amministratori che negli anni si sono succeduti alla guida della banca, nessuno dei quali però è indagato.

Non c’è quindi solo la tegola della Banca d’Italia che nel 2011 multò i vertici dell’istituto (Molon, Peghin, Bonaiti e altri) con 710 mila euro di multa per «gravi carenze» nel controllo dei conti.

Nel fascicolo penale c’è un’informativa, ora in un procedimento stralciato, che riguarda Giampaolo Molon, amministratore delegato della Banca: la relazione del Nucleo tributario della Guardia di Finanza di Padova all’epoca aveva evidenziato che per un certo periodo di tempo, fino al 2009, è stato in atto un sistema corruttivo che vede al centro proprio un ex militare della Finanza del quale Molon si sarebbe servito per avere informazioni sulle indagini. Si tratta di Giorgio Fraccastoro, ricopriva il grado di Maggiore a Roma e ora è in congedo. È il marito di Simona Monteverde, assunta a Interconfidi nel 2006 come responsabile della filiale capitolina.

Da quanto emerso dalle indagini della Finanza si vede che la famiglia Fraccastoro-Monteverde ha avuto una casa ai Parioli, auto e benefit per 130 mila euro mai preventivamente autorizzati dal consiglio di amministrazione della Popolare di Garanzia. Fraccastoro era stato denunciato e indagato per concorso in corruzione in atti giudiziari perché «per conto e nell’interesse di Giampaolo Molon, al fine di acquisire informazioni utili al medesimo (…) accedeva abusivamente alle banche-dati della Guardia di Finanza».

Dai fatti è passato troppo tempo e ora il reato è prescritto. Il caso emerge dopo accertamenti su alcune false fatturazioni emesse e utilizzate da Stefan Gasslitter, amministratore della società «Max Consulting Sas» e socio di «Roi Team Sas». Anche le false fatture sono cadute in prescrizione, eppure, dall’analisi della documentazione, si può evincere in che modo funzionassero le cose nella Bpg.

Il punto è ben chiarito da un rilievo delle Fiamme Gialle: «A fronte di fatture emerse da E. Paolillo, A. Paolillo e Delano partners – dietro precisa indicazione del Molon e di Ernesto Paolillo – non vi è stata alcuna prestazione professionale».

Che la gestione del denaro della banca non fosse limpida lo si evince anche dalla relazione del professor Lorenzo De Angelis, Ordinario di Diritto commerciale all’università Ca’ Foscari di Venezia, nominato dal giudice per analizzare i bilanci della Bpg e che in una sua relazione depositata l’8 maggio 2012 scrive: «Le perdite della gestione caratteristica dell’impresa sociale degli esercizi dal 2006 al 2009 ammontano a 12.054.084 euro. Tali perdite (…) devono essere attribuite alla responsabilità degli Amministratori, Sindaci e Revisore contabile che l’hanno causato con il loro comportamento commissivo e/o omissivo consistito nel non aver vigilato sulla situazione del patrimonio (…) con conseguente colposo aggravamento del dissesto derivante dall’indebita prosecuzione dell’attività».

In una relazione precedente lo stesso perito parlava di «gravi manchevolezze ed errori non compatibili con l’esercizio dell’attività bancaria», «violazione delle regole della corretta conduzione di attività imprenditoriale».

Rapidità e coraggio per Veneto Banca

Inizia sotto i migliori auspici il nuovo corso di VB: lasciarsi alle spalle l’incresciosa esperienza maturata con gli Organi Aziendali precedenti per guardare avanti senza rimpianti: questo sembra essere il messaggio sostanziale del nuovo DG, C. Carrus, contenuto in una lettera ai dipendenti (v. in calce l’articolo tratto da VeneziePost) che vuole essere anche un segnale inequivocabile ai soci, probabilmente anche depositanti.

Rapidità ed efficacia nella trasformazioni in SpA, senza lasciarsi irretire dai pifferai che tendono a prolungare l’evento, cercando di limitare perdite ormai consolidate nel mercato, ancorché non monetariamente manifestatesi.

Convinzione e coraggio nel prendere atto che le perdite, sono perdite effettive, ed è inutile illudersi. L’unica possibilità effettuale di limitarle è quella di reperire un partner interessato all’economia del NE (e, forse, del vicino Est) e che non abbia sportelli in zona. L’interesse potrebbe creare una domanda di azioni in grado di limitare il tracollo del prezzo che si verificherà con l’accesso al mercato borsistico.

Continuo a ritenere che i soci dovrebbero guardare avanti, evitando di scaricare le rispettive frustrazioni nel vendere le azioni accertando le perdite maturate o, peggio, aumentando le perdite intentando cause civili di lungo periodo e dall’imprevedibile quanto improbabile successo.

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Veneto Banca, il nuovo corso di Carrus: «Agire con rapidità» (di Gianni Favero)

Dalla blindatura cupa delle informazioni e dal controllo di ogni sillaba negli ultimi mesi del suo predecessore ad un «la mia porta sarà aperta per tutti». È una differenza sostanziale prima di tutto di tono quella che Cristiano Carrus, da pochi giorni nuovo direttore generale di Veneto Banca in luogo di Vincenzo Consoli, affida ad una prima lettera rivolta ai «colleghi e colleghe» degli uffici di Montebelluna e di tutto il network in cui l’istituto è presente. Quei lavoratori che, dalle stanze dell’amministrazione come dalle postazioni di frontiera con la clientela, ultimamente non devono proprio aver passato un buon periodo, da un lato preoccupati per il destino stesso della loro occupazione, dall’altro sollecitati a ripetizione da risparmiatori a corto di notizie che chiedevano dati di cui probabilmente loro stessi erano all’oscuro.
Non che tutto questo sia finito. «I tempi che stiamo vivendo – scrive Carrus nella sua enciclica aziendale – sono particolarmente complessi e di non semplice interpretazione, ma ritengo sia necessario affrontare con convinzione e coraggio il futuro, agendo con rapidità ed efficacia, valorizzando i nostri punti di forza e superando assieme, con consapevolezza, le nostre criticità». E poi la scaletta delle priorità. Qualsiasi posizione si ricopra si tenga sempre bene a mente che è fondamentale mettere al centro di ogni attività «sia che si tratti di progetti strategici, sia che si tratti di operatività quotidiana, i nostri stakeholder. Cioè i soci, che hanno sostenuto la nostra crescita e meritano la massima attenzione e ogni nostro sforzo, e i clienti, che dobbiamo affiancare verso la piena ripresa dell’economia».
La banca deve diventare una Spa e poi trovare verosimilmente un compagno di viaggio per fondersi e finire in borsa, con una metamorfosi profonda e senza deroghe rispetto all’amichevole aspetto di banca popolare di pochi anni fa che trasformava «i visi in sorrisi». Difficile trovarne in volto a Consoli nell’ultimo anno, e più arduo ancora far sorridere oggi chi si trova in mano azioni pesantemente svalutate e di cui non si riesce a liberarsi. Però, raccomanda Carrus, «la nostra capacità di tessere, mantenere e sviluppare legami forti con i territori serviti è fondamentale. Dobbiamo farne nuovamente un vantaggio competitivo non solo a Nord Est, ma anche a Nord Ovest, nelle Marche, in Umbria, in Puglia e Basilicata, senza dimenticare la Capitale e i Paesi dell’Est Europa – Romania, Moldova, Albania e Croazia – dove il Gruppo è diventato riferimento degli imprenditori, non solo italiani».
Mercoledì 5 Agosto 2015

Le pietose bugie per i soci delle banche non quotate (Popolari, BCC, Carispa): la `banca del territorio’.

Dovrebbe essere ormai noto a tutti che le banche debbono svolgere l’attività in base ai fondi propri che detengono: anche se molti sé dicenti banchieri non se ne sono accorti, da circa 30anni sono in vigore le disposizioni di Basilea che prevedono la seguente relazione: le attività detenute delle banche debbono essere pari a 12,5 volte i fondi propri. Siccome però le attività detenute sono ponderate in base al rischio da fronteggiare, attività maggiormente rischiose richiedono fondi propri  maggiormente pingui. I fondi propri, si sa, crescono per effetto di due fattori, gli utili accantonati e gli aumenti di capitale. Ne segue che, più l’attività bancaria è rischiosa, maggiore è la necessità di fare profitti e di accantonarli e/o maggiore è la necessitò dei soci di mettere mano al portafoglio per gli aumenti di capitale.

La ´banca del territorio’ è uno slogan cui spesso si ricorre per dire che la banca svolge la propria attività prevalente nell’area geografica nella quale è localizzata con i propri sportelli. Tale slogan viene anche propagandato e associato ad un assunto: il territorio è l’ambiente di elezione della banca locale, un ambiente verso il quale vi è convenienza ad effettuare prestiti alle famiglie e alle imprese. Questo assunto è un’ipotesi di lavoro che può essere adottata salvo prova contraria (sempre che la prova contraria non sia successiva alla concessione del prestito).

Ne segue che è difficile adottare questa ipotesi di lavoro perché se nel territorio non si trovano iniziative convenienti, la banca non dovrebbe ridurre il controllo sul rischio di credito ma semmai aumentarlo, così razionando il credito.

Inoltre, razionando più o meno il credito a seconda dei rischi del territorio, qualsiasi banca per diversificare e attenuare il rischio, investe anche in strumenti finanziari  meno rischiosi (poniamo in Titoli di Stato): data la difficoltà di misurare quanto di questi investimenti andranno a beneficio del territorio su cui insiste la banca è evidente che alla `banca del territorio’ resta prevalentemente il rischio del territorio.

Gli azionisti di queste banche, perciò, hanno convenienza ad assumere il rischio del territorio?

Forse oggi gli azionisti avrebbero convenienza ad assumere rischi di un’area più vasta rispetto a quelli del territorio (è una vecchia storia, abolita negli anni 80 quando ancora si prevedeva che ogni Cassa di Risparmio o Popolare dovesse aprire sportelli entro il proprio territorio ´di competenza’; ma quello eran altro mondo).

Una misura di questa convenienza è data dal valore delle azioni della banca che dovrebbe rispecchiare le aspettative di profitto dell’impresa di credito. Ma se il valore delle azioni viene misurato dal valore del patrimonio netto contabile (o dal CET1) suddiviso per il numero azioni in circolazione, ci si riferisce ad un valore ex-post, mentre gli investitori sanno che i valori delle azioni, quotate o meno, sono valori ex-ante, cioè che scontano il futuro: sono prezzi correnti che scontano valori futuri.

In assenza di quotazione, cioè in assenza di un un numero elevato di osservatori che negoziano effettivamente e di un altrettanto elevato numero di osservatori pronti a cogliere prezzi convenienti, quindi in assenza di un mercato ci si trova nelle mani di pifferai che lanciano stelle filanti le quali, come noto, alla fine della festa pendolano inerti in attesa della `donna delle pulizie’.

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