Grecia, Italia, narcisi, guerre e giubilei.

La Ragioneria dello Stato italiano mette a disposizione il bilancio semplificato del nostro Paese per i prossimi tre anni: millanta sono le considerazioni che si possono fare. Mi soffermo su di un solo aspetto: gli interessi sul debito passano da 87,4 a 90, 1 md/€: il computo della quota interessi è molto complesso perché comprende sia gli interessi sul debito in essere sia quelli sul nuovo debito. Il tasso dell’interesse sul nuovo debito dipende a sua volta da molti fattori anche esterni al controllo del nostro Paese. Comunque sia, 87-90md/€ annui sono un ammontare di tutto rispetto che riduce le risorse disponibili per impieghi diversi da quelli pur necessari per sostenere l’indebitamento.

Per ridurre questa quota sarebbe necessario ridurre l’indebitamento, tuttavia sembra che questo obiettivo suoni come una bestemmia: ma, ridurre l’indebitamento può significare anche `riqualificare la spesa’ cioè renderla maggiormente produttiva. Il che si realizza togliendo risorse da un comparto scarsamente produttivo per destinarle ad un altro cioè, per semplificare, attuando alcune riforme strutturali (ad es. sul sistema pensionistico che incide moltissimo sul debito, riducendo l’invasione dello Stato laddove non vi siano funzioni di sussidiarietà, ecc.).

Sperando che i premi Nobel dell’economia abbiano già testato le loro teorie occupandosi della Grecia e che abbiano preso atto che le categorie logiche della `scienza’ della politica sono diverse da quelle della `scienza’ ‘economica, sarebbe auspicabile condurre una nuova riflessione sull’EU e sull’EMU, una specie di reset volto a considerare che l’EMU è una cosa da costruire con fredda determinazione e che richiede fiducia e categorie logiche delle quali appropriarsi, fra le quali il no taxation without representation (Bini Smaghi).

Non vi è dubbio che Maastricht (1991) e che l’EMU (1999) risalgono a quando ancora l’Internet non c’era o era agli albori, non si parlava di IMEL o di bitcoin, ecc., per cui sarebbe necessario rivedere almeno in parte i parametri fissati allora (D/Pil, d/Pil, obiettivo di inflazione 2%, ecc.).

In caso contrario dovremmo prendere atto che saremo vittime della tecnica per non aver capito che non se ne può prescindere (E. Severino) con risultati molto preoccupanti (Sgroi): in definitiva, io penso sia preferibile discutere intorno ad un tavolo invece che nei `campi di battaglia’.

L’altra soluzione incruenta sarebbe la riscoperta sumèra di un giubileo ogni 100 anni, invece che ogni 50, dato l’allungamento della vita media.

Indagine sul premio al rischio di mercato (MRP)

Pablo Fernandez (IESE Business School. University of Navarra, Madrid, Spain) mi segnala di avere pubblicato un’indagine sulla Premio al Rischio di Mercato richiesto in 88 Paesi, calcolato sulla base di 8,228 risposte ottenute da accademici, analisti e di manager. Rispetto al 2013, nel 2014 il premio richiesto diminuisce nel 59% e aumenta nel 19% dei casi.

Il documento può essere liberamente scaricato (http://ssrn.com/abstract=2450452).

Riuscirà un aumento della regole…

…ad evitare altri dissesti bancari? Difficile a dirsi, visto che nel passato dissesti e regole si sono susseguiti senza soluzione. Sarebbe sufficiente che essi, almeno, fossero posti a carico degli azionisti e dei loro manager, piuttosto che a carico della fiscalità generale.

Vedremo che seguito avrà l’Applicazione in Italia del Regolamento (UE) n. 575/2013 e della Direttiva 2013/36/UE di competenza della Banca d’Italia.

12 tecnologie dirompenti per il nostro futuro

Screen shot 2013-05-24 at 9.55.09 AM I giornali di oggi sono pieni di commenti sul grido    d’allarme del Presidente Squinzi in tema di declino industriale del nostro Paese e, in particolare, del Nord. Autorevoli commentatori si sono messi alla ricerca dei responsabili del declino, dimostrando così di essere ancora proiettati sul passato.

Giunge a proposito, mi sembra, il seguente rapporto di McKinsey che, invece, cercando di proiettarsi nel futuro, individua alcune delle tecnologie che potrebbero cambiarci la vita e invita industriali e policy maker a cimentarsi con queste sfide.

QE Topless: QE3

  Che la politica monetaria sia scarsamente efficace per risolvere questioni di crisi strutturale è noto: negli USA si è aperto un interessante dibattito in materia di incremento dell’occupazione a fronte delle recenti immissioni di liquidità da parte della FED nel corso dell’ultimo triennio. Qui e qui si sollevano pesanti perplessità sull’annuncio del Governatore Bernanke di rendere disponibili 40md/$ al mese per rilanciare l’occupazione.

A sostegno delle critiche si sostiene che nell’ultimo triennio l’espansione monetaria non ha avuto gli effetti sperati, come si vede dal grafico, nonostante l’inflazione sia aumentata. In conclusione, la critica è molto scettica sulla possibilità che queste dosi da cavallo di liquidità senza un tetto (topless) possano rilanciare l’economia.

La politica monetaria ha fatto e fa la sua parte (tassi dell’interesse vicini allo zero, abbassamento della qualità dei collateral, quantità illimitata di base monetaria) ma, come ha sempre avvertito il Governatore Draghi, se il ceto politico non fa la sua parte non se ne esce. E i Paesi come l’Italia, che non riescono a rendersi conto di questa realtà, accumulano un livello di rischio alquanto preoccupante: le nuove generazioni, che non stanno al tavolo delle trattative, avrebbero la necessità di disporre di uno Stato, di un Governo che rappresenta i loro interessi.

Il corridoio dei tassi

 La linea grigia indica il tasso di remunerazione dei depositi presso la BCE: ora quel tasso è pari a 0,00, come nullo è il tasso di remunerazione delle riserve in eccesso (rispetto alla Rob dovuta). L’Euribor a tre mesi, inoltre, è ben al di sotto del tasso refi, quello delle operazioni di rifinanziamento convenzionali (Fonte: SYZ Asset Management, agosto 2012).

La speranza che, a fronte di tassi sostanzialmente nulli sull’acquisto di liquidità, le banche finanzino l’economia reale si scontra con la necessità delle banche stesse di ridimensionare drasticamente i costi, al fine di produrre profitti da accantonare a patrimonio per ricostituire quote di free capital.

Se questi ridimensionamenti si avranno col bilancio 2012, nel primo semestre 2013 potremmo vedere l’inizio della fine del tunnel come prospettato dalla Banca d’Italia (Bollettino Economico, n. 69 del 17 luglio scorso).