Pensioni: tentativi di fronteggiare le iniquità del sistema.

Leggo sul Corsera di oggi (p. 37) che, al Festival dell’Economia di Trento, il Ministro Padoan avrebbe dichiarato che, in materia pensionistica, i diritti acquisiti sarebbero solo quelli maturati a seguito dei contributi versati.

L’affermazione sarebbe collegata con l’ammorbidimento dell’applicazione della Riforma Fornero in caso di pre-pensionamento.

La questione è in discussione alla Commissione Lavoro della Camera dove si contrappongono due punti di vista: l’uno (on. Damiano e on. Baretta) che caldeggia la possibilità di anticipare (massimo 62 anni) perdendo il 2% annuo (massimo 8%) della prestazione pensionistica massima maturata (a 66 anni). L’altro, caldeggiato dai tecnici del Ministero, che prevede tagli alla prestazione pensionistica calcolati sui contributi versati invece che sulla prestazione massima maturata (che risente del metodo misto). In quest’ultimo caso i tagli ammonterebbero al 5-6% annuo fino ad un massimo del 20-25% (prepensionamento a 62 anni).

A parte la possibilità che la prima ipotesi possa essere bloccata in sede europea dati i costi per l’Erario, a me sembra sia auspicabile l’applicazione della seconda ipotesi, in quanto maggiormente equa in se stessa ma anche perché si prevede che le prestazioni pensionistiche al di sotto di una determinata soglia vengano integrate.

Si inserisce in questo dibattito la proposta del Presidente INPS, Boeri, che aggiunge una ulteriore variabile volta a fronteggiare il caso di chi perde il lavoro fra i 55 e i 65 anni.

Il punto chiave, però, è sempre il medesimo: dopo avere deciso di minimizzare i costi per l’Erario facendo quindi leva sul metodo contributivo, dove si reperiscono le risorse necessarie?

Boeri, secondo me giustamente, ritiene di doverle reperire `all’interno del sistema’: cioè mettendole a carico dell’enorme massa di pensionati che percepiscono pensioni ben più elevate di quelle che sarebbero consentite se rapportate ai contributi versati.

A me sembra che sarebbe auspicabile che il tentativo Padoan – Boeri, volto a migliorare l’equità del sistema, avesse successo e fosse applicato anche nel caso si prevedesse l’applicazione, anche parziale, della recente decisione della Consulta.

 

 

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Consulta e pensioni: l’iniquità codificata.

Avevo coltivato la speranza che si sarebbe approfittato dell’occasione offerta dalla decisone della Consulta per proseguire nel millimetrico cambiamento di registro del nostro sistema pensionistico e cioè che, salvaguardate le pensioni al di sotto di una determinata soglia (ad es. il doppio del paventato reddito di cittadinanza di Maroni, pari a circa 1500-1600€), si sarebbe proceduto ad applicare il dispositivo della Consulta regressivamente in base ai contributi versati.

Invece apprendiamo dalla stampa che il dispositivo prevede l’iniqua decisione di basare il rimborso del `dovuto’ sulla base delle pensioni attualmente erogate: così chi ha pensioni pubbliche più elevate di quelle private, ne viene ulteriormente agevolato.

Non mi resta che ringraziare e sprofondare nella Grande Bellezza del nostro Paese. Amen.

Pensioni: l’iniquità della paventata proposta governativa.

I media ci informano che sarebbe allo studio un misura volta a fronteggiare il rimborso del ‘dovuto’ ai pensionati, a seguito della recente sentenza della Consulta: gran parte del dibattito verte ancora sui `diritti acquisiti’. I quali sarebbero acquisiti solo a parità delle condizioni economico-finanziarie che li hanno generati a suo tempo: la qual cosa si vede più semplicemente osservando che, se lo Stato emette obbligazioni al 5%, il sottoscrittore riscuoterà in termini reali il 5% solo a parità di tasso di inflazione e solo se lo Stato potrà pagare. Il diritto è acquisito in termini nominali e non reali il che, come è noto, al popolo sovrano non interessa un gran che.

Come mi pare sia stato ben spiegato i diritti che implicano prestazioni monetarie sono dunque acquisiti a parità di condizioni di partenza e se tali prestazioni sono possibili: ad es., in Grecia, molte prestazioni pubbliche non sembrano più possibili perché uno Stato `mangiato’ dai suoi cittadini non può dare più nulla, né nel presente né nel futuro, prossimo o remoto che sia.

I media oggi paventano che il Governo si accingerebbe a a corrispondere uno somma di 500€ a 4ml di pensionati che percepiscono meno di 3mila € lordi mensili, per un totale di circa 2md/€.

Purtroppo non rimane che constatare che il Governo perde l’occasione, che andrebbe invece colta, di rapportare il `dovuto’ ai contributi effettivamente versati e non all’ammontare della pensione in corso. Ciò infatti perpetua il privilegio di coloro che hanno fruito del sistema ripartizione a carico, in primis, di chi fruisce del sistema misto e inoltre a carico delle generazioni future che non possono stare al tavolo delle trattative.

Eppure nel Paese si assiste alla presenza di singoli soggetti, peraltro poco celebrati, i quali, rendendosi conto di questa gravissima iniquità, decidono individualmente di rinunciare a questa o a quella prestazione.

Senza nulla togliere a questi volonterosi, un cittadino ambirebbe però a vivere in uno Stato, sia pur del diritto e del rovescio, laddove alcuni fatti, supportati dall’utilizzo delle quattro operazioni, fossero considerati largamente condivisibili in quanto scarsamente controvertibili. I sudditi, invece, ambiscono ad un Paese dove prevalgano le camarille, più o meno palesemente sindacalizzate, feroci oppositori di qualsiasi innovazione ancorché sistematicamente richiamata dal Presidente Draghi.

Ma si sa: la carne è debole per cui se i sindacati perdessero queste battaglie perderebbero finalmente anche il loro potere di interdizione.

Pensioni: rimborsi più bassi a chi ha meno contributi?

Così titola il CorSera di oggi (L. Salvia, 12 maggio 2015 p. 4) ed io spero proprio che accanto al rimborso totale per le pensioni più ridotte, il Governo colga l’occasione per mettere mano a questo tassello volto a ridurre, nei limiti del possibile, lo squilibrio fra sistema contributivo e sistema retributiva che tanti danni ha fatto ai conti del Paese.

La pensione, come è noto, è una rendita vitalizia che ha lo scopo di fronteggiare il rischio di sopravvivenza senza mezzi di sostentamento e che dovrebbe essere misurata e corrisposta a seguito dell’accantonamento preventivo di un patrimonio, di un capitale.

Semplificando al massimo: se la rendita viene misurata e corrisposta in base al capitale cumulato, si ha il sistema contributivo; se, invece, la rendita viene misurata e corrisposta in base a parametri diversi, si ha il sistema retributivo.

In Italia, come è noto, molti cittadini fruiscono di una pensione corrisposta con il metodo retributivo mentre moltissimi altri fruiscono di un sistema misto, a seguito di diversi aggiustamenti introdotti dalle riforme degli anni scorsi. Ciononostante, l’equilibrio intergenerazionale non è attualmente garantito e solo la `Riforma Fornero’, se non verrà ritoccata, riuscirà a fronteggiare questa rilevantissima questione.

Tale equilibrio, tuttavia, può essere garantito e rafforzato anche dai piccoli passi che i governi che si susseguiranno saranno in grado di fare in questa direzione.

Uno di questi passi, mi sembra quello paventato dall’articolo che citavo all’inizio: porre rimedio alla sentenza della Consulta, rimborsando in toto le pensioni più ridotte e, per le altre, rapportando i rimborsi ai contributi versati nel tempo (cioè al capitale cumulato) invece che indistintamente in base alla rendita percepita.

L’operazione offrirebbe al Paese un segno inequivocabile di equità, cercando di rispondere anche, e nei limiti del possibile oggi, agli avvertimenti che ci diede Modigliani a suo tempo.