Parole di B&F: Banca

Il Testo Unico Bancario (TUB, ed. febb. 2017), all’art. 10, definisce l’attività bancaria nei seguenti termini:

  1. La raccolta di risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito costituiscono l’attività bancaria. Essa ha carattere d’impresa.
  2.  L’esercizio dell’attività bancaria è riservato alle banche.
  3. Le banche esercitano, oltre all’attività bancaria, ogni altra attività finanziaria, secondo la disciplina propria di ciascuna, nonché attività connesse o strumentali. Sono salve le riserve di attività previste dalla legge.

Il carattere d’impresa dell’attività bancaria venne riconosciuto all’inizio degli anni 80 da un importante paper pubblicato dalla Bd’I (Ordinamento degli enti pubblici creditizi. Analisi e prospettive, 1981) cui segui un altro importante paper, sempre della Bd’I, ove si riconosceva essere la forma della socetà per azioni il modello più consono ad esercitare l’attività bancaria (Ordinamento degli enti pubblici creditizi. L’adozione del modello della società per azioni, 1988). Bisognerà tuttavia attendere il 2015 per cercare di trasformare le Banche . Popolari  in SpA.

Da un punto di vista economico-finanziario, a me sembra che una società di capitali cui fa capo l’attività bancaria implichi una precisazione che non si ritrova nella dimensione giuridica, forse perché è implicita nell’attività d’impresa: l’attività bancaria è riservata alle alle banche che la svolgono a proprio rischio.

Il passaggio da enti pubblici creditizi a società di capitali a me è sembrato il passaggio dal c.d. ‘sistema’ bancario ad un ‘settore’ bancario; cioè da un ambiente ove prevaleva, almeno teoricamente, il capitalismo di relazione piuttosto che il capitalismo di mercato: si apriva la strada cioè al capitalismo di mercato nel settore bancario.

Un’impresa che svolge un’attività  a proprio rischio è un’impresa che rischia il proprio patrimonio, cioè il capitale sociale e le riserve di utili accantonati nel tempo, e non rischia certo i fondi acquisti a titolo di debito, cioè i depositi.

Negli anni Settanta, dopo la denuncia delle convertibilità del $Usa, si ha un fiorire di studi, soprattutto negli USA, in materia di adeguatezza patrimoniale delle banche (bank capital adequacy). In Europa, presso la BRI, viene costituito il Comitato di Basilea con analoghi obiettivi: il Basilea 1 è del 1988, affinato nel 1996; mentre il Basilea 2, che avrebbe dovuto entrare in vigore nel 2008, viene fermato dalla crisi del 2007 e non entrerà in vigore. Il Basilea 3, invece non ricordo essere un vero e proprio accordo ma consiste in un aggiustamento in corsa del Basilea 2 per via della crisi. Ora si è in attesa del Basilea 4.

La circostanza che il Patrimonio (cioè la differenza fra le Attività e le Passività) sia il pivot dell’attività bancaria si può desumere dal fatto che le attività debbono essere rapportate alla consistenza patrimoniale delle banche e non alla raccolta. Se si osservano diversi manuali ancora in auge si può notare come, per spiegare il motivo per cui i depositi crescono autonomamente (il moltiplicatore dei depositi), si parte da un primo iniziale deposito cui si rapporta una fetta di prestiti, dedotta una riserva. Il che dà luogo, secondo me, all’equivoco dei <<depositi come materia prima>>.

A me sembra, invece, che, dapprima vi è la costituzione di una società di capitali; successivamente, e in rapporto al capitale sociale, vi è l’attività (concessione di prestiti e acquisti di strumenti finanziari): se le attività girano, come girano, avvalendosi dello strumento tecnico del c/c, diventano debiti in c/c delle banche che detengono quelle stesse attività o delle banche concorrenti; diventano cioè moneta (debiti a vista) delle banche commerciali (M1 = M1-M0).

Lo schema descrittivo che ho qui semplificato può contenere affermazioni che appaiono apodittiche; a richiesta posso spiegarmi meglio.

Richiamo l’attenzione su tre puntI che mi sembrano  molto importanti:

  1. il Patrimonio cui ho fatto riferimento non è il Patrimonio Netto Contabile (Pnc) ma è il c.d. Patrimonio di Vigilanza (Pvig) che comprende  non solo il capitale sociale  e le riserve di utili ma anche diversi strumenti ibridi di patrimonializzazione di modo che Pvig > Pnc;
  2. anche se è vero che le attività vanno riportate al Pvig, ciò non significa che non rimanga un difficile problema di gestione integrata delle Attività e delle Passività (Assets Liabilities Management) perché la questione della liquidità resta una questione  quotidianamente sul tappeto e di rilevanza sistemica;
  3. il significato del rapporto impieghi/depositi di una singola banca non è quello di capire quanti depositi di quella banca si sono impiegati, ma quello di capire quanti prestiti di quella banca si sono trasformati in depositi presso quella stessa banca  e, in definitiva, quanta liquidità ha perso la banca che ha erogato prestiti a favore delle banche concorrenti.

 

 

 

 

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4 commenti

  1. Alberto_M
    Inviato marzo 12, 2017 alle 11:35 am | Permalink | Rispondi

    Grazie mille per le spiegazioni, molto chiare. Purtroppo la realtà è sempre più complessa di qualsiasi modello matematico/finanziario quindi concordo che ogni caso va approfondito in base alle ‘carte’ ed alla situazione specifica della banca e del contesto finanziario in cui opera.
    Credo sia comunque utile avere degli schemi di riferimento da utilizzare come guida per cercare di analizzare e capire cosa possa essere successo nel mercato, e la relazione fra P_vig e moneta “prodotta” descritta sopra mi sembra molto solida ed intuitiva.

    Di considerazioni sulla QE della BCE ne sono già state fatte parecchie anche in questo blog perciò non avanzo particolari contributi in merito.
    Alla luce di quanto detto sopra, mi sembra però che i tassi negativi a breve stiano facilitando l’accesso al credito a privati e imprese ma a spese delle banche, le quali si trovano a tenere in vita e finanziare progetti che molto probabilmente non avrebbero motivo di esistere un contesto di mercato “normale”. Se ciò sia un bene o un male lo scopriremo solo vivendo…
    Ma se le banche sono il polmone dell’economia, forse puntare ad aumentare l’ossigeno i.e. la base monetaria facendo leva sul patrimonio delle banche (incrementandolo) piuttosto che diminuendo il costo della moneta (fino ai livelli paradossali di oggi) sembrerebbe avere più senso? Finché scrivo tutto questo sto comunque pensando a come contrarre il mio prossimo debito, visto che costa così poco…

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    • Inviato marzo 13, 2017 alle 4:54 pm | Permalink | Rispondi

      Purtroppo (o per fortuna) le decisioni di politica monetaria (tipo QE) sono difficilmente valutabili dal singolo cittadino-investitore il cui unico interesse è quello individuale e che non ha strumenti e informazioni sufficienti per valutare l’interesse collettivo perseguito dalla BC. Gli interessi monetari così bassi, e perfino negativi, credo non si fossero mai visti eppure ciò nonostante il credito langue o la sua crescita è estremamente lenta.

      Come mai? Eppure la bc sono estremamente liquide date le tecniche attraverso le quali si svolge il QE (acquisti d titoli pubbllci e/o corporale a fronte di bm).

      La risposta che mi sono dato è che, per le banche, il rischio di credito è ancora troppo elevato e quindi continuano a investire in strumenti finanziari stanziabili: una specie di ping-pong con la BC. Basso rischio, basso rendimento ma zero perdite su crediti.
      Io continuo a ritenere che gli appelli alle riforme strutturali del Presidente Draghi siano state e siano ancora inascoltate in Italia e che questo elemento sia alla base della troppo lenta ripartenza dell’economia `reale’. Non può esistere un mercato `normale’ in un Paese che si oppone strenuamente al mercato.

      Sull’ultima osservazione direi questo: l’ossigeno è il credito che si trasforma in (M1 – M0) e non è la bm (M0) che, nel mio schema, è esogena. Se l’ossigeno è rapportato al Pvig e questo non aumenta, perché on aumenta il Pnc, se ne deduce che il problema è quello di ridurre la prociclicità della regolamentazione. Sul punto, si è molto lavorato dall’autunno 2008; ma resta ancora molto da fare. Ma le regole non bastano, così come non bastano le manovre monetarie.

      Quando si appaleserà che siamo dentro un Ponzi scheme, cioè quando i risparmiatori si accorgeranno di avere in mano portafogli di strumenti finanziari fortemente illiquidi, sarà un’altra tragedia, non minore di quella cui stiamo assistendo con le banche dissestate e con un mercato di NPL che non riesce a sviluppare le sue verità attraverso prezzi idonei, cioè bassi.

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  2. Alberto_M
    Inviato marzo 11, 2017 alle 10:44 am | Permalink | Rispondi

    Mi piace molto il punto sul patrimonio netto “allargato” come misura del precipitato di base monetaria riconducibile alla banca.

    Sviluppando questo filone, si potrebbero fare alcune osservazioni:
    1) maggiore è il patrimonio di vigilanza di una banca maggiore dovrebbero essere i depositi e gli impieghi presso la banca stessa (assumendo una gestione sana della banca)
    2) nel caso della triste storia delle banche Venete, si potrebbe dire che queste hanno di fatto “stampato” moneta aumentando il loro capitale sociale in modo fraudolento. Nel momento in cui la fiducia nei dati di bilancio pubblicati è venuta meno buona parte della base monetaria è di fatto sparita, provocando una rottura di equilibrio fra raccolta e impieghi
    3) Una leva finanziaria elevata (misurata come rapporto fra Debiti e Patrimonio Netto o di Vigilanza) dovrebbe essere un indicarore di efficienza della banca stessa, in quanto a parità di patrimonio è in grado di attrarre un maggior numero di depositi, effettuando maggiori impeghi. Contrariamente ad un’impresa non bancaria, un’elevata leva finanziaria dovrebbe quindi indicare un profilo di rischio più basso (anche qui, assumendo ceteris paribus)

    Clear as mud?

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    • Inviato marzo 11, 2017 alle 1:00 pm | Permalink | Rispondi

      Pvig > Pnc significa, per le banche commerciali (bc), la possibilità di detenere attività ponderate per il loro rischio (ad es. prestiti alle imprese, o clientela ordinaria) pari ad un multiplo del Pvig: supponiamo 10 volte. Se Pvig = 80, i prestiti ponderati saranno 800.
      Quanto sopra è uno schema, secondo me, incontrovertibile sul piano metodologico. Poi però bisogna applicarlo e così sorgono i problemi ed è difficile fare ragionamenti senza vedere le `carte’.

      Quanto alla questione patrimoniale:

      1) Pvig – Pnc, è un ammontare che ho genericamente chiamato strumenti ibridi, ma:
      a) all’interno vi è tuttavia una vasta gamma di strumenti; supponiamo si tratti solo di obbligazioni subordinate;
      b) non posso aumentare l’ammontare di a) oltre il Pnc.
      c) il Pvig resta così determinato dal Pnc.

      2) Il Pnc aumenta solo per effetto di utili accantonati e di aumenti di capitale sociale (c.s.):
      a) se distribuisco dividendi il Pnc aumenta meno di quanto potrebbe, ma accontento i famelici azionisti;
      b) se un anno o due dopo, aumento aumento il c.s., è come se mi facessi restituire i dividendi.

      Il 1a) si è verificato per diverse banche: gli ignari e famelici clienti (e/o azionisti) hanno pensato che simili obbligazioni fossero prive di rischio, mentre invece contenevano il medesimo rischio delle azioni.

      Il 2b) si è pure verificato più volte per diverse banche (non solo Popolari), ma i soci sono disattenti e si illudono che prendere azioni invece che dividendi sia la stessa cosa; mentre invece i dividendi sono Cassa mentre le azioni sono rischio elevato.

      Quanto alla questione monetaria:

      Se M0 è la base monetaria (cioè la moneta emessa dalla Banca Centrale) e M1 è M0 + i depositi in c/c delle b.c., è evidente che M1 – M0 comprende solo i depositi in c/c delle b.c.

      Ma come crescono i depositi in c/c delle b.c.?
      Nell’ipotesi qui addotta all’inizio, attraverso i prestiti in c/c.
      Qualsiasi attività un b.c detenga, tuttavia, è transitata sui c/c: in contropartita con le famiglie e con le imprese nel caso di prestiti alla clientela ordinaria; in contropartita con le corporate e con la P.A. nel caso di sottoscrizione di titoli sul mercato primario; in contropartita con altre banche e/o società finanziarie nel caso di acquisti e vendite di strumenti finanziari sul secondario.

      Se è così come ho descritto allora possiamo dedurre che, se una banca cessa di fare prestiti perché, ad es., ha poco Pvig ovviamente vede fermarsi anche la crescita dei depositi. In un certo senso esce dal circuito monetario dell’economia che la circonda e, di conseguenza è verosimile che i depositi si riducano proprio a causa di questo uscita. Ma, per verificare questo che è già divenuto un assunto, bisognerebbe studiare i numeri e le `carte’.

      Quanto alla questione rischio:

      Io non credo si possano addurre rapporti quantitativi (leverage) dai quali trarre conclusioni se non eccessivamente generiche. Infatti:

      a) se faccio prestiti in bonis, assumo comunque dei rischi e non posso pensare di non svalutarli annualmente dello 0,003 come previsto dalle norme e quindi devo ridurre la differenza fra proventi e costi, anche se si trasformano in depositi presso i miei stessi sportelli;
      b) se faccio prestiti più rischiosi non posso non svalutarli e quindi non posso non ridurre l’utile e/o i dividendi e/o il Pnc, con ripercussioni sulla catena di collegamenti fra le quantità di cui dicevo, anche se si trasformano in depositi presso i miei stessi sportelli.

      Quest’ultimo aspetto (economico-patrimoniale) dovrebbe accompagnarsi con l’altro corno della questione: il ALM (Assets Liabilities Management). Per questo, secondo me, il risk management è una categoria logica talmente generale da risultare generica.

      Spero di essermi spiegato.

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