Coltivare la fiducia nell’Eurozona

Del prof. Giancarlo Corò (Ca’ Foscari) ripubblico un articolo odierno che mi sembra colga alcuni punti importanti in tema di Unione Europea: in questo periodo nel corso del quale molte certezze sembrano crollare, anche nel NE è di moda scatenare la rabbia e l’indignazione sull’UE. Forse però si tratta di una semplificazione e dovremmo osservare anche quanto di questa indignazione non appartenga a noi stessi e ai nostri comportamenti degli ultimi 20-30 anni.

La fiducia sull’Unione Europea – Osservatorio sul Nord Est (di Giancarlo Corò, Il Gazzettino, 31 genn. 2017)

Un’Europa che si riduce a discutere solo dello zero virgola dei bilanci nazionali fatica a scaldare il cuore. Anche i cittadini più europeisti, che un tempo popolavano l’Italia e il Nord Est, si sono oramai rassegnati: con questa Unione Europea non si va da nessuna parte.

Tuttavia, dove può portare l’uscita dall’Euro e dall’UE nel bel mezzo di sfide epocali – l’emergere di nuove potenze economiche, il potere della finanza globale, la rivoluzione tecnologica, la pressione migratoria, la recrudescenza del terrorismo internazionale – che nessun Paese europeo sarebbe da solo in grado di affrontare? Per questo i cittadini del Nord Est sembrano rispondere in modo contradditorio alla domanda sulla fiducia verso l’UE: da un lato denunciando una crescente disaffezione, ma dall’altro aggrappandosi ancora una volta al progetto europeo, consapevoli che fuori dall’UE, e anche dall’Euro, la situazione non potrebbe che peggiorare.

L’Europa non può infatti essere ridotta a vincoli monetari e procedure burocratiche come vorrebbero i suoi detrattori.

E’ innanzitutto un progetto politico ambizioso per assicurare a 500 milioni di cittadini condizioni di pace, libertà, prosperità. Condizioni che oggi diamo per scontate, ma che, sia rivolgendo lo sguardo al passato, sia osservando il mondo d’oggi, non lo sono per nulla. Anche per questo bisogna riflettere a fondo prima di far cadere un progetto politico che, a ben vedere, ha rappresentato un successo clamoroso. Proprio così. Un successo che, tuttavia, non è stato politicamente governato, rinunciando allo sviluppo di istituzioni democratiche necessarie a gestire condizioni sempre più complesse di integrazione.

Proviamo a pensarci bene. Il mercato unico ha generato un volume di scambi interni che non ha paragoni in nessun’altra regione del mondo. Prima della crisi del 2008 l’Euro aveva portato stabilità finanziaria e un potere d’acquisto internazionale un tempo impensabile per molte economie nazionali, fra cui l’Italia. L’unione bancaria ha favorito la mobilità regolata dei capitali, fattore di sicurezza ed efficienza nell’allocazione del risparmio. Tuttavia, questi successi sono anche alla base delle crisi che oggi soffriamo nelle regioni europee istituzionalmente più deboli. La specializzazione generata dagli scambi ha esposto le aree al pericolo di shock asimmetrici senza avere, per contro, strumenti di riequilibrio economico e di sostegno all’occupazione. La moneta comune, in presenza di livelli di sviluppo non equivalenti e senza adeguati strumenti di politica fiscale, ha accentuato i divari esistenti.

L’incompletezza dell’unione bancaria ha fatto defluire i capitali dalle banche in difficoltà, accelerando le crisi locali, come quella delle popolari venete. Potremmo dire, in definitiva, che il progetto europeo è come una bicicletta: per non cadere bisogna continuare a correre. Proprio quanto non abbiamo fatto negli ultimi anni. Tuttavia, Brexit ed elezione di Donald Trump alla Casa Bianca stanno imprimendo, che lo vogliamo o no, un’accelerazione alla storia politica del nostro tempo.

Se non vogliamo cadere a terra, l’Europa dovrà dunque riprendere a correre verso un processo di integrazione più maturo, federalista e democratico.

 

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