Quo vado Banche di Credito Cooperativo?

Leggo, sul Corsera di oggi, l’intrigante articolo di F. Fubini che cerca di districare la vicenda della riforma delle BCC partendo dall’esempio dei Paesi del SudEuropa che tentano di mettere a carico del Paesi del NordEuropa i loro debiti e le loro inefficienze. Il tentativo mi sembra cerchi di introdurre surrettiziamente, nei Trattati economici, dei Trattati antropologici.

Ieri ho visto il film di Zalone che sembra abbia incassato in pochi giorni moltissimi quattrini: film di grande successo, anche secondo la critica, mi chiedevo come mai un film tristissimo potesse avere questo grande successo. La mia risposta, temporanea, è che guardandoci allo specchio non solo ci riconosciamo ma anche ci apprezziamo.

È un po’ quanto emerge dall’impietosa analisi di Fubini che descrive come si cerchi di uscire da una situazione largamente precaria delle BCC attraverso percorsi già sperimentati nei decenni passati presso le Casse di Risparmio o le Banche Popolari: in particolare quello di far confluire banche dissestate verso banche ‘sane’, sperando che ne esca una banca più sana. Si è visto, invece, che il risultato sono banche un po’ più deteriorate.

Quello che mi meraviglia, in proposito, è che non passi nemmeno per l’anticamera del cervello di nessuno la possibilità di sperimentare qualche tipo di capitalismo di mercato per ridurre i danni del capitalismo clientelare che connota il comparto.

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BCC: una indispensabile riforma

In questo w-e sono anch’io a Roma, alla Sapienza, per visitare questo splendido festival dell’innovazione che è il Maker Faire: per la terza volta in questa città si mette in mostra l’enorme laboratorio creativo che collega conoscenza digitale e artigianato.

In Italia, già da qualche anno, Stefano Micelli (un mio collega di Ca’ Foscari) aveva cercato di attirare l’attenzione sulla questione dell’innovazione per l’artigianato (Futuro Artigiano) e torna oggi sul tema  cercando di farci vedere quale sia il grande spazio, ancora disponibile davanti a noi, per fare impresa avvalendosi delle nuove tecnologie (v. in calce [2]).

Venendo qui, pensavo di vedere schierate una quantità di BCC (ex Casse Rurali e Artigiane, sic!) pronte a cercare nuove opportunità di business non tanto per finanziare start-up che, lo sappiamo, richiedono la disponibilità di `capitali pazienti’ (è di questi giorni la notizia che la trevigiana H-Farm approderà all’AIM), ma semplicemente per cercare di inserirsi nel finanziamento dell’attività corrente di queste imprese che si diffonderanno rapidamente nel corso del vicino futuro.

Invece chi vi trovo? Una banca privata, quotata e che produce profitti col fatctoring e col recupero crediti. Cioè con un comparto che vive sull’inefficienza della banchetta locale, della banchetta sviluppatasi dalla cultura buonista  e pauperista della Cassa Peòta, messa in campo da camarille locali le quali, sapendo una parola in più dei tradizionali avventori delle osterie di campagna, si ergono a banchieri con i soldi degli altri, dispensando favori a ben selezionati amici poco solvibili, viste le sofferenze fin qui maturate.

Mi chiedevo così se non sarebbe più che urgente giungere ad una radicale riforma di queste ´aziende’ di credito, non solo tramite fusioni e accorpamenti `naturali’ (dovuti cioè all’accorpamento delle numerose BCC dissestate di fatto, ancorché non di diritto) ma anche spingendole a trasformarsi in imprese contenibili.

Il pressing della Bd’I (v. in calce [2]), condivisibile, mi appare troppo morbido anche alla luce dell’analoga morbidezza adottata negli anni per la riforma delle Casse di Risparmio e per quella delle Banche Popolari (sostanzialmente imposta dalla BCE). E non fa ben sperare nemmeno l’inconsistente intervento del Sottosegretario di Stato all’Economia, Pierpaolo Baretta, che si è augurato di arrivare a un decreto «largamente condiviso» tenendo conto che «prima si fa meglio è».

Speriamo non sia necessario un altro intervento dell’EBA sulla consistenza dei fondi propri delle BCC o su qualcuna delle costituende holding.

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[1] Bankitalia in pressing sulle Bcc «Riforma necessaria e urgente» (di Rossella Bocciarelli)

«La riforma del credito cooperativo è necessaria e urgente perché le Bcc possano continuare ad esistere come tali nell’attuale contesto economico e regolamentare, operando come banche sane in una corretta relazione con i territori di riferimento».

A far capire con chiarezza che non c’è tempo da perdere per il varo di una nuova normativa è stato ieri il capo della Vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo, durante un seminario organizzato dalle commissioni Finanze di Camera e Senato.

Per le Bcc occorre dunque «rimuovere gli ostacoli alla rapida capitalizzazione, creare le condizioni per una maggiore efficienza, migliorare i meccanismi di governo societario». Anche perchè , come ha spiegato il dirigente di via Nazionale, alla fine del 2014, il rapporto tra partite deteriorate e totale dei prestiti delle Bcc, espresso in valori lordi, era mediamente pari al 18%(10,4% nel 2011).

Si tratta di un dato medio; dunque, ha precisato Barbagallo «vi è un numero non trascurabile di Bcc che si posiziona sopra tale valore». Tuttavia, anche le sole sofferenze sono salite in media al 9,1%, dal 4,5% del 2011 ; quanto al tasso di copertura dei crediti deteriorati, per le Bcc nel 2014 era al 36,5% contro un 44,4 % medio del sistema bancario.

Ma ieri Barbagallo ha chiarito anche che «per risultare efficace, la riforma del credito cooperativo dovrebbe incentrarsi sul modello di gruppo cooperativo paritetico». «L’aggregazione in gruppi-ha affermato- potrà avere effetti positivi per tutte le banche di credito cooperativo, anche per quelle più efficienti e meglio gestite».

Il modello che auspica via Nazionale é quello di una capogruppo con la natura di Spa, con un requisito minimo di capitale «non troppo elevato» per non creare una barriera all’entrata,cioè un impedimento alla nascita di più gruppi. Questo requisito, è stato osservato ieri «può essere fissato direttamente dalla legge» mentre alle norme secondarie potrebbe essere demandata la possibilità di incrementarlo. Per salvaguardare la mutualità, inoltre, «è opportuno che le Bcc detengano una partecipazione maggioritaria nella capogruppo». L’esponente della Banca d’Italia ha aggiunto che in tal modo «i margini di autonomia delle Bcc più virtuose sarebbero più ampi». Occorre inoltre prevedere che, in sede di prima applicazione della riforma, i gruppi si costituiscano per iniziativa delle aspiranti capogruppo- Spa e delle Bcc che ad esse fanno riferimento e che sia successivamente possibile, per ogni Bcc, chiedere l’ammissione a uno dei gruppi costituitisi, da ottenere, entro breve tempo, alle stesse condizioni stabilite per gli aderenti originari (con una clausola di opting-in).La riforma, peraltro, dovrebbe prevedere anche la clausola di uscita di una Bcc dal sistema cooperativo (opting out).

Al seminario è intervenuto anche il sottosegretario al l’Economia Pierpaolo Baretta, che si è augurato di arrivare a un decreto «largamente condiviso» tenendo conto che «prima si fa meglio è». Anche il presidente di Federcasse, Alessandro Azzi, ha espresso l’augurio che il governo accolga le proposte avanzate dall’associazione nazionale ed ha sottolineato l’importanza di arrivare alla riforma in tempi rapidi. «Ci auguriamo che il Governo possa accogliere le nostre proposte ed emanare – quanto prima – l’atteso provvedimento legislativo, al fine di dare certezza agli obiettivi condivisi e consentire subito l’avvio di un dibattito parlamentare».

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[2] La Manifattura digitale che cambia il business model (di Stefano Micelli in VeneziePost del 16 Ottobre 2015

E’ da qualche anno ormai che la stampa internazionale parla con insistenza di una vera e propria “rivoluzione industriale” innescata da una nuova generazione di tecnologie digitali sempre più interconnesse al mondo della manifattura. Espressioni come “digital manufacturing” o “Industria 4.0” sono entrate rapidamente nel lessico degli analisti per indicare un nuovo modo di organizzare la produzione grazie a stampanti 3d, laser cutter, macchine a controllo numerico, sensori sempre più economici e sempre più facili da usare.
A leggere i tanti articoli sull’argomento si ha spesso la sensazione che l’Italia vivrà la gran parte di questi cambiamenti solo dopo che molta di questa innovazione verrà sviluppata e digerita in paesi tecnologicamente all’avanguardia come Stati Uniti o Germania. In realtà i dati che emergono dalla ricerca che Fondazione Nord Est e Prometeia hanno sviluppato per la fondazione Make in Italy mettono in evidenza un quadro molto diverso.

Se guardiamo alla diffusione delle tecnologie di punta di questa nuova manifattura digitale scopriamo che in realtà molte di queste sono già da tempo presenti nel nostro tessuto economico. Stampanti 3D e robotica sono già oggi parte della dotazione tecnologica della nostra manifattura più avanzata: non solo delle imprese di grandi dimensioni, magari specializzate in settori a alta tecnologia, ma anche in tante realtà della Made in Italy più tradizionale, dalla moda al comparto del design. In questo scenario il Nord Est si pone come territorio all’avanguardia. I numeri ci dicono che la manifattura di Veneto, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige ha già investito in questa direzione con risultati importanti sul fronte della crescita e dell’export.

I risultati della ricerca dicono anche altro. I numeri mettono in evidenza come la tecnologia stia cambiando il modo di fare impresa. Negli ultimi dieci anni, l’introduzione delle stampanti 3D nelle imprese ha coinciso con la necessità di velocizzare lo sviluppo di nuovi prodotti. In realtà, una volta comprese le potenzialità dello strumento, le imprese più dinamiche hanno iniziato a sfruttare queste tecnologie per costruire un nuovo rapporto col mercato: meno produzioni seriali, più attenzione alle richieste della domanda, grande attenzione alla possibilità di personalizzare il prodotto sulla base delle esigenze della committenza. Si consolida insomma un’industria “su misura” capace di mescolare in modo sorprendente high tech e saper fare di matrice artigianale, progettazione custom e produzioni di tipo “sartoriale”.

Possiamo considerarci soddisfatti del percorso avviato finora? Fino a un certo punto. Se è vero che queste tecnologie sono già oggi parte della vita delle nostre imprese più dinamiche, i dati ci dicono anche che molto ancora può essere fatto per innovare dal punto di vista delle opportunità economiche che oggi si aprono al Made in Italy. Questi strumenti non si limitano a ottimizzare ciò che già facevamo; aprono nuove possibilità oggi solo in parte conosciute. Per avviare una nuova stagione di sperimentazioni è necessario liberare l’energia di tanti giovani che oggi possono contribuire a rinnovare non solo i singoli prodotti ma anche i cosiddetti “business model” delle imprese. La Maker Faire che si tiene a Roma in questi giorni è un esempio di come l’energia e la fantasia di nuove generazioni nate a contatto con la tecnologia può trasformare il nostro modo di pensare gli oggetti che fanno la nostra vita di ogni giorno. Alla creatività di questi nuovi sperimentatori, molti davvero giovanissimi, va ovviamente affiancata una capacità di fare impresa e di tradure in valore economico intuizioni e progetti. Per l’Italia e per il Nord Est questa è una scommessa da vincere.

La paura del mercato: la riforma delle BCC da Bolzano a Roma.

Presumo che il germanico F. W. Raiffeisen (1818-1888) e il padovano L. Wollenborg (1859-1932) non avrebbero mai immaginato che le loro `creature’, le Casse Rurali e Artigiane poi divenute Banche di Credito Cooperativo (BCC), sarebbero state spiazzate da un’evoluzione dell’economia così rapida e radicale da  trasformare anche il mondo agricolo in mondo agroindustriale; nemmeno il veneziano L. Luzzatti (1841-1927) probabilmente avrebbe mai immaginato che si sarebbe giunti all’epilogo delle banche popolari cooperative a seguito di un’evoluzione dell’economia urbana così repentina da ridurre il peso dell’artigianato urbano così marginale rispetto all’industria.

E siccome le banche seguono, e non precedono, le imprese e l’evoluzione dell’ambiente economico di cui sono lo specchio, Popolari e BCC sono costrette oggi a trasformazioni profonde, analoghe a quelle dell’economia in cui sono inserite.

Dal sito dell’Associazione (Federcasse), si apprende che le BCC-CR sarebbero 376, che si tratta di:

banche caratterizzate da una formula imprenditoriale specifica, un codice genetico costituito da tre molecole fortemente interrelate: quella della cooperazione, quella della mutualità, quella del localismo.  Che si traducono in:

  • impresa a proprietà diffusa
  • orientamento alla sostenibilità
  • legame totale e permanente con il territorio.

In Italia, la trasformazione delle BCC incontra ostacoli diversi da quelli delle Popolari: per queste ultime, infatti, si è fatto riferimento ad una categoria logica economica (totale dell”Attivo > 8md€).

Per le BCC, invece, le Autorità hanno spinto verso un’autoriforma. Da quanto ho capito dalle rarefatte notizie di stampa, si mira alla costruzione di una holding unica che sostituirebbe quelle di stampo territoriale oggi esistenti: la holding fra le Raiffeisen sudtirolesi, fondata su di una categoria etnico-linguistica-territoriale; la trentina Cassa Centrale Banca e la romana ICCREA (in calce riassumo la struttura organizzativa delle tre holding attuali).

La paventata holding unica dovrebbe essere risk based, cioè privilegiare le BCC maggiormente patrimonializzate nella detenzione di quote della nuova holding.

Resta poi da capire su quali mercati si muoverà la nuova struttura e come riuscirà a scrollarsi di dosso le attuali tecno strutture abituate a sonnecchiare su mercati captive.

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La Cassa Centrale Raiffeisen che comprende le 47 banche del Sud Tirolo.

La Cassa Centrale Banca è un gruppo bancario costituito nel 2007, composto dalla capogruppo, la Centrale Finanziaria del Nord Est, e dalla Cassa Centrale Banca-Credito Cooperativo del Nord Est che, a sua volta, detiene altre partecipazioni di controllo (Centrale Credit & Real Estate Solutions, Centrale Leasing Nord Est e Centrale Soluzioni Immobiliari). La capogruppo, Centrale Finanziaria del Nord Est SpA, è una holding `nata per garantire il mantenimento del controllo azionario del credito cooperativo del Nord Est in Cassa Centrale Banca’ ed è partecipata, per il 78% dalle Casse Rurali Trentine, per il 20% dalle Banche di Credito Cooperativo del Veneto e del Friuli Venezia Giulia e, per il 2% da consorzi di secondo grado della Cooperazione Trentina. La Cassa Centrale Banca-Credito Cooperativo Nord Est, invece, è partecipate per il 68% dalla Capogruppo, per 25% dalla DZ Bank AG, dal 6% di soci privilegiati e per il rimanente 1% da altre BCC e Casse Rurali italiane.

ICCREA è un gruppo bancario, organizzato in tre aree di business (Institutional, Corporate e Retail, analogamente alla DZ Bank) formate da società partecipate al 49% e costituito da una holding, ICCREA, che detiene partecipazioni in Iccrea Banca e in Iccrea Gestione Crediti. Da quanto si capisce dal confuso sito web della capogruppo l’area Institutional comprende partecipazioni nelle seguenti società: BCC Gestione Crediti, BCC Solutions, BCC Beni Immobili, BCC Sistemi Informatici; l’area Retail che comprende partecipazioni nelle seguenti società del comparto assicurativo-previdenziale (BCC Risparmio&Previdenza, BCC Credito Consumo, BCC Vita, BCC Assicurazioni, BCC Reatil, Banca Sviluppo); l’area Corporate che comprende partecipazioni nelle seguenti società: BCC Factoring e BCC Lease.