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Parole di B&F: Banca

Il Testo Unico Bancario (TUB, ed. febb. 2017), all’art. 10, definisce l’attività bancaria nei seguenti termini:

  1. La raccolta di risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito costituiscono l’attività bancaria. Essa ha carattere d’impresa.
  2.  L’esercizio dell’attività bancaria è riservato alle banche.
  3. Le banche esercitano, oltre all’attività bancaria, ogni altra attività finanziaria, secondo la disciplina propria di ciascuna, nonché attività connesse o strumentali. Sono salve le riserve di attività previste dalla legge.

Il carattere d’impresa dell’attività bancaria venne riconosciuto all’inizio degli anni 80 da un importante paper pubblicato dalla Bd’I (Ordinamento degli enti pubblici creditizi. Analisi e prospettive, 1981) cui segui un altro importante paper, sempre della Bd’I, ove si riconosceva essere la forma della socetà per azioni il modello più consono ad esercitare l’attività bancaria (Ordinamento degli enti pubblici creditizi. L’adozione del modello della società per azioni, 1988). Bisognerà tuttavia attendere il 2015 per cercare di trasformare le Banche . Popolari  in SpA.

Da un punto di vista economico-finanziario, a me sembra che una società di capitali cui fa capo l’attività bancaria implichi una precisazione che non si ritrova nella dimensione giuridica, forse perché è implicita nell’attività d’impresa: l’attività bancaria è riservata alle alle banche che la svolgono a proprio rischio.

Il passaggio da enti pubblici creditizi a società di capitali a me è sembrato il passaggio dal c.d. ‘sistema’ bancario ad un ‘settore’ bancario; cioè da un ambiente ove prevaleva, almeno teoricamente, il capitalismo di relazione piuttosto che il capitalismo di mercato: si apriva la strada cioè al capitalismo di mercato nel settore bancario.

Un’impresa che svolge un’attività  a proprio rischio è un’impresa che rischia il proprio patrimonio, cioè il capitale sociale e le riserve di utili accantonati nel tempo, e non rischia certo i fondi acquisti a titolo di debito, cioè i depositi.

Negli anni Settanta, dopo la denuncia delle convertibilità del $Usa, si ha un fiorire di studi, soprattutto negli USA, in materia di adeguatezza patrimoniale delle banche (bank capital adequacy). In Europa, presso la BRI, viene costituito il Comitato di Basilea con analoghi obiettivi: il Basilea 1 è del 1988, affinato nel 1996; mentre il Basilea 2, che avrebbe dovuto entrare in vigore nel 2008, viene fermato dalla crisi del 2007 e non entrerà in vigore. Il Basilea 3, invece non ricordo essere un vero e proprio accordo ma consiste in un aggiustamento in corsa del Basilea 2 per via della crisi. Ora si è in attesa del Basilea 4.

La circostanza che il Patrimonio (cioè la differenza fra le Attività e le Passività) sia il pivot dell’attività bancaria si può desumere dal fatto che le attività debbono essere rapportate alla consistenza patrimoniale delle banche e non alla raccolta. Se si osservano diversi manuali ancora in auge si può notare come, per spiegare il motivo per cui i depositi crescono autonomamente (il moltiplicatore dei depositi), si parte da un primo iniziale deposito cui si rapporta una fetta di prestiti, dedotta una riserva. Il che dà luogo, secondo me, all’equivoco dei <<depositi come materia prima>>.

A me sembra, invece, che, dapprima vi è la costituzione di una società di capitali; successivamente, e in rapporto al capitale sociale, vi è l’attività (concessione di prestiti e acquisti di strumenti finanziari): se le attività girano, come girano, avvalendosi dello strumento tecnico del c/c, diventano debiti in c/c delle banche che detengono quelle stesse attività o delle banche concorrenti; diventano cioè moneta (debiti a vista) delle banche commerciali (M1 = M1-M0).

Lo schema descrittivo che ho qui semplificato può contenere affermazioni che appaiono apodittiche; a richiesta posso spiegarmi meglio.

Richiamo l’attenzione su tre puntI che mi sembrano  molto importanti:

  1. il Patrimonio cui ho fatto riferimento non è il Patrimonio Netto Contabile (Pnc) ma è il c.d. Patrimonio di Vigilanza (Pvig) che comprende  non solo il capitale sociale  e le riserve di utili ma anche diversi strumenti ibridi di patrimonializzazione di modo che Pvig > Pnc;
  2. anche se è vero che le attività vanno riportate al Pvig, ciò non significa che non rimanga un difficile problema di gestione integrata delle Attività e delle Passività (Assets Liabilities Management) perché la questione della liquidità resta una questione  quotidianamente sul tappeto e di rilevanza sistemica;
  3. il significato del rapporto impieghi/depositi di una singola banca non è quello di capire quanti depositi di quella banca si sono impiegati, ma quello di capire quanti prestiti di quella banca si sono trasformati in depositi presso quella stessa banca  e, in definitiva, quanta liquidità ha perso la banca che ha erogato prestiti a favore delle banche concorrenti.

 

 

 

 

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Fabbriche di soldi e WCM

Un interessante articolo di Luca Vignaga su VeneziePost (v. in calce) ci racconta cos’è la WCM (World Class Manufacturing) attraverso il cui modello operativo Marchionne ha trasformato un’azienda in condizioni precarie in una fabbrica globalizzata e simbolo di efficienza.
Un analogo modello, mutatis mutandis, non potrebbe essere utile anche alle fabbriche di soldi, come le banche, e/o alle fabbriche di servizi finanziari come le SGR.
Il settore creditizio-finanziario italiano infatti sta passando un periodo di notevoli difficoltà indotte dalle trasformazioni richieste nel mondo: tassi di interesse e di rendimento vicini allo zero se non negativi, storiche carenze di fondi propri, dimensioni lillipuziane che rispondono esclusivamente ad interessi locali e non all’interesse delle imprese di credito, mercati sempre più internazionalizzati, vigilanza unica europea, Basilea 4, ecc.
Forse anche per questo settore sarebbe necessario un `cambio di occhi’ e non solo un cambio di occhiali.
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Come fare le fabbriche oggi ce lo insegna Marchionne (di Luca Vignaga, in VeneziePost 21 marzo 2016)

Si sa, Marchionne è uno che divide il dibattito. Chi lo ritiene un mago della finanza, chi un grande negoziatore, chi un leader a tutto tondo. Chi, invece, pensa che sia un arrogante, molto fortunato e dedito solo alle sue stock option. Pochi, in realtà, lo conoscono come ”un uomo di fabbrica”. Eppure la rinascita di FCA si interseca indissolubilmente con l’evoluzione  delle “sue” fabbriche. E non è una storia di cassa integrazione, contratti di solidarietà o licenziamenti. E’ una storia targata WCM. Andiamo con ordine. Marchionne arriva nel 2004 con una FIAT che fattura 24 Miliardi e perde 1 Miliardo all’anno, e capisce tre cose:  l’azienda sta andando verso un abbraccio mortale con General Motors; l’indebitamento è drammatico; le fabbriche, eccetto Melfi, sono un disastro. E se le fabbriche sono un disastro, cioè sporche, disorganizzate, poco illuminate, il prodotto finale non può che risentirne. Marchionne parte da qui e incrocia, nel suo management by walking  per i vari stabilimenti del gruppo, due manager molto diversi tra di loro: Stefen Ketter e  Luciano Massone, il primo un tedesco, il secondo un italiano.  I due convincono Marchionne che la WCM (World Class Manufacturing) può essere una soluzione per risolvere  uno dei tre problemi evidenziati: le fabbriche.    Dal 2006 Marchionne diventa il primo testimonial interno della WCM e porterà, 10 anni dopo, la Fiat, nel frattempo divenuta FCA, ad essere una vera e propria eccellenza nel campo industriale. Il risultato è che oggi sono i giapponesi e i tedeschi a studiare il “case history FCA”. Ma cos’è la WCM?  E’ un insieme sinergico di pratiche, di tipo, tecnico, organizzativo e gestionale che punta al miglioramento e innovazione dei modi di lavorare in fabbrica. Qui però non ci interessa analizzare i metodi o gli strumenti della WCM, ma provare a trarre qualche spunto utile per le nostre fabbriche nordestine.

1) Occhi nuovi. Le fabbriche sono un organismo vivente che mutano più o meno velocemente. Anche quelle che non sono oggetto di investimenti in nuovi macchinari, cambiano pelle. Troppo spesso  si sente dire dai tecnici che le conducono “non si può fare in modo differente”. La storia della WCM è prima di tutto la storia di  uno sguardo diverso, di un punto di vista differente, capovolto.  Il duo Ketter-Massone cambia gli occhiali, e la prospettiva, e lo fa con una determinazione di chi vuole ribaltare le cose predeterminate.

2) La lotta agli sprechi è una questione etica. Oggi tutti noi rincorriamo il mito dell’efficienza che rischia di essere un mito sterile. La vera battaglia da fare è la lotta agli sprechi perché dentro a questi vi è il rilassamento, il pressappochismo,  la mancanza di un rigore etico dei singoli operatori nei confronti del loro lavoro e degli oggetti che usano. Può apparire strano accostare l’etica agli sprechi ma non è così: chi spreca deruba tempo e risorse agli altri, a se stesso e al futuro.

3) Misurazione = progresso. Noi siamo un popolo che fa della “relazione con l’altro” il suo punto di forza: questo ci rende, ad esempio,  così bravi nelle esportazioni. Nonostante l’apparato linguistico non sia dei migliori, a causa di una scuola anche adesso molto carente su questo punto, sei certo che nei posti più sperduti e lontani del mondo  trovi un imprenditore nordestino che va a vendere i sui prodotti. Tutti a dire, quindi, che la “verifica certificata” e “la misurazione dei miglioramenti” non fanno per noi perché non rientrano nel nostro DNA. Il WCM applicato alle fabbriche italiane FCA dimostra il contrario, anche nel tanto denigrato Sud (vedi Pomigliano). Questo tabù si può sfatare e può essere un vantaggio competitivo.

4) La tecnica è nulla senza le persone. Pensare di introdurre sistemi di miglioramento senza il coinvolgimento, in primis, delle persone è pura follia. Spesso i sistemi WCM, Lean,  Kaizen o Six Sigma partono, anche nelle nostre realtà, ma si traducono in fallimenti o si perdono nel tempo. Questo perché si è molto concentrati sulla cosa più semplice: la tecnica. Il presupposto va cambiato: prima si parte dalle persone, dal riattivare le relazioni, le arterie comunicative, il cuore pulsante della motivazione, poi si applicano i metodi e le procedure. Nel far ripartire il sistema circolatorio bisogna dedicare molta attenzione ai singoli ma altrettanto ai team e alla conseguente chimica che devono avere al loro interno. Sui team si gioca molto del successo di queste nuove culture organizzative.

5) Lavoratori manual-cognitivi. Gli operai in fabbrica saranno sempre meno, ma sempre più indispensabili. Che tu operi nel mondo dell’automotive, del chimico, del tessile o dell’agroalimentare, i cambiamenti in corso sulle diverse linee produttive richiedono un training mai sino ad ora visto. Non si tratta solo di affrontare macchine a controllo numerico o interloquire con i robot; quello che viene richiesto è una vera e propria “mobilitazione mentale” di tutti i partecipanti al processo produttivo. Sarà il caso che tutte le aziende pensino  a riaprire o costituire ex novo delle scuole interne di nuovi mestieri  per governare queste trasformazioni manual-cognitive.

Fiat è da sempre stata contestata in Italia per essersi fatta gli “affari suoi”, in questo caso l’esperienza WCM in FCA offre, per diffusione ed importanza,  ottimi suggerimenti per essere considerata anche nei nostri contesti.  Non a caso sarà oggetto di un confronto che si svolgerà al  Festival  Città Impresa, dal titolo provocatorio “Il modello Pomigliano funziona anche per le fabbriche del Nordest?”
Se qualcuno poi, prima o dopo l’incontro del 2 Aprile, volesse ulteriormente approfondire l’argomento, si consiglia la lettura di un recente libro (“Le persone e la fabbrica”, Guerini Next) scritto a seguito di una ricerca fatta su 5.000 lavoratori FCA italiani e promossa dalla FIM-CISL Nazionale.

La ripresa italiana: troppo lenta.

Sul Corriere di oggi vi sono due interessanti articoli che offrono un quadro, secondo me preciso, della situazione in cui versa l’economia italiana: il primo (v. ultra, [1]) della prof.ssa L. Reichlin; il secondo (v. ultra, [2]) di S. Righi.

Reichlin afferma che `la ripresa non aspetta i Governi’ nel senso che i governi dovrebbero darsi da fare ed entrare in campo ad evitare non solo che l’Italia perda il treno appena avviato, ma anche che ci si avvii verso un ambiente `con istituzioni guidate da manager non eletti protagonisti loro malgrado della politica economica’. Reichlin fonda il suo ragionamento sugli evidenti scarsi effetti dell’azione monetaria espansiva della BCE: la liquidità non giunge alle banche con la rapidità attesa.

Righi, dal canto suo, ci presenta un quadretto che solo Candide potrebbe qualificare come `ottimista’ e ribadisce l’indispensabilità di una bad bank sulla quale scaricare l’enorme massa di crediti deteriorati che `mangiano’ le già scarse risorse patrimoniali delle banche italiane, non nascondendosi il fatto che sembra ci si stia avviando verso una `massiccia opera di consolidamento’. Righi fonda il suo ragionamento sul modello di business dell’industria bancaria divenuto obsoleto in forza della rivoluzione digitale che abbatte i costi (senza che quelli `affondati’ possano ridursi rapidamente) e senza che i ricavi aumentino per via dei tassi dell’interesse prossimi allo zero e della bassissima inflazione, che a sua volta riduce l’illusione monetaria.

D’altra parte, tutti gli stakeholder hanno le proprie ragioni e mi sembra difficile individuare una soluzione convincente per tutti: però l’azione monetaria del Presidente Draghi è sempre stata accompagnata da appelli alle riforme strutturali. Per rimanere nell’area finanziaria, una di queste è stata la riforma Fornero, un’altra è quella delle banche popolari, una terza che si profila è relativa alle BCC. La ripresa, per l’appunto, non sembra attendere i `tempi della politica’.

Un’altra riforma che mi sembrerebbe utile e necessaria, ma che mi pare incontri resistenze antropologiche, riguarda la riduzione del banco-centrismo tanto criticato quanto praticato: se le banche ai occupassero anche di credito mobiliare, oltre che di credito ordinario, disporrebbero di strumenti finanziari emessi dalle imprese per finanziarsi. Questi strumenti, se dotati di determinate caratteristiche, potrebbero successivamente essere venduti alla BCE (un po’ come accade per le ABS) e la liquidità potrebbe giungere all’economia un po’ più rapidamente. La BCE, infatti, immette liquidità comprando titoli dalle banche.

Resistenze antropologiche, dicevo: le imprese, infatti, sono restie ad andare sul mercato e preferiscono avvalersi di un mercato bancario poco competitivo e poco contendibile, obsoleto e in difficoltà. Non possiamo che sperare nell’Europa, visti i successi della Vigilanza Unica.

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[1] La ripresa non aspetta i Governi (di Lucrezia Reichlin, CorSera del 26 ottobre 2015)

Giovedì scorso il presidente della Banca centrale europea (Bce) ha spiegato che, nonostante la ripresa, l’economia della zona euro rimane vulnerabile. Per questo, e poiché si prevede che il tasso d’inflazione rimarrà al di sotto del target oltre il 2016, la Bce non esclude ulteriori misure straordinarie che definirà probabilmente a dicembre.A quella data, quando le proiezioni preparate da tutto lo staff delle banche centrali della unione monetaria saranno rese disponibili, ci si aspetta l’annuncio di ulteriori acquisti di titoli e un abbassamento dei tassi dei depositi che le banche parcheggiano alla Bce a livelli ancora più negativi.

Al di là dell’immediato effetto dell’annuncio della Bce sui mercati finanziari,
che lo hanno salutato con la consueta e probabilmente temporanea euforia, ci sono tre riflessioni da fare sul significato di questo annuncio.

Primo, il messaggio della Bce rivela una preoccupazione sulla solidità della ripresa.
L’istituto si unisce alle altre grandi banche centrali nel sottolineare i rischi per l’economia globale: il mondo emergente è in serio rallentamento, la Cina a rischio economico e finanziario e l’Europa ha una ripresa ancora debole. Quadro sicuramente non catastrofico ma preoccupante se si considera che i deboli segni dell’economia reale si combinano a un indebitamento complessivo nel mondo che non sembra stabilizzarsi. Alto indebitamento, inflazione vicina allo zero e investimenti anemici sono un cocktail preoccupante.Nonostante anni di iniezione di liquidità e di politiche monetarie aggressive il mondo stenta a ripartire. Le possibili cause sono ampiamente dibattute: demografia, ineguaglianza, incertezza, peso del debito ereditato dalla Grande crisi, ma la verità è che una ricetta per riportare le economie a crescere ai tassi del decennio prima della crisi non ce l’ha nessuno. In questo vuoto le banche centrali hanno acquistato un ruolo sempre piu importante e sono diventate veicoli essenziali nell’intermediazione finanziaria, grandi acquirenti di titoli di Stato e altri stru-menti, andando al di là del loro tradizionale ruolo di controllo del tasso di interesse a breve termine. È molto probabile che questo non sia un fatto temporaneo.

Secondo, non si può capire l’azione delle grandi banche centrali senza osservare che le loro politiche monetarie sono intimamente connesse. La volatilità che abbiamo visto sui mercati emergenti nei mesi scorsi è in parte dovuta alle aspettative di un rialzo dei tassi Usa che provocano la fuga dei capitali da quei Paesi. L’esitazione della Fed, d’altro canto, spinge la Bce a una politica più espansiva per evitare che, come è successo nel passato, la percezione di una politica monetaria conservatrice nella zona euro eserciti una pressione al rialzo sul tasso di cambio. Nonostante la retorica che esclude le svalutazioni competitive, la discussione sui tassi di cambio è divenuta sempre più esplicita tra i banchieri centrali. Ed è ovvio che sia così. In un mondo con circolazione libera di capitali e tassi di cambio flessibili nessuna banca centrale nazionale può agire in modo indipendente. Questo ormai è vero anche per grandi economie come Cina, Usa e area euro.

Terzo. Il caso della zona euro ha caratteristiche speciali. Se Draghi dovesse essere costretto a continuare acquisti massici di titoli di Stato diventerebbe inevitabile cambiare le proporzioni nazionali degli acquisti che ora dipendono dal Prodotto interno lordo del Paese e non dall’ammontare del debito pubblico. Possiamo immaginare che in una eventuale prolungamento nel tempo del Quantitative easing e aumento del volume degli acquisti, la Bce sarà costretta ad acquistare in percentuale maggiore i titoli di Stato di quei Paesi dove il mercato del debito pubblico è più grande, in particolare l’Italia. Questo non sarebbe un problema se gli acquisti fossero temporanei ma, se come sembra dall’esperienza delle altre banche centrali, dal Qe si entra ma è poi difficile uscirne, una politica del genere sarebbe altamente divisiva e questo finirebbe per ostacolarne la efficacia e la tempestività.

Concludendo. È giusto che la Bce si tenga pronta a ulteriori misure straordinarie. Questo è condizione necessaria a riportare l’inflazione al 2%, cioè a rispettare il suo mandato. Ma la condizione non è sufficiente. Dati i rischi dell’economia mondiale, l’alta disoccupazione in alcuni Paesi e l’effetto negativo che il debito ha sulla domanda sia privata che pubblica, il nesso tra azione monetaria e inflazione è debole e alcune banche centrali saranno costrette a una escalation delle politiche straordinarie. Se i governi non dovessero entrare in campo con iniziative altrettanto decise ci troveremmo di fronte non solo a un insuccesso economico ma anche a una crisi della legittimità democratica, con istituzioni guidate da manager non eletti protagoniste loro malgrado della politica economica. Non c’è tempo da perdere.

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[2] Il solitario non paga in banca «I margini ridotti spingono le fusioni» (di Stefano Righi, CorriereEconomia del 26 ottobre 2015)

Le banche italiane sono chiamate a cambiare rapidamente il loro modello di business.

L’attività caratteristica degli istituti di credito è diventata scarsamente remunerativa. Le agenzie bancarie, che solo nel 2007 passavano di mano a 12,4 milioni di euro l’una, oggi vengono chiuse e non sostituite. La progressiva (e peraltro lenta) digitalizzazione del Paese fa sì che basteranno mille sportelli per coprire radicalmente l’intero territorio nazionale. Il carico dei costi fissi – 300 mila dipendenti del settore – appesantisce i bilanci e rallenta l’operatività quotidiana. Il margine di interesse, una delle voci più caratteristiche del bilancio bancario, ha poi evidenziato una progressiva erosione nell’ultimo triennio ( vedi tabella ): chi ha resistito maggiormente è stata Bper (-2,2 per cento), seguita da Ubi (-3,2) e Bpm (-6,8). Ma c’è chi ha perso molto di più: Intesa (-10,8), Banco Popolare (-11,3), UniCredit (-13,2), fino ad arrivare alle iperboli del Monte dei Paschi di Siena (-24,2) e di Carige (-53,3).

Cambiamenti
La mutazione in atto ha portato a una diversa considerazione dell’industria bancaria. La lentezza con cui si sta procedendo alla campagna di aggregazioni, fortemente sollecitata dalla Bce, è determinata dal fatto che a nessuno risulta chiara la direzione da prendere. La prova viene dall’analisi delle operazioni straordinarie nel settore. Nel corso del 2015, evidenzia una ricerca effettuata da Value Partners, in Italia si sono concretizzate solo sette operazioni nel comparto bancario: una nella Monetica (cessione di Icbpi), una nell’Asset management (fusione annunciata di Pioneer Investment con Santander Am), cinque nell’ambito dei crediti deteriorati, gli Npl, con protagonisti Unicredit (2), Mps, Iccrea e il gruppo Cassa centrale.

«Sono gli unici settori dei servizi finanziari che interessano ai grandi investitori internazionali – dice Gabor David Friedenthal, director di Value Partners e curatore della ricerca –. La conferma viene non solo dall’unicità delle operazioni, ma anche dai prezzi pagati. L’Icbpi è stato valutato 2,15 miliardi, ovvero 11 volte l’Ebitda. Pioneer, 2,75 miliardi, ancora 10-11 volte l’Ebitda. E gli Npl rappresentano una ghiotta opportunità di investimento perché vengono acquistati al 15-20 per cento del valore nominale. A quanto si valuta oggi una banca? Valori frazionali…. La differenza è tutta qui». La tendenza evidenziata nel corso dell’anno sembra essere destinata a continuare nel futuro prossimo. Le sofferenze maturate all’interno del sistema bancario non accennano a diminuire, al massimo rallenta il ritmo di crescita e, a quota 200 miliardi, hanno superato il 13 per cento del prodotto interno lordo. Questi volumi non potranno che andare ad incrementare una ulteriore crescita degli Npl. «Una parte significativa delle sofferenze andranno ad alimentare la crescita dei Non performing loans nel prossimo futuro e – sottolinea Friedenthal – anche per questo ci sarà sempre più bisogno di una Bad bank di sistema per risolvere il nodo di una massa che non decresce e che pesa sui bilanci degli istituti di credito». Il futuro appare così orientato verso una massiccia opera di consolidamento.

Area di riferimento
«Con queste premesse – continua Friedenthal – e in un quadro macroeconomico che ha portato i tassi di riferimento quasi a zero, è difficile poter pensare che l’industria bancaria non diventi un business fatto di volumi. Considerate semplicemente il caso dei mutui: nel 2010 i tassi medi sul mercato italiano si aggiravano sul 4,5 per cento. Oggi siamo all’1,5 per cento, con punte anche più basse, fino all’1,15. È chiaro che per replicare la redditività di cinque anni fa, occorre mediamente triplicare i volumi e il numero delle operazioni.

Anzi, stando alle ultime offerte commerciali occorre quasi quadruplicarle… Per questo dico che il futuro è pressoché deciso. Non potranno che formarsi pochi grandi gruppi dove le logiche di scala consentiranno di rimediare alla marcata discesa del margine di interesse». Se i due maggiori gruppi italiani, Intesa e Unicredit, che assieme valgono circa il 40 per cento del mercato domestico, in tre anni hanno perso margini di interesse con percentuali che variano tra il 10,8 per cento e il 13,2 per cento è chiaro che le altre potranno solo correre rapidamente ai ripari.

E se sul fronte dei costi molto è stato fatto in questi anni è sulla rimodulazione del business bancario che verranno misurate le banche del futuro.

VenetoBanca: la paura del mercato anche dei grandi soci.

Oggi sul Corsera compare il seguente articolo di S. Righi:
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Veneto Banca, tra i soci «contro» spunta Ferrarini il re del prosciutto (di Stefano Righi, Corsera del 28 luglio 2015)

La scorsa settimana il consiglio di amministrazione di Veneto Banca ha accelerato verso la trasformazione della banca da popolare in Spa e la successiva quotazione in Borsa, condita da un aumento di capitale stimato tra i 500 e gli 800 milioni. Una decisione che ha fatto uscire allo scoperto molti soci contrari non solo al cambiamento dello status , ma soprattutto allo sbarco a Piazza Affari. Così è nata un’associazione («Per Veneto Banca»), che dopodomani, 30 luglio, si riunirà a Mestre per l’assemblea costituente. Tra i promotori Loris Tosi, ordinario di Diritto tributario all’università di Venezia e il «re» dei prosciutti Luca Ferrarini ( foto ). In pochi giorni l’associazione «Per Veneto Banca» sembra aver messo assieme soci in rappresentanza di quasi il 10 per cento del capitale e si pone l’obiettivo di arrivare al 15 per cento. Traguardo non impossibile, visto che si segnalano vicini all’iniziativa l’ex presidente della Camera di commercio di Treviso, Federico Tessari e gli imprenditori Luigi Rossi Luciani, Pierluigi Bolla e Matteo Zoppas. Giovedì la conta. Obiettivo: ambire a un posto nel prossimo cda e da qui chiedere che la quotazione in Borsa avvenga in un momento meno infelice. Su questo «Per Veneto Banca» potrà contare sull’appoggio dell’Associazione azionisti di Veneto Banca, nata lo scorso anno e guidata dall’ex presidente del Tribunale di Treviso, Giovanni Schiavon, che persegue il dichiarato intento di tutela dei piccoli soci.

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Le associazioni a difesa dei soci di VB sono ora due e sembra che entrambe non si oppongano alla trasformazione della banca in SpA, ma che chiedano un rallentamento dell’operazione,  recentemente e opportunamente accelerata dalla decisone assunta dal CdA: da quanto si evince dall’articolo sembra che la nuova associazione `Per Veneto Banca’ si ponga l’obiettivo di cambiare la composizione del CdA per ribaltare una decisione già assunta, in modo da rallentare il processo di quotazione e rinviarlo a `tempi migliori’. Gli obiettivi dell’altra Associazione appaiono invece più confusi e generici.

Com’è evidente, nessun investitore ama accertare una perdita: in questo caso, né la perdita già maturata (circa il 30%, pari ad un valore attuale di 30,5€/azione), né quella che si prospetta qualora si giungesse ad un prezzo `di mercato’. Nel caso questo prezzo si misurasse in base al rapporto con il patrimonio netto (oggi all’1,2) e si confrontasse il medesimo rapporto delle azioni di banche analoghe già quotate (oggi al 0,6-0,7, cioè a circa la metà di quello di VB), si ritiene che vi sarebbe una ulteriore perdita di circa il 18-27% pari ad un valore di 22-25€/azione.

Chi detiene già le azioni, oggi può registrare una perdita o un guadagno, rapportando il prezzo teorico attuale (quello da ultimo fissato dal CdA) rispetto alla somma fra il prezzo pagato a suo tempo e la sommatoria dei dividendi netti (al netto cioè delle tasse pagate e degli aumenti di capitale già sottoscritti).

Analogo calcolo può essere effettuato prende a paragone il `prezzo di mercato’ ritenuto più plausibile in rapporto alle altre banche  e cioè di circa 23,50€/azione.

Si può così giungere ad una prima conclusione: si è guadagnato o si è perso a seconda della differenza fra <incassi (dividendi) ed esborsi (acquisti, aumenti di capitale e imposte) per azione> e 30,5  e/o 23,5.  Se la differenza è positiva si è guadagnato, se è negativa si è perso.

Ma la misura così individuata non è sufficiente perché un investitore desidera anche un rendimento: per cui, alla differenza di cui sopra andrebbe aggiunto anche un tasso di rendimento atteso dall’investitore. Un modo per calcolare questo addendo sarebbe quello di prendere il tasso di rendimento dei Titoli di Stato italiani ipotizzando che il loro rischio fosse uguale a quello delle azioni di VB. Si risponderebbe così alla domanda: se avessi investito BOT, BTP, ecc., quanto avrei guadagnato o perso? Come si vede il calcolo è estremamente prudenziale se non altro perché l’attività bancaria è più rischiosa.

Supponendo che il ragionamento fin qui condotto regga, ora si prospetta un aumento capitale (500-800ml). Perché si realizzi, si dovrà fissare un prezzo di emissione delle nuove azioni con un sovrapprezzo rispetto al valore nominale (3,00€) tale da convincere gli investitori che la redditività dell’investimento nel business bancario di VB, o di una nuova banca risultante da una fusione, produrrà non solo redditi da accumulare a patrimonio ma anche flussi di cassa (dividendi) a favore dei sottoscrittori vecchi e nuovi.

La partita si presenta alquanto delicata perché qualsiasi investitore razionale è indotto ex ante a fare due conti per migliorare il rapporto rischio-investimento e per tentare di non perdere ancora.

Non mi pare, invece, che evitare di accertare la realtà dei fatti sia una mossa conveniente.

 

 

La paura del mercato: la riforma delle Popolari

Da ieri, su Formiche.net si trova un interessante dibattito sulla riforma delle Popolari: l’interesse non è dovuto solo al tema scottante di questo periodo ma anche perché vi sono alcune illuminanti interviste ad importanti personaggi di quel mondo. L’occasione è stata la presentazione di un libro di F. Debenedetti e G. Fabi, `Popolari addio?’, Guerini editore.

Il punto di domanda sul titolo presumo stia significare che la riforma verrà contrasta dalla potente lobby delle popolari, nonostante queste banche siano state governate negli ultimi trent’anni senza tenere conto dell’unico punto rilevante oggi nel mondo bancario occidentale: l’impellente necessità di aumentare i fondi propri.

Ma di questo non si parla mai.

Né si parla del mercato che si va ampliando e che metterà a rischio crescente il valore delle azioni delle banche di ridotte dimensioni (Popolari e BCC, per l’appunto): è di oggi la notizia che Goldman Sachs diventa `universale’, cioè che affiancherà all’attività di banca d’affari, l’attività di banca commerciale on-line.

Ma noi siamo in Italia e ci difenderanno le Alpi e i mari.

NordEst e banche (2)

Come dicevo nel post precedente, a meno che gli investitori non decidano di fare beneficienza (sport peraltro sempre gradito), il punto centrale è il rendimento dell’investimento in azioni bancarie: il core di questo punto è il prezzo delle azioni.

Più basso è il prezzo, più elevate sono le probabilità di guadagnarci sopra; in altri termini, più basso è il prezzo, minore è la probabilità di perderci. Questa faccenda può essere considerata da due punti di vista: quanto voglio guadagnarci e/o quanto sono disposto a perdere. Mediando fra questi due punti di vista, esce una combinazione di possibilità sostenibili da ciascun investitore.

Ma queste possibilità non possono prescindere da una prospettiva strategica relativa al core business, cioè dalle attese di successo del business oggetto dell’investimento. E qui è ben difficile fare previsioni perché in questo periodo gli scenari ci appaiono particolarmente turbolenti.

Vi sono però alcuni punti fermi che appaiono scarsamente controvertibili:

1) si sta parlando di banche commerciali, cioè di banche che supportano prevalentemente il circuito dei pagamenti, piuttosto che il circuito risparmio-investimenti. Il core business di queste banche è la produzione di moneta, cioè di credito, ‘dal nulla’: prestano cioè potere d’acquisto ad imprese e famiglie a proprio rischio, cioè in base al patrimonio.

2) si sta parlando di banche inserite in un territorio relativamente limitato (il NE o, al massimo, l’Italia) caratterizzato a) da imprese di ridotte dimensioni b) che non crescono ( a fine 2014, solo 342 erano le quotate su circa 6 milioni di imprese) c) con ridotti sistemi informativi e d) ridotte strutture organizzative: un ambiente del genere ha il vantaggio di essere più flessibile (le imprese appartengono a diversi settori industriali, crescono e muoiono incessantemente, ne risulta agevolata la diversificazione del rischio, ecc,); lo svantaggio per le banche che vi navigano è quello di non essere altrettanto flessibili data la loro struttura organizzativa pachidermica. D’altra parte si tratta di  strutture in parte necessitate dagli ingenti investimenti informatici oggi indispensabili per gestire sistemi informativi complessi e necessari per tenere sotto controllo i rischi di credito e i rischi finanziari (sia del banking sia del trading book).

3) il territorio del NE, forse maggiormente di quanto non accada per l’Italia nel suo complesso, risulta inserito in un ambiente internazionale vastissimo, soggetto a notevoli elementi di variabilità (tassi di cambio, prezzi delle risorse energetiche, volatilità dei mercati non solo finanziari, questioni geopolitiche, ecc,), di rischi e di opportunità che richiederebbero altrettanti elementi compensativi di flessibilità  che non sembrano attualmente disponibili data la struttura dei ceti politici, sindacali, industriali e finanziari del Paese.

Se questi tre punti di partenza possono essere condivisi, almeno grosso modo, vi è da chiedersi come sia possibile addurre questioni di banca locale, di polo finanziario locale ecc., quando si affronta la complessa questione della ristrutturazione del mercato del credito italiano, perché di questo si tratta.

Analogamente, non credo sia adeguato affrontare la questione facendo i conti in tasca ai diversi possibili investitori del NE (industriali e fondazioni bancarie): mettere sul piatto qualche decina di miliardi per prendere il controllo di una SpA bancaria, magari sostanzialmente dissestata, è abbastanza semplice.

I problemi più rilevanti, a me sembra, siano almeno due. L’uno, semplice: a che prezzo comprare. L’altro, complesso: come, eventualmente, uscirne. Il che si traduce in `quanto sono disposto a perdere’ in un mercato altamente volatile come quello finanziario attuale.

A meno che il rischio assunto non venga compensato in altro modo, vigilanza sulle parti correlate permettendo.

NordEst e banche (1)

In VeneziePost di oggi vi sono diversi articoli interessanti che trattano l’argomento in oggetto: tutti si chiedono chi `comprerà’ le banche popolari quotate e non quotate che, sembra, vengano a prezzi di saldo. Il tutto per costituire il mitico polo bancariio-finanziario del NE d’Italia, più volte paventato nel corso dei decenni scorsi, a volte anche tentato ma sempre con scarso successo.

Non è che, forse, il polo non serve? Oppure che, oggi, serve di meno o per nulla?

Anche se i `banchieri de noantri’ non se ne sono accorti, da circa 30anni il baricentro delle banche tende ad essere costituito dai fondi propri. Questi ultimi crescono in forza di due soli elementi: il reinvestimento dei profitti e il capitale sociale.

Si sa che un investitore razionale acquista azioni (il capitale sociale) se rendono, cioè se distribuiscono dividendi. Però la distribuzione dei dividendi contrasta con il reinvestimento dei profitti. La rinuncia ai dividendi attuali, però, può essere sopportata se il reinvestimento dei profitti viene riconosciuto dal mercato che, apprezzando il conseguente rafforzamento delle banche, lo trasforma in aumento del prezzo delle azioni. Così si ha un legame abbastanza stretto fra profitti, capitale sociale e patrimonio (o fondi propri).

Qualsiasi investitore razionale compra dunque azioni in base al loro rendimento atteso: la prima questione da affrontare, dunque, è relativa al rischio di un investimento in azioni di una banca.

Siccome, il futuro è nelle mani degli Dei, possiamo solo fare delle ipotesi: renderanno, tali azioni, quanto i BTP o i Bund a 10 anni? Oggi i primi rendono l’1,85%, i Bund lo 0,60%. Si tratta, come è noto, di titoli di Stato ritenuti a rischio quasi nullo (risk free). Con una valutazione ottimistica, un tanto al chilo, supponiamo che il rischio delle azioni bancarie del NE italiano sia misurato dal doppio del rendimento dei Bund, cioè 1,2% (0,60% x 2).

Avvalendoci delle 4 operazioni e di un modellino semplicissimo (il Discounted Cash Flow, DCF) il prezzo delle azioni (P) dovrebbe essere calcolato rapportando il dividendo lordo atteso (D) alla somma fra flusso atteso dei dividendi (d) e rischio dell’azione bancaria (r); cioè P = D / (d + r).

Supponendo il D = 0,50€, che i dividendi siano costanti nel tempo (d = 0) e che il rischio sia misurato dal doppio del rendimento dei Bund, otterremmo un P = 0,50/0,012 = 41,67. Detta in altri termini, il prezzo teorico di un’azione bancaria, di cui si è valutato un rischio pari al doppio del rendimento dei Bund10y e che distribuisce un dividendo annuo costante di 0,50€ per azione, sarebbe di 41,67€.

Se, invece, prendiamo il doppio del rendimento attuale dei BTP e lasciamo fermo il resto, dovremmo dividere lo stesso dividendo per 0,037 (1,85% x 2) e otterremmo un prezzo teorico pari a 13,51.

Queste ipotesi non tengono conto, fra l’altro, delle correlazioni fra variabili dell’economia finanziaria; però, se ipotizziamo che i tassi risk free siano oggi molto bassi e che nei prossimi 10 anni siano destinati a crescere, ad esempio a raddoppiare, i calcoletti appena costruiti non sono più adeguati. Bisognerebbe raddoppiare i due rendimenti attesi dal 0,012 a 0,024 e da 0,037 a 0,074 e il prezzo delle azioni scenderebbe da 41,67€ a 20,83€ e da 13,51€ a 6.75€.

Prezzi teorici un tanto al chilo, dicevo, però affinando il modello escono sempre prezzi teorici cioè fortemente connotati da attese, da previsioni, da valutazioni più o meno professionali. Solo un mercato può prezzare il valore di un’azione perché tiene conto di molteplici fattori, individuali e collettivi, razionali e irrazionali, delle mani amiche e nemiche visibili e invisibili, dei sentiment, ecc.

In attesa del mercato questi calcoletti offrono la possibilità di iniziare un ragionamento, pur fondato su di un’aritmetica fortemente condizionata dalle attese sulle performance delle aziende di credito ordinario (le banche commerciali). (segue)

 

Le pietose bugie per i soci delle banche non quotate (Popolari, BCC, Carispa): la liquidità delle azioni

Nel corso delle recenti Assemblee delle banche non quotate si è detto ai soci che le loro azioni fra qualche mese diventeranno liquide.

Qualora, prima o dopo, si organizzi effettivamente un mercato sul quale scambiare le azioni, l’affermazione è veritiera solo per i soci che non si sono accorti immediatamente della differenza fra vendibilità e liquidità delle loro azioni.

Per favorirei la loro vendibilità, non è necessario infatti che vi sia un mercato; è sufficiente che le banche emittenti fungano da broker fra compratore e venditore come è sempre accaduto: è sufficiente cioè che, a fronte dell’offerta di titoli, esse stesse trovino una controparte disposta a comprarli. Nel caso sussista la clausola di gradimento, la questione si complica un poco, ma basterebbe abolirla per rendere più fluidi gli scambi.

Se le banche non aboliscono la clausola di gradimento, qualsiasi mercato organizzato ne risentirà pesantemente perché l’universo degli scambisti si riduce a chi è già socio. In caso di abolizione della clausola, invece, il mercato diventa molto più ampio e per le azioni aumentano le possibilità di essere scambiate; aumenta la loro vendibilità.

La questione della liquidità è però un po’ più complessa ma non per questo meno rilevante, anzi!

Per essere considerata liquida, infatti, un’attività finanziaria (azione, obbligazione o derivato che sia), oltre che essere vendibile, deve anche poter essere venduta ad un prezzo il più possibile vicino al costo sostenuto per acquistarla.

Se si concorda con questa distinzione fra vendibilità e liquidità, un socio che detiene azioni di una non quotata, il cui valore, per ipotesi, è stato svalutato del 20%, ad es. da 100 a 80 (100 – 0,20×100) può avere i seguenti comportamenti:

1) vuole vendere perché ha necessità estrema di monetizzare per problemi personali: questo comportamento non è giudicabile in quanto dovuto a cause di forza maggiore. Tuttavia, il socio perde la differenza fra il costo iniziale e l’ultimo prezzo stabilito (80 nell’esempio); questa differenza verrà ridimensionata dalla somma dei dividendi percepiti nel tempo, cui andranno dedotte le imposte fin qui pagate;

2) vuole monetizzare tout court: si tratta di un comportamento non spiegabile razionalmente che comunque conduce alla perdita di cui sub 1);

3) vuole monetizzare perché ha maturato l’aspettativa di perdere ancor di più di quanto calcolato sub 1): la decisione appare motivata;

4) non vende perché ha maturato l’aspettativa che il prezzo tornerà a livelli per lui accettabili: ad esempio, se ha acquistato a 100 e oggi l’azione vale 80, chi non vende si aspetta che il prezzo torni vicino a 100, il che implica un’aspettativa di recupero pari a circa il 25% (100 = 80 + 25% di 80): la decisone appare motivata.

Come si vede, nei primi tre casi, qualche che sia la motivazione, l’azione è vendibile ma non è probabilmente liquida: la perdita infatti non sarà il più possibile vicina al prezzo di acquisto, soprattutto per i soci che hanno acquistato più recentemente che perderanno fino al 20%.

L’azione può invece diventare liquida per il socio di cui sub 4). Ma, per stare all’esempio, a quali condizioni il socio potrà recuperare il 25% dell’ultimo prezzo (80)?

La prima condizione è che il mercato che verrà organizzato quoti almeno 80, cioè che la nuova base di partenza sia quella decisa dall’Assemblea; la seconda condizione è che l’azienda produca profitti e li accantoni in modo da rafforzarsi patrimonialmente e in modo che tale consolidamento sia percepito dal mercato. Osta a quest’ultima condizione l’aspettativa di incassare dividendi da parte dei soci.

Senza passare alla seconda condizione, sembra sufficiente chiedersi cosa può accadere sul prospettato mercato: quoterà davvero almeno 80?

Il dubbio è giustificato dalla scarsa trasparenza del metodo utilizzato per abbattere l’ultimo prezzo del 20%: se si è ricorsi al metodo reddituale (patrimonio netto, o CET1, diviso per il numero di azioni in circolazione) i dubbi sono più che giustificati, sia perché il patrimonio netto contabile è una grandezza precaria, ancorché consuntiva, sia perché qualsiasi investitore avveduto guarda avanti, cioè sconta il futuro. Ciò significa che qualsiasi investitore avveduto e razionale tende ad adottare metodi che calcolano il prezzo attuale sulla base delle attese di dividendi e delle attese di rischio di attività similari.

Tralasciando le motivazioni non razionali, peraltro alquanto diffuse e importanti, nel caso qui ipotizzato, le attese di dividendo non dovrebbero essere prese in considerazione data la necessità di rafforzamenti patrimoniali, mediamente necessari per tutte le banche italiane. E qui si potrebbe chiudere il discorso.

Ma, per tenere aperto il ragionamento, poniamo che si distribuisca un dividendo medio (D), che il suo tasso di incremento sia nullo (cioè che il D medio resti fisso per i prossimi anni) e che le attese di rischio di attività similari non possano essere misurate dal tasso dell’interesse sui Bot, sui BTP a cinque o dieci anni, né sui Bund 5y o 10y che pure oggi sono bassissimi.

Se si adotta uno dei metodi più diffusi per calcolare il prezzo attuale delle azioni (il Discounted Cash Flow – DCF, o flusso di cassa scontato) si tratta di adottare una formuletta del tipo seguente:

Prezzo dell’azione = dividendo (D) / [tasso atteso di crescita dei D (g) – tasso di rendimento dell’attività similare (r)].

Se il D è pari a 1, il tasso atteso di crescita dei D è nullo (il D resta costante nel tempo) e il tasso di rendimento dell’attività similare è, poniamo, pari al 2%, otterremo un prezzo pari a 50€ (1/0,02); se il D è pari a 0,5 e rimangono costanti le due altre variabili, si giunge ad un prezzo pari a 25€ (0,50/0,02); se il D è pari a 0,5, il tasso di crescita di D è nullo e il tasso di rendimento dell’attività similare è del 4%, otterremmo un prezzo pari a 12,5€ (0,5/0,04). Se il dividendo è 0,25, il tasso di crescita del D è nullo e il tasso di rendimento dell’attività similare è del 5%, otterremmo un prezzo pari a 5€ (0,25/0,05).

Cioè dato il numeratore (D medio), se aumenta il denominatore (differenza fra tasso di crescita dei dividendi e tasso di rendimento dell’attività similare), il prezzo diminuisce.

Per semplificare ancor di più, dato il D medio atteso (numeratore) e supponendo che il D medio non cresca, il prezzo dipende dal tasso di rendimento atteso di un’attività con rischio analogo al rischio dell’attività bancaria.

In conclusione dunque, prevedendo per il futuro un dividendo medio abbastanza ridotto e un tasso di rendimento dell’attività bancaria in crescita a seguito di un incremento di rischio, ben difficilmente si può ipotizzare che le azioni diventeranno liquide; continueranno ad essere solo vendibili.

Adottando le seguenti ipotesi prudenziali, prima soltanto adombrate:

i) la necessità di rafforzamenti patrimoniali futuri dovuti solo all’accantonamento dei profitti (e non ad aumenti di capitale) che implica dividendi ridottissimi (pari ad es. mediamente a 0,2 €);

ii) un tasso di crescita dei dividendi nullo, per gli stessi motivi si cui sub i);

iii) un tasso di rendimento di un’attività analogamente rischiosa fatto pari al doppio dei rendimenti odierni dei Bund 10y (circa 1%),

si otterrebbe un prezzo per azione pari a circa 20€; ma se si commisurasse al doppio del tasso dei BTP 10y (circa 2%), si otterrebbe un prezzo di 10€.

Le ipotesi addotte possono essere considerate più o meno prudenziali o più o meno pessimistiche: ognuno può giudicare e decidere modificando i numeri rispetto alle proprie aspettative, alle proprie speranze, alle proprie motivazioni; ne uscirà un prezzo atteso individualmente determinato.

Questo prezzo andrà confrontato con l’ultimo prezzo deciso dall’Assemblea (nell’esempio qui adottato 80) e con il prezzo teorico che potrebbe formarsi nel mercato a seguito dell’utilizzo del metodo di calcolo qui proposto (20, 10, …), o di altro analogo (VAN, IRR).

Solo il mercato, però, potrà dare un responso effettivo del valore dell’azione. Se, e solo se, vi si contrapporranno liberamente le condizioni di convenienza all’acquisto e le condizioni di convenienza di chi vuole vendere. Pur tenendo conto che le condizioni di convenienza comprendono anche elementi scarsamente razionali, elementi connessi con questioni di controllo societario, mani amiche e mani invisibili, nonché elementi non sempre facilmente evidenziabili.

Penso sia verosimile supporre che il prezzo sarà più elevato se gli intermediari finanziari che hanno interesse ad appropriarsi degli sportelli delle banche preda non insistono già negli attuali territori di competenza delle prede.

Staremo vedere se ci sarà il mercato e di che mercato si tratterà.

Certo che spes ultima dea che, detta in italiano, suona come `chi vive sperando muore cantando’).

Le pietose bugie per i soci delle banche non quotate (popolari, BCC, Carispa, ecc.): il `valore’ delle azioni.

I fondi propri delle banche sono la base del mestiere del banchiere: un parte di un certo rilievo di tali fondi sono a mani dei soci i quali, pro quota, detengono il Capitale Sociale (CS); una seconda parte, più rilevante, è costituita dai profitti reinvestiti nel tempo che si possono osservare nel bilancio fra le Riserve (R) ordinarie, statutarie, legali, ecc.; una terza parte, minore, è costituita da altre voci (a) previste dalle regole di Basilea3.

Così si configurano due grandezze contabili rilevanti per le gestioni bancarie:

1) il netto patrimoniale (NP), cioè la somma fra CS ed R (NP = CS + R);

2) il CET1, cioè la somma fra NP e le altre voci (CET1 = NP + a).

Mentre il CET1 è il dato contabile che va moltiplicato per 12,5 per delimitare le attività, ponderate per il rischio, detenibili dalle banche, il NP è il dato da dividere per il numero di azioni in circolazione e che tende a rappresentare il valore di ogni singola azione (V) detenuta dai soci.

Il V di cui sopra è di regola diverso dal valore nominale (vn) di ogni singola azione: si ottiene dividendo il CS per il numero di azioni emesse. Il NP, infatti, di regola è più elevato del CS perché contiene anche i profitti maturati nel tempo e non distribuiti ma accantonati.

Ne segue che se una banca matura perdite, invece che profitti, non può accantonare, né potrebbe distribuire dividendi (D) che non sono maturati. Dunque il NP cresce (la banca si rafforza, si consolida) a mano a mano che maturano i profitti e che vengono accantonati; in caso contrario, la banca non si consolida ma si depaupera e, per mantenere il NP, chiede ai soci un aumento di CS.

Se questo modo di ragionare è proponibile per l’azienda di credito, non lo è identicamente per il singolo azionista, se non altro perché al singolo interessa solo marginalmente il CET1: ciò che interessa il singolo è il NP (e la sua crescita), il valore cioè da dividere per il numero di azioni.

Se quanto sopra può essere accettato, la posizione economico-finanziaria dei singoli azionisti dipende dalla situazione: vi sono soggetti che detengono già le azioni (azionisti effettivi) e soggetti che vorrebbero diventare azionisti (azionisti potenziali).

Il V delle azioni, infatti, dipende dalla sua situazione:

a) l’azionista effettivo ha in mano il valore contabile delle azioni e pensa di poter realizzare questo valore se vende;

b) l’azionista potenziale ha in mano dei quattrini e sta osservando se investire nelle azioni che sono a mani dell’azionista effettivo.

Lo scambio fra i due azionisti dipende dall’opinione che entrambi hanno sul valore dell’azione: però l’opinione dell’azionista effettivo è fondata sulla speranza che quel valore si trasformerà in un prezzo al quale vendere, mentre l’opinione dell’azionista potenziale è fondata su di un prezzo che rispecchia l’aspettativa della coppia rischio-rendimento generato dall’azione, dall’investimento.

Molto difficile che i due prezzi combacino! Se non altro perché il valore contabile, cioè il prezzo di vendita, è costruito su dati del passato mentre il prezzo di acquisto è fondato su opinioni relative al futuro, su valori attesi.

Il valore effettivo dell’azione deriva così da uno scambio di mercato aperto, che risente cioè dei soli vincoli regolamentari del mercato medesimo. Ad esempio, la clausola di gradimento è un vincolo che incide negativamente sul prezzo perché implica l’accettazione ex post del socio; oppure, la detenzione di un pacchetto di azioni, ancorché di minoranza ma suscettibile di far parte di un patto di sindacato, aumenta il valore del pacchetto medesimo anche se unitariamente il valore delle azioni non si modifica; oppure, ancora, la necessità di un azionista effettivo di liquidare l’investimento per proprie necessità, tende a deprimere il valore delle azioni; ecc.

Un mercato aperto tende così ad evidenziare un valore effettivo, un prezzo di mercato.

In conclusione, applicando lo schema di cui sopra a tutti gli azionisti attuali delle banche non quotate dovrebbe essere facile non farsi illudere o non farsi ingabbiare dalle promesse da marinaio emerse nelle recenti assemblee dei soci.

Ma, si sa, con un faro puntato negli occhi non si vede al di là del proprio naso: è una tecnica di marketing che nulla ha a che fare con la qualità dei prodotti finanziari sottostanti.

Le pive nel sacco anche degli azionisti della CR BZ

Oggi si ha notizia che il CdA della Cassa di Risparmio di BZ (Carispa) ha abbattuto il valore delle azioni di circa il 50% rispetto ad un anno fa: da 240 a 125€.

Analogamente alla popolari non quotate,  vien da chiedersi se gli azionisti avrebbero nel tempo maturato maggiori perdite dall’apertura delle banche al mercato. Ma, si sa, del senno di poi… Tuttavia, una cosa è certa: il governo delle attuali camarille ha prodotto risultati inequivocabili, indipendentemente dalla forma societaria (Cooperative o SpA).

E non finisce qui: infatti, sempre di prezzi amministrati si tratta e non di prezzi di mercato… se mai verranno. E se ne vedranno delle belle.

Per gli azionisti, il caso di BZ appare più grave di quello delle popolari. Per queste ultime, infatti, non è prevista solo la trasformazione in SpA, ma si paventa anche la prossima organizzazione di un mercato ove scambiare le azioni: anche se la Borsa si intravede ancora con grandissima cautela.

Per Carispa, che pure è già una SpA, nel comunicato ufficiale del CdA non si fa nemmeno menzione del mercato: ovviamente, dato che il controllo societario è per il 66% a mani della Fondazione. Ed è quest’ultima che decide e non il CdA della banca.

Se le cose stanno così, un azionista di Carispa dovrebbe vendere? Io non credo, perché c’è sempre tempo per accertare una perdita; a mano che non si ritenga di perdere ancora. Un azionista, però, dovrebbe guardarsi bene dal sottoscrivere nuovi aumenti di capitale decisi dai medesimi ceti politici che hanno prodotto questi risultati (mutatis mutandis, il caso MPS docet).

Uno dei miei maestri mi ha insegnato di evitare di buttare denari nuovi per salvare denari vecchi fino a che non si sa cosa valgono quelli vecchi. E questo prezzo, il prezzo dei denari vecchi, lo fa il mercato e non l’emittente.

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