VenetoBanca: la paura del mercato anche dei grandi soci.

Oggi sul Corsera compare il seguente articolo di S. Righi:
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Veneto Banca, tra i soci «contro» spunta Ferrarini il re del prosciutto (di Stefano Righi, Corsera del 28 luglio 2015)

La scorsa settimana il consiglio di amministrazione di Veneto Banca ha accelerato verso la trasformazione della banca da popolare in Spa e la successiva quotazione in Borsa, condita da un aumento di capitale stimato tra i 500 e gli 800 milioni. Una decisione che ha fatto uscire allo scoperto molti soci contrari non solo al cambiamento dello status , ma soprattutto allo sbarco a Piazza Affari. Così è nata un’associazione («Per Veneto Banca»), che dopodomani, 30 luglio, si riunirà a Mestre per l’assemblea costituente. Tra i promotori Loris Tosi, ordinario di Diritto tributario all’università di Venezia e il «re» dei prosciutti Luca Ferrarini ( foto ). In pochi giorni l’associazione «Per Veneto Banca» sembra aver messo assieme soci in rappresentanza di quasi il 10 per cento del capitale e si pone l’obiettivo di arrivare al 15 per cento. Traguardo non impossibile, visto che si segnalano vicini all’iniziativa l’ex presidente della Camera di commercio di Treviso, Federico Tessari e gli imprenditori Luigi Rossi Luciani, Pierluigi Bolla e Matteo Zoppas. Giovedì la conta. Obiettivo: ambire a un posto nel prossimo cda e da qui chiedere che la quotazione in Borsa avvenga in un momento meno infelice. Su questo «Per Veneto Banca» potrà contare sull’appoggio dell’Associazione azionisti di Veneto Banca, nata lo scorso anno e guidata dall’ex presidente del Tribunale di Treviso, Giovanni Schiavon, che persegue il dichiarato intento di tutela dei piccoli soci.

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Le associazioni a difesa dei soci di VB sono ora due e sembra che entrambe non si oppongano alla trasformazione della banca in SpA, ma che chiedano un rallentamento dell’operazione,  recentemente e opportunamente accelerata dalla decisone assunta dal CdA: da quanto si evince dall’articolo sembra che la nuova associazione `Per Veneto Banca’ si ponga l’obiettivo di cambiare la composizione del CdA per ribaltare una decisione già assunta, in modo da rallentare il processo di quotazione e rinviarlo a `tempi migliori’. Gli obiettivi dell’altra Associazione appaiono invece più confusi e generici.

Com’è evidente, nessun investitore ama accertare una perdita: in questo caso, né la perdita già maturata (circa il 30%, pari ad un valore attuale di 30,5€/azione), né quella che si prospetta qualora si giungesse ad un prezzo `di mercato’. Nel caso questo prezzo si misurasse in base al rapporto con il patrimonio netto (oggi all’1,2) e si confrontasse il medesimo rapporto delle azioni di banche analoghe già quotate (oggi al 0,6-0,7, cioè a circa la metà di quello di VB), si ritiene che vi sarebbe una ulteriore perdita di circa il 18-27% pari ad un valore di 22-25€/azione.

Chi detiene già le azioni, oggi può registrare una perdita o un guadagno, rapportando il prezzo teorico attuale (quello da ultimo fissato dal CdA) rispetto alla somma fra il prezzo pagato a suo tempo e la sommatoria dei dividendi netti (al netto cioè delle tasse pagate e degli aumenti di capitale già sottoscritti).

Analogo calcolo può essere effettuato prende a paragone il `prezzo di mercato’ ritenuto più plausibile in rapporto alle altre banche  e cioè di circa 23,50€/azione.

Si può così giungere ad una prima conclusione: si è guadagnato o si è perso a seconda della differenza fra <incassi (dividendi) ed esborsi (acquisti, aumenti di capitale e imposte) per azione> e 30,5  e/o 23,5.  Se la differenza è positiva si è guadagnato, se è negativa si è perso.

Ma la misura così individuata non è sufficiente perché un investitore desidera anche un rendimento: per cui, alla differenza di cui sopra andrebbe aggiunto anche un tasso di rendimento atteso dall’investitore. Un modo per calcolare questo addendo sarebbe quello di prendere il tasso di rendimento dei Titoli di Stato italiani ipotizzando che il loro rischio fosse uguale a quello delle azioni di VB. Si risponderebbe così alla domanda: se avessi investito BOT, BTP, ecc., quanto avrei guadagnato o perso? Come si vede il calcolo è estremamente prudenziale se non altro perché l’attività bancaria è più rischiosa.

Supponendo che il ragionamento fin qui condotto regga, ora si prospetta un aumento capitale (500-800ml). Perché si realizzi, si dovrà fissare un prezzo di emissione delle nuove azioni con un sovrapprezzo rispetto al valore nominale (3,00€) tale da convincere gli investitori che la redditività dell’investimento nel business bancario di VB, o di una nuova banca risultante da una fusione, produrrà non solo redditi da accumulare a patrimonio ma anche flussi di cassa (dividendi) a favore dei sottoscrittori vecchi e nuovi.

La partita si presenta alquanto delicata perché qualsiasi investitore razionale è indotto ex ante a fare due conti per migliorare il rapporto rischio-investimento e per tentare di non perdere ancora.

Non mi pare, invece, che evitare di accertare la realtà dei fatti sia una mossa conveniente.

 

 

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Riuscirà un aumento della regole…

…ad evitare altri dissesti bancari? Difficile a dirsi, visto che nel passato dissesti e regole si sono susseguiti senza soluzione. Sarebbe sufficiente che essi, almeno, fossero posti a carico degli azionisti e dei loro manager, piuttosto che a carico della fiscalità generale.

Vedremo che seguito avrà l’Applicazione in Italia del Regolamento (UE) n. 575/2013 e della Direttiva 2013/36/UE di competenza della Banca d’Italia.

Valutazione dei crediti deteriorati

La Banca d’Italia ha ieri pubblicato un’importante comunicazione  in materia di valutazione dei crediti deteriorati e di dividendi per il bilancio 2012 e di contenimento dei costi per l’anno in corso. La comunicazione segue un analogo invito formulato l’anno passato relativamente al bilancio 2011.

MPS: i FRESH

I Floating Rate Equity-linked Subordinated Hybrid Preferred Securities (FRESH) sono titoli di credito, considerati come titoli di capitale, grazie alle norme di Basilea. Contribuiscono, nel 2008, alla quota di aumento di capitale regolamentare di MPS in capo a J.P. Morgan per 1md/€; l’altra quota (5md/€) va in prelazione agli azionisti.
Le obbligazioni in questione sono quasi-equity nel senso che a) possono essere convertiti in azioni ordinarie dell’emittente e b) in caso di default dell’emittente, sono subordinate rispetto ai titoli senior, cioè a quelli privilegiati.
Nel caso di specie, i FRESH sono interessanti almeno per due motivi: perché fanno parte di una tranche di finanziamenti volti all’acquisizione di Antonveneta e perché vengono consgliati da Prometeia ben prima del placet di Bd’I.

Sotto il primo aspetto essi, come prescritto, vengono proposti all’attenzione della Bd’I all’inizio del 2008 per la verifica che lo schema contrattuale garantisca il pieno trasferimento del rischio d’impresa (come per le azioni).
La struttura contrattuale dei FRESH non convince la Vigilanza che costringe MPS a modificarla e, a ottobre, i titoli possono essere emessi. Tuttavia, ad oggi, la verifica della rispondenza ai requisiti richiesti dalla Bd’I è oggetto di indagini da parte della magistratura.

Sotto il secondo aspetto, è interessante osservare che i FRESH sarebbero stati asseverati da Prometeia che, secondo notizie di stampa (M. Gerevini in CorSera del 28 genn. scorso), li avrebbe consigliati, fin dall’aprile 2008 (cioè ben prima del placet di Banca d’Italia), alla Fondazione Cariparo (30ml/€), alla Fondazione CR Gorizia (3ml), alla Fondazioni di PC&Vigevano (15ml), alla Fondazione di LI (7,5ml), a quella di PT (10ml), a quella di BO (3ml), alla Navale Assicurazioni (gruppo Unipol, 10ml) e, in tranche più ridotte, ad una serie di Fondi di investimento – gruppi Anima, Nextam prtners, New Millennium Sicav (Banca Finnat), Areion Fund (Banca Arner) e diverse società cooperative.

Poco male… però oggi quei titoli valgono soltanto un terzo del loro prezzo di acquisto.

Ri-capitalizzazione del MPS

Screen shot 2013-01-27 at 2.54.57 PMRiprendo notizie di stampa: l’operazione è di 4,5md,   dei quali 3,9 di MontiBond, dei quali 1,9md in sostituzione dei TremontiBond in scadenza (affermazione di M. Monti alla tele).

Dunque: i 3,9md addizionali dovrebbero essere debiti subordinati considerati come mezzi propri da Basilea, anche se Basilea3 si sforza di ridurre il peso del capitale supplementare sui mezzi propri.

I mezzi propri ‘freschi’ dovrebbero essere 600md (4.5-3.9) che sborsano gli azionisti.

Gli azionisti dovrebbero essere: 37,5% la Fondazione; 4% Finamonte; 2,7% UnicoopFI; 2,57% JPMorgan; 0,2% gruppo AXA.

Supponiamo che Fondazione, Finamonte e Unicoop appartengano alla medesima area vasta politica, l’aumento di capitale andrebbe in prelazione al 44,2%. A meno che non abbiano o non trovino il cash per pagare, la medesima area manterrebbe il controllo che ha ora.

O sbaglio qualcosa?

Ricapitalizzazione delle banche

E’ stato pubblicato il Rapporto sull’adempimento della raccomandazione EBA sul patrimonio delle banche italiane dal quale emerge che, fra i principali gruppi italiani (UniCredit, IntesaSanpaolo, MPS, Banco Popolare e UBI), solo il MPS presenta un deficit patrimoniale.

Nel documento si possono anche osservare gli ‘esercizi EBA’ realizzati per determinare il rispetto della soglia minima (core Tier1 almeno al 9%) e il link alle informazioni per il pubblico che ciascun gruppo ha rese disponibili.

All’esercizio EBA hanno partecipato 71 banche, tra cui i cinque maggiori gruppi bancari italiani. Fra le 71, 27 banche con un deficit iniziale hanno rafforzato la loro posizione patrimoniale per 116md/€. Nel complesso l’esercizio giunge alla conclusione che dovrebbe esservi stato un incremento del patrimonio delle banche di oltre 200md/€.

I debiti delle imprese italiane

La Relazione annuale della Bd’I riporta il grafico che segue dal quale si possono trarre alcune considerazioni:

1) la curva rossa rappresenta l’andamento del rapporto fra debiti non commerciali e fonti (leverage): la carenza di mezzi propri è continuata nel periodo rendendo le imprese sempre meno indipendenti dalle banche;

2) dal 2009, la crescita del leverage non è proseguita: probabilmente per effetto del credit crunch piuttosto che per effetto degli apporti di mezzi propri;

3) si conferma un sistema italiano bancocentrico: il ricorso al mercato finanziario risulta estremamente ridotto (segmento celeste) e le imprese continuano a dipendere dal credito bancario (somma dei segmenti verde e blu): <<la dipendenza dal finanziamento bancario è rimasta elevata, mentre è diminuita nell’area dell’euro e nei paesi anglosassoni a fronte di un accresciuto ricorso al mercato obbligazionario>>;

4) i prestiti bancari <<con scadenza originaria inferiore a dodici mesi è pari al 38 per cento, a fronte del 24 nell’area dell’euro. Livello e composizione dell’indebitamento verso il sistema creditizio hanno reso le imprese italiane particolarmente vulnerabili ai rischi di tasso>> e al rischio di rinnovo dei prestiti in scadenza.

Si tratta, come è noto, di una situazione strutturale: dal punto di vista delle imprese è maggiormente conveniente rischiare il capitale di credito invece che il capitale proprio trasferendo così il rischio d’impresa sulle banche.

I danni, per queste ultime, sono noti: margini lordi erosi dalle svalutazioni cui seguono ridotti incrementi dell’autofinanziamento e, di conseguenza, pressanti richieste di aumenti di capitale sociale per contenere i rischi dell’attivo come previsto da Basilea. Continua a leggere “I debiti delle imprese italiane”