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La ripresa italiana: troppo lenta.

Sul Corriere di oggi vi sono due interessanti articoli che offrono un quadro, secondo me preciso, della situazione in cui versa l’economia italiana: il primo (v. ultra, [1]) della prof.ssa L. Reichlin; il secondo (v. ultra, [2]) di S. Righi.

Reichlin afferma che `la ripresa non aspetta i Governi’ nel senso che i governi dovrebbero darsi da fare ed entrare in campo ad evitare non solo che l’Italia perda il treno appena avviato, ma anche che ci si avvii verso un ambiente `con istituzioni guidate da manager non eletti protagonisti loro malgrado della politica economica’. Reichlin fonda il suo ragionamento sugli evidenti scarsi effetti dell’azione monetaria espansiva della BCE: la liquidità non giunge alle banche con la rapidità attesa.

Righi, dal canto suo, ci presenta un quadretto che solo Candide potrebbe qualificare come `ottimista’ e ribadisce l’indispensabilità di una bad bank sulla quale scaricare l’enorme massa di crediti deteriorati che `mangiano’ le già scarse risorse patrimoniali delle banche italiane, non nascondendosi il fatto che sembra ci si stia avviando verso una `massiccia opera di consolidamento’. Righi fonda il suo ragionamento sul modello di business dell’industria bancaria divenuto obsoleto in forza della rivoluzione digitale che abbatte i costi (senza che quelli `affondati’ possano ridursi rapidamente) e senza che i ricavi aumentino per via dei tassi dell’interesse prossimi allo zero e della bassissima inflazione, che a sua volta riduce l’illusione monetaria.

D’altra parte, tutti gli stakeholder hanno le proprie ragioni e mi sembra difficile individuare una soluzione convincente per tutti: però l’azione monetaria del Presidente Draghi è sempre stata accompagnata da appelli alle riforme strutturali. Per rimanere nell’area finanziaria, una di queste è stata la riforma Fornero, un’altra è quella delle banche popolari, una terza che si profila è relativa alle BCC. La ripresa, per l’appunto, non sembra attendere i `tempi della politica’.

Un’altra riforma che mi sembrerebbe utile e necessaria, ma che mi pare incontri resistenze antropologiche, riguarda la riduzione del banco-centrismo tanto criticato quanto praticato: se le banche ai occupassero anche di credito mobiliare, oltre che di credito ordinario, disporrebbero di strumenti finanziari emessi dalle imprese per finanziarsi. Questi strumenti, se dotati di determinate caratteristiche, potrebbero successivamente essere venduti alla BCE (un po’ come accade per le ABS) e la liquidità potrebbe giungere all’economia un po’ più rapidamente. La BCE, infatti, immette liquidità comprando titoli dalle banche.

Resistenze antropologiche, dicevo: le imprese, infatti, sono restie ad andare sul mercato e preferiscono avvalersi di un mercato bancario poco competitivo e poco contendibile, obsoleto e in difficoltà. Non possiamo che sperare nell’Europa, visti i successi della Vigilanza Unica.

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[1] La ripresa non aspetta i Governi (di Lucrezia Reichlin, CorSera del 26 ottobre 2015)

Giovedì scorso il presidente della Banca centrale europea (Bce) ha spiegato che, nonostante la ripresa, l’economia della zona euro rimane vulnerabile. Per questo, e poiché si prevede che il tasso d’inflazione rimarrà al di sotto del target oltre il 2016, la Bce non esclude ulteriori misure straordinarie che definirà probabilmente a dicembre.A quella data, quando le proiezioni preparate da tutto lo staff delle banche centrali della unione monetaria saranno rese disponibili, ci si aspetta l’annuncio di ulteriori acquisti di titoli e un abbassamento dei tassi dei depositi che le banche parcheggiano alla Bce a livelli ancora più negativi.

Al di là dell’immediato effetto dell’annuncio della Bce sui mercati finanziari,
che lo hanno salutato con la consueta e probabilmente temporanea euforia, ci sono tre riflessioni da fare sul significato di questo annuncio.

Primo, il messaggio della Bce rivela una preoccupazione sulla solidità della ripresa.
L’istituto si unisce alle altre grandi banche centrali nel sottolineare i rischi per l’economia globale: il mondo emergente è in serio rallentamento, la Cina a rischio economico e finanziario e l’Europa ha una ripresa ancora debole. Quadro sicuramente non catastrofico ma preoccupante se si considera che i deboli segni dell’economia reale si combinano a un indebitamento complessivo nel mondo che non sembra stabilizzarsi. Alto indebitamento, inflazione vicina allo zero e investimenti anemici sono un cocktail preoccupante.Nonostante anni di iniezione di liquidità e di politiche monetarie aggressive il mondo stenta a ripartire. Le possibili cause sono ampiamente dibattute: demografia, ineguaglianza, incertezza, peso del debito ereditato dalla Grande crisi, ma la verità è che una ricetta per riportare le economie a crescere ai tassi del decennio prima della crisi non ce l’ha nessuno. In questo vuoto le banche centrali hanno acquistato un ruolo sempre piu importante e sono diventate veicoli essenziali nell’intermediazione finanziaria, grandi acquirenti di titoli di Stato e altri stru-menti, andando al di là del loro tradizionale ruolo di controllo del tasso di interesse a breve termine. È molto probabile che questo non sia un fatto temporaneo.

Secondo, non si può capire l’azione delle grandi banche centrali senza osservare che le loro politiche monetarie sono intimamente connesse. La volatilità che abbiamo visto sui mercati emergenti nei mesi scorsi è in parte dovuta alle aspettative di un rialzo dei tassi Usa che provocano la fuga dei capitali da quei Paesi. L’esitazione della Fed, d’altro canto, spinge la Bce a una politica più espansiva per evitare che, come è successo nel passato, la percezione di una politica monetaria conservatrice nella zona euro eserciti una pressione al rialzo sul tasso di cambio. Nonostante la retorica che esclude le svalutazioni competitive, la discussione sui tassi di cambio è divenuta sempre più esplicita tra i banchieri centrali. Ed è ovvio che sia così. In un mondo con circolazione libera di capitali e tassi di cambio flessibili nessuna banca centrale nazionale può agire in modo indipendente. Questo ormai è vero anche per grandi economie come Cina, Usa e area euro.

Terzo. Il caso della zona euro ha caratteristiche speciali. Se Draghi dovesse essere costretto a continuare acquisti massici di titoli di Stato diventerebbe inevitabile cambiare le proporzioni nazionali degli acquisti che ora dipendono dal Prodotto interno lordo del Paese e non dall’ammontare del debito pubblico. Possiamo immaginare che in una eventuale prolungamento nel tempo del Quantitative easing e aumento del volume degli acquisti, la Bce sarà costretta ad acquistare in percentuale maggiore i titoli di Stato di quei Paesi dove il mercato del debito pubblico è più grande, in particolare l’Italia. Questo non sarebbe un problema se gli acquisti fossero temporanei ma, se come sembra dall’esperienza delle altre banche centrali, dal Qe si entra ma è poi difficile uscirne, una politica del genere sarebbe altamente divisiva e questo finirebbe per ostacolarne la efficacia e la tempestività.

Concludendo. È giusto che la Bce si tenga pronta a ulteriori misure straordinarie. Questo è condizione necessaria a riportare l’inflazione al 2%, cioè a rispettare il suo mandato. Ma la condizione non è sufficiente. Dati i rischi dell’economia mondiale, l’alta disoccupazione in alcuni Paesi e l’effetto negativo che il debito ha sulla domanda sia privata che pubblica, il nesso tra azione monetaria e inflazione è debole e alcune banche centrali saranno costrette a una escalation delle politiche straordinarie. Se i governi non dovessero entrare in campo con iniziative altrettanto decise ci troveremmo di fronte non solo a un insuccesso economico ma anche a una crisi della legittimità democratica, con istituzioni guidate da manager non eletti protagoniste loro malgrado della politica economica. Non c’è tempo da perdere.

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[2] Il solitario non paga in banca «I margini ridotti spingono le fusioni» (di Stefano Righi, CorriereEconomia del 26 ottobre 2015)

Le banche italiane sono chiamate a cambiare rapidamente il loro modello di business.

L’attività caratteristica degli istituti di credito è diventata scarsamente remunerativa. Le agenzie bancarie, che solo nel 2007 passavano di mano a 12,4 milioni di euro l’una, oggi vengono chiuse e non sostituite. La progressiva (e peraltro lenta) digitalizzazione del Paese fa sì che basteranno mille sportelli per coprire radicalmente l’intero territorio nazionale. Il carico dei costi fissi – 300 mila dipendenti del settore – appesantisce i bilanci e rallenta l’operatività quotidiana. Il margine di interesse, una delle voci più caratteristiche del bilancio bancario, ha poi evidenziato una progressiva erosione nell’ultimo triennio ( vedi tabella ): chi ha resistito maggiormente è stata Bper (-2,2 per cento), seguita da Ubi (-3,2) e Bpm (-6,8). Ma c’è chi ha perso molto di più: Intesa (-10,8), Banco Popolare (-11,3), UniCredit (-13,2), fino ad arrivare alle iperboli del Monte dei Paschi di Siena (-24,2) e di Carige (-53,3).

Cambiamenti
La mutazione in atto ha portato a una diversa considerazione dell’industria bancaria. La lentezza con cui si sta procedendo alla campagna di aggregazioni, fortemente sollecitata dalla Bce, è determinata dal fatto che a nessuno risulta chiara la direzione da prendere. La prova viene dall’analisi delle operazioni straordinarie nel settore. Nel corso del 2015, evidenzia una ricerca effettuata da Value Partners, in Italia si sono concretizzate solo sette operazioni nel comparto bancario: una nella Monetica (cessione di Icbpi), una nell’Asset management (fusione annunciata di Pioneer Investment con Santander Am), cinque nell’ambito dei crediti deteriorati, gli Npl, con protagonisti Unicredit (2), Mps, Iccrea e il gruppo Cassa centrale.

«Sono gli unici settori dei servizi finanziari che interessano ai grandi investitori internazionali – dice Gabor David Friedenthal, director di Value Partners e curatore della ricerca –. La conferma viene non solo dall’unicità delle operazioni, ma anche dai prezzi pagati. L’Icbpi è stato valutato 2,15 miliardi, ovvero 11 volte l’Ebitda. Pioneer, 2,75 miliardi, ancora 10-11 volte l’Ebitda. E gli Npl rappresentano una ghiotta opportunità di investimento perché vengono acquistati al 15-20 per cento del valore nominale. A quanto si valuta oggi una banca? Valori frazionali…. La differenza è tutta qui». La tendenza evidenziata nel corso dell’anno sembra essere destinata a continuare nel futuro prossimo. Le sofferenze maturate all’interno del sistema bancario non accennano a diminuire, al massimo rallenta il ritmo di crescita e, a quota 200 miliardi, hanno superato il 13 per cento del prodotto interno lordo. Questi volumi non potranno che andare ad incrementare una ulteriore crescita degli Npl. «Una parte significativa delle sofferenze andranno ad alimentare la crescita dei Non performing loans nel prossimo futuro e – sottolinea Friedenthal – anche per questo ci sarà sempre più bisogno di una Bad bank di sistema per risolvere il nodo di una massa che non decresce e che pesa sui bilanci degli istituti di credito». Il futuro appare così orientato verso una massiccia opera di consolidamento.

Area di riferimento
«Con queste premesse – continua Friedenthal – e in un quadro macroeconomico che ha portato i tassi di riferimento quasi a zero, è difficile poter pensare che l’industria bancaria non diventi un business fatto di volumi. Considerate semplicemente il caso dei mutui: nel 2010 i tassi medi sul mercato italiano si aggiravano sul 4,5 per cento. Oggi siamo all’1,5 per cento, con punte anche più basse, fino all’1,15. È chiaro che per replicare la redditività di cinque anni fa, occorre mediamente triplicare i volumi e il numero delle operazioni.

Anzi, stando alle ultime offerte commerciali occorre quasi quadruplicarle… Per questo dico che il futuro è pressoché deciso. Non potranno che formarsi pochi grandi gruppi dove le logiche di scala consentiranno di rimediare alla marcata discesa del margine di interesse». Se i due maggiori gruppi italiani, Intesa e Unicredit, che assieme valgono circa il 40 per cento del mercato domestico, in tre anni hanno perso margini di interesse con percentuali che variano tra il 10,8 per cento e il 13,2 per cento è chiaro che le altre potranno solo correre rapidamente ai ripari.

E se sul fronte dei costi molto è stato fatto in questi anni è sulla rimodulazione del business bancario che verranno misurate le banche del futuro.

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Si fa presto a dire bad bank

In questo periodo anche in Italia è tornata alla ribalta la bad bank. Il problema è stato affrontato bene, anche con diversi rinvii ad altri scritti, da una circostanziata indagine de LINKIESTA. Un’iniziativa analoga è stata portata a termine in Spagna circa tre anni fa con benèfici effetti per quel settore bancario e probabilmente avrà i medesimi effetti anche Italia. È noto che in Italia vi sono banche che hanno fatto notevoli profitti sul business del recupero crediti per cui la paventata bad bank potrebbe dimostrarsi un business interessante .

Fra i motivi che rallentano l’avvio dell’iniziativa, ancorché caldeggiata da alcuni `banchieri’ (sic!), mi sembra si possa annoverare anche una questione tecnica tutt’altro che trascurabile: si tratta degli effetti `contabili’ della cessione delle esposizioni anomale.

La costituzione di una bad bank prevede infatti che le banche cedano esposizioni fortemente anomale (incagli e sofferenze, i c.d. past due) a prezzi accettabili. Il prezzo dei past due dipende, ovviamente, dal relativo cure rate, cioè dal relativo tasso di recupero previsto.

Dal punto di vista della banca cedente, il primo problema da affrontare è dunque cosa cedere e a che prezzo: la cessione di un past due implica infatti l’abbattimento del suo valore in bilancio e la sua sostituzione, ad esempio, con strumenti finanziari emessi dalla bad bank. Fra le attività si avrebbe così la sostituzione di past due con strumenti finanziari.

La questione diventa più interessante se si ipotizza che cosa potrebbe accadere al passivo della  banca cedente.

Supponendo che la cessione avvenga nel 2015 e che riguardi un credito deterioratosi nel 2015, alla fine dell’esercizio si dovrebbe registrare una perdita su crediti pari alla differenza fra il valore del credito ceduto e l’incasso della transazione di contropartita (se per Cassa) ovvero il valore degli strumenti finanziari ricevuti in contropartita.

Se il CE 2015 può contenere questo differenza, cioè se dopo la rilevazione il conto rimane in utile, nulla quaestio.

Se non può contenerla bisogna  registrare una perdita di esercizio.

Supponendo invece che i crediti ceduti nel 2015 siano crediti deterioratisi negli esercizi precedenti è possibile caricare la medesima differenza al Fondo Svalutazione Crediti (FSC):  se il Fondo è capiente, nulla quaestio; se non è capiente si deve invece caricare al CE 2015 un costo pari alla differenza non coperta dal Fondo.

Se l’applicazione dei principi contabili non è un’opinione, a me sembra che il ritardo nella costituzione della bad bank , pur essendo imputabile a molteplici cause, possa dipendere anche :

1)  dalla scarsa capienza dei FSC fin qui accumulati per poter fronteggiare la cessione di crediti deterioratisi nel passato (a nulla vale l’argomentazione della ridotta dimensione dei margini lordi maturati negli ultimi anni di crisi che avrebbe richiesto un politica di prudenziale azzeramento dei dividendi);

2) dalla ridotta possibilità di prendere atto dei past due netti del 2015, che andrebbero direttamente al CE 2015, a causa della previsione che, anche per il corrente esercizio, matureranno margini lordi relativamente ridotti.

Al problema `contabile’ sopra richiamato, che mi sembra scarsamente fronteggiabile nel breve periodo ma che, se non risolto, forse costringerebbe qualche banca a `portare i libri in tribunale’, andrebbero aggiunte almeno altre tre questioni: a) la soglia oltre la quale i past due (lordi o netti) diventano cedibili (> 500m/€ ?); b) la quota di intervento pubblico diretto e indiretto nel capitale della bad bank; c) l’eventuale intervento di risorse europee.

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