“Sono il re del debito… Lo amo”

… dichiara alla CNN, D. Trump (F. Fubini, CorSera di oggi; v. in calce il testo dell’articolo). Probabilmente l’affermazione è sfuggita al popolo sovrano statunitense come sarebbe probabilmente sfuggita al popolo sovrano di qualsiasi Paese.

E, in realtà, sembra alquanto difficile prendere atto di una realtà incontrovertibile, almeno da un puto di vista economico: e cioè che i debiti, per esserci materialmente (cioè contrattualmente), debbono trovare qualcuno che li compra.

Se questa asserzione è esatta, o almeno verosimile, per mettere a fuoco la sua portata dirompente dovremmo essere consapevoli almeno dei due seguenti aspetti:

  1. chi si indebita lo fa perché, in casi estremi (ad es. Trump) , ama vendere promesse di pagamento a fronte di cash;
  2. chi compra queste promesse di pagamento (questi debiti) ritiene, a torto o a ragione, che la promessa di pagamento verrà, a scadenza, mantenuta e/o rinnovata.

L’amore di chi si indebita, dunque, trova corrispondenza in chi, all’inizio, compra quelle promesse di pagamento e in chi, alla scadenza, le ritiene ancora credibili tanto da rinnovare l’amore in precedenza corrisposto.

Ma, per amare, bisogna credere almeno un po’ e così si cerca di “andare a vedere” se si tratta o meno di un amore veritiero. E qui torniamo a Fubini che ci illustra non solo la montagna di debiti in capo al Nostro ma anche, e soprattutto, in capo alle sue amanti (quelle vere non quelle false sulle quali si è montata la campagna dei moralisti), cioè alle banche che hanno corrisposto al suo amore per il debito. Cioè alle banche che lo hanno aiutato indebitarsi.

Per farla breve, l’intreccio fra banche e creditori, si è visto, è sostenibile quando i creditori sono molti, appartengono a diversi settori dell’economia, sono relativamente poco indebitati individualmente, ecc. (così il rischio delle banche viene diversificato); quando invece i creditori sono pochi o, pur essendo in molti, ve ne sono alcuni di eccessivamente grandi (cioè molto indebitati), la sostenibilità diviene precaria. E diviene precaria per due motivi: perché le banche, sperando sempre di poter recuperare qualcosa (piuttosto di niente è meglio piuttosto), rinviano il redde rationem; e perché il grande debitore può avere una dimensione talmente elevata da agire come se il problema non fosse più suo (ormai è un problema delle banche; detto in termini forbiti, si tratta dell’effetto del moral hazard.

Mutatis mutandis, questa esperienza è già stata vissuta negli anni Venti del secolo scorso e culminata con la “crisi del 29” cui il modo capitalistico reagì, negli USA, con la promulgazione del Glass-Steagle Act e in Europa con analoghi provvedimenti. Successivamente, vista l’impossibilità effettuale di scindere la finanza in termini temporali (finanziamenti a breve, a medio e lungo termine, mobiliari e/o industriali e/o per comparto di destinazione del credito), si cambiò regime e si affidò alla scissione fra fondi propri (capitale sociale e riserve patrimoniali) e debiti (depositi e obbligazioni) la convenienza nel fare credito, cioè la convenienza a corrispondere all’amore di chi ama il debito.

Gli amanti più convinti avrebbero comprato azioni e avrebbero rischiato di più, mentre quelli più incerti avrebbero comprato obbligazioni e avrebbero rischiato di meno. Ma, essendo l’amore cieco, tutti avrebbero rischiato il tradimento.

La Finanza, si sa, nel corso dell’ultimo secolo ha avuto uno sviluppo impensabile: gli studi matematico-statistici applicati all’economa, la mostruosa capacità di calcolo delle macchine, la diffusione planetaria dell’informazione di massa, per citare solo gli eventi che mi sembrano più rilevanti hanno trasformato il mondo dell’Economia (sia della Finanza sia della Produzione `reale’) per cui, oggi, tutti noi possiamo dirci Citrulli e siamo vittime degli AcchiappaCitrulli i quali, per acchiapparci, si fingono essi stessi Citrulli, cioè  si abbassano al nostro livello di conoscenza per venderci le loro merci finanziarie, la cui qualità non è asseverata da alcuno.

Ed è appunto su chi assevera la qualità delle merci finanziarie che Trump potrebbe incidere, cioè sulle regole che riguardano il mondo bancario-finanziario-assicurativo: in questo, Fubini mi sembra colga uno degli aspetti più preoccupanti della nuova presidenza USA. Se, a questo, aggiungiamo la morale di qualche antica favola (la volpe e il corvo, la volpe e l’uva e, ultima ma non ultima, le minacce del tipo “superior stabat lupus…”), il quadro mi sembra abbastanza completo e poco tranquillizzante, almeno dal punto di vista del popolo sovrano.

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Gli intrecci pericolosi con le banche e i conflitti d’interessi di Trump (di F. Fubini, Corriere della Sera del 22 nov. 2016)

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