Le pive nel sacco anche degli azionisti della CR BZ

Oggi si ha notizia che il CdA della Cassa di Risparmio di BZ (Carispa) ha abbattuto il valore delle azioni di circa il 50% rispetto ad un anno fa: da 240 a 125€.

Analogamente alla popolari non quotate,  vien da chiedersi se gli azionisti avrebbero nel tempo maturato maggiori perdite dall’apertura delle banche al mercato. Ma, si sa, del senno di poi… Tuttavia, una cosa è certa: il governo delle attuali camarille ha prodotto risultati inequivocabili, indipendentemente dalla forma societaria (Cooperative o SpA).

E non finisce qui: infatti, sempre di prezzi amministrati si tratta e non di prezzi di mercato… se mai verranno. E se ne vedranno delle belle.

Per gli azionisti, il caso di BZ appare più grave di quello delle popolari. Per queste ultime, infatti, non è prevista solo la trasformazione in SpA, ma si paventa anche la prossima organizzazione di un mercato ove scambiare le azioni: anche se la Borsa si intravede ancora con grandissima cautela.

Per Carispa, che pure è già una SpA, nel comunicato ufficiale del CdA non si fa nemmeno menzione del mercato: ovviamente, dato che il controllo societario è per il 66% a mani della Fondazione. Ed è quest’ultima che decide e non il CdA della banca.

Se le cose stanno così, un azionista di Carispa dovrebbe vendere? Io non credo, perché c’è sempre tempo per accertare una perdita; a mano che non si ritenga di perdere ancora. Un azionista, però, dovrebbe guardarsi bene dal sottoscrivere nuovi aumenti di capitale decisi dai medesimi ceti politici che hanno prodotto questi risultati (mutatis mutandis, il caso MPS docet).

Uno dei miei maestri mi ha insegnato di evitare di buttare denari nuovi per salvare denari vecchi fino a che non si sa cosa valgono quelli vecchi. E questo prezzo, il prezzo dei denari vecchi, lo fa il mercato e non l’emittente.

Sono liquide le pive nel sacco degli azionisti delle popolari non quotate?

Le cronache delle Assemblee della Banca popolare di Vicenza (VI) e di VenetoBanca (VB) possono rappresentare un buon esempio di che cosa significhi essere abbagliati da affermazioni ritenute veritiere, ma che si contrappongono alla dura realtà dei fatti.

Nel corso dell’Assemblea della VI, in risposta ad un intervento di un socio che proponeva di non approvare il bilancio sembra che il Presidente Zonin abbia affermato che, in tal caso, le azioni avrebbero probabilmente quotato 3,75€, contro il più recente prezzo amministrato di 48€ (VeneziePost, 11 aprile). Su quest’ultimo valore altri soci hanno obiettato che esso starebbe in rapporto all’1,2% col patrimonio netto, contro lo 0,6-0,7% di banche similari, per cui il valore delle azioni della VI sarebbe intorno a 24€. Per interpretare quest’ultimo punto, bisogna rifarsi alla descrizione del DG Sorato (VI): `la perizia è avvenuta sulla base di un approccio reddituale, non di mercato’, cioè sulla base di dati relativi al passato (reddito e patrimonio) proiettati sul futuro.

E’ più interessante invece il valore di 3,75€ citato da Zonin perché, se non è stato buttato lì a caso,  sembra proprio un prezzo di mercato: un prezzo cioè che tiene conto anche del rischio di un investimento in azioni di imprese di area bancaria e finanziaria impegnate nella gestione di rischi di credito (insolvenza dei loro debitori) e di mercato (oscillazioni dei tassi dell’interesse). Indipendentemente dal suo livello, si tratterebbe di un prezzo che guarda al futuro.

Il valore dei titoli quotati che emergono dalle contrattazioni sui mercati sono prezzi che guardano al futuro, cioè che `scontano’ il futuro: un futuro promettente si trasmette su valori in crescita, mentre un futuro poco promettente si trasmette su valori in calo. A questa logica incontrovertibile del mercato saranno sottoposti i valori che emergeranno dal paventato mercato cui faceva riferimento il DG Sorato: `abbiamo avviato con Consob e Icbpi (istituto centrale per le banche popolari, ndr) una procedura per la costituzione di una piattaforma gestita da Icbpi, che è ente terzo, a cui noi ci limiteremo ad inviare gli ordini di acquisto e vendita. Le aste saranno mensili e il valore partirà da quello votato in assemblea (48€, ndr). Ci potrà essere una oscillazione limitata al 5% per ogni asta con un floor del 20%’, cui è seguita la prudente chiosa del Presidente Zonin: `Sperimenteremo il borsino. Se poi sarà necessario come extrema ratio c’è la quotazione in Borsa’.

Mutatis mutandis, nel corso dell’Assemblea della VB, invece, l’AD Consoli, sembra abbia dichiarato che dopo l’estate le azioni saranno `liquide’, cioè potranno essere scambiate su un mercato (probabilmente il medesimo cui faceva riferimento Sorato a Vicenza).

Se questi sono i fatti narrati dalla cronaca, mi sembra che l’unica cosa da chiedersi sia il significato del termine `liquido’ riferito alle azioni. Come al solito, la prima risposta è `dipende’.

1) se `liquido’ è un titolo che a) può essere venduto immediatamente e b) ad un prezzo almeno uguale al prezzo di acquisto, supponendo che sul mercato si formino i prezzi indicati dalle Assemblee, per tutti coloro che hanno acquistato azioni ad un prezzo maggiore di 48€ per Vi e di 30,50€ per VB, le azioni non potrebbero dirsi `liquide’ perché la condizione b) non è verificata.

2) se `liquido’ è un titolo che a) può essere venduto immediatamente e b) ad un prezzo di poco inferiore al prezzo di acquisto, supponendo che sul mercato si formino i prezzi indicati dalle Assemblee, per tutti coloro che hanno acquistato azioni ad un prezzo di poco inferiore alle 48€ per VI e alle 30,50€ per VB, le azioni potrebbero dirsi `liquide’ a seconda del significato delle parole `di poco inferiore’. E qui dipende dall’opinione di ogni investitore-venditore ed è facile calcolare se titoli sono `liquidi’ o meno, nell’accezione qui indicata.

Ma, come si diceva, i due prezzi di riferimento sono calcolati con un approccio che guarda al passato mentre i mercati fanno prezzi che guardano al futuro, alla redditività e alla liquidità futura: un futuro promettente in un mercato efficiente che consenta di liquidare l’investimento con perdite in conto capitale ridotte, se non nulle.

Supponendo che il mercato sia, se non efficiente, almeno libero da vincoli (floor, margini di oscillazioni, aste continue, ecc.) il prezzo si formerà in base alle prospettive di incassare dividendi e alle prospettive di rischio dell’attività bancaria; ogni vincolo tenderà a ridurre il prezzo.

`Sperimeteremo’, afferma giustamente Zonin. Alla fine, però dovrebbe esserci la Borsa per le SpA.

Si sa anche, tuttavia, che alla descrizione razionale degli eventi non corrispondono sempre e comunque i comportamenti razionali di cui si fanno vanto gli studiosi di economia e di finanza, ma il più delle volte fanno seguito comportamenti che rispondono al sentiment degli investitori-venditori sui quale fanno leva prevalente gli studiosi di marketing la cui attenzione è concentrata sulla vendita e il più delle volte trascura la qualità del prodotto.

Azionisti e banchieri `de noantri’.

Le cronache dell’odierna Assemblea dei soci della Pop. VI (VeneziePost di oggi pomeriggio) non sembrano presagire, dal punto di vista estetico, una tranquilla Assemblea dei soci di Veneto Banca, molto simile alla Vicentina,  prevista per i prossimi giorni: molto del territorio delle due banche si sovrappone, molti clienti sono i medesimi, l’esito degli stress test è stato disastroso per entrambe, la svalutazione delle azioni per entrambe è stata dolorosa (intorno a – 23%).

Devo dire che non mi aspettavo che i soci di Pop. VI guardassero al passato come invece è accaduto, ma pensavo che avrebbero guardato al futuro. Purtroppo no, invece: il bar Sport continua a vincere.

Se facciamo due conti relativi a VenetoBanca possiamo osservare che, sulla base della brochure che si trova sul sito della Banca (che riporta dati al 19 dicembre 2014), le azioni in circolazione sono circa 337,174mila, per un valore oggi di circa 10.250milioni (337,174×30,34 nuovo prezzo).

Premesso che io penso ci sia sempre tempo per accertare una perdita in conto capitale e che quindi oggi non sia conveniente tentare di smobilizzare l’investimento (anche perché non sembra sia possibile), penso che si dovrebbe guardare avanti e cioè cercare di avvalersi delle nuove norme sulle Popolari: in particolare il nuovo art. 105bis del Testo Unico Bancario ove si prevede che, per i prossimi 18-24 mesi, le azioni si contino fino al 5% (cioè che non valga più la regola `una testa un voto’ ma che fino al 5% in Assemblea si contino le percentuali possedute).

Se, ad esempio, 10 soci detengono il 5% ciascuno e si accordano sia fra loro sia con un altro  socio che detiene lo 0,1%, questo patto di sindacato sarebbe in grado di determinare gli esiti dell’Assemblea. Gli esempi si possono moltiplicare: se 50 soci detengono l’1% e si accordano fra loro e con un altro socio che detiene lo 0,1%, quest’ultimo patto può determinare gli esiti assembleari. Al limite, se vi fosse un accordo fra quelli degli oltre 88mila soci che partecipano, direttamente o indirettamente, all’Assemblea quest’ultimo patto ne determinerebbe gli esiti.

Per semplificare si tratta di capire a quanto ammonta il valore del 5, del 4, 3, 2 e dell’1% per capire quanti soci detengano una quota non irrilevante.

E’ facile calcolare che il 5% ammonta a circa 512mila euro (5% di 10,250milioni) e che l’1% ammonta circa 102 mila euro. Si dovrebbe perciò capire quanti soci possono detenere simili quote e agire di conseguenza per costruire un patto di sindacato che può porsi diversi obiettivi operativi in termini di governance, ecc.

Ma fino a che i soci guardano indietro e non pensano al futuro loro e della Banca, o frequentano i diversi bar Sport sparsi nella provincia, l’Assemblea può diventare un inutile sfogatoio nel quale si insulta chi fino a ieri è stato osannato.

Il bar Sport e le banche

Come richiama Linkiesta, al bar Sport oggi non si parla d’altro: accanto alle discussioni sui calci di rigore concessi o rubati dall’arbitro di turno, ai gol e ai quasi-gol di Nicolò Carosio, ai fuori gioco visti o meno dai guardialinee, alle `pedate’ di Gianni Brera si sono affiancate accese discussioni sull’attribuzione delle colpe della crisi in corso: colpa della Finanza, dell’Euro, delle Banche, delle oligarchie finanziarie e quant’altro.

In Italia, si sa, siamo tutti allenatori, e non solo della Nazionale; quindi siamo anche tutti banchieri e finanzieri tanto, al bar Sport, si può dire tutto, il contrario di tutto e uscirne soddisfatti dopo avere tratto saccenti conclusioni; tanto non cambia nulla.

Però per milioni di persone l’attività bancaria è essenziale per cui varrebbe la pena di dedicare qualche minuto per capire come essa si svolge e il video proposto da Linkiesta cerca di darne conto.

È però difficile togliersi dalla testa il pre-giudizio secondo il quale i depositi sono la materia prima delle banche. Quasi che le banche, per fare prestiti, girassero alle imprese e alle famiglie i biglietti stampati dalla BCE o quelli depositati: eppure, nessuno ha mai visto un soggetto che, ottenuto un prestito, sia uscito da una banca con una valigia di biglietti. Con questi pre-giudizi è quasi ovvio che i reiterati appelli dei banchieri centrali (Yellen, Draghi, ecc.) a non considerare risolutiva la politica monetaria cadano nel vuoto e restino inascoltati.

Inascoltati non solo dai ceti politici in senso stretto, che continuano  a pestare acqua nel mortaio, ma anche dai ceti politici che appartengono ai ‘banchieri de noantri’ i quali non si sono accorti che le banche per essere solide devono disporre di ingenti fondi propri e non distribuire ingenti dividendi a favore delle camarille che le governano.

Eppure si è assistito a CdA che hanno proposto aumenti del prezzo delle azioni di banche in perdita. Così sono stati poi costretti a ridurre il prezzo delle medesime azioni gettando nello scompiglio gli azionisti creduloni i quali, non solo se ne dolgono, ma continuano ad andare a piangere al bar Sport, invece che guardare al futuro per tentare di cambiare la governance delle banche che li hanno viziati.

Iniziate le manovre per frenare la riforma delle Popolari

Come accadde alla fine degli anni 80 per la riforma delle Casse di Risparmio, il giorno dopo la promulgazione della legge di riforma delle Popolari i frenatori si sono messi all’opera. In questa caso il nostro eroe è tale Baretta, sottosegretario all’Economia (da VeneziePost di oggi):

Banche popolari in spa, Baretta apre alle richieste di Zonin
DI FEDERICO NICOLETTI

Popolari, Baretta apre alle richieste di Vicenza. È già nella fase due la partita delle banche popolari, all’indomani della trasformazione in legge del decreto che obbliga le maggiori a diventare spa. Riforma epocale, che apre scenari inediti. E l’altro ieri è venuta la richiesta al governo del presidente di Banca popolare di Vicenza, Gianni Zonin, di una norma che attutisca la portata della rivoluzione. Recuperando il progetto originario di Vicenza di una trasformazione con lo scorporo della spa bancaria da una fondazione cooperativa, che resterebbe socia – di minoranza, ma rilevante – della banca. «Mitigherebbe – ha detto Zonin – il risentimento dei soci per la ruvidezza del decreto». Appello rivolto in prima battuta al sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, che aveva seguito per il governo la conversione del decreto alla Camera. E che aveva aperto ad un secondo tempo di discussione sulla governance delle nuove spa. Linea confermata dal sottosegretario: «Il tema non va fatto cadere. Dichiaro la disponibilità a parlarne». Baretta approfondisce: «Non era compito del decreto affrontare il nodo. Adesso il decreto è legge. Si può discutere di come queste banche possano mantenere i legami coi territori». La corsia, per Baretta, resta agganciare le novità alla norma che dovrà trasformare in legge l’autoriforma delle Bcc. Da più parti si temono però veti di Bce e Bankitalia. «Non credo: interessava la trasformazione in spa – replica il sottosegretario -. C’è la proposta cooperativa di Vicenza, a cui aggiungo l’idea di una public company territoriale con i soci in un patto di sindacato, o di sfruttare il modello duale. Una discussione aperta, generale e con più ipotesi, credo meriti di esser fatta. Per intanto però vedo urgente la trasformazione in spa». Intanto i cantieri delle popolari sono aperti. Ieri Veneto Banca ha chiuso la vendita del 55% di Banca Ipibi. E da Banca popolare di Vicenza è arrivata la conferma dell’approvazione, nel cda dell’altro ieri, del Piano industriale 2015-’19. «Evidenzia la capacità di esprimere in autonomia un’adeguata redditività, già da quest’anno», sostiene il presidente Zonin. «Siamo convinti di raggiungere gli importanti obiettivi prefissati», aggiunge il consigliere delegato, Samuele Sorato. Un piano predisposto in ottica stand alone che prevede conti in utile già nel 2015 (non sono state rese note stime). Gli utili salirebbero a 201 milioni nel 2017 e a 313 nel 2019. L’accento operativo si orienta su private banking e risparmio gestito, su cui si concentra l’espansione dei ricavi (+9,8% la crescita media annua delle commissioni nette tra 2014 e 2019), mentre il credito aumenterà a ritmi più contenuti (+2,6% l’anno tra 2014 e 2019). La banca parla di «outsourcing dei crediti deteriorati», facendo pensare a piani di vendita. Altro obiettivo: la conquista di 250 mila nuovi clienti al 2019, salendo a 1,6 milioni. L’altro tema è il contenimento dei costi. Il piano dichiara di voler scendere a un rapporto costi/ricavi al 56,6% nel 2017 e al 50,6% nel 2019. Il valore 2014 è al 61,1%. Per ora indicazioni su come ci si arriverà (se ad esempio con chiusure di sportelli) non ne arrivano. E forse proprio questo sarà uno dei temi d’interesse dei prossimi mesi.

 

I `banchieri de noantri’ e alcuni risultati dei loro lavori

La riforma delle Casse di Risparmio (l’attuazione della `Legge Amato’) ha richiesto circa venticinque anni: la Fondazione MPS è stata la penultima a cedere la partecipazione maggioritaria nella banca; l’ultima, se accadrà, sarà la Fondazione di BZ ancora maggioritaria nella banca.

Erano altri anni, però vedremo se la riforma delle Popolari, che sembra ben più semplice, si realizzerà in tempi più rapidi grazie anche alla situazione geopolitica dell’economia.

Nel frattempo sembra che nodi vengano al pettine con maggiore rapidità nel Veneto ove operano i tre piccoli giganti: Verona, Vicenza e Montebelluna. La situazione è ben descritta in questo pezzo di Giorgia Golo pubblicato da VeneziePost di oggi:

Verona e Veneto Banca. Gli interessi del Veneto e quelli di Bankitalia

DI GIORGIA GOLO

Meglio l’uovo (Pop Vicenza) oggi che la gallina (Pop Verona) domani? L’interrogativo su quale sia l’aggregazione migliore per Veneto Banca è davvero di difficile soluzione, sopratutto dopo le notizie giunte nei giorni scorsi per quanto riguarda la Popolare di Vicenza e quelle arrivate ieri sera su Montebelluna, che danno un quadro delle perdite ancora più grave di quello comunicato in precedenza. E, considerato che ci sono in ballo alcuni miliardi di euro che, in un modo o nell’altro, questo territorio perderà (altro che quelli rubati con il Mose!), il dilemma investe il presente e il futuro dell’economia veneta. Ha un bel dire il governatore Luca Zaia nei suoi manifesti elettorali che i soldi dei veneti devono rimanere ai veneti, quando i soldi (quelli veri dei circa 10 miliardi di azioni delle due popolari) rischiano di diventare carta straccia. Se si dovesse andare, infatti, a una rapida valorizzazione del prezzo reale delle azioni delle due popolari, si perderebbe grosso modo il 50% del loro valore.
Per comprendere la drammaticità di questa situazione, aldilà degli oltre tre miliardi di euro di perdite cumulate dalle tre popolari venete nell’ultimo esercizio, basti spiegare che molti artigiani, commercianti e industriali, posseggono notevoli quantità di azioni che sono state date a garanzia di mutui immobiliari e prestiti. Se il prezzo delle azioni crollasse, dove troveranno i soldi da dare in garanzia? È evidente che assisteremmo a nuove chiusure di aziende e a ulteriori crediti deteriorati.
Sembra questo il motivo per cui Bankitalia, con il sostegno delle categorie economiche locali, spingerebbe per l’aggregazione delle due popolari non quotate. Se Vicenza e Treviso si aggregassero, essendo non quotate, potrebbero cercare di indicare man mano valori fittizi ma gradualmente decrescenti fino ad arrivare a quello che sarà il loro valore reale. La soluzione sembrerebbe quindi, per così come viene teorizzata, la migliore, ma disegna più uno scenario da lenta agonia che da guarigione. La sovrapposizione dei due istituti è infatti tale che, per reggere, le due banche dovrebbero cedere molti sportelli a bassissimo costo o addirittura chiuderli (con i problemi occupazionali conseguenti) e ridurre drasticamente le erogazioni verso le imprese per evitare la concentrazione del rischio che deriverebbe dal sommare su un solo istituto il totale delle erogazioni concesso separatamente alla stessa azienda dalle due banche. Il prezzo delle azioni scenderebbe comunque, seppur gradualmente, ma in maniera inesorabile, perché in ogni caso di s.p.a. si tratterebbe, e le azioni potrebbero essere cedute a prezzi di mercato. Inoltre, avendo entrambe le banche problemi strutturali gravissimi, non ne uscirebbe di certo un gruppo sano e combattivo. E questo, senza tenere in considerazione l’ipotesi, che pure circola insistentemente, che a Vicenza e Treviso venga aggregato il terzo malato cronico che è Bari. Quest’ultima ipotesi, cioè l’aggregazione con Bari, sarebbe poi un’autentica sciagura, considerato che la situazione di quella banca sembra ancora più oscura e drammatica di quelle venete.
L’ipotesi, invece, di aggregare Veneto Banca a una quotata come Verona (e Vicenza con un’altra ancora), fa correre il rischio che il valore delle azioni crolli improvvisamente, con tutte le conseguenze che questo comporta per i bilanci delle società che sarebbero costrette ad iscrivere come perdita la differenza di valore, e con i risparmiatori che si troverebbero a vedere andare in fumo i loro risparmi. Uno scenario da incubo per certi aspetti, ma che ci riporterebbe a una realtà che in ogni caso è inevitabile anche con la prima soluzione. Ma in questo caso almeno si spazzerebbe via tutta la polvere da sotto il tappeto e ne nascerebbe una banca relativamente solida e ancorata al territorio. E non è detto che non si possano trovare strumenti per attutire la caduta.
Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una alternativa tra scelte di breve e lungo periodo e ad uno scontro di interessi tra chi guarda alla possibilità di ricostruire le condizioni di competitività del territorio e chi cerca di prolungare l’agonia del malato a scapito della salute del nascituro.
Se, come sembrano indicare i primi segnali di ripresa del settore manifatturiero vocato all’export, abbiamo ormai un gruppo di industrie solide capaci di competere, converrebbe terminare le grandi pulizie e arrivare al 2016 in condizioni di agganciare la ripresa con una banca, fortemente ancorata nelle Venezie, capace di stare al fianco del tessuto produttivo che attorno ai nuovi piccoli ‘campioni’ ne nascerà. Sempre che Bankitalia non abbia già deciso che VenetoBanca debba andare con Vicenza (e con Bari). Nel qual caso gli interessi del territorio sarebbero ancora una volta sacrificati sull’altare degli interessi di chi, non avendo vigilato prima, si preoccupa ora solo di dimostrare alla Bce di saper gestire il disastro che é stato creato per responsabilità sia di chi ha operato che di chi ha permesso di operare in questo modo. Tanto a pagare saremmo noi, sia nell’immediato che in prospettiva.

Prestiti `problematici’: confronto UCG e grandi banche EU

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 L’importante intermediario finanziario cui riferivo lo studio sulle quote di mercato e sul CET1 ha effettuato altresì dei confronti internazionali fra banche di analoghe dimensioni, sempre all’inizio del 2015 e con riferimento ai prestiti considerati `problematici’.

Il grafico evidenzia a quanto ammontino gli stock di prestiti problematici detenuti dalle maggiori banche europee: si evince chiaramente come UCG primeggi con una montagna da 84md/€ di `dubbi esiti’.

Sembra evidente che UCG non dovrebbe poter distribuire dividendi per i prossimi anni a meno che non vi sia un consistente aumento di mezzi propri freschi.

CET1: confronto fra UCG e grandi banche Euro.

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L’importante intermediario finanziario cui riferivo lo studio sulle quote di mercato italiano delle banche italiane ha effettuato altresì dei confronti internazionali fra banche di analoghe dimensioni, sempre all’inizio del 2015 e relativamente sia alla dotazione di fondi propri, sia ai crediti dubbi.

Il grafico evidenzia la situazione patrimoniale (livello di CET1 fully loaded) delle diverse banche, mostrando come UCG si posizioni tra le meno capitalizzate a livello europeo, con un 10% di CET1 (minimo richiesto dalla BCE), e senza dunque un adeguato margine `di sicurezza’ comunque ritenuto necessario dalla BCE (l’unica banca con un livello patrimoniale inferiore a UCG ha appena varato un aumento di capitale da 7bn/€, provvedendo così ad allinearsi alle indicazioni di Vigilanza.

Le quote di mercato italiano delle banche italiane.

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Un importante intermediario finanziario operante in Nord America e in Europa ha condotto un circostanziato studio riguardante la quota di mercato italiano detenuta delle banche italiane all’inizio del 2015.

La quota di mercato di ciascuna della 15 maggiori banche italiane viene presentata utilizzando quattro differenti approcci: a) totale dell’attivo; b) totale dei depositi della clientela (esclusi i depositi `interbancari’); c) totale dei prestiti verso la clientela (esclusi i prestiti `interbancari’; d) numero relativo di sportelli di ognuna.

La `torta’ rappresenta graficamente la quota di mercato di ognuna delle 15 banche italiane, come risultante dal punto c).

Osservando la torta e la tabella sottostante, emerge un quadretto interessante del sistema bancario italiano da cui si evince: a) la scarsissima presenza di banche estere (0.8% del mercato); b) la numerosità di banche non SpA, fra le quali le BCC con una quota di mercato del 14,2%, ripartita fra circa 385 aziende (dato al 31 dic. 2013) e le Popolari con una quota di mercato del 19,6%, ripartita in circa 37 aziende (dato al 31 dic. 2013); c) la concentrazione del mercato sulle banche SpA, 65,3% ripartita in circa 182 aziende (dato al 31 dic. 2013).

L’informazione potrebbe essere interessante per capire se la forma giuridica assunta da una banca sia ancora oggi la più conveniente e/o opportuna per favorire una dimensione media di banca efficace ed efficiente rispetto ai fabbisogni del mercato (trasparenza e compliance), ai fabbisogni di competitività che attualmente si richiedono, ai fabbisogni di finanziamento delle imprese che abbisognerebbero di banche solide e competitive in grado di selezionare imprese in grado di stare sul mercato.

La variabile finanziaria nell’impresa non finanziaria.

In Italia, si sa che le imprese di grandi dimensioni sono circa lo 0,5% del totale per cui parlare di PMI è ridondante e si dovrebbe parlare di imprese tout court. Ne segue che presso le imprese meno strutturate, la variabile finanziaria viene spesso trascurata perché ci si concentra prevalentemente sul prodotto e sui problemi di vendita.

In periodi credit crunch, invece, la variabile finanziaria può diventare cruciale ed essere determinante per la sopravvivenza dell’impresa, anche di grandi dimensioni: ne sono un esempio i diffusi cambi di proprietà di interi settori dell’economia italiana (food&beverage, fashion, finance e, ora, gomme).

Fra le innovazioni utili al nostro Paese sarebbe necessario maturasse presso le imprese la consapevolezza di tenere sotto controllo anche la variabile finanziaria: il che si può tradurre nella necessità di affiancare al paradigma `capacità di reddito è capacità di credito’ (di stampo italiano, Caprara 1954) quello di stampo nordamericano `cash is the king, profit in an opinion‘ (Copeland 1996), cui si ispirano di recente anche i principi contabili.

Cioè a dire che se l’impresa vende ma non incassa deve andare in banca e gravare il conto economico di oneri finanziari.

Questo elemento, a mio avviso oggi molto importante, viene bene illustrato dal seguente pezzo di D. Trevisan e N. Dainoli, Dal budget economico alla pianificazione finanziaria integrata (grazie a VeneziePost di oggi).