Veneto ex felix

Le radici deboli dell’élite (di Cesare De Michelis, Corriere del Veneto, 12 ago 2016.)

La difficoltà a riconoscere una classe dirigente delle Venezie ha le sue radici più profonde nella fragilità del progetto culturale cui quel che ne resta si affida senza impegnarsi a riflettere e a studiare.

Sarò più chiaro: negli anni straordinari del «miracolo», mentre tramontava il novecento, sventolavano bandiere ambigue ma colorate che illuminavano l’orizzonte, a cominciare da quel toponimo – il Nordest – che sanciva la marginalità di questo territorio «senza storia», definibile in sostanza soltanto rispetto a dei «centri» lontani, se non ostili – Roma o Milano -, e che della sua storia non sapeva che farsene, piuttosto rivendicando una sua specificità che lo avrebbe distinto – e separato- da tutti i vicini, e che aveva pertanto bisogno di autonomia e indipendenza – premesse necessarie di ogni progetto federalista.

Ne nacque persino una sorta di modello economico, che intrecciava piccola impresa – spesso artigiana e familiare -, localismo municipale, distretti monoproduttivi, determinando una cultura imprenditoriale, territoriale e sociale che sfidava impunemente il moderno scenario globale col quale doveva competere e confrontarsi e con esso ogni prospettiva metropolitana: insomma trionfava il piccolo è bello, il dialetto vernacolare, il rimpianto di un passato glorioso, generalmente feudale, e il fastidio contro la modernità e il suo vano tentativo di mettere radici anche tra noi.I modelli erano la Serenissima Repubblica di Venezia col suo leone alato o, al più, l’imperial asburgico governo con la sua aquila bicipite. Ogni proposito modernizzatore veniva maledetto e irriso: niente TAV, niente grandi opere, niente nuove infrastrutture, niente grande industria, a cominciare dalla chimica, niente riforme istituzionali, pochi investimenti nella ricerca e nella formazione.

Ora che il declino è di fronte ai nostri occhi assistiamo al diffondersi delle lamentele e contemporaneamente al resistere di quell’atteggiamento culturale che sembra immodificabile, o peggio al rimpianto di quell’eden che è all’origine dei nostri malanni.

Continuare a sognare paesaggi arcadici intatti, primati artistici o industriali frutto di una natura eccezionalmente generosa o di un talento che è dono di dio non consentirà di interrompere il declino in atto e neppure a dare basi più solide all’identità di una classe dirigente che ha smarrito il sentiero e non sa indicare un traguardo, preferendo bisticciarsi litigiosa rinfacciandosi le responsabilità, che riprendere il faticoso cammino dell’analisi e della riflessione, perché la via d’uscita c’è, ma trovarla non è scontato e quindi bisogna cercarla, sperimentarla e percorrerla con tenace determinazione.

Rileggere la storia aiuta non solo a capire come sono andate le cose ma anche, forse soprattutto, a immaginare come potrebbero andare diversamente da come vanno, a identificare le risorse su cui si può contare e le debolezze che frenano: un progetto che si proietti nel futuro non può prescindere da un severo confronto con il moderno, da una coraggiosa disponibilità ad affrontarne le sfide e dalla volontà di condividere valori e principi sui quali orientarle. Un futuro che guarda all’indietro sinora non c’è mai stato se non arretrando, ed è quello che ci sta succedendo.

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