Industry 4.0, reputazione e capitale finanziario

Si apprende da Affari&Finanza di Repubblica di questa settimana che Masayoshi Son (50 anni, laurea in economia e computer science a Berkeley, secondo businessman più ricco del Giappone, tra i 50 uomini più influenti del pianeta secondo Forbes, nonché fondatore e Ceo della banca di investimento Soft-Bank) ha acquistato ARM.

ARM è un’azienda inglese che vende oltre 15 miliardi di chip ogni anno, è dentro i device Apple, Samsung e nel 95% degli smartphone. Ma Son vuole trasformarla nel principale player del più grande mercato del futuro, lo IOT (l’Internet of things, l’ Internet delle cose).

Domenica, VeneziePost, in occasione della tappa opitergina del `Viaggio nell’Italia che innova’ di EY-Confindustria ha pubblicato alcuni articoli sul possibile sviluppo dell’Industry 4.0 nel NE, l’uno che riporto in calce perché illustra con molti particolari la ricerca condotta da EY-Confidnustria e cerca di capire, fra luci e ombre, come la tecnologia potrebbe sviluppare il territorio; l’altro, che non riporto, ma che è una lucida intervista al prof. Stefano Micelli (direttore scientifico della Fondazione NordEst) il quale annota che:

… il Veneto non deve confrontarsi con il resto d’Italia ma con le regioni economicamente ed imprenditorialmente più vivaci d’Europa, e rispetto alle quali è indietro di molte posizioni…

…La crescita oggi non è da intendersi in termini generici e quantitativi ma qualitativi, di presenza del digitale delle imprese, del modo in cui si affrontano queste nuove sfide e le si trasforma in valore. E questo significa dover crescere culturalmente e managerialmente. Quello che mi colpisce rispetto al Veneto è quanto abbia bisogno di fare un salto di qualità su questo fronte: a noi quindi il compito di alzare lo sguardo, e porci la domanda se siamo competitivi non rispetto al resto d’Italia, ma rispetto alle altre regioni con cui dobbiamo confrontarci.non dobbiamo confrontarci col resto dell’Italia, ma con le aree più sviluppate d’Europa [il Baden-Württemberg e la Catalogna]

Il tema, quello denominato Industry 4.0 cioè, per l’appunto in buona sostanza, lo IOT che, secondo Son, è il nuovo eldorado e che potrebbe esserlo anche per il Veneto e per il NE.

Annoto che Son controlla una banca di investimento (cioè di una banca che dispone di fondi propri e di finanziamenti `pazienti’, cioè a medio e lungo termine) cresciuta negli anni grazie anche alla reputazione oltre che ai profitti; il Veneto e il NordEst, invece, non solo ne sono sprovvisti, ma possono oggi registrare che il ceto confindustriale si è anche mangiato alcune banche commerciali più o meno locali.

E’ ben vero che vi sono Fondi europei disponibili, nonché le risorse dei Fondi pensione integrativi (sic!) ma sarebbe interessante anche tenere conto che siccome `tutti i salmi finiscono in gloria’ in assenza di capitali finanziari supportati da una buona reputazione, secondo me non si va lontani.

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Industria 4.0, il Veneto tra luci ed ombre (di Chiara Andreola)

Una regione che può contare su un capitale umano di altissima qualità, grazie al suo sistema di formazione, e su una buona conoscenza degli strumenti offerti dal digitale da parte delle aziende; ma che stenta a tradurle in pratica, soprattutto per quanto riguarda e-commerce e brevetti Ict. È questo il quadro che emerge dall’Osservatorio EY-Confindustria sull’innovazione digitale per il Veneto; che offre degli spunti di riflessione anche al di là dei confini regionali

«Siamo tra gli ultimi in Europa nell’utilizzo di tutte le opportunità offerte dal digitale, opportunità che permetterebbero di affrontare diversi problemi e riprendere la crescita. Dobbiamo affrontare con determinazione e velocità questo gap». Si potrebbe dire che non sono certamente una novità queste parole pronunciate da Donato Iacovone, ad di EY in Italia, nella tappa opitergina del “Viaggio nell’Italia che Innova” organizzato da Il Sole 24 Ore; ma proprio il fatto che il tema dell’industrial internet o industry 4.0, pur essendo sotto i riflettori già da tempo, appaia non essere stato affrontato adeguatamente dalle imprese italiane, fa capire l’urgenza di uno sforzo in questa direzione.

Naturalmente, si potrà obiettare, non tutta l’Italia e non tutte le imprese possono essere messe sullo stesso piano; e a questo proposito EY e Confindustria hanno realizzato un Osservatorio sull’Innovazione Digitale volto a fare il punto della situazione nelle regioni italiane, e che per quanto riguarda il Veneto è stato illustrato in quella sede. Lo studio elabora un “Indicatore di potenzialità economica”, determinato dalle tre aree Crescita (che comprende fattori come salute e qualità del capitale umano, volti a determinare il contesto sociale in cui operano le imprese), Competitività (il mercato in cui le imprese sono inserite) e attrattività (efficienza e disponibilità di servizi e istituzioni in un dato territorio). A questo viene affiancato l’indice di innovazione digitale, che prende in considerazione il livello di digitalizzazione sia delle imprese (conoscenza, utilizzo, e disponibilità degli strumenti) che del contesto (infrastrutture, domanda di servizi digitali, utilizzo da parte delle scuole e della pa, disponibilità di fondi pubblici).

Il Veneto sembrerebbe posizionarsi egregiamente all’interno del panorama italiano, tanto da posizionarsi – nella classifica che tiene conto complessivamente dei due indici – sotto a Lombardia, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige; mentre l’altra regione del Nordest, il Friuli Venezia Giulia, lo segue a breve distanza. Su un punteggio massimo di 100, la Regione totalizza 83,1 per la voce Crescita e 83,7 per l’Attrattività, scendendo a 70,4 per la Competitività (dato che pone comunque il Veneto al quinto posto in Italia). Scorporando le singole voci, emerge come il Veneto abbia ottenuto il punteggio massimo in quanto a qualità del capitale umano, che si pone dunque come la principale risorsa; ma punteggio quasi pieno viene dato anche alle istituzioni (94,6) e la capacità tecnologica (84,2), che fa riferimento all’uso di strumenti del digitale da parte di imprese e cittadini e disponibilità di infrastrutture di rete. A questo fanno però da contraltare punteggi praticamente dimezzati in altre aree: l’innovazione digitale delle imprese ottiene infatti appena 40 punti, e il grado di maturità del sistema produttivo 39,9. In questi campi, secondo il rapporto, «emerge un’esigenza di uno sforzo collettivo da parte delle imprese, delle Amministrazioni e degli Istituti di ricerca veneti per incrementare la percentuale delle risorse umane in scienze e tecnologia, gli specialisti ICT impiegati e gli occupati nei servizi ad alto valore aggiunto, i brevetti e le pubblicazioni scientifiche e la spesa in Ricerca e Sviluppo in modo da colmare il divario con le altre regioni in queste “leve innovative”».

Anche l’indice di innovazione digitale pare confermare i punti di forza e di debolezza già identificati. Per quanto riguarda le imprese, su un indice al massimo pari a 1, il Veneto raggiunge un lusinghiero 0,96 nell’area Connettersi (adozione e utilizzo delle tecnologie e infrastrutture), 0,84 nell’area Crescere (produzione di valore attraverso il digitale per aumentare la competitività), e 0,78 nell’area Conoscere (competenze digitali esistenti nelle imprese); mentre si ferma a 0,64 alla voce Creare, ossia quella incentrata sull’innovazione di prodotto e di processo attraverso la valorizzazione di idee imprenditoriali e lo sviluppo di nuove conoscenze. Al di là dei margini di miglioramento in quanto alle competenze digitali, emerge dunque l’esigenza di inserire e valorizzare al meglio nel processo produttivo quelle tecnologie e quelle idee magari già presenti in azienda, ma della cui importanza non c’è piena consapevolezza. Significativo sotto questo profilo è anche il fatto che, a fronte di una percentuale di addetti in ricerca e sviluppo più alta della media nelle imprese venete (il 5,7%, contro la media nazionale del 3,9%) il numero di brevetti ICT risulta inferiore alla media nazionale (con un indice di 0,08, contro un indice nazionale di 0,16): si potrebbe quindi concluderne che la potenzialità rappresentata da queste risorse umane non è pienamente espressa.

Buoni sono poi gli indici di innovazione digitale del contesto – 0,94 per la domanda di servizi digitali, 0,93 per l’utilizzo delle tecnologie nella scuola e nella pa, e 0,92 per le infrastrutture (il 97% della popolazione è infatti raggiunto dalla tecnologia 3D e il 90% dalla LTE; punteggio quasi perfetto, se non fosse per la banda ultralarga che invece arriva al 25% della popolazione). Unica voce fuori dal coro, quella dei finanziamenti pubblici con 0,20 punti: qui infatti i fondi stanziati nella programmazione europea 2014-2010 per l’agenda digitale sono di 27 euro per abitante contro la media nazionale di 43, quelli per ricerca e innovazione 36 contro 68, e quelli per l’obiettivo competitività 146 contro 189 (per quanto vada tenuto presente che i fondi strutturali erogati dalla Commissione europea sono destinati prevalentemente alle regioni del Sud). A questo si aggiunge il fatto che la spesa pubblica regionale in ricerca e sviluppo è il 35% del totale, contro una media italiana del 46%. Per cui, conclude il rapporto, «l’area in cui la regione appare più debole è quella relativa al contributi fornito dalla spesa pubblica in materia di finanziamenti in favore della digitalizzazione e l’accesso ai finanziamenti comunitari per la diffusione dell’ICT e della banda larga».

Volendo sintetizzare, dunque, il Veneto sul fronte dell’industria 4.0 può contare più di ogni altra cosa sull’eccellenza del capitale umano formato dalle sue scuole e università: tanto che EY e Confindustria auspicano «nuove “contaminazioni” tra industria, capitale umano, mondo della cultura e “circuito del sapere” (a livello operativo d’impresa, a livello formativo della scuola superiore e a livello scientifico universitario)». Tuttavia, come ha sottolineato il partner di EY Andrea Paliani, ha bisogno di «superare alcune criticità che ne frenano la crescita come la carenza di laureati in scienze e tecnologie, di occupati nei servizi a valore aggiunto, di scarsità di brevetti e pubblicazioni scientifiche e investimenti in ricerca e sviluppo, di infrastrutture digitali e fisiche oltre alla mancata digitalizzazione dei processi amministrativi». Per questo ha suggerito di utilizzare il digitale «per favorire partenariato e coabitazione tra piccole imprese, in ottica di filiera e distretto», e «non solo per raggiungere efficienze di costo, ma per promuovere sviluppo di mercato e ricavi. Sebbene le imprese venete sfruttino ampiamente l’acquisto online in un’ottica di efficientamento dei costi, ad esempio, il Veneto è al decimo posto nella classifica delle Regioni italiane in quanto a vendite online: come vendere e distribuire sui mercati globali? Come comunicare e promuovere i propri prodotti e servizi sui canali off-line e on-line? Come comprendere e anticipare bisogni e comportamenti di consumo dei propri clienti? Come riprogettare rapidamente i propri prodotti in base alla loro fruizione misurata con sensori? Come aggiungere servizi a valore aggiunto per classi di clienti?». Tutte domande che l’Osservatorio pone all’intero Paese ma al Veneto in maniera particolare, dato che «il digitale, soprattutto con industria 4.0 e big data, incrementa la possibilità di personalizzazione del prodotto su scala globale, la creazione di servizi a valore aggiunto ad esso collegati, e consente di connettere le PMI in fase di progettazione, produzione, distribuzione a livello locale e globale. È un’opportunità di sviluppo per le PMI e quindi un aspetto particolarmente significativo nel contesto di questa regione».

Dall’Osservatorio emergono peraltro ulteriori dati di interesse a livello di Nordest: se il Veneto, Trentino e Alto Adige presentano infatti un equilibrio tra il livello di digitalizzazione delle imprese e quello del contesto in cui queste operano, il Friuli Venezia Giulia mostra un livello di innovazione digitale delle imprese significativamente più elevato rispetto a quello del contesto; e va ricordato peraltro che questa è la regione italiana con il più alto tasso di startup innovative – 56 ogni 10.000 società di capitali contro le 31 del Veneto e della media italiana). Un contesto quindi che, tenendo conto del buon posizionamento – nonché omogeneo – nella classifica italiana delle tre regioni, farebbe intuire significative possibilità di sviluppo alla zona nel suo insieme.

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