Come sta evolvendo la vicenda Atlante – Banche 5

Veneto ex-felix: bellissimo pezzo di Paolo Possamai per VeneziePost di oggi:

Banche territoriali, la fine del sogno
In balistica si chiama falso scopo. Consiste nella assunzione di un punto di riferimento, per il puntamento indiretto di un obiettivo non visibile. In sostanza, l’obice sembra sparare a casaccio ma in effetti ha definito con esattezza l’alzo e l’angolo per centrare il target.
Fuor di metafora, il cannoneggiamento del sistema bancario italiano – da parte delle autorità di vigilanza europee – poteva apparire generico nell’autunno 2014 con i primi stress test, ma in effetti gli obiettivi sapevano benissimo di essere nel mirino. Non solo ai timonieri, ma pure agli addetti ai lavori erano da tempo note le condizioni in cui versavano Carige e Mps, così come Banca popolare di Vicenza e Veneto Banca. Non sarà accaduto per un accidente della storia che, non appena la vigilanza è transitata da Banca d’Italia a Banca centrale europea, sono divenuti conclamati e indiscutibili tanti clamorosi casi di dissesto bancario.
Quanto a Veneto Banca e a Banca popolare di Vicenza, parliamo di una distruzione di ricchezza che segna la storia: 10-11 miliardi di euro badando alla differenza tra il massimo del valore attribuito alle azioni delle due banche e i 10 centesimi pagati da Atlante in sede di aumento di capitale per Vicenza e la stessa cifra come parte bassa della forchetta di prezzo annunciata per la quotazione di Veneto Banca; quasi 19 miliardi di euro, mettendo nel conto anche gli aumenti di capitale e le perdite degli ultimi 5 anni. Partita che non riguarda “solo” i 119mila azionisti di Popolare Vicenza o gli 80mila di Veneto Banca, ma anche il mezzo milione di clienti di ciascun istituto, i 600 sportelli di Vicenza e gli altrettanti di Montebelluna, con i 5mila dipendenti dell’una e dell’altra. E sarà pure da osservare, perché è un dato impressionante, come il numero degli azionisti di Popolare Vicenza negli anni della Grande crisi e per via dei ripetuti aumenti di capitale, sia letteralmente raddoppiato. Negli anni della Grande crisi, aumenti di capitale a raffica a valori senza senso e largamente finanziati dalla banca stessa. Un cortocircuito micidiale, nel senso etimologico del termine. Vero che le travagliatissime vicende di Mps e Carige erano sotto i riflettori da vari anni. Ma assai più appartata, e anzi ammantata fino alle ultimissime fasi ante crisi addirittura da un alone di “soggetto aggregante” per il polo vicentino, è stata in particolare la traiettoria delle popolari venete.

Quel «top management» che si autoperpetuava

L’esito odierno è drammaticamente sotto agli occhi di tutti, con decine di migliaia di risparmiatori deprivati del proprio investimento. Ridotto a zero. Ma oltre al destino dei soci merita di essere sottolineato pure l’estremo indebolimento se non la demolizione di interlocutori fondamentali del tessuto economico e sociale dell’area Nord Est.
Può essere immediatamente intuibile il contraccolpo per le imprese: le banche cosiddette “di territorio” hanno avuto un ruolo primario nel finanziare l’economia veneta. Ma non è tutto qui. Le due banche popolari, infatti, hanno lasciato il loro marchio su una infinità di convegni, magliette di società sportive dilettantesche, corse ciclistiche, mostre d’arte, concerti, assemblee di organizzazioni di categoria, meeting confindustriali. Dopo la spartizione. Un fiume di denaro che ha inondato il Nordest e la cui sparizione, nell’immediato futuro, provocherà un formidabile inaridimento. Assai improbabile che un ruolo tanto pervasivo venga assolto da altre istituzioni creditizie.
Su un punto occorre esprimere una lettura di prospettiva. Difficile credere che a Nord Est possa rimanere incardinato alcun polo bancario di rilievo nazionale.
Neppure il Banco Popolare, a dispetto delle dimensioni, è riuscito ad imporsi come magnete aggregante e mentre scriviamo queste righe sta concludendo una fusione apparentemente alla pari con la Banca Popolare di Milano, sebbene quest’ultimo istituto abbia massa nettamente minore. Inoltre, e anzi soprattutto, date le condizioni di debolezza di Veneto Banca e di Popolare Vicenza anche post aumento di capitale, appare del tutto evidente che siamo a una tappa intermedia verso una aggregazione, o più probabilmente incorporazione, di entrambi gli istituti in poli creditizi più ampi, saldi, strutturati.
Comunque la sala comandi ben difficilmente non finirà altrove, cioè fuori dal Nordest. Spauracchio Atlante. Esiste un ulteriore scenario, che discende dal ruolo di Atlante: se il fondo salvabanche divenisse suo malgrado il proprietario delle due popolari venete, molto probabilmente tenderebbe a fonderle per massimizzare i fattori di recupero costi e impalcare un istituto imperniato sul Veneto e forte sulla dorsale adriatica. Ma mentre scriviamo queste righe è un’ipotesi tutta da divinare e legata all’esito del tentativo di collocamento in Borsa di Veneto Banca.
Un’altra questione merita di essere presa in esame. Il ceto dirigente del Veneto e del Nord Est non ha saputo tempestivamente interpretare la necessità riformatrice e rifondatrice, in senso propriamente legislativo e giuridico, del “modello” banca popolare. La sorgente dei processi distorsivi e devianti oggi dinanzi agli occhi di tutti sta, infatti, nell’impianto stesso della governance, nella carenza di management attrezzato, nelle regole costitutive di aziende gestite in modo padronale pur a fronte della loro ricercata crescita dimensionale.
Una occasione perduta per intestarsi un processo di rinnovamento e una leadership su scala nazionale. Parliamo di statuti, ossia della carta costituzionale di una banca. Non aride carte burocratiche, ma telaio di regole condivise e bussola per tracciare la rotta e la missione. Tema che non è mai stato nemmeno esaminato, perché il sistema delle banche popolari era completamente auto-referenziale e con uno straordinario e diffuso consenso.
Quei Cda altisonanti. Nei consigli di amministrazione sedevano alcuni dei più significativi imprenditori del Nordest, esponenti di spicco del sistema confindustriale e di artigiani e commercianti e contadini (citando alla rinfusa Paolo Bedoni, Giovanni Fantoni, Matteo Marzotto, Giuseppe Zigliotto, Roberto Zuccato per Popolare Vicenza, e poi Franco Antiga, Pierluigi Bolla, Ambrogio Dalla Rovere, Giuseppe Sbalchiero, Alessandro Vardanega, Gianfranco e Matteo Zoppas per Veneto Banca), leader delle Camere di commercio (Nicola Tognana e Federico Tessari), prestigiosi cattedratici di Diritto dell’università di Padova e avvocati di primo piano (per esempio Vittorio Domenichelli e, per un breve arco di tempo, Maurizio Paniz), figure di peso dell’establishment economico nazionale (Fabio Cerchiai per un fugace periodo), pezzi da 90 dell’apparato burocratico statale (Andrea Monorchio, da vicepresidente).
Delibere sulla fiducia. Che oggi molti di loro, più o meno apertamente e pubblicamente, affermino di aver approvato gran parte delle delibere e degli atti consiliari in qualche modo “sulla fiducia” nei riguardi della presidenza e del top management, o che altri affermino di aver protestato il loro dissenso e però del tutto inascoltati e non verbalizzati nei resoconti del board, non può che ulteriormente interrogare sui sistemi effettivi di governance e sulla loro evidente totale inadeguatezza. E interrogare pure sugli organi di controllo e verifica interni (collegio dei sindaci e società di revisione), come sulle autorità di vigilanza esterne.
L’ingresso nella cabina di regia di economisti come Francesco Favotto o Beniamino Quintieri o di un industriale come Alessandro Vardanega a Veneto Banca, il tentativo di un imprenditore “vergine” rispetto alla gestione Zonin come Stefano Dolcetta, sono stati con palese evidenza tardivi e anzi giudicati dai mercati fuori tempo massimo.
L’innocenza perduta, Lo ha detto a suo modo pure Maria Cristina Piovesana, presidente di Confindustria Treviso, nei giorni scorsi. “Oggi non solo abbiamo perso l’innocenza – ha sostenuto Piovesana – ma ci siamo lasciati alle spalle, per sempre, la pretesa di sentirci migliori e di poter per questo guardare al resto d’Italia con superiore distacco”. E poi ancora ha affermato che “in troppi abbiamo assistito a un progressivo deterioramento sforzandoci di non sentire scricchiolii sempre più forti e sinistri. In troppi abbiamo confidato sulle capacità e sull’onestà di amici e colleghi che si sono dimostrati non all’altezza del compito che per troppi anni li ha visti impegnati”.
Troppi anni, ha detto la presidente di Confindustria Treviso. In tema di statuti, i mandati pressoché a vita degli amministratori delle banche popolari italiane non sono un aspetto folcloristico. Gianni Zonin è stato presidente di Banca popolare di Vicenza per 19 anni e amministratore per 32, mentre in Veneto Banca il ruolo di presidente Flavio Trinca l’ha tenuto “solo” per 17 anni e Vincenzo Consoli è stato capo azienda per vent’anni. Ma occorre pur dire che – in un contesto certamente non funestato da vicende tanto destabilizzanti e traumatiche come quelle che interessano Vicenza e Montebelluna – Carlo Fratta Pasini è in consiglio alla popolare veronese da oltre 20 anni e da 12 ne è ai vertici. Autocontrollo.
Le presidenze delle popolari italiane, con la tecnica delle cooptazioni in consiglio di amministrazione, hanno in sostanza costituito un sistema di governo completamente centrato su loro stesse. Alla Banca popolare dell’Etruria, Elio Faralli è rimasto in carica per 35 anni fino al raggiungimento dell’ottantasettesimo anno di età. Il record assoluto spetta a Lorenzo Pelizzo che alla Banca popolare di Cividale ha tenuto la presidenza per 44 anni, lasciandola con mezzo miliardo di incagli e con una sede faraonica, sulla quale il nuovo Cda gli chiede ora il conto.
L’elenco delle “signorie” sarebbe lungo assai e particolarmente ricco di creatività nel Meridione. Per esempio, Marco Jacobini è presidente della Banca popolare di Bari dal 1989, ha ereditato la posizione dal padre Luigi e avrà in animo di passarla a qualcuno dei figli (che sono già nel management). Ma naturalmente, se è concessa l’ironia, non dovremmo assumere per i comportamenti il benchmark più basso.
Allo stesso modo, pure per i compensi gli amministratori forse – e siamo ancora nel campo semantico dell’ironia – occorreva prendere pietre di paragone appropriate. Stipendi stellari. Secondo una indagine di Mediobanca, nel 2014 Federico Ghizzoni ha guadagnato da amministratore delegato di Unicredit 2,3 milioni di euro, mentre Carlo Messina da Ceo di Banca Intesa s’è fermato a 2,2 milioni. In pari tempo, a Vicenza il direttore generale Samuele Sorato godeva di uno stipendio di 1,7 milioni e il presidente Gianni Zonin di 1,1 milioni, mentre a Montebelluna ne riceveva uno di 1,2 milioni l’amministratore delegato Vincenzo Consoli.
Vero che, pure quando la banca era in pieno e palese tracollo, il “signore” di Carige Giovanni Berneschi ha continuato a percepire il proprio emolumento di 1,2 milioni. Ma la remunerazione di norma non dovrebbe essere coerente con i risultati? E la volontà di permanenza pluridecennale ai vertici delle popolari non sarà stata correlata a un sistema di remunerazioni particolarmente premiante? Frammentazione nordestina. In ultima analisi, andrà considerato il percorso di Veneto Banca e di Banca popolare di Vicenza, come l’evidenza ennesima e perniciosissima di una frammentazione che a Nord Est non passa.
Come fosse retaggio del medioevo e dell’età dei Comuni, irriducibili pretese di primazia nei riguardi del “vicino” di provincia hanno condotto a uno scontro a tutto campo e addirittura su scala nazionale tra Vicenza e Treviso, tra Zonin e Consoli, e tutto ciò è avvenuto in piena mondializzazione dell’economia. E’ pur vero che, restando nei confini nordestini, neppure il modello alternativo si è rivelato vincente: la Popolare di Verona che aveva saputo uscire brillantemente dalla dimensione provinciale con l’aggregazione del Credito Bergamasco e del Banco S.Geminiano e San Prospero, quando è passata all’integrazione della Popolare di Novara e – assai peggio – di quella di Lodi ha perso progressivamente di smalto. En passant, varrà la pena richiamare alla memoria che l’arrembante e assai disinvolta Popolare di Lodi guidata da Gianpiero Fiorani godeva illo tempore dell’aperto appoggio di Bankitalia, quando il governatore si chiamava Antonio Fazio.
Con la zavorra di Lodi, e poi di Italease, ricordiamo che il Banco Popolare aveva in Borsa esordito il 2 luglio del 2007 capitalizzando più di 14 miliardi. Vetta che ovviamente ha scontato poi lo sfascio dei mercati borsistici mondiali. Ai soci tra il 2010 ed il 2014 sono stati chiesti altri 3,5 miliardi e un ulteriore aumento da 1 miliardo è necessario secondo la BCE per adeguare il patrimonio del Banco in vista dell’integrazione con la Popolare di Milano. A inizio settimana, all’avvio dell’ aumento di capitale deliberato allo scopo, in un contesto dunque estremamente negativo per Piazza Affari e per il comparto creditizio in particolare, il Banco a Piazza Affari capitalizzava 1,43 miliardi. Le obbligazioni subordinate erano arrivate a trattare ad un quinto del valore nominale nel 2009. Le azioni e le obbligazioni del Banco sono sempre state quotate e quindi questa epocale distruzione di ricchezza “made in Verona” è maturata giorno dopo giorno, senza scandali e senza clamori. Perché è avvenuta in trasparenza, come tipico del regime borsistico e come invece non è avvenuto a Vicenza e Montebelluna.

L’ascesa improbabile delle azioni

Nel periodo che va dall’esplodere della crisi nel 2008 al 2014, mentre il valore delle altre banche italiane si andava dissolvendo, le azioni della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca continuavano infatti ad apprezzarsi o almeno così decidevano i soci nel corso delle assemblee quando erano chiamati a stabilire il valore di emissione delle nuove azioni. Lo decidevano sulla base della proposta, anzi della suggestione che proveniva dai vertici della banca.

Bello pensare, anzi credere che i “capi” della banca avessero ragione: basti considerare che rarissimi sono stati anche negli anni più recenti gli interventi critici in seno alle assemblee. Veneto Banca è arrivata a capitalizzare più di quattro miliardi e la Vicenza quasi sei miliardi. Ai soci piaceva credere a questa sospensione della legge di gravità in chiave veneta e nessuno si chiedeva come le due popolari non quotate potessero valere molto più di popolari quotate assai più grandi, quale che fosse il parametro considerato. Su un punto però i soci erano in perfetto accordo: se a Vicenza le azioni continuavano a salire, usando la stessa logica doveva succedere a Montebelluna (e viceversa).
L’idea che non dovessero salire né a Vicenza, né a Montebelluna non era neppure contemplata. Proponendo ai soci l’illusione di una crescita garantita di anno in anno, il consenso era altissimo. Il consenso sociale. In tema di consenso, va pure osservato il ruolo riconosciuto sul piano sociale ai banchieri d’area Nord Est. Non sarà per caso che tutti e tre, Fratta Pasini, Zonin e Consoli durante il periodo in cui sono stati ai vertici delle banche abbiano ricevuto da una università italiana una laurea honoris causa. Inoltre, Zonin è divenuto cavaliere del lavoro, Fratta Pasini più modestamente Ufficiale della Repubblica.
Quanto a Consoli, è stato nominato cittadino onorario di Montebelluna, con una motivazione, ove, tra le altre iperboli, così si legge: “esperto timoniere, uomo dotato di intuito straordinario che si accompagna con una naturale inclinazione al rigore ed al lavoro, sereno, di gruppo”. Oggi la cittadinanza onoraria, con lo stesso stile con cui era stata data, è stata revocata.
Se Fratta Pasini ereditò un istituto che il suo predecessore Giorgio Zanotto aveva fatto emergere dalla dimensione regionale e che era riuscita – come si è detto – ad acquisire il controllo, in partite assai complesse, di due ambitissime banche come il Credito Bergamasco e il Banco San Geminiano e San Prospero e che subito dopo si era quotata in Borsa, Zonin e soprattuto Consoli ereditarono banche che erano ancora irrilevanti nel panorama nazionale.
Zonin e Consoli poi, assai più e diversamente da Fratta Pasini, hanno impersonato la banca: sono stati i protagonisti dell’ascesa delle rispettive aziende, inevitabile dunque la personalizzazione anche quando si è verificato il processo contrario. Valdobbiadene 1988. La prima volta che Gianni Zonin e Vincenzo Consoli incrociarono le loro strade fu nel 1998, a Valdobbiadene. Tra le colline del Prosecco, c’era una piccola banca popolare da sempre gelosa della propria autonomia. Per anni le azioni della banca avevano reso ben più del Prosecco e come i vigneti erano passate da una generazione all’altra. Un rendimento così elevato e costante negli anni aveva fatto sì che tutti a Valdobbiadene si tenessero strette e care le azioni quanto e forse più dei vigneti. Le azioni cambiavano padrone quasi solo perché venivano lasciate in eredità, ossia dovevano essere lasciate in eredità. L’ offerta della Popolare di Vicenza fu però così allettante che i soci della Banca Piva, così si chiamava la popolare di Valdobbiadene, votarono plebiscitariamente la trasformazione in s.p.a. ed in massa vendettero le loro azioni. D’altra parte, soltanto due anni prima i soci della consorella di Castelfranco avevano fatto la stessa cosa, incapaci anch’essi di resistere all’enormità dell’offerta della popolare berica.
A Castelfranco, la Popolare di Vicenza non aveva avuto concorrenti: i castellani infatti, se ben pagati, avrebbero valutato qualsiasi offerta ma mai quella della consorella di Asolo e Montebelluna, che da sempre aspirava ad integrare sia la popolare di Castelfranco che quella di Valdobbiadene. Messe insieme avrebbero coperto un territorio che era poco più vasto dei mandamenti da cui prendevano il nome. La Popolare di Vicenza a quel tempo aveva già assorbito le consorelle di Lonigo, di Thiene e di Asiago ed era quindi un po’ più avanti nel disegno di assumere una dimensione provinciale ma, nonostante le offerte generose, non era riuscita ad acquisire né la Popolare di Valdagno, né quella di Arzignano che si diedero rispettivamente alla Popolare Veneta (la vecchia Popolare di Padova e Treviso e poi anche di Rovigo) e alla Popolare di Verona. E il disegno di Zonin di incorporazione di ogni altra realtà provinciale aveva trovato un muro anche nella Popolare di Marostica, che ha resistito autonoma fino ai giorni nostri per finire, senza gloria alcuna, tra le braccia della Popolare dell’Alto Adige. Insomma se Vicenza era una banca quasi provinciale, Montebelluna era a fine anni ’90 una banca di mandamento che aspirava a egemonizzare la Marca. La ferita. A Castelfranco i montebellunesi non avevano speranza, per quanto nobile e di lunghe vedute apparisse il disegno di dar vita ad una popolare nientemeno che provinciale: troppo recente lo scorno, troppo viva la ferita. Non erano passati che trent’anni da quando la Popolare del Mandamento di Asolo aveva preferito le nozze con Montebelluna rispetto a Castelfranco, con un voltafaccia dell’ultimo momento che aveva esposto Castelfranco al pubblico ludibrio e i montebellunesi ad un odio da parte dei castellani che era sempre vivo come il primo giorno.
A Valdobbiadene però Consoli pensava che le cose potessero andare diversamente: se Zonin pagava, lui avrebbe pagato di più. Consoli però allora non era ancora il Consoli, per 15 anni ossequiato e riverito, che tutti avrebbero poi conosciuto. Era appena stato nominato direttore generale della Popolare di Asolo e Montebelluna. Soltanto qualche mese prima però tutta Montebelluna sapeva che con Consoli era pericoloso bere anche un caffè se solo si voleva contnuare a restare nelle grazie dei vertici di allora della popolare montelliana. Golpe in assemblea. Nelle popolari i golpe si fanno in consiglio, mai in assemblea. Consoli non aveva però alternativa e il golpe lo fece in assemblea perché in consiglio amici non ne aveva. La grande occasione per Consoli si era presentata insperata quando all’inizio del 1997 i vertici della popolare di Montebelluna partorirono un progetto, di cui non constavano precedenti e di cui non consteranno imitazioni, per cui si sarebbe dovuti arrivare ad una sorta di integrazione tra la popolare di Montebelluna e nientemeno che l’Istituto San Paolo di Torino. Il grande difetto del progetto stava nel fatto che i soci di Montebelluna, a differenza di quel che era successo a quelli di tutte le piccole popolari che si erano vendute fino ad allora, di soldi non ne vedevano neanche uno.
C’era invece il dubbio che tutte quelle collaborazioni a tutti i livelli con la grande banca, l’informatica gestita a Torino, avrebbero reso acefala la piccola popolare con l’effetto che sarebbe finita comunque nella mani dei torinesi ma senza neppure poter discutere il prezzo. In consiglio tre consiglieri si erano opposti: a Montebelluna avevano capito soprattutto che non volevano essere rieletti. La democrazia della banche popolari ha sempre funzionato in un modo solo: o segui chi comanda o vai a casa. In teoria, le banche popolari sono la più democratica delle imprese in quanto tutti i soci hanno un solo voto, indipendentemente dal numero di azioni che possiedono: “una testa, un voto” dicono i giuristi per esprimere sinteticamente il concetto.
“Una bocca, un voto” sarebbe venuto da dire, in pratica, vedendo la furia con cui un tempo il risotto di Celeste veniva aggredito dai soci cooperatori montelliani quando ad un cenno del presidente, stanco di noiosi interventi, i commessi tiravano la tenda e il profumo dell’irresistibile pietanza si effondeva nell’aria svuotando la sala in pochi secondi. Il risotto di Celeste. Il buffet, in tutte le banche cooperative, è sempre stato un elemento chiave per il successo di un gruppo dirigente.
D’altra parte, difficile dire che gli interventi in assemblea fossero più meritevoli di attenzione del risotto di Celeste: in qualsiasi banca popolare l’incompetenza più assoluta sugli argomenti in discussione e il non avere neppure letto i documenti da approvare è sempre stato uno dei due tratti caratteristici di qualsiasi intervento applaudito con convinzione.
L’altro era l’adulazione: in una popolare pugliese per anni vi fu un socio che interveniva in rima baciata, con una specie di rifacitura dell’Orlando Furioso in chiave bancaria, per spendere i più desueti ed iperbolici aggettivi per narrare le gesta, peraltro niente affatto gloriose, dei presidenti e dei direttori generali in carica. Nel Veneto nessuno ha mai raggiunto questi vertici ma quanto a involontaria comicità nello slancio adulatorio molti sono andati anche oltre.
D’altra parte, quei rari interventi in cui fosse data la prova, se non di vera e propria competenza, almeno di una qualche attinenza alle materia da trattare avevano l’unico effetto di fare aumentare le conversazioni tra i soci in sala. Se poi vi erano critiche, il brusio diventava insopportabile, seguito da un rigoroso richiamo a rispettare i tempi dell’intervento fino a che il temerario non sembrava uno di quei concorrenti della Corrida per cui si accendeva il semaforo rosso. Per anni vi è stata invece l’usanza di far intervenire dirigenti delle associazioni di categoria o professori universitari che con la banca non c’entravano nulla, ma da come venivano presentati ai soci si capiva che nessuno più di loro ne capiva della materia: ogni anno quale che fosse il bilancio spiegavano quanto eccelsi fossero i risultati che la banca aveva conseguito e come l’Italia intera invidiasse questi soci per avere avuto la sorte di avere amministratori tanto capaci. La banca pagava poi parcelle stratosferiche per quegli interventi. Gli interventi dei soloni ospiti non hanno mai spostato un voto nelle assemblee delle popolari. Tutti arrivavano con il biglietto in tasca con i nomi da votare. I direttori di filiale nel mese prima dell’assemblea venivano sguinzagliati a distribuire “bigliettini” e soprattutto deleghe: la vera chiave del consenso in qualsiasi popolare. Caratteristica comune degli statuti delle popolari è che le deleghe che un socio poteva dare ad un altro socio per rappresentarlo in assemblea dovevano essere autenticate da un funzionario della banca oppure da un notaio. Non ci vuole molto a capire che nessuno va dal notaio per autenticare una delega e comunque nessuno, anche volendo, potrebbe portare dal notaio migliaia di soci, quanti erano quelli che servivano per vincere nelle assemblee delle popolari.
Ovvio quindi che chi controllava i direttori di filiale controllava la banca: naturalmente bisogna sapersi far amare dai direttori di filiale e dai dirigenti della banca che hanno ascendente su di loro. Sta qui la spiegazione per gli stipendi di qualche personaggio che, si diceva, controllasse molti voti ma il cui talento era sennò sotto ogni altro profilo non così immediatamente evidente. Tutto già scritto. La fedeltà era la caratteristica più apprezzata e remunerata dai vertici.
Ad evitare fraintendimenti, poi, si affermò l’uso di prestampare le schede così che i soci evitassero l’odiosa fatica di scrivere i nomi degli amministratori che volevano eleggere. Naturalmente i nomi prestampati erano di regola quelli degli amministratori uscenti o comunque quelli proposti dal consiglio uscente. Non è quindi un caso che chiunque si sia installato al comando di una popolare, in tutta Italia, vi sia rimasto per quanto tempo abbia voluto, dovendo avere solo l’accortezza di mantenere il consenso all’interno del consiglio di amministrazione. A ciò si aggiunga che essere consigliere, oltre che prestigioso, voleva dire ricevere compensi che per molti erano ben più di quanto guadagnavano con il loro lavoro.
A Montebelluna i consiglieri avevano diritto al 5% degli utili che poi ridussero al 2,5% e poi eliminarono, ma i compensi invece, nonostante questo, in termini assoluti crebbero continuamente. Se proprio si doveva sostituire qualcuno, lo si metteva in una partecipata.
Un sistema complessivamente concepito per essere immoto. In questo sistema il ricambio poteva essere la conseguenza soltanto dell’incapacità di un gruppo dirigente di comprendere i meccanismi che regolano il consenso in una banca popolare, ma mai della incapacità di gestire la banca. Quando ricambio vi era, esso avveniva sempre all’interno del gruppo dirigente. Certo, c’era sempre il problema della Vigilanza della Banca d’Italia senza il cui gradimento era di fatto impossibile restare in carica. Quel voto contro. Nel 1997 accadde quindi un fatto del tutto inusuale nel mondo della popolari dove non solo non si vota contro, ma meno ancora lo si faceva su grandi visioni strategiche: tre consiglieri a Montebelluna avevano votato contro sapendo di finire in minoranza e così la loro carriera in banca. Consoli riuscì a convincere i tre che la battaglia non era ancora persa. I tre non erano consiglieri qualsiasi, in quanto tutti e tre avevano un rilevante consenso personale ma ovviamente nessuno sembrava poter avere la forza per sfidare la struttura della banca. A quel tempo i soci della banca erano poche migliaia e quelli che votavano, comprese le deleghe, un paio di migliaia e quindi un consigliere che avesse l’accortezza di curare i propri elettori poteva illudersi di poter incidere sulle sorti dell’assemblea. Consoli poi qualche amico tra i dipendenti non graditi al vertice lo aveva e quindi le deleghe si potevano autenticare senza andare dal notaio. Il gruppetto del golpe riuscì a non farsi prendere troppo sul serio dai vertici della banca, tanto che a scrutinio già in corso il direttore generale di allora cominciò a festeggiare sulla base dei risultati del primo seggio, dove avevano votato i dipendenti, senonché negli altri seggi era accaduto l’inimmaginabile e Consoli & C. dalla sera alla mattina si ritrovarono con la banca in mano. Un risultato impensabile alla vigilia, e sia Consoli che Zonin dimostrarono poi di avere appreso la lezione: ogni anno accrebbero il numero dei soci fino a giungere a molte decine di migliaia.
Quando i soci sono decine di migliaia comanda solo l’organizzazione e cioè la struttura della banca. Nelle Popolari quotate questa regola vale a maggior ragione. Nessun individuo ha la possibilità di avere la benché minima influenza sulle sorti dell’assemblea. A Valdobbiadene quindi Consoli incrociò la strada di Zonin soltanto pochi mesi dopo avere conquistato la banca, anche se Zonin stesso era in carica da appena 12 mesi di più.

“Sen drìo parlar de schei”: l’era degli acquisti dissennati

A Valdobbiadene neppure presero in considerazione l’offerta di Consoli forse perché era un parvenu che aveva sfidato tutte le regole di buona educazione delle banche popolari o forse perché Zonin aveva già chiuso la partita prima ancora che divenisse pubblica. Zonin rivelava subito la sua capacità di gestire uomini e rapporti in modo magistrale, certo senza badare troppo a spese. Arriva la rivincita. L’occasione per la rivincita arrivò per Consoli l’anno successivo anch’essa imprevedibile ed insperata.

La Banca di Credito Cooperativo del Piave e del Livenza con 13 sportelli e masse solo di poco inferiori a quelle della Piva era in gravissima difficoltà. Una direttrice di filiale aveva creato una sorta di struttura parallela raccogliendo denaro che non veniva poi versato nella casse della banca: le richieste di risarcimento superavano il patrimonio della BCC e nessuna banca di credito cooperativo aveva le dimensioni sufficienti per poterla salvare. Consoli si buttò immediatamente nell’operazione, che appariva fin dall’inizio assai difficile da concretizzare in quanto la legge considerava del tutto eccezionale l’incorporazione di una BCC in una banca di un’altra categoria. La difficoltà dell’operazione tenne lontano altri possibili concorrenti e lo stesso Zonin si limitò a non convintissimi sondaggi. L’operazione riuscì soprattutto perché Consoli osò quel che nessuno aveva mai fatto prima: offrire un concambio tra le azioni della Popolare e quella BCC, che finiva con il riconoscere ai soci della BCC sei volte il valore che le loro azioni avevano prima che la loro banca entrasse in difficoltà. Fortissima opposizione. Sembrava una bestemmia: i soci di una BCC per legge non devono ricevere dall’investimento altro che una modestissima rivalutazione e le BCC non si devono fondere con banche di altra categoria e Consoli invece non solo si incorporava la banca ma riempiva anche i soci di soldi. L’opposizione del movimento cooperativo, dei sindaci dei comuni interessati guidati dal carismatico onorevole Bepi Covre e perfino del clero fu fortissima. Solidarietà, cooperazione, territorio erano i valori che i contrari dicevano di voler difendere.
L’assemblea che avrebbe dovuto approvare la fusione si annunciava incerta – o comunque così dicevano i giornali – e Consoli, dopo oltre quaranta serate a presentare l’operazione ai soci e dopo avere ottenuto il sofferto via libera della Banca d’Italia promettendo una sicura vittoria, sapeva che quel giorno si sarebbe giocato il futuro. Palazzetto stracolmo. L’assemblea si svolse in un clima teso in un palazzetto dello sport stracolmo di oltre duemila soci: dopo un paio di interventi contrari, salì sul palco il parrocco di Salgareda, una delle tre sedi storiche della banca e, preteso il silenzio, portate al petto le mani congiunte, incassato il collo nella schiena, con tutto il pathos di cui poteva essere capace, ripetendo una parte che aveva fatto chissà quante volte dal pulpito, fece tremare i cementi armati del palazzetto urlando: “questa fusione ci pone un inquietante interrogativo…moraaale”.
Non aveva ancora finito di echeggiare l’ammonimento che il leader della Coldiretti del paese, che sedeva in prima fila, si alzò in piedi e, tenendo una mano in tasca con l’altra fece segno al parroco di scendere dal palco, dicendo: “reverendo, el vegne zo che sen drio parlar de schei”.
Una risata più simile a un boato liberatorio seppellì il religioso e in quel preciso momento finì l’assemblea. La votazione rivelò che, alla fine, i dissenzienti erano poco più di una rumorosa decina e che nel segreto dell’urna tra schei e bei discorsi non c’era stata partita. Per la Popolare di Asolo e Montebelluna, come fino a quel giorno aveva continuato a chiamarsi la banca di Consoli, fu un affare irripetibile: aveva acquisito masse quasi equivalenti a quelle della Piva pagando soltanto trentasei miliardi di lire, all’incirca un terzo di quanto la Vicenza aveva pagato per l’avviamento della Piva. Dalla fusione delle due banche nacque Veneto Banca ma soprattutto cominciò a costruirsi la fama di Consoli banchiere vincente, che era riuscito là dove altri non avevano neppure voluto provare. Per capire la portata dell’operazione basti pensare che il movimento delle cooperative pretese ed ottenne una modifica della legge che Consoli era riuscito a sfruttare a proprio vantaggio.
Popolarità alle stelle. Tra il Piave e il Livenza la popolarità di Consoli fu da subito immensa. I soci della BCC erano divenuti soci di Veneto Banca e avevano pagato le azioni un sesto di quello a cui potevano essere immediatamente vendute. Tutti, infatti, volevano le azioni della banca e lo stesso accadeva a Vicenza. Ogni anno le azioni venivano rivalutate di quel che decideva il consiglio – dal 2004 l’assemblea – e poi c’era sempre il dividendo. Era così per tutte le banche popolari ed il peggio che poteva capitare se la banca non aveva risultati molto brillanti è che fosse comperata da qualcun altro ed i soci non avevano mai perso una lira. Zonin e Consoli hanno quindi capito che la reputazione che le banche popolari si erano costruite ed avevano con il tempo continuamente rafforzato fin dalla crisi bancaria degli anni Trenta era un patrimonio cui potevano attingere per raccogliere nuovi capitali ogni volta fosse a loro servito. Almeno fino al 2007 le reti delle due banche vendevano le azioni presentandole come uno speciale privilegio che veniva concesso, di volta in volta, al fortunato acquirente. Da cooperativa a Spa. Nel 2002 l’Antonveneta, che era anch’essa una banca popolare e quindi una cooperativa, si trasformò in società per azioni e nel 2007 la banca olandese ABN Amro ne acquisì il controllo attraverso un OPA che consentì ai soci grandi guadagni, rispetto agli ultimi prezzi delle azioni quando la banca era una cooperativa. Apparve quindi a tutti evidente che i prezzi riconosciuti dal mercato per le banche contendibili erano assai superiori a quelli delle banche popolari che avevano mantenuto la forma cooperativa. Dopo l’OPA qualcuno dei soci dell’Antonveneta tentò o sperò di ripetere l’operazione acquistando consistenti pacchetti sia della Popolare di Vicenza sia di Veneto Banca talvolta pagando, pur di raggiungere lo scopo, prezzi ben superiori rispetto a quelli stabiliti dalle assemblee dei due istituti.
Una stagione euforica in cui i prezzi delle banche parevano salire senza limiti ed in cui si posero le basi per il dissesto di molte banche italiane: emblematica l’operazione con cui MPS acquistò, alla fine di una serie di passaggi, l’Antonveneta ad un prezzo che non aveva nessun collegamento con le più ottimistiche prospettive reddituali della banca creata da Silvano Pontello. Acquisti dissennati.
Purtroppo per i soci della Vicenza e di Veneto Banca, fu una stagione in cui le due banche comperarono forsennatamente quasi qualsiasi cosa capitasse loro a tiro ed i prezzi erano quelli che correvano allora. Prezzi che non si sarebbero mai più rivisti e che non avevano un razionale collegamento con la realtà. La necessità di crescere sembrava coincidere con la necessità di mantenere l’indipendenza delle banche in quanto, con una visione del tutto sbagliata ma allora ampiamente maggioritaria a tutti i livelli, si riteneva che fosse la dimensione piuttosto che la tecnologia la chiave per mantenere le banche competitive e quindi indipendenti.
A Intra si reiterò uno scontro tra le due popolari: fu fortunato Zonin che non riuscì a spuntarla perché Veneto Banca pagò un avviamento che segnava nuovi vertici per le banche di quella dimensione, per scoprire poi che la banca aveva mille e più problemi, non tutti così chiaramente rappresentati dalle ispezioni della Vigilanza su cui Consoli tanto aveva fatto affidamento. Sì alle banche decotte. Vennero comperate banche decotte, banche appena costituite che non avevano in realtà nessun avviamento ed invece molti problemi, banche che operavano in zone dall’economia molto debole.
Sportelli appena aperti o che comunque non guadagnavano nulla furono contesi a prezzi assurdi e oggi non valgono più nulla o vengono addirittura chiusi. Veneto Banca si espanse anche all’estero secondo una scelta che allora sembrava ottima: sostenere l’espansione delle imprese venete nei mercati dell’Est Europa (la stessa via venne battuta, con risultati altrettanto modesti, per esempio anche dal Banco popolare di Verona). Le perdite lì vennero, assai più che dai prezzi pagati per le piccole banche, dalla difficoltà di garantire il controllo ed in definitiva dalla mancanza di uno staff e di competenze davvero in grado di gestire un gruppo su scala continentale. Alla voce “tentativi falliti” va ascritto pure un altro capitolo. La Popolare di Vicenza sta perdendo 200 milioni di euro nell’investimento in Cattolica Assicurazione di cui acquisì circa il 15%: una decisione assai particolare, in quanto Cattolica è anch’essa una cooperativa e chi ha il 15% conta poco più di chi ha una azione. “Speciali vantaggi”. Zonin ottenne alcune previsioni statutarie che, di fatto, garantiscono alla popolare vicentina due posti in consiglio di amministrazione ma ciò non toglie che questi speciali vantaggi da un lato non diano alcuna significativa influenza nella gestione di Cattolica e dall’altro lato, se Vicenza dovesse vendere la propria partecipazione, non potrebbe neppure trasferire questi singolari privilegi. Una cosa va detta chiara: il consenso per i due condottieri Zonin e Consoli era travolgente, le critiche isolate e liquidate sul piano della bizzarria e il tutto è sempre avvenuto con l’assenso della Banca d’Italia che ha sempre autorizzato e nulla ha mai fatto per impedire operazioni che costituiscono una causa indiscutibile di molta parte delle perdite che hanno flagellato le due banche. Bankitalia dov’era? Potremmo dire anche di più: non di rado è accaduto che la cosiddetta “moral suasion”, insomma suggerimenti difficilmente discutibili, di Bankitalia sia all’origine di strategie e acquisizioni oggi invece assai discussi. La crisi di Lehman Brothers ha innescato il tracollo del sistema finanziario mondiale, l’Italia non poteva certo avere un percorso differente. I valori delle azioni delle banche italiane dal 2007 al 2012 sono scesi ininterrottamente e per alcune di esse hanno continuato a scendere toccando nuovi minimi nel mentre scriviamo queste note. Le sofferenze bancarie allo stesso tempo sono esplose. Il trasferimento della Vigilanza alla BCE ha fatto sì che nuovi e più stringenti criteri siano stati adottati nella valutazione dei crediti problematici e più rigorosi requisiti di capitale siano stati imposti alle banche con l’effetto di rendere per molti probabile un’ulteriore tornata di aumenti di capitale. Obiettivo: indifferenza. La Popolare di Vicenza e Veneto Banca non potevano non risentire pesantemente di questa situazione, anzi di questo cambio di contesto e di normazione della Vigilanza.
Non è chiara – o meglio non è mai stata detta – invece la ragione per cui sia l’una che l’altra decisero che era meglio comportarsi come se nulla fosse successo. Prima hanno stiracchiato i bilanci e poi, persino quando ciò non era più possibile, hanno continuato a rivalutare il prezzo di emissione delle azioni stabilito dall’assemblea, nonostante il patrimonio non fosse affatto cresciuto e non vi fosse più nessuna redditività a giustificare valori superiori al patrimonio netto. Va detto che per lunghi periodi le azioni delle due banche erano state emesse a prezzi che erano di molto inferiori ai prezzi che si sarebbero ottenuti applicando i multipli di valutazione utilizzati dal mercato per le banche quotate.
Allo stesso modo, poteva quindi valere il ragionamento contrario, se ed in quanto le due popolari si fossero attenute ai medesimi parametri valutativi di cui si erano avvalse negli anni precedenti.
La stabilità dei parametri di valutazione era stata una delle chiavi del successo in passato: i risparmiatori amano rendimenti costanti e prevedibili, quindi poteva dirsi che costituiva parte del patrimonio delle due banche mantenere questa reputazione di affidabilità e di prevedibilità che aveva consentito a tutte e due le banche di raccogliere denaro come e quanto volevano. Addirittura meglio che se fossero state quotate in borsa. Non è difficile immaginare che la vicinanza geografica e la rivalità tra le due banche abbia anch’essa contribuito: Vicenza e Veneto Banca hanno molte migliaia di soci in comune e comunque condividono buona parte dello stesso territorio.
L’excusatio petita. Sarebbe mai potuto accadere che uno dei due, tra Consoli e Zonin, si fosse presentato ai soci dicendo: “le cose sono andate male per tutte le banche, abbiamo fatto troppi investimenti a prezzi eccessivi, le sofferenze sono cresciute per tutti, serve nuovo capitale per mantenere solida la banca, quindi proponiamo di svalutare le azioni del 50% e di aumentare il capitale”? L’altro avrebbe fatto lo stesso o avrebbe offerto al pubblico ludibrio il concorrente continuando a rivalutare il prezzo delle azioni? Non è difficile immaginare che chi si fosse mosso per primo, senza l’accordo con l’altro, avrebbe finito quello stesso giorno la sua carriera bancaria: un re Mida nella polvere, come la storia della finanza ha avuto modo di vedere molte volte. Nessuno dei due ha avuto quel coraggio ma con una grande differenza: mentre Consoli dal 2012 (e forse anche da prima visto che nell’ispezione precedente fu l’unico della banca – e per la prima volta – ad essere sanzionato) aveva perso in modo evidente il consenso della Banca d’Italia, Zonin fino a che l’azione della BCE non è divenuta inarrestabile ha continuato a raccontare che stava un giorno per salvare la Cassa di Risparmio di Ferrara, un altro giorno lanciava l’OPA sulla Popolare dell’Etruria per non dire di quando a fine dicembre 2013 convocò Consoli ed il presidente di Veneto Banca e diede loro un ultimatum per consegnare Veneto Banca alla Popolare di Vicenza.Ancora a dicembre 2014 la Popolare di Vicenza apriva un nuovo sportello a Napoli: come se potesse essere ancora considerata una banca sana ed in espansione.
Chissà se a Napoli avvertivano tanta urgenza di avere uno sportello di Popolare Vicenza. Siamo giunti ai giorni nostri e la vicenda è tutt’altro che conclusa. Le ombre lunghe di tanti errori e tante insufficienze si protenderanno per molto tempo avanti a noi. La ricchezza distrutta è immane, l’impoverimento di finanza dedicata alla comunità veneta e in particolare alle imprese rischia di qui in avanti di avere effetti gravissimi. In conclusione. La chiusa che proponiamo al lettore vuol dichiaratamente essere una provocazione a riflettere: posto il nullo profilo riformatore espresso dal Nord Est, la questione di fondo non attiene forse a una complessiva inadeguatezza dei modelli di governance nel sistema popolari e nel modo in cui sono stati interpretati dentro e fuori – chiamando in causa dunque i regolatori e le autorità vigilanti? Possibile che il Veneto riformista dovesse essere sorpreso dalle riforme forzate anzi imposte dal governo Renzi in tema di banche popolari?

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2 commenti

  1. Giulio Carlini
    Inviato giugno 14, 2016 alle 5:10 pm | Permalink | Rispondi

    Buon articolo, faccio pero’ notare che un Ufficiale della Repubblica e’ uno scalino sopra al Cavaliere, non viceversa.
    Francesco Iorio e’ inadatto al ruolo che gli e’ stato affidato, e’ solo uno ‘scalper’ non un ricostruttore. Ha deciso la chiusura degli uffici esteri della Pop Vicenza, che vanno benissimo e che creano profitti per la banca e per l’industria vicentina e pratese. Oltretutto costano quattro soldi. Una decisione miopie che avra’ conseguenze pesanti sulla banca.
    saluti

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