Fabbriche di soldi e WCM

Un interessante articolo di Luca Vignaga su VeneziePost (v. in calce) ci racconta cos’è la WCM (World Class Manufacturing) attraverso il cui modello operativo Marchionne ha trasformato un’azienda in condizioni precarie in una fabbrica globalizzata e simbolo di efficienza.
Un analogo modello, mutatis mutandis, non potrebbe essere utile anche alle fabbriche di soldi, come le banche, e/o alle fabbriche di servizi finanziari come le SGR.
Il settore creditizio-finanziario italiano infatti sta passando un periodo di notevoli difficoltà indotte dalle trasformazioni richieste nel mondo: tassi di interesse e di rendimento vicini allo zero se non negativi, storiche carenze di fondi propri, dimensioni lillipuziane che rispondono esclusivamente ad interessi locali e non all’interesse delle imprese di credito, mercati sempre più internazionalizzati, vigilanza unica europea, Basilea 4, ecc.
Forse anche per questo settore sarebbe necessario un `cambio di occhi’ e non solo un cambio di occhiali.
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Come fare le fabbriche oggi ce lo insegna Marchionne (di Luca Vignaga, in VeneziePost 21 marzo 2016)

Si sa, Marchionne è uno che divide il dibattito. Chi lo ritiene un mago della finanza, chi un grande negoziatore, chi un leader a tutto tondo. Chi, invece, pensa che sia un arrogante, molto fortunato e dedito solo alle sue stock option. Pochi, in realtà, lo conoscono come ”un uomo di fabbrica”. Eppure la rinascita di FCA si interseca indissolubilmente con l’evoluzione  delle “sue” fabbriche. E non è una storia di cassa integrazione, contratti di solidarietà o licenziamenti. E’ una storia targata WCM. Andiamo con ordine. Marchionne arriva nel 2004 con una FIAT che fattura 24 Miliardi e perde 1 Miliardo all’anno, e capisce tre cose:  l’azienda sta andando verso un abbraccio mortale con General Motors; l’indebitamento è drammatico; le fabbriche, eccetto Melfi, sono un disastro. E se le fabbriche sono un disastro, cioè sporche, disorganizzate, poco illuminate, il prodotto finale non può che risentirne. Marchionne parte da qui e incrocia, nel suo management by walking  per i vari stabilimenti del gruppo, due manager molto diversi tra di loro: Stefen Ketter e  Luciano Massone, il primo un tedesco, il secondo un italiano.  I due convincono Marchionne che la WCM (World Class Manufacturing) può essere una soluzione per risolvere  uno dei tre problemi evidenziati: le fabbriche.    Dal 2006 Marchionne diventa il primo testimonial interno della WCM e porterà, 10 anni dopo, la Fiat, nel frattempo divenuta FCA, ad essere una vera e propria eccellenza nel campo industriale. Il risultato è che oggi sono i giapponesi e i tedeschi a studiare il “case history FCA”. Ma cos’è la WCM?  E’ un insieme sinergico di pratiche, di tipo, tecnico, organizzativo e gestionale che punta al miglioramento e innovazione dei modi di lavorare in fabbrica. Qui però non ci interessa analizzare i metodi o gli strumenti della WCM, ma provare a trarre qualche spunto utile per le nostre fabbriche nordestine.

1) Occhi nuovi. Le fabbriche sono un organismo vivente che mutano più o meno velocemente. Anche quelle che non sono oggetto di investimenti in nuovi macchinari, cambiano pelle. Troppo spesso  si sente dire dai tecnici che le conducono “non si può fare in modo differente”. La storia della WCM è prima di tutto la storia di  uno sguardo diverso, di un punto di vista differente, capovolto.  Il duo Ketter-Massone cambia gli occhiali, e la prospettiva, e lo fa con una determinazione di chi vuole ribaltare le cose predeterminate.

2) La lotta agli sprechi è una questione etica. Oggi tutti noi rincorriamo il mito dell’efficienza che rischia di essere un mito sterile. La vera battaglia da fare è la lotta agli sprechi perché dentro a questi vi è il rilassamento, il pressappochismo,  la mancanza di un rigore etico dei singoli operatori nei confronti del loro lavoro e degli oggetti che usano. Può apparire strano accostare l’etica agli sprechi ma non è così: chi spreca deruba tempo e risorse agli altri, a se stesso e al futuro.

3) Misurazione = progresso. Noi siamo un popolo che fa della “relazione con l’altro” il suo punto di forza: questo ci rende, ad esempio,  così bravi nelle esportazioni. Nonostante l’apparato linguistico non sia dei migliori, a causa di una scuola anche adesso molto carente su questo punto, sei certo che nei posti più sperduti e lontani del mondo  trovi un imprenditore nordestino che va a vendere i sui prodotti. Tutti a dire, quindi, che la “verifica certificata” e “la misurazione dei miglioramenti” non fanno per noi perché non rientrano nel nostro DNA. Il WCM applicato alle fabbriche italiane FCA dimostra il contrario, anche nel tanto denigrato Sud (vedi Pomigliano). Questo tabù si può sfatare e può essere un vantaggio competitivo.

4) La tecnica è nulla senza le persone. Pensare di introdurre sistemi di miglioramento senza il coinvolgimento, in primis, delle persone è pura follia. Spesso i sistemi WCM, Lean,  Kaizen o Six Sigma partono, anche nelle nostre realtà, ma si traducono in fallimenti o si perdono nel tempo. Questo perché si è molto concentrati sulla cosa più semplice: la tecnica. Il presupposto va cambiato: prima si parte dalle persone, dal riattivare le relazioni, le arterie comunicative, il cuore pulsante della motivazione, poi si applicano i metodi e le procedure. Nel far ripartire il sistema circolatorio bisogna dedicare molta attenzione ai singoli ma altrettanto ai team e alla conseguente chimica che devono avere al loro interno. Sui team si gioca molto del successo di queste nuove culture organizzative.

5) Lavoratori manual-cognitivi. Gli operai in fabbrica saranno sempre meno, ma sempre più indispensabili. Che tu operi nel mondo dell’automotive, del chimico, del tessile o dell’agroalimentare, i cambiamenti in corso sulle diverse linee produttive richiedono un training mai sino ad ora visto. Non si tratta solo di affrontare macchine a controllo numerico o interloquire con i robot; quello che viene richiesto è una vera e propria “mobilitazione mentale” di tutti i partecipanti al processo produttivo. Sarà il caso che tutte le aziende pensino  a riaprire o costituire ex novo delle scuole interne di nuovi mestieri  per governare queste trasformazioni manual-cognitive.

Fiat è da sempre stata contestata in Italia per essersi fatta gli “affari suoi”, in questo caso l’esperienza WCM in FCA offre, per diffusione ed importanza,  ottimi suggerimenti per essere considerata anche nei nostri contesti.  Non a caso sarà oggetto di un confronto che si svolgerà al  Festival  Città Impresa, dal titolo provocatorio “Il modello Pomigliano funziona anche per le fabbriche del Nordest?”
Se qualcuno poi, prima o dopo l’incontro del 2 Aprile, volesse ulteriormente approfondire l’argomento, si consiglia la lettura di un recente libro (“Le persone e la fabbrica”, Guerini Next) scritto a seguito di una ricerca fatta su 5.000 lavoratori FCA italiani e promossa dalla FIM-CISL Nazionale.

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