Prospettive per il Veneto 2016

Un interessante articolo di Luigi Zingales (IlSole24Ore, 24 dicembre scorso) pone alcune questioni di non poco rilievo sul futuro economico-finanziario del NordEst italiano.

<<Se i bond di Banca Intesa a due-tre anni hanno un rendimento dello 0,7%, quelli di Banca Desio all’ 1,3 %, Veneto Banca paga il 3,3% e la Banca Popolare di Vicenza il 5,1%. La differenza riflette il premio per il rischio che il mercato richiede. Il problema è l’effetto che tali tassi avranno sul conto economico delle popolari venete.>>

È evidente che i costi delle banche per attrarre fondi aumentano e quindi, a parità degli altri costi e di ricavi, il margine di profitto si ridimensiona con conseguenze sui dividendi ma, soprattutto sul tasso di incremento del core del CET1.

Il che significa ridimensionare l’attività creditizia, che resta sempre contingentata dal livello del CET1.

Il ridimensonamento peraltro potrebbe realizzarsi ricomponendo il portafoglio crediti a scapito delle imprese o dei settori in via di decozione e a favore di quelli in via di sviluppo e più promettenti: questa potrebbe essere l’arena entro la quale si potrebbe dispiegare la competitività fra le due nuove SpA bancarie.

Anche a me sembra difficile pensare che entrambe le popolari possano sopravvivere nell’arena competitiva appena delineata:

<<Anzi, nel tagliare il credito le due popolari venete non hanno neppure la remora di perdere i propri clienti storici, perché i clienti non hanno dove andare. E per questo taglieranno di più.
Che fare?>>

Mi pare inevitabile un intervento di <<mani forti>>, cioè di banche adeguatamente patrimonializzate che lavorano su scacchiere internazionali per poter diversificare i rischi e per essere in grado di seguire i clienti sui mercati internazionali.

Ma anche in grado di  seguire i clienti sui mercati dei capitali: e qui si viene ad uno dei punti dolenti: tutti lamentano la severità delle banche ma nessuno, o troppo pochi, cercano finanziamenti sui mercati dei capitali e non penso solo ai finanziamenti a titolo di capitale (che richiederebbero una quotazione), ma anche e soprattutto al mercato obbligazionario (mini bond compresi).

Ma qui ci si scontra con il risultato degli anni in cui si è inneggiato al <<piccolo è bello>> per cui le strutture societarie delle imprese risultano inadeguate alle emissioni di strumenti finanziari.

Pensare che i due  bocconcini veneti siano facilmente digeribili da banche italiane, mi sembra continui a rispondere al famoso criterio `dell’italianità’ (Alitalia docet).

La questione così si sposta e diviene: quali finanziatori (banche, fondi, ecc.) hanno interesse a finanziare il NordEst? Il che non può prescindere da un passato che pesa come un macigno sulle prospettive di tutti:

<<Qualunque acquirente estero, informato sul livello di prestiti clientelari fatti dalle banche popolari, avrebbe la naturale reazione di bloccare il rinnovo dei prestiti fino a che non ha il pieno controllo della situazione. Ma questo può richiedere un paio d’anni. Con conseguenze molto negative sulla possibilità del Veneto di riprendersi.>>

Rimane inoltre importante la velocità con la quale le due banche si metteranno sul mercato: se il territorio presenta opportunità di investimento, nessun investitore mancherà di coglierla, indipendentemente da un’eventuale  <<clausola di salvaguardia del territorio>> che potrebbe essere percepita in modo non appropriato (visti i precedenti) e che comunque mi sembrerebbe difficile da far valere qualora non venisse rispettata.

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