Parole di B&F: i rischi dell’attività bancaria

I rischi dell’attività bancaria vengono commisurati al Pvig delle banche come stabilito fin dal 1988 dal Comitato di Basilea che ha iniziato i suoi lavori nel 1974 e che comprende una trentina di banca centrali fra le principali del mondo.

Il Pvig è dunque il perno sul quale deve girare una banca per fronteggiare i rischi della propria attività. I rischi principali sono i rischi di credito (dal 1988), i rischi di mercato (dal 1996) e anche i rischi operativi (con Basilea 2). Gli altri rischi verranno trattati a parte.

Rischi di credito

Si tratta del rischio che il debitore non paghi né alla scadenza  pattuita, né successivamente. Per questo, dal 1988, si è ritenuto di consigliare una svalutazione di tutti i crediti (compresi quelli in bonis) del 3%. Le svalutazioni dell’attivo dello Stato Patrimoniale (SP) si traducono in costi imputati sul conto economico (CE): a parità di ricavi, un aumento dei costi, riduce l’utile e quindi, a parità di dividendi, si riduce la quota di aumento dei fondi propri. Una politica aziendale prudente, dopo il 1988, avrebbe dovuto essere attenta ai dividendi, riducendoli, per aumentare il patrimonio.

Infatti, fin da allora, si era stabilito che le banche commerciali potessero erogare prestiti per un ammontare uguale a 12,5 volte il Pvig. I prestiti venivano, e vengono tuttora ponderati a seconda dei loro connotati giuridico-formali; spetta alla banca attivare misure di analisi del merito di credito per stabilire i connotati economico-finanziari degli affidamenti.

Dal 1988, dunque, le condizioni operative delle banche sono determinate dai seguenti fattori: la valutazione del merito di credito (fattore sempre presente), il Pvig, il volume massimo di prestiti ponderati concedibili (12,5xPvig). È dunque evidente che se i prestiti si deteriorano, bisognerebbe svalutarli e quindi caricare di costi il CE. A parità di ricavi, l’utile diminuisce e quindi bisogna fare attenzione alla distribuzione di dividendi perché riducono il tasso di incremento del Pvig.

Rischi di mercato

Per semplificare, si tratta del rischio di oscillazione dei tassi dell’interesse: queste oscillazioni si ripercuotono: a) nel valore dei titoli a tasso fisso e a tasso variabile e modificano le condizioni di convenienza nel detenere i titoli già in portafoglio o sostituirli (si tratta dei titoli del trading book); b) sui prestiti e sui depositi (sulle poste del banking book) negoziati a scadenza protratta e a tasso fisso, ponendo problemi di sottoutilizzo a fini di redditività.

Questo schema entra in vigore, progressivamente, dal 1996: anche gli strumenti finanziari sono ponderati ma, in quel periodo, i titoli di Stato sono considerati privi di rischio.

Rischi operativi.

Si tratta dei rischi di subire perdite a causa di disfunzioni inerenti le procedure, i sistemi controllo interno, l’inadeguatezza delle risorse umane, l’informatica. Vi rientrano le frodi, gli errori umani. l’iterruzione dell’operatività, ecc.

Basilea 2

Dopo circa un decennio di esperienza (1988-1998) si riconoscono alcuni gravi difetti del Primo Accordo (Basilea 1)  e si appronta un Nuovo Accordo (Basilea 2) che dovrebbe entrare in vigore il 1°gennaio 2008: in estrema sintesi, il Pvig deve fronteggiare sia i rischi di credito (12,5xPvig) e i rischi di mercato, sia i rischi operativi. La crisi che sopraggiunge non consente l’applicazione dell’Accordo e si passa direttamente ad una sua revisione che viene oggi denominata `Basilea 3’.

Basilea 3

La crisi evidenzia che l’elemento critico più rilevante di tutti gli accordi precedenti sta nella configurazione del Pvig: la grandezza comprende troppi elementi spuri, cioè troppi elementi quasi equity (per dirla con un termine oggi di moda troppe O. subordinate rispetto al NP).

La maggior parte degli elementi spuri viene così drasticamente ridotta di modo che il peso relativo del NP, cioè del CET1, aumenta (siamo intono alla fine del 2010): i tempi per mettersi in regola sono fissati per la fine del 2105.

Altri elementi fondamentali del Basilea 3 attengono alle seguenti considerazioni:

a) l’attestarsi sui livelli patrimoniali minimi non assicura una sufficiente copertura dei rischi proprio perché essi si modificano incessantemente;

b) la questione della pro-ciclicità dei requisiti patrimoniali: se il Pvig aumenta solo per effetto dell’incremento del capitale sociale e degli utili accantonati, e le fasi negative riducono gli utili, si caricano tutti gli incrementi sul solo capitale sociale;

c) è necessario tenere conto, oltre che della consistenza delle poste di bilancio, anche della liquidità degli attivi e della esigibilità dei passivi, il che si risolve con un approccio di gestione integrata dell’attivo del passivo (Asset Liability Management – ALM).

Per approfondimenti è consigliabile iniziare dalla Circolare aggiornato n. 285/2013 e poi seguire i riferimenti puntuali agli altri provvedimenti emanati nel 2010.

 

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