Obbligazioni `sicure e senza rischio’: alias azioni non quotate

Su Econopoly di oggi si può leggere il seguente articolo ove una studentessa, Eleonora S., lamenta le perdite subite dai suoi familiari a seguito dell’acquisto di obbligazioni subordinate di Banca Etruria, una delle quattro banche `salvate’ dal Fondo di Risoluzione italiano (di cui mi son occupato qui).

La lettera è sintomatica di analoghe lagnanze diffuse fra gli azionisti-soci e obbligazionisti subordinati di VB e di BpVI: i risparmiatori sono stati traditi e, nonostante l’art. 41 della Costituzione, sono chiamati a pagare (in questo caso anche prima del bail-in).

Di fronte a questi eventi, che si configurano proprio come tragedie quando riguardano piccoli risparmiatori che hanno confidato sui consigli della banca di fiducia che frequentano da più lustri, non si può che essere solidali col cuore; la solidarietà però viene meno quando si tratta di usare il portafoglio.

Usare il portafoglio, in questo caso e in casi analoghi, significa però porre a carico della fiscalità generale le perdite subite da alcuni risparmiatori; cioè porre le perdite subite dai clienti di Banca Etruria a carico di altri risparmiatori che forse nemmeno sanno dell’esistenza di quella banca locale.

Così la questione diventa sempre la solita: chi paga i dissesti delle banche? Lo Stato e/o la Banca d’Italia si è detto per lungo tempo! Ma recentemente si è deciso che non deve essere più così: paga chi, pur inconsapevole, ha assunto il rischio di perdere. E cioè, in ordine gerarchico: a) chi ha comprato le azioni, per le quali da sempre non è prevista una remunerazione dovuta né una scadenza; b) gli obbligazionisti subordinati che hanno comprato titoli molto vicini alle azioni; c) i correntisti titolari di depositi superiori ai 100mila/€; d) gli obbligazionisti non subordinati.

Queste sono le regole in vigore anche se, purtroppo, sono poco note. Il pubblico, in genere, non le conosce perché sostituisce l’informazione su questi oggetti finanziari con la fiducia riposta nello sportellista della banca (sia esso direttore, sotto-direttore, capo di qualcosa, ecc.). E il pubblico pensa che lo sportellista sia consapevole di quello che vende, dei consigli di cui è prodigo, solo perché `lavora in banca’. Ma così non è: lo si è visto negli anni con i casi delle cartelle fondiarie, i titoli argentini, russi, Parmalat, Cirio, MPS, Lehman Brothers e via elencando.

E non sono in queste condizioni soltanto i piccoli risparmiatori, ma anche i `grandi’, cioè quelli che perdono in valore assoluto più di tutti gli altri e che, costituendosi in associazioni, dichiarano per primi di confondere l’informazione sugli oggetti finanziari sui quali hanno investito con la fiducia nell’amico di turno. Però continuano ad opporsi al mercato.

Come è noto l’Art 47 comma 1 della Costituzione italiana recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”.

Cioè `il risparmio’ e non il singolo risparmiatore: se così non fosse, tutelerebbe ogni risparmiatore che investe in qualcosa di rischioso e quindi tutelerebbe perfino gli strumenti finanziari degli emittenti.

E qui la questione si fa più complessa: basti pensare che il bail in (destinato ai clienti delle banche in liquidazione) non garantisce i componenti gli Organi delle banche medesime (TUB, art. 96 e segg.) anche se, l’eventuale liquidazione avviene dopo qualche anno dal commissariamento, per cui tutti hanno la possibilità di scindere i loro averi in pezzi di ammontare inferiore ai 100mila/€. Eppure non si pone ancora mano al TUB.

 

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