Fondo interbancario di Tutela dei Depositi e bail in

La questione del Fondo interbancario di Tutela dei Depositi è sempre stata problematica: perfino nel corso dell’Assemblea Costituente il dibattito fu acceso e profondo perché non si riusciva ad uscire dalla conclusione perentoria di Maffeo Pantaleoni secondo il quale i salvataggi delle banche o sono a carico  dello Stato o sono a carico della Banca d’Italia (cito a memoria) (1).

Quando il Fondo venne istituito in Italia, intorno al 1985 (2), il problema si ripropose pari pari anche perché in quel periodo le banche italiane pubbliche controllavano la stragrande maggioranza del mercato bancario e quelle private non erano contenibili in quanto non quotate. In sostanza il sistema era una `foresta pietrificata’ e i dissesti andavano tutti a carico, per l’appunto, dello Stato o della Banca d’Italia (nel 1974, fra l’altro, era stato promulgato il `Decreto Sindona’ per fronteggiare il dissesto della Banca Privata).

Oggi il mercato bancario può essere considerato, più propriamente, un settore piuttosto che un sistema dato che le banche sono prevalentemente private e prevalentemente contenibili (salvo quelle micro come le BCC). Il Fondo è però rimasto sostanzialmente quello iniziale. Inoltre, ogni volta che si cerca di ricorrervi, i partecipanti si chiedono sempre perché debbano intervenire a fronte di dissesti di società bancarie terze condotte al dissesto da improvvidi Organi sociali.

Per questo motivo si prevede una riforma statutaria (v. sub [3]) nel tentativo di approntare strumenti atti a fronteggiare il dissesto delle quattro banche che non riescono ad uscire dal periodo di comissariamento: Banca Marche, CR FE, CR CH e Popolare dell’Etruria.

La Commissione europea però pone qualche problema perché sente odore di aiuti di Stato: sotto un certo punto di vista non si può darle torto perché il settore, già sotto-capitalizzato, forse non dispone di risorse adeguate per i previsti interventi di salvataggio e forse non è il caso che le nuove disposizioni in tema di bail in abbiano effetto `sostanzialmente retroattivo’. Il mix di questi aspetti può non essere irrilevante per l’impatto che potrebbe avere nei conti dei 215 partecipanti al Fondo i quali già sono alle prese con scarsa redditività e scarse risorse patrimoniali.

Effetto `sostanzialmente retroattivo’ del bail in, dicevo perché il T.U. Bancario non si riferisce a banche commissariate ma a banche in liquidazione coatta amministrativa (art. 96bis), il che non è, per il momento.

In ogni caso, la bagarre di questi ultimissimi mesi intorno a queste aziende di credito è stata tale per cui tutti dovrebbero aver avuto la possibilità di mettersi al riparo e cioè di trasformare i loro crediti in importi al di sotto dei 100.000€.

Per cui, supponendo che tutti i debiti delle banche citate siano al di sotto dei 100.000€, la loro liquidazione dovrebbe garantirli direttamente e tramite il Fondo cioè attraverso l’intervento dei 215 partecipanti; d’altra parte l’uscita dal commissariamento delle 4 banche richiederebbe la ricapitalizzazione da parte delle aziende di credito che agiscono autonomamente.

L’effetto domino sui fondi propri è evidente e la soluzione non si presenta semplice.

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(1) M. Pantaleoni, La caduta della società generale di Credito Mobiliare, ristampa, Giuffrè, Milano 1977.

(2) P. Biffis, La tutela dei depositi bancari, in Atti del II incontro di Rocca Salimbeni Per il cinquantenario della Legge bancaria (1936-1986), in `Note Economiche del Monte dei Paschi di Siena’, n. 3/4, 1986.

[3] Il Fondo interbancario convoca i soci per il nuovo statuto (Marco Ferrando, IlSole24Ore, 19 nov. 2015).

Meglio due miliardi oggi che il rischio di doverne sborsare dodici domani. Cioè quando Banca Marche, Cassa di risparmio di Ferrara, Popolare Etruria e CariChieti potrebbero trovarsi a testare la dura legge del bail-in, con il “sistema” chiamato a tutelare i depositi fino a 100mila euro (che nelle quattro banche valgono, appunto, circa 12 miliardi). È per questo motivo che le banche sane si preparano ad affrontare il salvataggio delle quattro cugine attualmente commissariate: un’operazione onerosa e complessa, ma che – come ha confermato ieri il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli – il sistema italiano del credito sembra ormai convinto di dover affrontare. Anche a costo di andare allo scontro con la Commissione europea, che sente “puzza” di aiuti di Stato.

Il tempo è poco e la materia è nuova, pertanto sulle modalità di attuazione del salvataggio, al momento, rimangono sul tavolo diverse ipotesi. Compresa quella che prevede l’apertura di una procedura di risoluzione per i quattro istituti: in quel caso, la palla passerebbe alla Banca d’Italia, che in Italia svolge il ruolo di Autorità di risoluzione e che pertanto riceverebbe “poteri speciali” che consentirebbero di bruciare alcune tappe (come ad esempio la convocazione delle assemblee).

La prossima tappa, in ogni caso, sarà il 26 novembre. Giorno in cui il Fondo interbancario, regista dell’operazione, ha convocato a Roma l’assemblea dei soci. Secondo quanto appreso da fonti bancarie, ieri alle 215 consorziate è arrivata una convocazione con due punti all’ordine del giorno: la modifica dello statuto per introdurre la possibilità di interventi ex ante e «uno schema di intervento volontario con contributo aggiuntivo»: proprio quest’ultima, nei fatti, al momento sembrerebbe la soluzione più facilmente (e celermente) percorribile. Per evitare lo stanziamento di ulteriori somme da parte delle consorziate, il Fondo nella sostanza proporrà ai soci di agire in prima persona per gli aumenti di capitale delle quattro banche, reperendo il miliardo e mezzo necessario con la linea di credito già validata da Intesa, UniCredit, Mps, Banco, Ubi, Bpm e Bper. Le prime sette banche, in sostanza, si troverebbo a finanziare l’acquisizione da parte del Fondo di alcune quote partecipative, che successivamente dovrebbero essere messe a bilancio e andare incontro a progressive probabili svalutazioni, ma dal punto di vista dell’esborso cash si tratterebbe, per loro e per le altre consorziate, di una soluzione non troppo onerosa.

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