Effetto `domino’ del crollo dei valori azionari.

Un interessante articolo di D. Cunego (v. in calce) illustra con un esempio calzante il possibile effetto `domino’ della riduzione dei valori delle azioni delle popolari non quotate: l’esempio può essere applicato a qualsiasi diminuzione dei corsi dei titoli detenuti dal qualsiasi impresa.

Il problema si pone perché, in bilancio, le azioni (come tutti gli strumenti finanziari quotati) vanno iscritte al loro valore di Borsa (e, se non ricordo male, al valor medio dell’ultimo mese dell’anno).

Quelle non quotate andrebbero dunque al valore dei titoli quotati similari (fair value).

Non si tratta di norme positive ma di `regole’ che derivano dai principi contabili (IAS/ISFR) che a loro volta si fondano su criteri di sana e prudente gestione. Ad esempio, da notizie di stampa si è appreso che il Presidente Zonin, nel bilancio della società vinicola di sua proprietà, avrebbe valutato la partecipazione in BpVI all’ultimo prezzo stabilito dagli Organi della banca ritenendone la congruità dato che si tratta di un valore temporaneo.

Resta il fatto che una diminuzione dei valori azionari comporta un effetto `domino’ sul patrimonio di chi li detiene perché le imprese vedono diminuire il valore dei loro attivi senza avere il tempo di ridurre, a compensazione, i loro debiti. Così se queste imprese erano meritevoli di credito, ora lo sono meno, o molto meno, o per niente (dipende da quanto vengono svalutati quei titoli): infatti il patrimonio a fronte del rischio d’impresa si è ridotto.

La catena sembra senza soluzione di continuità: riduzione del patrimonio, riduzione della capacitò di credito, ridimensionamento dell’attività d’impresa, ecc.

La catena appena riassunta ha però due gravi difetti: 1) ipotizza per il futuro la `parità di condizioni’ (ceteris paribus) che invece cambiano sempre; 2) prende per esauriente il bilancio.

I due difetti sono difficilmente superabili: il primo, perché dà la possibilità di scoperchiare il vaso di Pandora che si aprirebbe qualora si rinunciasse all’ipotesi: siccome le condizioni cambiano e il futuro è nelle mani degli dei, si può al limite ipotizzare che nulla sia cambiato.

Al secondo difetto, però, gli studi manageriali hanno cercato di porre un rimedio che si può sintetizzare in uno slogan che suona più o meno così: cash is king, prfoit is an opinion (Copeland, 1990).

Gli studi manageriali, cioè, hanno fronteggiato il secondo problema scindendo l’attività delle imprese in `attività tipica o caratteristica’ e `altro’ (e qui ci si riferisce alle attività patrimoniale, finanziaria, straordinaria, ecc.). Effettuata questa scissione: a) si riclassifica il bilancio scindendo le attività; b) si cerca di osservare il contributo di ciascuna di queste attività all’utile dell’impresa; c) si cerca di  osservare quanto ciascuna attività influisce sulla `Cassa’.

Il punt b) conduce a costruire i cosiddetti ‘margini di contribuzione’; il punto c) conduce alla costruzione del `rendiconto finanziario’.

Un’analisi del merito di credito (e quindi, per quanto riguarda le banche, un’analisi del rischio da assumere) ha dunque molti strumenti per essere oggi circostanziata e per condurre ad una consapevole assunzione di rischi finanziari e di credito da parte delle banche.

Nel caso di specie, l’effetto `domino’ verrebbe interrotto perché l’attività caratteristica di un produttore di vino, di scarpe, di meccanica, di software, ecc. non ne verrebbe influenzata. Le imprese dei settori finanziario e assicurativo vedrebbero invece influenzata la loro attività caratteristica.

Dal che si deduce che è alquanto rischioso per chi produce merci entrare nel settore finanziario, a meno che non disponga di competenze specifiche su quei rischi.

Molte sono le obiezioni che si possono addurre: ad esempio le PMI, le micro-imprese, gli artigiani, i commercianti, le coop, i risparmiatori, ecc.

Quanto alle PMI, dopo avere osservato che in Italia vi sono circa 5-6 milioni di imprese, che Mediobanca da decenni censisce 4-5mila imprese medio-grandi e che circa 300 imprese sono quotate a Milano, mi chiederei se abbia ancora senso parlare di PMI (cioè il 98-99% delle imprese italiane) invece che di Imprese tout court.

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Dalle crisi popolari, effetto domino sulle pmi (di Daniele Cunego, VeneziePost 10 nov. 2015)

L’applicazione della teoria delle asimmetrie informative da parte dei banchieri fornisce loro il dono della veggenza. Le parole di Giovanni Sabatini, direttore generale dell’Abi, nel marzo scorso davanti la commissione senatoriale finanze e tesoro erano chiare: «Le nuove norme comunitarie combinate con quelle italiane rendono più difficile il ricorso al credito bancario per i più deboli tra i prenditori in bonis». La storia è nota: dal 2009 al 2015 i “normatori” hanno sfornato oltre 250 documenti di consultazione – 120 domestici e 130 europei – creando anche un po’ di difficoltà per la gestione delle banche, ipotizzando pure la fine della banca universale (ossia quella che può fare tutto) con la creazione di nuovi soggetti specializzati. Ma la preoccupazione dell’Abi è di un nuovo credit crunch, anche per l’eccesso di norme, per le piccole realtà imprenditoriali.

Esiste un collegamento tra il merito creditizio – ossia la valutazione della banca sul patrimonio, aziendale e personale dell’imprenditore – e il credit crunch? Se l’imprenditore ha investito somme in azioni di banche non quotate (e quindi non liquidabili immediatamente) il cui valore si è contratto notevolmente, cosa potrebbe accadere?

La risposta la troviamo in un semplice esercizio di ragioneria. Una piccola società di capitali aveva sottoscritto (e pagato) azioni di una banca non quotata a 100. Avendo registrato una contrazione di valore di 25 (ma non potendo venderle) segna una prima svalutazione (leggasi perdita) a bilancio di pari importo. Nell’anno successivo le azioni vengono quotate nel mercato regolamentato (leggasi Borsa Italiana) ed il prezzo registrato scende a 25. Quindi la società deve rimettere mano ai propri conti segnalando un’ulteriore perdita di 50. Ma se per effetto di questa perdita complessiva di 75, la società chiude il proprio bilancio in negativo, cosa potrebbe accadere nei rapporti con le banche affidanti? Queste hanno valutato il merito creditizio con un rating, tale indice subisce un drastico deterioramento con un conseguente aumento dei tassi d’interesse ed un potenziale credit crunch (leggasi difficoltà di ottenere nuove linee di credito). Medesima storia se le azioni sono in capo all’imprenditore personalmente in quanto il merito creditizio è univoco.

Le società e gli imprenditori che hanno in portafoglio azioni di banche non quotate ma prossime alla quotazione, diventerebbero potenzialmente “soggetti deboli”, con l’aumento certo di un deterioramento del credito (leggasi insolvenze), primo passo verso le più diverse procedure concorsuali alle quali si sommano cospicue perdite di posti di lavoro. Se riuscissimo a creare un modello localizzando le macro-aree ove insistono i soci delle banche con azioni illiquide, ed ipotizzassimo una perdita mediana del 60 per cento del valore delle azioni post quotazione, potremmo calcolare quanta ricchezza è stata bruciata in un tempo così ridotto.

Tale ricchezza supportava, per buona parte, gli affidamenti che il sistema bancario garantiva alle piccole e medie imprese. Se il nostro modello ipotizza la contrazione di un posto di lavoro per ciascun azionista residente nella macro area, per le conseguenze del credit crunch, il calcolo dei potenziali nuovi disoccupati appare semplice.

Questo è un rischio domino (che qualcuno potrebbe definire sistemico) forse sottovalutato o volutamente dimenticato per non creare allarmismo. Nel frattempo le sofferenze bancarie (lorde) ferme a 183,7 miliardi al gennaio 2015, potrebbero ingrossarsi. L’associazione dei banchieri presume che «nel triennio 2014-2016 le rettifiche sui crediti assorbiranno i 2/3 del risultato di gestione». E se lo dicono loro c’è da crederci.

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