Perché al mercato comprerò azioni VB.

Cristiano Carrus, AD di VB, ha incontrato i dipendenti ed ha lanciato alcuni messaggi che mi appaiono convincenti tanto da indurmi a riflettere sull’opportunità di investire in azioni VB, non appena saranno quotate.

Le argomentazioni che mi sono sembrate maggiormente convincenti sono quelle più dure e ineluttabili,  più o meno elencate nell’articolo che riporto in calce (v. [1]). Le chiavi di volta sono:

a) la conferma della decisione di perseguire la strada della quotazione e della trasformazione in SpA (sul velleitarismo di chi conta sul TAR v. art. in calce sub [1]);
b) il richiamo al merito di credito della clientela da affidare;
c) il riferimento agli eventuali <<noccioli duri>> per quanto riguarda la futura governance;
d) la decisione di dismettere le partecipate non redditizie;
e) la decisione di individuare percorsi che agevolino coloro che non potendo esercitare il diritto di opzione, lo venderanno senza disfarsi delle azioni.

Un altro segnale importante, ma rivolto a chi guarda al passato e ha velleità revansciste, è quello relativo alle paventate azioni di responsabilità: per ora, non vi sono gli estremi, ha dichiarato. Al pubblico non resta che la magra consolazione di ricordare, una per una, le persone che, partecipando agli Organi, hanno gestito la banca negli ultimi vent’anni.

Le prospettive messe in campo, pur non sembrandomi banali in se stesse, in quanto investimenti vanno confrontate con le prospettive di rischio/rendimento di investimenti alternativi per i prossimi 2-3 anni.

E qui è molto più difficile argomentare perché bisogna ipotizzare il futuro sulla base dello scenario che riusciamo a percepire oggi.

Penso che il tasso di crescita dell’economia sarà lento perché l’ingente massa di liquidità immessa nel sistema, da parte della BCE, giunge e giungerà con difficoltà alle imprese per un motivo semplicemente tecnico: la BCE immette liquidità comprando strumenti finanziari che sono a mani delle banche. Ma queste ultime non detengono strumenti emessi dalle imprese perché esse non si avvalgono del mercato finanziario: come si sa il nostro sistema è banco-centrico e per questo è vittima del capitalismo di relazione, cioè della palude, né si vedono segnali di crescita del mercato dei capitali.

Il vantaggio di avere tassi dell’interesse estremamente ridotti, se non negativi (i depositi delle banche presso la BCE vengono oggi remunerati al -0,2%), implica rendimenti pure ridottissimi anche di altri strumenti finanziari, per non parlare dei titoli di Stato: il che quindi, nel confronto, agevola i rendimenti futuri, pure previsti ridotti, delle azioni di VB.

Così oggi mi appare lo scenario, peraltro confermato dal Presidente Draghi che ha dichiaro di avere allo studio altri provvedimenti a partire dal dicembre prossimo. Fino a che l’inflazione non riparte, la ripresa sarà lenta.

Potrebbe essere questa l’occasione che le imprese potrebbero cogliere per quotarsi e per approfittare del mercato dei capitali; le banche potrebbero così svolgere anche l’attività di credito mobiliare, oltre che quella del credito ordinario, data la possibilità di farsi rifinanziare dalla BCE a tassi oggi irrisori. Ma questa è un’iniziativa che spetta alle imprese.

Resta comunque il fatto che qualsiasi investimento richiede attenzione continua e anche l’investimento in nuove azioni di VB richiederà una maggiore e continua attenzione alla governance. in modo da percepire per tempo gli scivolamenti verso la palude.

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[1] Veneto Banca, l’annuncio di Carrus «Piano di welfare per i piccoli soci» (di Federico Nicoletti, Corrire del Veneto 24 ottobre 2015).

«Voglio fare presto. Questo incubo deve finire presto. E ad aprile 2016 saremo tutt’altra cosa». Parla per un’ora e mezza a braccio, Cristiano Carrus, amministratore delegato della popolare di Montebelluna, strappando alla fine un lungo applauso.

Di fronte a oltre duemila dipendenti, a villa Spineda di Volpago del Montello, quella di solito dedicata alle assemblee, negli anni precedenti ai tendoni, nel terzo appuntamento con la rete in una settimana, dopo Bari e Fabriano. Deve spiegare il nuovo piano industriale e ricaricare la rete, il manager succeduto a Vincenzo Consoli e alla guida della popolare da tre mesi. Lo fa a suo modo, con un linguaggio ruvido, ma con trasparenza, senza nascondere nulla della situazione e dei sei mesi difficili che attendono Veneto Banca di qui alla Borsa. L’obiettivo è far girare il clima, mostrare le opportunità, in una convention intitolata non a caso «A testa alta con coraggio». «I problemi non sono piccoli e non si risolvono in un secondo. Ma basta con questa saudade , questa tristezza che ha preso tutti. Ci siamo ritirati a leccarci le ferite ma non possiamo continuare. Non ho accettato questo incarico per portare la banca sugli scogli. Basta guardare nello specchietto retrovisore: non mi interessa il passato, ma il vostro futuro. Noi ce le faremo», scandisce Carrus.

Che rivela poi un motivo per essere fiducioso, nonostante tutto. Rivelando quanto sia costato il blitz della Finanza il 17 febbraio: «Ci è costato un miliardo e mezzo di raccolta. Abbiamo rischiato in quel momento e nei due mesi successivi. Ma vi abbiamo lanciato la sfida e quel miliardo e mezzo è stato recuperato. Siete stati bravissimi».

Per questo Carrus dice una cosa, annunciando la chiusura della controllata irlandese, la revisione della rete e delle banche estere («troppe controllate e partecipate: basta») se non guadagnano, e per Bim l’aver «trovato un interlocutore serio» per rilanciare la vendita e perfino la possibilità di mettere sul mercato la quota di Arca «ma solo – precisa – con offerte irrinunciabili»: «L’unica cosa a cui non rinuncio è la rete italiana. È’ nelle zone migliori d’Itala e chi l’ha immaginata lì – dice con l’unico riferimento indiretto a Consoli – è stato lungimirante».

Poi rivendica fino in fondo Carrus il suo piano industriale. Compreso il taglio delle auto blu e delle spese. E soprattutto la scelta della quotazione tanto criticata e con tutti i rischi che comporta di ulteriori pesanti ribassi sul prezzo delle azioni: «Non c’è pezza, la soluzione è la Borsa senza se e senza ma. Avevamo pensato di essere protetti da una grande bolla protettiva che non c’è più. Io prendo posizione e sono favorevole a questo e alla trasformazione in spa. Chi trova un miliardo senza andare in Borsa? Poi anch’io spero come il mio collega di Popolare di Vicenza, Francesco Iorio, che il territorio risponda e metta i soldi per non diluirsi. E i grandi soci che incontro e con cui parlo li trovo convinti. Ben venga il nocciolo duro dei soci, ma ognuno deve fare il suo mestiere. E a noi spetta il compito di ridurre lo choc di andare in Borsa. Che non posso promettervi che non sarà importante».

Per chi potrà mettere i soldi, altrettanti di quanti ne ha già investiti, l’aumento e la Borsa potrà essere un’opportunità: «Il valore sono convinto che raddoppierà nel giro di due anni». Ma Carrus mette sul tappeto il nodo dei piccoli soci che l’aumento non lo potranno fare: «Vi garantisco che troveremo formule, sistemi di welfare per aiutare i piccoli soci.

Una parte degli investimenti dovrà andare ai soci che non potranno fare l’aumento». Carrus pensa a soluzioni come buoni benzina, telepass e servizi a prezzi vantaggiosi ai soci che non venderanno le azioni, pur non potendo fare l’aumento di capitale. Finanziare l’aumento ovviamente non è possibile. Si ricadrebbe in formule cassate dalla Bce e che anche Veneto Banca sta pagando. I 110 milioni di euro tolti dal capitale nella semestrale trattandosi di acquisto azioni finanziato dalla banca non sono ancora tutto. Quanto sarà la cifra finale? Carrus non la dà, ma si starà sotto i 500 milioni. Il manager invece smentisce la notizia di corsie preferenziali nel rimborso azioni ancora nel 2015: «Lo escludo per tutto l’anno». E sull’azione di responsabilità: «Per ora non l’abbiamo fatta -, dice il manager facendo capire che non ci sono stati gli elementi per farle – ma se troveremo cose la faremo».

Il resto è la necessità di rilanciare la banca. Carrus parla di 16 milioni di utile già nel 2016, di un credito che diminuirà in arco piano, «ma per le grandi imprese del 5%, aumentando invece del 5% per lo small business: vuol dire un miliardo in più per il territorio», e tagliare il costo del credito, con quei 7,2 miliardi di crediti deteriorati. «Ma andate a testa alta – dice Carrus ai suoi – avete tutto per farcela e niente d i cui vergognarvi».

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[2] Le fusioni? Prima è meglio trasformarsi in spa e aprire i cda ai soci forti (24 ottobre 2015).

Milano Finanza –  Quando a gennaio il governo annunciò la riforma delle banche popolari, il consolidamento del settore sembrava imminente. Invece oggi, a nove mesi di distanza, non si è neppure vista la prima mossa. Luigi Arturo Bianchi, ordinario di Diritto Commerciale alla Bocconi e socio dello studio d’Urso Gatti Pavesi Bianchi, sgombra il campo da un equivoco: la dilatazione dei tempi non è dovuta alla complessità tecnico-giuridica del processo.

Bianchi parla da specialista di tematiche di governance bancaria, senza contare che lo studio per cui lavora è coinvolto direttamente nella consulenza ai processi di aggregazione in corso.

Domanda. Bianchi, che problemi stanno incontrando le popolari?

Risposta. Sul piano tecnico la trasformazione in spa è un passaggio relativamente semplice, soprattutto per le quotate, e potrebbe venir perfezionata in pochi mesi. In realtà, la scelta di prendersi tutto il tempo consentito dalle autorità è dettata da valutazioni di opportunità e di strategie aziendali.

D. Eppure qualcuno paventa rischi legali in vista della decisione del Tar sui ricorsi.

R. Sarei molto sorpreso se il Tar accogliesse i ricorsi. Sono infarciti di argomenti politici e inconsistenti sul piano tecnico-giuridico. In ogni caso, l’obbligo di trasformazione è, allo stato, pienamente efficace e vincolante.

D. Sarebbe consigliabile far prima la trasformazione o le fusioni?

R. In teoria le due fasi possono andare di pari passo. Di fatto aver completato la trasformazione in spa, con l’abolizione del voto capitario, facilita di molto le fusioni. Ad esempio, rende più razionale e lineare la fase valutativa e della stima dei concambi e la definizione della governance post fusione.

D. Come andrà gestito il confronto con i soci?

R. La fase della trasformazione in spa è forse l’ultima opportunità per i dipendenti-azionisti di far pesare i propri voti, considerato che il passaggio deve venir deciso ancora con il voto capitario, e per di più con un quorum molto alto. Quanto ai soci istituzionali, credo siano soprattutto importanti le scelte industriali e della futura governance e come verranno motivate e comunicate.

D. Questi soggetti vorranno essere coinvolti nella nuova governance?

R. Credo di sì. Naturalmente la scelta se indicare rappresentanti tecnici, come ha fatto Vittorio Malacalza in Carige , o esponenti organici del socio dipenderà da valutazioni soggettive degli investitori. Senza dimenticare peraltro che la recente riforma dei requisiti degli esponenti aziendali delle banche ha alzato ancor di più l’asticella per l’ingresso in posizioni di vertice, sotto il vigile controllo di Bce.

D. È favorevole a rendere permanente il tetto del 5% ai diritti di voto?

R. La materia andrà valutata caso per caso. In alcuni casi il tetto può aiutare un’evoluzione virtuosa degli assetti proprietari e di governance, in altri ostacolare ulteriori processi di consolidamento.

D. Molti cda eletti con il voto capitario resteranno in carica dopo la trasformazione. C’è un problema di legittimità?

R. Direi proprio di no. Che cosa dovremmo dire altrimenti delle società che hanno anche di recente cambiato il socio di riferimento senza alcun impatto sui cda? Altro discorso è quello di valutare l’opportunità di una scelta immediata di discontinuità, pur se a mio parere è di gran lunga preferibile rinviare la materia all’indomani delle aggregazioni.

D. Vede un futuro per il sistema duale nelle aggregazioni in arrivo?

R. È possibile e, anzi, probabile, ma non credo per ragioni di efficienza del modello. Anche per mia esperienza diretta, è tutt’altro che il migliore dei mondi possibili, saluto dunque con favore la coraggiosa decisione di Intesa Sanpaolo  di passare al monistico.

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