Le performance delle banche `del territorio’

Può essere interessante leggere il seguente riassunto di L. Iezzi (LaRepubblica di oggi, v. in calce) sulle gesta delle banche `del territorio’: il giornalista si sofferma su alcuni piccoli giganti dissestati e  pesantemente condizionati da politicanti e da camarille locali. Purtroppo l’articolista trascura il MPS il cui territorio era molto più ampio e le molte BCC il cui territorio è molto più ristretto rispetto agli esempi addotti nell’articolo.

Finanziando gli amici degli amici non si distruggono solo le banche, ma si raziona anche il credito a carico delle imprese migliori: a me sembra che gli antidoti a questo andazzo potrebbero essere la quotazione in Borsa anche delle cooperative di credito, ove vi sia la distinzione fra soci (che fanno parte degli Organi decisionali) e azionisti, oltre che la loro contendibilità sul mercato.

Che il mercato sia la panacea non è sicuramente certo; ma un po’ di mercato potrebbe sicuramente contribuire ad una maggiore trasparenza, ad una migliore allocazione delle scarse risorse finanziarie, ad una migliore salvaguardia delle ragioni dei depositanti e ad un recupero di reputazione delle autorità di controllo.

I danni della palude (cioè del capitalismo di relazione) sono sotto gli occhi di tutti e coinvolgono tutti: è da augurarsi che almeno i manager ne stiano lontani per il bene delle aziende di credito.

Ma chi vuole il mercato? Non gli industriali, che hanno interessi contrapposti a quelli delle banche, non i sindacati che non si rendono ancora conto della rivoluzione telematica, non la politica che ritiene ancora che le banche prestino i depositi (cioè i loro debiti). Quanto alle autorità di controllo mi sembra tergiversino.

D’altra parte, si sa: la carne è debole.

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Ancona, Teramo e il Nordest quel filo unico che lega i “furbetti” delle Popolari (di Luca Iezzi)

I furbetti delle banche son tornati. O forse si erano solo spostati in piazze meno centrali e, come suggerisce l’inchiesta dei giudici di Spoleto, meno controllate dalle autorità di vigilanza.

Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare di Spoleto, Cassa Ferrara, Carige, Cassa risparmio di Teramo, Banca Marche, tutte sull’orlo del collasso e tutte hanno prodotto inchieste giudiziarie. Sotto la comoda coperta delle relazioni di provincia e la retorica dell’economia del territorio da sostenere ad ogni costo, si ripeteva uno schema simile: un gruppo di manager interni, più una serie d’imprenditori e faccendieri esterni “prendevano possesso” delle chiavi della cassa della banca. Prestiti facili a chi era nella cerchia giusta che raramente si preoccupavano di restituirli. In contropartita gli imprenditori amici acquistavano, con una parte dei soldi prestati, azioni delle stesse banche che così risultavano anche più capitalizzate della realtà. I manager interni ci guadagnavano in potere e spesso anche direttamente nel portafoglio.

Non solo lo schema “prestiti facili a impreditori azionisti” si ripete, ma la ragnatela unisce le banche riproponendo gli stessi nomi. Un primo bandolo parte dalla Cassa di Risparmio di Teramo dove siamo già arrivati al rinvio a giudizio per 16 persone da parte del tribunale di Roma. Secondo i giudici «un sodalizio criminoso» ha sottratto oltre 220 milioni alla banca finita prima commissariata e poi “salvata” dalla Popolare di Bari. Perno del sistema di «associazione per delinquere transnazionale» l’ex direttore generale Antonio di Matteo (dal 2005 al 2011) e l’avvocato modenese Gianpiero Samorì.

Quando nel 2013 gli inquirenti cercano i soldi spariti dalla Tercas in «concessioni di finanziamenti al di fuori dei protocolli di garanzia previsti» li vanno a cercare anche nella popolare di Spoleto, che sarà commissariata dalla Banca d’Italia di lì a poco. Ma è l’avvocato modenese Samorì quello più bravo a muoversi su diversi tavoli, e non solo per l’avventura politica “alla Berlusconi” fondando “I moderati in rivoluzione” che ha ricevuto scarsi risultati in termini di consenso. Samorì era tra i clienti privilegiati anche a Montebelluna, dove Veneto Banca è ora costretta una difficile ristrutturazione dopo che il regno del direttore generale Vincenzo Consoli e del presidente Flavio Trinca si è concluso lasciando centinaia di esuberi e la necessità di un aumento di capitale. Nella sua città è stato espulso come socio della Popolare dell’Emilia Romagna per un tentativo di “acquistare” da un ex dipendente la lista soci della banca (processo in corso a Bologna).

Poi ci sono i controllori, Bankitalia e Consob, finiti a loro volta nell’occhio del ciclone. In tutte le inchieste, Tercas, Banca Marche e anche per Popolare Vicenza e Veneto Banca i manager si sono macchiati anche del reato di “ostacolo alla vigilanza”. In molti procedimenti le autorità si sono costituite parte civile, perché ingannate dalle comunicazioni ufficiali. Inoltre è quasi sempre grazie ai commissari inviati da Via Nazionale e alla loro collaborazione con gli inquirenti che le meccaniche e l’entità delle truffe emergono in tutta la loro interezza.

Sulla gestione dei salvataggi, però non mancano le ombre: ad Ancona gli azionisti sono sul piede di guerra perché nel 2012 un giudizio molto negativo di Bankitalia sul patrimonio viene nascosto dal management nel corso dell’aumento di capitale da 180 milioni rivelatosi inutile. La Consob ha multato il cda per questa omissione, ma resta il fatto che le due autorità non si sono parlate e alla fine i sottoscrittori hanno perso tutto. Ora Banca Marche va verso un nuovo aumento di capitale (800-1000 milioni probabilmente in gran parte a carico del Fondo Interbancario di garanzia).

Più clamorose le accuse sulla Popolare di Vicenza, in cui Banca d’Italia non avrebbe contrastato le scelte del presidente Gianni Zonin. Accuse che avevano tanto amareggiato il governatore Ignazio Visco da fargli dichiarare la settimana scorsa: «Bannkitalia è stata chiamata in causa più volte, e spesso sulla base di presupposti erronei, sbagliati, equivoci veri e propri. Chiariremo». Ora arriva la nuova tegola di Spoleto in cui secondo l’esposto presentato dai vecchi soci via Nazionale avrebbe spinto oltre il lecito per imporre il matrimonio con banco Desio, tanto da convincere proprio la Popolare di Vicenza a non intervenire sulla Bps (in cambio di una filiale a Torino). Ipotesi investigative, ma che confermano uno scenario di furbetti attivissimi e controllori un po’ distratti.

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