BCC: una indispensabile riforma

In questo w-e sono anch’io a Roma, alla Sapienza, per visitare questo splendido festival dell’innovazione che è il Maker Faire: per la terza volta in questa città si mette in mostra l’enorme laboratorio creativo che collega conoscenza digitale e artigianato.

In Italia, già da qualche anno, Stefano Micelli (un mio collega di Ca’ Foscari) aveva cercato di attirare l’attenzione sulla questione dell’innovazione per l’artigianato (Futuro Artigiano) e torna oggi sul tema  cercando di farci vedere quale sia il grande spazio, ancora disponibile davanti a noi, per fare impresa avvalendosi delle nuove tecnologie (v. in calce [2]).

Venendo qui, pensavo di vedere schierate una quantità di BCC (ex Casse Rurali e Artigiane, sic!) pronte a cercare nuove opportunità di business non tanto per finanziare start-up che, lo sappiamo, richiedono la disponibilità di `capitali pazienti’ (è di questi giorni la notizia che la trevigiana H-Farm approderà all’AIM), ma semplicemente per cercare di inserirsi nel finanziamento dell’attività corrente di queste imprese che si diffonderanno rapidamente nel corso del vicino futuro.

Invece chi vi trovo? Una banca privata, quotata e che produce profitti col fatctoring e col recupero crediti. Cioè con un comparto che vive sull’inefficienza della banchetta locale, della banchetta sviluppatasi dalla cultura buonista  e pauperista della Cassa Peòta, messa in campo da camarille locali le quali, sapendo una parola in più dei tradizionali avventori delle osterie di campagna, si ergono a banchieri con i soldi degli altri, dispensando favori a ben selezionati amici poco solvibili, viste le sofferenze fin qui maturate.

Mi chiedevo così se non sarebbe più che urgente giungere ad una radicale riforma di queste ´aziende’ di credito, non solo tramite fusioni e accorpamenti `naturali’ (dovuti cioè all’accorpamento delle numerose BCC dissestate di fatto, ancorché non di diritto) ma anche spingendole a trasformarsi in imprese contenibili.

Il pressing della Bd’I (v. in calce [2]), condivisibile, mi appare troppo morbido anche alla luce dell’analoga morbidezza adottata negli anni per la riforma delle Casse di Risparmio e per quella delle Banche Popolari (sostanzialmente imposta dalla BCE). E non fa ben sperare nemmeno l’inconsistente intervento del Sottosegretario di Stato all’Economia, Pierpaolo Baretta, che si è augurato di arrivare a un decreto «largamente condiviso» tenendo conto che «prima si fa meglio è».

Speriamo non sia necessario un altro intervento dell’EBA sulla consistenza dei fondi propri delle BCC o su qualcuna delle costituende holding.

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[1] Bankitalia in pressing sulle Bcc «Riforma necessaria e urgente» (di Rossella Bocciarelli)

«La riforma del credito cooperativo è necessaria e urgente perché le Bcc possano continuare ad esistere come tali nell’attuale contesto economico e regolamentare, operando come banche sane in una corretta relazione con i territori di riferimento».

A far capire con chiarezza che non c’è tempo da perdere per il varo di una nuova normativa è stato ieri il capo della Vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo, durante un seminario organizzato dalle commissioni Finanze di Camera e Senato.

Per le Bcc occorre dunque «rimuovere gli ostacoli alla rapida capitalizzazione, creare le condizioni per una maggiore efficienza, migliorare i meccanismi di governo societario». Anche perchè , come ha spiegato il dirigente di via Nazionale, alla fine del 2014, il rapporto tra partite deteriorate e totale dei prestiti delle Bcc, espresso in valori lordi, era mediamente pari al 18%(10,4% nel 2011).

Si tratta di un dato medio; dunque, ha precisato Barbagallo «vi è un numero non trascurabile di Bcc che si posiziona sopra tale valore». Tuttavia, anche le sole sofferenze sono salite in media al 9,1%, dal 4,5% del 2011 ; quanto al tasso di copertura dei crediti deteriorati, per le Bcc nel 2014 era al 36,5% contro un 44,4 % medio del sistema bancario.

Ma ieri Barbagallo ha chiarito anche che «per risultare efficace, la riforma del credito cooperativo dovrebbe incentrarsi sul modello di gruppo cooperativo paritetico». «L’aggregazione in gruppi-ha affermato- potrà avere effetti positivi per tutte le banche di credito cooperativo, anche per quelle più efficienti e meglio gestite».

Il modello che auspica via Nazionale é quello di una capogruppo con la natura di Spa, con un requisito minimo di capitale «non troppo elevato» per non creare una barriera all’entrata,cioè un impedimento alla nascita di più gruppi. Questo requisito, è stato osservato ieri «può essere fissato direttamente dalla legge» mentre alle norme secondarie potrebbe essere demandata la possibilità di incrementarlo. Per salvaguardare la mutualità, inoltre, «è opportuno che le Bcc detengano una partecipazione maggioritaria nella capogruppo». L’esponente della Banca d’Italia ha aggiunto che in tal modo «i margini di autonomia delle Bcc più virtuose sarebbero più ampi». Occorre inoltre prevedere che, in sede di prima applicazione della riforma, i gruppi si costituiscano per iniziativa delle aspiranti capogruppo- Spa e delle Bcc che ad esse fanno riferimento e che sia successivamente possibile, per ogni Bcc, chiedere l’ammissione a uno dei gruppi costituitisi, da ottenere, entro breve tempo, alle stesse condizioni stabilite per gli aderenti originari (con una clausola di opting-in).La riforma, peraltro, dovrebbe prevedere anche la clausola di uscita di una Bcc dal sistema cooperativo (opting out).

Al seminario è intervenuto anche il sottosegretario al l’Economia Pierpaolo Baretta, che si è augurato di arrivare a un decreto «largamente condiviso» tenendo conto che «prima si fa meglio è». Anche il presidente di Federcasse, Alessandro Azzi, ha espresso l’augurio che il governo accolga le proposte avanzate dall’associazione nazionale ed ha sottolineato l’importanza di arrivare alla riforma in tempi rapidi. «Ci auguriamo che il Governo possa accogliere le nostre proposte ed emanare – quanto prima – l’atteso provvedimento legislativo, al fine di dare certezza agli obiettivi condivisi e consentire subito l’avvio di un dibattito parlamentare».

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[2] La Manifattura digitale che cambia il business model (di Stefano Micelli in VeneziePost del 16 Ottobre 2015

E’ da qualche anno ormai che la stampa internazionale parla con insistenza di una vera e propria “rivoluzione industriale” innescata da una nuova generazione di tecnologie digitali sempre più interconnesse al mondo della manifattura. Espressioni come “digital manufacturing” o “Industria 4.0” sono entrate rapidamente nel lessico degli analisti per indicare un nuovo modo di organizzare la produzione grazie a stampanti 3d, laser cutter, macchine a controllo numerico, sensori sempre più economici e sempre più facili da usare.
A leggere i tanti articoli sull’argomento si ha spesso la sensazione che l’Italia vivrà la gran parte di questi cambiamenti solo dopo che molta di questa innovazione verrà sviluppata e digerita in paesi tecnologicamente all’avanguardia come Stati Uniti o Germania. In realtà i dati che emergono dalla ricerca che Fondazione Nord Est e Prometeia hanno sviluppato per la fondazione Make in Italy mettono in evidenza un quadro molto diverso.

Se guardiamo alla diffusione delle tecnologie di punta di questa nuova manifattura digitale scopriamo che in realtà molte di queste sono già da tempo presenti nel nostro tessuto economico. Stampanti 3D e robotica sono già oggi parte della dotazione tecnologica della nostra manifattura più avanzata: non solo delle imprese di grandi dimensioni, magari specializzate in settori a alta tecnologia, ma anche in tante realtà della Made in Italy più tradizionale, dalla moda al comparto del design. In questo scenario il Nord Est si pone come territorio all’avanguardia. I numeri ci dicono che la manifattura di Veneto, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige ha già investito in questa direzione con risultati importanti sul fronte della crescita e dell’export.

I risultati della ricerca dicono anche altro. I numeri mettono in evidenza come la tecnologia stia cambiando il modo di fare impresa. Negli ultimi dieci anni, l’introduzione delle stampanti 3D nelle imprese ha coinciso con la necessità di velocizzare lo sviluppo di nuovi prodotti. In realtà, una volta comprese le potenzialità dello strumento, le imprese più dinamiche hanno iniziato a sfruttare queste tecnologie per costruire un nuovo rapporto col mercato: meno produzioni seriali, più attenzione alle richieste della domanda, grande attenzione alla possibilità di personalizzare il prodotto sulla base delle esigenze della committenza. Si consolida insomma un’industria “su misura” capace di mescolare in modo sorprendente high tech e saper fare di matrice artigianale, progettazione custom e produzioni di tipo “sartoriale”.

Possiamo considerarci soddisfatti del percorso avviato finora? Fino a un certo punto. Se è vero che queste tecnologie sono già oggi parte della vita delle nostre imprese più dinamiche, i dati ci dicono anche che molto ancora può essere fatto per innovare dal punto di vista delle opportunità economiche che oggi si aprono al Made in Italy. Questi strumenti non si limitano a ottimizzare ciò che già facevamo; aprono nuove possibilità oggi solo in parte conosciute. Per avviare una nuova stagione di sperimentazioni è necessario liberare l’energia di tanti giovani che oggi possono contribuire a rinnovare non solo i singoli prodotti ma anche i cosiddetti “business model” delle imprese. La Maker Faire che si tiene a Roma in questi giorni è un esempio di come l’energia e la fantasia di nuove generazioni nate a contatto con la tecnologia può trasformare il nostro modo di pensare gli oggetti che fanno la nostra vita di ogni giorno. Alla creatività di questi nuovi sperimentatori, molti davvero giovanissimi, va ovviamente affiancata una capacità di fare impresa e di tradure in valore economico intuizioni e progetti. Per l’Italia e per il Nord Est questa è una scommessa da vincere.

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