VB: il piano industriale dell’AD, C. Carrus

Non concordo col giudizio poco lusinghiero di F. Bolognini (v. in calce [1]) sul nuovo piano industriale di VB.

Osserverei piuttosto che il Piano Carrus prevede due importanti elementi (v. in calce [2]: 1) prima la Borsa e poi l’aumento di capitale; 2) core business diverso, rispetto al passato, sul quale fondare il recupero dell’utile e del dividendo.

Sul primo punto, i soci potranno godere del diritto di opzione che, per quanto ridotto, tenderà a lenire le ferite di chi ha perso molto (peraltro non tutti nella medesima misura, perché dipende dal prezzo di acquisto e dai dividendi lordi percepiti nel tempo)  Il sottoprodotto potrebbe essere costituito dalla volontà di rendere trasparente una perdita, che la palude tende ancora a coprire, con grave danno degli azionisti che continuano ad essere illusi su prezzi inesistenti.

Sul secondo punto, mi sembra rilevante il puntare a ridefinire il core business, cioè fare la banca commerciale pura. Il che significa essere protagonisti laddove ci sia convenienza a finanziare il Capitale Circolante Netto di imprese, cioè quelle che hanno maturato la convinzione che cash is king, profit is an opinione e cioè che il fatturato non accompagnato dalla riscossione dei crediti commerciali è vacuo (come ci ha spiegato Copeland una trentina di anni fa) e la banca non può sopperirvi più di tanto.

Penso, come affermo fin dall’inizio di queste vicende, che i soci e gli azionisti attuali dovrebbero guardare avanti e non attardarsi sul passato: si tratta di un investimento andato a male, come accade spesso e soprattutto a causa anche di un po’ di superficialità da parte degli investitori e dei venditori di prodotti finanziari.

Azionisti e Soci attuali possono oggi sperare in un investimento a medio termine conveniente se l’AD riuscirà a non cedere alle richieste dei sindacati dei lavoratori, che pensano di opporsi ai ridimensionamenti aziendali facendo leva sul passato; del sindacato degli industriali, che ancora pensa alla banca del territorio, e dei politici che tendono a porre a carico della finanza pubblica le perdite private.
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[1] Piani tristi e senza coraggio: la banca così non svolta (di Fabio Bolognini, 14 Ottobre 2015)

Come paventavo nel precedente articolo le anticipazioni dei Piani Industriali varati in fretta sotto la pressione della prossima trasformazione in spa e quotazione in Borsa, lasciano ampie zone di perplessità proprio sulla base dei contenuti e delle promesse. A un occhio allenato offrono poche certezze che quel cambiamento drastico richiesto alle banche che, a Vicenza e a Montebelluna, hanno appena offerto uno spettacolo desolante nei numeri e nei rapporti con gli azionisti storici, possa avvenire nei prossimi anni.

Prendiamo il comunicato stampa emesso oggi da Veneto Banca e soffermiamoci su promesse vaghe come ‘Incremento dei ricavi’ (meno male…) basato però su azioni strategiche che parlano di snellimento ed efficienza, due sostantivi che richiamano più ai costi che non ai ricavi o al servizio alla clientela. Che dire di obiettivi qualitativi formulati con il ‘concentrare le proprie risorse sull’attività caratteristica tradizionale, quella di servizio ai territori di riferimento’? Quale differenza o cambiamento si può intravedere rispetto ai medesimi obiettivi di concentrazione sul territorio enunciati tante volte in passato?

Proprio il passato è il giudice più severo di questi piani industriali insipidi e tristi. Basta prendere per Veneto Banca il piano industriale 2014-16 comunicato nell’aprile 2014 per accorgersi che:

– l’utile previsto nel vecchio piano per il 2016 (221 milioni) è di poco superiore a quello previsto nel nuovo piano ma spostato al 2020 (240 milioni)
– il Margine d’intermediazione previsto per il 2016 (1.146 milioni) è inferiore a quello oggi previsto per il 2020 (1.002 milioni)
– la vera differenza sta nel taglio dei costi previsto in crescita annua dello 0,2% dal vecchio piano e in frenata del 4,6% in quello nuovo. Tagli, chiusura di filiali, riduzione di personale, lacrime e sangue.

Persino su obiettivi e azioni qualitative rileggiamo le stesse frasi incolori: ‘focalizzazione sul core business’ e ‘sviluppo della multicanalità integrata’ nel 2014 diventano ‘maggiore efficienza del modello di business’ (?) e ‘potenziamento della multicanalità integrata’ diciotto mesi dopo, lasciando ai poveri clienti la traduzione in veneto dell ‘assetto Hub & Spoke con un nuovo concetto di filiale’.

Come questa banca – ma la domanda andrebbe posta a tutte le banche – possa recuperare ‘attrattività’ verso i clienti o la ‘reciproca fiducia con i clienti, all’insegna dell’affidabilità’ non è spiegato nel comunicato, ma è certo che si tratti di un obiettivo ambizioso e di uno sforzo di straordinaria entità.

Per quello che riguarda gli azionisti notizie poco incoraggianti, per i vecchi che si preparano a contare le perdite quando vedranno le future quotazioni dei titoli in Borsa, ma anche per i nuovi a cui è promesso lo stesso ritorno (7% del nuovo piano contro il 7,4% del vecchio) sul patrimonio tangibile con sempre maggiore alea visto quanto è successo in questi anni.

Nel Piano Industriale non c’è uno scatto d’orgoglio, non c’è il coraggio di cambiare traiettoria e proporre un’idea di banca diversa, lontana da quella che ha fallito e che ancora probabilità di fallire soprattutto se oltre al nuovo peso della vigilanza regolamentare si aggiunge la previsione di una disgregazione dei servizi finanziari che sposterà le operazioni di pagamento e finanziamento dei clienti su piattaforme web meno costose e veramente veloci. Tagliare i costi e il personale, spostare le attività di backoffice e di processo fuori dalla banca rende improbabile un clima aziendale pervaso da entusiasmo e dedizione al servizio della clientela, abbassa tremendamente le difese immunitarie della banca e la espone a qualsiasi attacco da parte di chi vuole prendersi pezzi di attività o segmenti di clientela insoddisfatta.  Tra le rughe di questo triste simulacro di piano industriale sono nascoste alcune cose belle come la ‘crescita professionale delle figure ad alto potenziale’ (meritocrazia) e l’assunzione di giovani per ‘accelerare il processo di ringiovanimento del Gruppo’. Troppo poco, un’altra occasione persa.

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[2] VB andrà in Borsa ad aprile 2016«Azioni decisamente più basse» (di Davide Pyriochos, VeneziePOst del 14 ottobre 2015)
L’ad fresco di nomina, Cristiano Carrus, ha presentato a Montebelluna un piano industriale che somiglia molto nelle linee strategiche a quello di BpVi: aumento di capitale, Ipo, chiusura di 130 sportelli, 430 esuberi. Possibile la cessione delle banche estere e della quota in Ferak ma senza fretta. Favotto: «Il cda si dimetterà con approvazione bilancio 2015»

Come per la Popolare di Vicenza, anche per Veneto Banca l’urgenza del rafforzamento patrimoniale (pari a 1 miliardo di euro nel caso di Montebelluna) impone di bere l’amaro calice della quotazione in Borsa. Cambia solo la sequenza cronologica degli eventi perché mentre la BpVi giudata da Francesco Iorio effettuerà l’aumento di capitale da 1,5 miliardi immediatamente prima della Ipo, la VB di Cristiano Carrus – nominato ad giusto ieri – starà in Borsa circa un mese prima di chiedere a soci e mercato nuovo capitale. La conseguenza inevitabile, ammessa senza reticenze dallo stesso Carrus che oggi ha presentato il piano industriale 2015-2020, è che il prezzo delle azioni risulterà «decisamente più basso» dei 30,5 euro stabiliti nell’ultima assemblea (che già ha svalutato l’azione del 23% rispetto ai precedenti 39,5 euro). Ma il fieno in cascina è solo una parte del piano, il cui successo si basa anche sullo snellimento del gruppo: chiusura di 130 filiali (da 550 a 420) e 430 esuberi (rispetto agli attuali 5.500 dipendenti). Cui farà da contraltare lo sviluppo del retail, l’investimento nell’IT e l’ingresso di 57 neo-assunti che dovranno «rafforzare la struttura».

Gli effetti di questa cura da cavallo si vedranno soprattutto sugli indici patrimoniali, con il Cet1 che salirà sopra il 13% nel 2018 per arrivare al 16% nel 2020, rispetto all’8,16% che si riscontrava al 30 giugno 2015. Inoltre Carrus prevede un ritorno all’utile già nel 2016 (per qualcosa come 10 milioni di euro circa), con un incremento progressivo fino a 160 milioni nel 2018 (anno in cui è previsto il ritorno al dividendo) e a 240 nel 2020. Per quanto riguarda l’entità del monte dividendi, si prevede che si aggirerà intorno ai 49 milioni nel 2018 e ai 72 milioni due anni più tardi. I crediti dubbi, oggi al 27%, dovrebbero nel frattempo scendere al 24% nel 2018 e al 20% nel 2020. Il primo passo di questa complicata manovra è comunque la trasformazione della banca in spa, che avverrà con l’ultima assemblea a voto capitario convocata il 5 dicembre prossimo. Poi in marzo si prevede la quotazione in Borsa e in aprile l’aumento di capitale. Da lì in avanti Veneto Banca tornerà ad avere un futuro e potrà (posto che l’ipotesi base del piano è quella stand alone) riaprire il capitolo aggregazioni.

Cosa che oggi non è possibile: «Mettere insieme due banche, che assieme hanno bisogno di 2,5 miliardi di nuovo capitale, significa mettere insieme due soggetti in difficoltà» ha detto Carrus a chi gli domandava di una possibile fusione con Vicenza. Ma anche gli scenari di aggregazione con altri soggetti sono tramontati: «La fusione – ha detto Carrus – è un tema facile da raccontare ma difficilissimo da fare». Dato che l’assoluta priorità è la ricapitalizzazione da un miliardo, «condizione – ha detto l’ad – necessaria, centrale, senza aumento di capitale non si sta in piedi», la scelta strategica vera è la quotazione in Borsa, perché il miliardo «può venire solo attraverso il mercato borsistico». Ragionamento identico a quello sviluppato qualche settimana fa, cinquanta chilometri più a ovest da Iorio.

Allora la domanda cruciale è capire dove arriveranno le azioni di Veneto Banca, posto che il valore della quotazione sarà «decisamente più basso» del prezzo fissato con l’ultima assemblea, e che in occasione dell’aumento di capitale i titoli saranno «sicuramente» offerti con un ulteriore sconto. «È molto difficile oggi fare una previsione in termini di forbice di prezzo – ha detto il manager – Sono ipotesi del tutto inappropriate, anche perché se la Borsa oggi quota le banche 0,7-0,8-1,1 volte il patrimonio tangibile, non possiamo prevedere quanto sarà nei prossimi mesi anche alla luce di eventuali fusioni, dato che anche la contendibilità è un fattore fondamentale per queste valutazioni». Carrus ha sottolineato poi che non è possibile prevedere nemmeno quanto varranno le azioni a fine piano e se il prezzo potrà tornare a livelli paragonabili agli attuali. «Di certo – ha concluso – mi aspetto che chi compra in fase di quotazione ed entra a un livello di prezzo decisamente più basso fa un investimento sul futuro».

Quanto alle aspettative per l’aumento di capitale, Carrus ha sottolineato che da Banca Imi (advisor dell’operazione) informano «che c’è una forte richiesta a farlo e quindi a entrare nella Veneto Banca quotata in Borsa». «Mi aspetto di avere investitori a lungo termine, non speculatori o hedge fund, anche se poi ci saranno anche loro», ha aggiunto. L’ad d’altra parte ha ribadito che il momento della quotazione dovrà essere preparato con cura, spiegando che l’istituto sta «cercando ogni mezzo per minimizzare e per dare un senso anche fisico al disagio dei nostri soci. I nostri soci sono per noi importantissimi», ha proseguito, notando tuttavia che al momento non si è ancora messa a punto una soluzione per ridurre l’impatto negativo della quotazione in Borsa: «La stiamo cercando», ha aggiunto.

Oltre all’aumento da 1 miliardo, la banca intende rafforzare il patrimonio procedendo con la vendita di BIM, dopo che la cordata capitanata da Pietro D’Aguì è stata bloccata della Bce, ed è pronta a riconsiderare tutte le partecipazioni non strategiche (l’unica davvero strategica è Apulia), comprese le banche estere (Moldavia, Croazia, Albania): «Usciremo dai mercati non tradizionali. Non ci vogliamo essere dove non possiamo essere attori protagonisti. Questo – ha spiegato Carrus – non vuol dire vendere subito le banche estere, ma ragionare sul da farsi velocemente». Discorso simile per la quota di Generali detenuta attraverso la partecipazione al 9,9% in Ferak (società che gestisce un patrimonio di 600 milioni): si può anche decidere di vendere ma senza fretta. La partecipazione è infatti già stata svalutata ai livelli di mercato, ma «Se la vendessimo non produrrebbe utili, se la tenessimo non produrrebbe grattacapi» chiosa Carrus. Che invece spiega che la banca non rinnoverà la sponsorizzazione della Juventus: «Ci spiace non farla più – ha detto il manager – ma non ce la possiamo più permettere», anche perché «quando l’abbiamo presa era in serie B e quindi costava meno». «La sponsorizzazione della Juve, insieme ad altre, poteva essere fatta in altri momenti, mentre oggi ci concentriamo sui nostri territori», ha aggiunto.

Ma tra le notizie rilevanti emerse nella conferenza di oggi c’è anche quella inerente alle azioni acquistate con finanziamenti della banca: a Vicenza queste operazioni hanno costretto Iorio a “congelare” quasi un miliardo di patrimonio, mentre a Montebelluna l’impatto è stato inferiore. «Abbiamo già espunto dal capitale 110 milioni nella semestrale perché legati ai finanziamenti. Naturalmente – ha spiegato Carrus – potranno rientrare se si dimostra che non era capitale finanziato». L’ad ha poi sottolineato che altro capitale sarà espunto nei conti dei 9 mesi, che saranno la base per la quotazione in Borsa dell’istituto. Quanto agli accantonamenti su crediti, Carrus ha precisato di non aver «ancora finito di fare pulizia». Insomma, il bilancio di fine anno si annuncia molto nero.

Sarà proprio con l’approvazione dei conti 2015 (che avverrà a maggio 2016) che il cda rassegnerà le dimissioni, che invece le associazioni “Per Veneto Banza” e “Azionisti di Veneto Banca” chiedono siano formalizzate con la trasformazione in spa, cioè il 5 dicembre prossimo. L’annuncio è stato fatto dal presidente Francesco Favotto, al fianco di Carrus durante la presentazione del piano industriale. Favotto ha spiegato che «ogni azione decisa dal cda è concordata con la Bce», ed è perciò opportuno che il consiglio «concluda l’opera di risanamento prima di presentarsi ai nuovi soci». Infine Favotto ha escluso azioni di responsabilità contro il precedente management: «Queste cose – ha detto – si affrontano quando emergano evidenze oggettive che allo stato non ci sono».

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