`Uomini, mezzi uomini, ominicchi, prendinculo e quaquaraquà’.

Le vicende bancarie venete di questi giorni mi fanno ricordare la frase di Sciascia che così descrive l’umanità ne `Il giorno della civetta’. Non possiamo farci nulla: è così e basta.

Nel Veneto, oggi ci si accanisce contro Zonin e sembra ve ne sia più di un motivo (v. articolo in calce).

Ma si trascurano le diffuse responsabilità di una classe dirigente veneta avversa nei fatti al mercato e all’Europa; favorevole, anche negli anni 2000, alle cooperative perché `la coop sei tu’ (bianca, rossa o verde, di credito, di produzione o di consumo che sia) e che quindi gode di privilegi che non hanno le altre imprese. Una classe dirigente che da decenni  distrugge banche e fondazioni ex-bancarie appoggiandosi a paludati cantastorie, a sè-dicenti vigilantes sia nazionali che locali che militano nei Collegi sindacali per coprire il mal governo delle aziende. Per finire a coloro che si sono svegliati solo negli ultimi tre mesi e che si stracciano le vesti solo ora, dopo il patatrac. Ma non è finita: vi sono ancora i TAR.

Gli azionisti, purtroppo, debbono prenderne atto e verranno ulteriormente beffati se è anche vero che non potranno vendere i diritti di opzione, ma dovranno accontentarsi di una eventuale regalìa, piuttosto che del valore di mercato di un diritto.

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Zonin, la caduta dell’Impero (di Giorgia Golo in VeneziePost del 4 ottobre 2015).

Mai, come nel caso della vicenda che vede protagonista Gianni Zonin, si potrebbe generalizzare parlando della caduta di un Impero. Un impero piccolo, se paragonato a Volkswagen o ad altri casi simili che hanno sconvolto l’economia globale. Un impero “limitato”, se vogliamo così definire l’ambito di influenza che andava dal Nordest italiano a cascami in aree della Toscana e in Sicilia. Ma che di un piccolo impero si trattasse non vi è dubbio. Basta ripercorrere l’incrocio di partecipazioni, da Cattolica Assicurazioni alle Fiere di Verona e Vicenza a Save; Oppure si compili l’elenco delle ricche sponsorizzazioni alla vita culturale che andavano dal Campiello alla Fenice fino al Teatro Comunale di Vicenza o si guardi ai finanziamenti erogati al cinema italiano concentrati su Roma e sul reticolo di interessi che ruotano attorno alla Capitale; ma si pensi anche, per il legame stretto tra vigneti e sportelli, le ricadute probabili che avrà l’azienda che porta il suo nome, che nell’importante settore vitivinicolo italiano ha sempre giocato un ruolo da protagonista.

Gianni Zonin, insomma, non è stato solo un imprenditore e un banchiere, ma un uomo di sistema, un piccolo imperatore. Anzi, il principale uomo di sistema che il Nordest ha avuto in questi anni. Vincenzo Consoli, per fare un paragone, era certamente un protagonista di questo territorio. Ma Zonin il Nordest lo dominava tutto, da Udine a Verona e, come sottolinea Giancarlo Ferretto nella lucida intervista pubblicata ieri su Lettera43, con potenti agganci romani, dal Vaticano a Banca d’Italia.

In questi giorni l’Impero si sta rapidamente sfaldando. Il crollo del valore delle azioni ha ripercussioni a catena sui bilanci delle partecipate che devono mettere a perdita ingenti svalutazioni che in molti casi massacrano i magri utili che quelle società producevano. Le stesse imprese, come ammettono gli imprenditori coinvolti (praticamente tutti quelli di questo territorio), devono fare altrettanto. Per non parlare dei piccoli risparmiatori e dei dipendenti per cui passare da 100 mila euro di risparmi a 10 mila, significa aver bruciato i risparmi di una vita. Lo stesso dicasi per le istituzioni culturali che devono immediatamente fare i conti con la quasi certa assenza di finanziamenti per le prossime stagioni con serissimi rischi di dover chiudere. E se l’azienda vinicola Zonin oggi sembra marginale alle vicende della Banca, oltre a dover fare i conti con il danno di reputazione che si troverà ad affrontare nei confronti di consumatori e Gdo, potrebbe già nei prossimi giorni essere soggetta a tensioni notevoli nel caso si sviluppassero azioni giudiziarie da parte di azionisti della banca nei confronti della persona di Gianni Zonin.

“Tutto scorre”, diceva il buon Eraclito. Ed anche questo capitolo della storia di quella che fu l’area più industrializzata d’Europa è destinato a scorrere nel grande fiume dei piccoli eventi umani. Domani ci saranno altre storie, altri protagonisti, altre vicende da narrare.
Ma se guardiamo all’oggi vediamo che la caduta rovinosa di questo impero vede solo ominicchi impegnati a salvare le loro infinitesimali piccole porzioni di rendita con fenomeni tragicomici di scaricabarile sulle responsabilità. Basti pensare al goffo tentativo di attribuire solo un mese fa tutte le responsabilità a Samuele Sorato, e ora, dopo che la frana si sta abbattendo a valle, riversarle sul loro – fino a ieri – grande protettore: Gianni Zonin.

Ciò che fa rabbrividire di questa vicenda è che nessuno, ma davvero nessuno, abbia il coraggio di affrontare le ragioni vere della caduta dell’impero. Un impero che era basato su tanta forza e coraggio, ma altrettante piccole furbizie e capacità di “corrompere gli animi” a suon di cariche e piccoli benefici. Se quell’impero è crollato, se il Nordest è crollato, è perché non ha avuto negli ultimi vent’anni uomini capaci di guardare al futuro senza farsi corrompere da quei piccoli interessi e da quelle presunte furbizie che hanno reso d’argilla i piedi di quello che è stato per vent’anni un gigante.

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