Una ciliegia tira l’altra: l’illusione della finanza del territorio.

Argomento molto in voga nei diversi Bar Sport veneti è il tentativo di resuscitare la banca dei territori, nell’ipotesi, smentita dai fatti che accadono sotto i nostri occhi da decenni, che tali banche siano più sane delle altre (v. in calce alcuni articoli sugli effetti di questa balzana idea).

Secondo me, non si tratta solo di indubbio mal governo delle banche del territorio, ma anche di scarsa consapevolezza del fenomeno creditizio: ad esempio, per rappresentare l’inondazione di liquidità posta in essere dalla BCE, i telegiornali non possono che rappresentarla attraverso le rotative di una stamperia che sputa biglietti da 10 o 50€.

Se così fosse, significherebbe che questa enorme massa di biglietti arriva alle banche le quali la girano all’economia facendo credito ai clienti. Ne seguirebbe una ripresa dell’economia ben più veloce ed immediata di quella che si osserva.

Ma non è così, anche se mi sembra molto difficile rappresentare in altro modo l’inondazione di liquidità cui stiamo assistendo da anni.

In realtà, accade che le banche commerciali non finanziano l’economia perché ritengono che sia ancora troppo rischioso rispetto alla dotazione patrimoniale di cui dispongono.

E ritengono che sia troppo rischioso finanziare, non solo gli investimenti, ma soprattutto  il circuito acquisto-produzione-vendita delle imprese (c.d. Capitale Circolante Netto, CCN) perché alla vendita (alla crescita del fatturato) non corrisponde una crescita analoga degli incassi: così i venditori fanno credito che deve essere fronteggiato dalle banche commerciali.

Le banche commerciali sono quelle che hanno la possibilità di accedere alla liquidità della BCE: da anni, questa liquidità non costa nulla. Ma, nonostante tutti si siano dotati di una banca del genere (anche le SIM, le Assicurazioni e gli Intermediari finanziari non monetari in genere) per risolvere i rispettivi problemi di asincronia nei flussi di cassa quasi gratis, l’economia non riparte che troppo lentamente.

D’altra parte, la BCE butta fuori liquidità comprando titoli dalle banche che li sostituiscono con nuovi titoli meno rischiosi di quelli venduti, ma anche meno rischiosi del finanziamento del CCN.

Se i titoli meno rischiosi, sono titoli di Stato o di entità nazionali e/o multinazionali, la territorialità viene istantaneamente vanificata e resta una pia illusione da Cassa Peòta. Se i titoli non possono essere venduti alla BCE, come le partecipazioni, il meccanismo si inceppa perché chi li detiene è oggi costretto a svalutarli. E, per svalutarli, deve avere fatto profitti, il che sembra oggi abbastanza arduo.

La territorialità diventa così una gabbia infernale: una specie di condomino entro il quale si gioca a tresette rovescio e che diviene in pochi anni la tomba dello sviluppo di un territorio, come si può osservare.

Vi sarebbe una possibilità: che le imprese riducessero il banco-centrismo italico e veneto. Ma ciò richiederebbe un’apertura al mercato mobiliare (emissione di azioni e di obbligazioni per finanziarsi) e quindi un’apertura al giudizio del mercato.<br>

Ma, oltre alla paura del mercato, bisogna fare i conti anche con l’irrazionalità di chi si innamora della propria impresa.

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Popolari: anche Finint soffre (di D. Pyriochos, VeneziePost del 2 Ottobre 2015)

Smentite tensioni su quota Save Enrico Marchi e Andrea de Vido, con la Finanziaria Internazionale continuano a macinare utili (10,8 milioni nel 2014), ma sulle popolari non quotate accusano per ora 1,5 milioni di svalutazioni. Le voci che parlavano di divergenze tra i due sulla partecipazione in Save sarebbero infondate, ma a gennaio 2018 trovare un sostituto a Morgan Stanley potrebbe non essere semplice

Popolare di Vicenza, Monte Paschi, Carife, Veneto Banca, Cividale, Etruria, Banca di Treviso: potrebbe essere l’elenco quasi completo delle disavventure finanziarie più clamorose degli ultimi mesi, ma è invece la lista delle partecipazioni bancarie della Finanziaria Internazionale di Enrico Marchi e Andrea de Vido. Poco meno di un anno fa, la holding di Conegliano rilevava da Banca Arner – istituto che un tempo fu il trampolino di lancio di Silvio Berlusconi, ma che negli ultimi tempi era stata commissariata e era rimasta con poche decine di milioni di euro di depositi – una licenza bancaria che per de Vido era il «coronamento di un sogno iniziato venti anni fa». E gli affari in Finint vanno bene, perché anche il bilancio 2014 si è chiuso in utile per 10,8 milioni di euro, tutti destinati a riserva straordinaria. Eppure le crisi bancarie esplose negli ultimi mesi sono destinate a incidere, soprattutto in futuro.

Solo alla voce “titoli azionari non quotati”, nel 2014 l’impatto negativo per Finint è stato pari a 1,5 milioni di euro. «La diminuzione – si legge nel bilancio – è dovuta alla rettifica di valore delle azioni di Veneto Banca per 888mila euro, della Cassa di Risparmio di Ferrara 428mila euro e della Banca Popolare di Vicenza per 299mila euro. Inoltre, in data 30 giugno 2014 Veneto Banca Holding S.p.A. ha dato il via ad un’operazione straordinaria di aumento di capitale a pagamento, con un rapporto di sottoscrizione di 1 nuove azioni ogni 8 azioni ordinarie detenute. Il Gruppo Finint non ha esercitato il diritto di sottoscrizione delle nuove azioni realizzando una perdita di 40mila euro». E questi valori sono l’antipasto della rettifica vera, perché si basano ancora sulle svalutazioni parallele del -23% che Montebelluna e Vicenza hanno approvato in assemblea lo scorso aprile: l’impatto della Borsa sarà molto più pesante.

Ma altre delusioni arrivano dalle “big”: sul titolo Mps (posseduto attraverso Rete spa), Finint nel 2014 ha subito una svalutazione di 18,3 milioni. E anche Generali scotta: il prezzo medio di carico in Ferak è di 20,65 euro ad azione, contro un mark to market attuale di poco superiore ai 16 euro. Per Ferak la svalutazione virtuale sarebbe di circa 150 milioni, che per Finint si traducono in circa 18 milioni, dato che la holding di Conegliano possiede il 12% dei diritti agli utili nella società che controlla il 2% del Leone. Insomma: qualche delusione gli investimenti nelle banche e nelle assicurazioni la stanno dando, cosa non buona per una holding che come Finint ha questi titoli in pegno, a garanzia dei prestiti ricevuti.

È in questo contesto delicato che negli ambienti finanziari, prima dell’estate, girava voce che Marchi e de Vido abbiano avuto negli ultimi tempi scontri anche aspri. I diretti interessati in realtà non smentiscono divergenze di vedute su molti temi, ma dato che lavorano assieme da 35 anni va notato che le liti spesso rafforzano i matrimoni, e ad oggi non risulta che nessuno stia preparando le carte per il divorzio. Pare però che uno dei motivi delle frizioni sia stata addirittura Save, società nella quale de Vido fa la parte dell’azionista che a un certo punto pensa anche a realizzare l’investimento, ma che Marchi vive come la propria creatura, che intende continuare a guidare anche in futuro. Sulla questione la dialettica tra i due si sarebbe già chiusa da tempo con la scelta di mantenere la partecipazione strategica, ma i giochi veri si faranno tra un paio d’anni.

A gennaio 2018 infatti scade il patto di sindacato con Morgan Stanley in Marco Polo holding. Essendo Save una società che macina utili e stacca dividendi, Finint conta di ripetere in futuro ciò che è già avvenuto in passato: trovare un investitore con cui andar d’accordo e mantenere il controllo della società. Nel frattempo però il mondo è cambiato: alle Generali non c’è più Perissinotto ma Greco, e in Regione non siede più Galan ma Zaia. Insomma, i potenti amici di un tempo non ci sono più e l’impresa di tenere il controllo di un gestore che capitalizza in Borsa 700 milioni con soldi non propri, potrebbe diventare più complicata. Anche perché sono in molti interessati ad uscire: certamente la Popolare di Vicenza di Francesco Iorio (che se riuscisse a vendere il suo 8% ai valori attuali potrebbe incassare anche più di 60 milioni di euro) e magari anche Amber, che con San Lazzaro controlla il 20%. È vero che per come è strutturata la società nessun eventuale pretendente ostile può arrivare a controllare il 50%, ma la fase di transizione potrebbe riservare sorprese.

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Addio Save e Fiere. Rimane Cattolica. E per il vino un futuro incerto (di Luigi dell’Olio in VeneziePost del 4 ottobre 2015).

L’intreccio di partecipazioni della Popolare di Vicenza sarà demolito dalla cura Iorio. Il sistema costruito da Gianni Zonin si sta disintegrando. Non solo in banca. Le preoccupazioni crescono anche attorno all’azienda vinicola di famiglia.

`Simul stabunt vel simula cadent’. L’espressione latina ricorre spesso nelle conversazioni tra analisti e osservatori delle vicende riguardanti la Popolare di Vicenza. Perché le difficoltà della banca rischiano di produrre ricadute pesanti sul sistema di partecipazioni che va da Cattolica a Save, dalle fiere venete, fino a coinvolgere l’impero di Gianni Zonin, colui che più di ogni altro ha legato in questi anni i propri destini imprenditoriali e personali all’istituto di credito.

Finisce l’epoca delle partecipazioni. Su questo tema il consigliere delegato e direttore generale dell’istituto berico, Francesco Iorio, è stato chiaro. Presentando nei giorni scorsi il piano industriale quinquennale, ha spiegato che il focus d’ora in avanti sarà esclusivamente sul business bancario, con la dismissione delle attività e delle partecipazioni non strategiche (fatta eccezione per Cattolica). Con la precisazione che questo avverrà `se ci saranno offerte interessanti che non ci costringano a iscrivere perdite di bilancio’, una frase che sembra dettata più dalla volontà di non perdere potere contrattuale, che da una reale convinzione. Perché, una volta presa la decisione di cambiare rotta, questa non potrà essere messa in discussione dal rischio di minusvalenze. Le prime uscite potrebbero riguardare Farbanca (dedicata al segmento delle farmacie) e Prestinuova (specializzata nella cessione del quinto), entrambe partecipate al 100%. Trovare compratori non dovrebbe essere complicato, ma l’incasso atteso è minimo per realtà che hanno una filiale a testa e un totale di 37 dipendenti, per impieghi con la clientela che sono complessivamente inferiori agli 870 milioni di euro (dati 2014), pari al 3,1% degli impieghi a livello di gruppo. Stesso destino attende Sec, la società che cura i servizi di It, ma anche in questo caso entrerebbero poche briciole rispetto alle necessità di capitale del gruppo. Così come non sono attesi grandi incassi dall’uscita dall’azionariato delle fiere di Vicenza e Verona, anche se in questo caso appare più difficile la ricerca di un compratore, considerato che i soggetti pubblici del territorio hanno tutti – a vario titolo – l’esigenza di ridurre le uscite e anche tra i privati non si vedono cavalieri bianchi all’orizzonte.

Save verso nuovi equilibri. Per Alberto Baban, presidente della Piccola Industria di Confindustria, non vi saranno difficoltà anche nell’uscita da Save. “La società , in particolare, troverà acquirenti interessati, quelle quote non andranno svendute”, ha sottolineato nei giorni scorsi. In questo caso, tuttavia, l’impatto sarebbe differente, sia in termini di valore (l’8,3% detenuto da Bpvi vale oltre 54 milioni di euro), che di equilibri azionari, soprattutto se trovassero conferma le voci di interesse a crescere degli azionisti finanziari come Morgan Stanley o un’entrata di nuovi operatori industriali come Gavio, che potrebbero mettere in discussione il potere finora indiscusso di Finint (che ha in mano il 47% del capitale.

L’eccezione Cattolica. Iorio ha tenuto a precisare che il capitolo dismissione non riguarderà la quota detenuta in Cattolica, che “è l’unico investimento strategico”, per usare le sue parole. La partecipazione, che ammonta al 15,03%, è iscritta a bilancio a 396 milioni di euro, ma con un fair value (valore intrinseco) di 150,6 milioni, tanto da rendere molto probabile una pesante svalutazione nel prossimo bilancio. Il legame tra le due società non è in discussione non tanto per il valore dei dividendi (3,8 milioni lo scorso anno), quanto per gli accordi di bancassurance in corso, che sono stati rafforzati negli ultimi mesi. Questo nonostante la partecipazione non abbia fin qui prodotto i risultati sperati e anche negli ultimi mesi il titolo della compagnia assicurativa continua a soffrire, con il 10% perso da luglio in avanti, il 30% nel confronto a un anno. Risultati che gli analisti imputano in primo luogo alla scarsa redditività della società, nonché alla fiducia limitat verso una struttura di governance discutibile, con la forma cooperativa che risulta in conflitto con gli obiettivi di una società di capitali.

Che ne sarà dell’impero del vino? Il rischio, poi, è che le difficoltà della banca possano mettere in ginocchio l’impero di Gianni Zonin, l’uomo simbolo dell’istituto da un ventennio. I dati di bilancio 2013 (l’ultimo disponibile) del gruppo vitivinicolo offrono alcune indicazioni in merito, ma solo indicative. Il capitolo `Partecipazioni-altre imprese’ riporta un valore di 3,3 milioni, con la specifica successiva che `la voce è costituita per la maggior parte dalla quota di partecipazione nella Banca Popolare di Vicenza’. Considerato che nel frattempo il valore azionario della banca è stato tagliato del 23%, questo significa una perdita da portare a bilancio di 759mila euro. Che non è una cifra trascurabile per un gruppo, come quello vitivinicolo che registra un utile netto di appena 1,7 milioni di euro su ricavi per 124,9 milioni. Segno evidente della partecipazione a un settore di business che non offre grande redditività, a fronte di consumi in calo nel mercato interno. Ma il conto da pagare potrebbe essere ben più alto, considerato che l’istituto berico si appresta a mettere in campo un aumento di capitale un miliardo e mezzo di euro. Unicredit, che è joint global coordinator dell’operazione, si è impegnata a garantire la sottoscrizione delle azioni nel caso non vi fossero altri interessati. Ma l’istituto di Piazza Gae Aulenti ha fatto già sapere di non voler entrare nell’azionariato. Se ne deduce che l’aumento potrebbe essere iperdiluitivo, al punto tale da trovare facilmente nuovi azionisti. Il che, per gli attuali possessori di quote, vorrebbe dire mettere in conto pesanti minusvalenze.

I danni per Zonin non finiscono qui, dato che l’uscita ormai in vista dalla banca inevitabilmente porterà a spezzare il legame con la banca e che il malumore dei piccoli azionisti potrebbe portare ad azioni di responsabilità anche nei suoi confronti. Senza dimenticare i danni di immagine per il suo business presso clienti e fornitori. “Sono e resto un viticultore prestato alla finanza. Dovessi scegliere tra le due attività non avrei dubbi”, spiegava Zonin qualche anno fa in un’intervista al Corriere della Sera. Mentre si avvia alla fine la stagione da banchiere, la priorità ora diventa tenere viva l’attività imprenditoriale.

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Fiere: fusione Vicenza-Verona resta per BpVi la soluzione top (di D. Pyriochos in VeneziePost del 4 ottobre 2015)

La banca berica ha fatto il suo ingresso come socio nel cda di VeronaFiere nel 2011, dove ha investito 4 milioni di euro e ha una quota del 6,5%. La quota in Fiera di Vicenza è molto piccola (meno dell’1%) ma l’interesse vero sta lì, perché l’istituto ha erogato a via dell’Oreficeria finanziamenti per quasi 40 milioni.

Concentrazione sul core-business, sul fare banca, e via da tutte le partecipazioni tranne Cattolica. Il piano industriale 2015-2020 della Popolare di Vicenza parla chiaro: Francesco Iorio non vuol più saperne di quell’attività da “banca di relazioni” che era cara al presidente – in uscita – Gianni Zonin. E tra le varie partecipazioni non-core acquisite negli ultimi anni, figurano anche gli enti fieristici. Perciò le fiere del Veneto (Verona e Vicenza) si devono preparare alla possibile uscita del socio BpVi, che a Verona ha una quota del 6,5%, e a Vicenza una più piccola, inferiore all’1%. Eppure il disimpegno in questo settore è probabilmente l’ultimo dei pensieri di Iorio, una nota a piè di pagina in fondo al volume ciclopico delle cose da fare. Per una ragione molto semplice: i soldi non stanno lì. La montagna da scalare è infatti alta 1,5 miliardi di euro di aumento di capitale, e tutto ciò che si può aggiungere (la vendita di immobili e degli asset non-core come Farbanca, Prestinuova, Sec, la quota in Save) è fieno in cascina che male non fa. Ma le fiere, dal punto di vista della governance, sono salotti, non investimenti. Lo statuto dell’ente autonomo Fiera di Verona lo dice a chiare lettere all’articolo 12: «La qualità di socio non darà titolo per beneficiare della distribuzione di eccedenze attive d’esercizio derivanti dallo svolgimento dell’attività statutaria, in quanto la stessa non viene svolta per fini di lucro».

Del resto la quota che Vicenza ha versato nel Fondo di Dotazione della Fiera di Verona ammonta a 4,2 milioni di euro, che rispetto alla montagna di cui sopra sono davvero poca cosa. Tra l’altro sono diritti che è quasi impossibile vendere se non tramite un accordo con qualche altro socio, di cui l’unico liquido pare la Fondazione Cariverona, che però sembra intenzionata a sostenere BpVi per vie più dirette. Piuttosto è significativo che nel momento in cui l’amore tra la fiera scaligera e quella berica si è raffreddato – ufficialmente gli advisor lavorano a testa bassa alla fusione, ma le dichiarazioni più recenti del presidente vicentino Matteo Marzotto lasciano intendere che l’intesa sia lontana – esca di scena proprio Gianni Zonin, che in tempi remoti fu il primo grande sponsor della fusione. Nel 2011, infatti, quando il Comune di Verona decise di vendere il 18,5% della Fiera scaligera e di incassare così 26 milioni di euro (la nomina del presidente e le decisioni più importanti spettano comunque di diritto a lui anche col 36%), il contributo di Cattolica e BpVi – che fecero il loro ingresso in viale del Lavoro in quell’occasione – fu molto apprezzato, e Zonin fu il primo a lanciare l’idea di fare un’unica grande fiera veneta.

Progetto che ha avuto nuova fortuna in tempi recenti, con l’accelerazione impressa da Marzotto un anno fa, e che non si può escludere del tutto che vada in porto anche se a scommetterci sono rimasti in pochi. Oggi come allora, comunque, qualche dubbio sul motivo reale dell’interesse di BpVi per la Fiera di Verona e per l’idea di unirla a Vicenza viene spontaneo. Per realizzare il bellissimo padiglione 7 e il nuovo parcheggio, via dell’Oreficeria (con un fatturato annuo di circa 30 milioni) si è infatti caricata di debiti verso le banche per 38 milioni, quasi tutti in capo a BpVi, con interessi annui sugli stessi per 1,2 milioni. Trasferire questi oneri finanziari a una società più grande (da oltre 100 milioni di fatturato) come quella che nascerebbe dalla fusione di Verona con Vicenza, darebbe certamente maggiori garanzie alla banca.

Inoltre non si può dimenticare il conflitto d’interessi che si è generato quattro anni fa quando l’imprenditore agricolo Gianni Zonin, importante cliente del Vinitaly, è entrato nel cda di VeronaFiere come presidente di banca. Ora quest’ultimo nodo è in via di soluzione, mentre per capire l’orientamento di Iorio in tema di partecipazioni fieristiche occorrerà aspettare un po’ di tempo. In via teorica è però ragionevole pensare che la fusione non gli dispiaccia, anche perché il passaggio preliminare sarebbe la trasformazione di VeronaFiere da ente autonomo a spa, con la conseguenza che le azioni diverrebbero più facili da vendere.

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