Iorio (BpopVI): forte e chiaro al CdA che approva unanime (sic!)

Iorio: utile 2020 a 330 milioni: «In aprile Borsa, poi cambio cda» (di D. Pyriokos in VeneziePost del 30 settembre)

L’ad di Popolare di Vicenza ha presentato oggi il nuovo piano industriale che serve a convincere gli investitori del fatto che le brutte sorprese sono finite e che dall’anno prossimo la banca tornerà in utile. Previsti 575 esuberi e un taglio di 150 sportelli. Via da tutte le partecipazioni tranne Cattolica

Via tutte le partecipazioni (tranne Cattolica), focus sul core-business e cura dimagrante in termini di sportelli e personale. Con l’obiettivo di un ritorno all’utile già nel 2016 e un utile stimato al 2020 di 330 milioni di euro, perché «questa banca ha un valore tecnico che è forte». Ma oggi tutta l’attenzione va all’aumento di capitale da 1,5 miliardi, «che porterà i valori di BpVi in cima a quelli delle banche italiane». Dopo cento giorni «che definire complicati è un eufemismo», l’ad della Popolare di Vicenza, Francesco Iorio, si è fatto votare all’unanimità dal cda un piano industriale 2015-2020 che «mette il pilota automatico alla banca fino al prossimo aprile», cioè fino allo sbarco in Borsa e all’aumento. Un piano che si articola in vari punti, a partire dalla trasformazione in spa e dal rinnovo della governance «a maggio 2016». Ma che s’incardina sul tema della solidità, che è ciò che ora manca e che BpVi mira a raggiungere col mega aumento di capitale da 1,5 miliardi.

Un aumento per il quale ora non ci sono certezze se non quella che sarà sottoscritto integralmente, data la garanzia di Unicredit. Ma il prezzo – il grande punto interrogativo che tiene in apprensione 117mila soci – oggi è indefinibile. «Sarà certamente inferiore a quello fissato in assemblea, ma non so dire di quanto», afferma Iorio. L’unica certezza è che «l’unico veramente penalizzato è il socio che non segue l’aumento perché sarà soggetto a diluizione». Iorio perciò presenterà il piano industriale agli investitori internazionali («I fondi istituzionali sono ottimi azionisti perché rendono il titolo liquido»), ma anche ai territori, con un road-show che prevede un confronto sia con i dipendenti che con i privati (e i soci storici, ha confermato il manager, hanno diritto di prelazione). Perché le tappe per arrivare all’aumento sono due: «Tra novembre e dicembre – dice Iorio – ci sarà l’attività di pre-marketing riservata agli “anchor” e ai “costo investor”, poi ad aprile ci sarà l’aumento», seguito, il giorno successivo, dalla quotazione in Borsa.

Un passaggio inevitabile, fatto il quale la banca potrà anche tornare a volgersi verso Montebelluna, ma ora il tema è molto prematuro. «Concordo col presidente Zaia – dice Iorio – sul fatto che la quotazione in Borsa oggi sia necessaria per stabilire i valori delle banche. Ma penso che per ora noi e Veneto Banca dobbiamo fare ciascuna la propria strada». Iorio dice di non conoscere Montebelluna, e di riscontrare «senza polemica un delta di 7 punti nelle coperture crediti perché noi siamo al 40 e loro al 33», ma Veneto Banca, sul piano teorico, può essere un partner perché «dopo la Borsa potremo proseguire stand-alone – dice Iorio – ma se volessimo effettuare fusioni dovremo cercare banche di pari dimensioni, per non diventare la filiale Nordest di una grande banca nazionale».

L’aumento di capitale e la solidità, comunque, vanno legati all’affidabilità. Perciò gli altri punti del piano industriale prevedono di rifocalizzare la banca sul core-business, cioè sui servizi alle pmi e sulla clientela retail, ma cambiando natura rispetto al passato. È finita l’epoca della Popolare di Vicenza che erogava servizi particolari ai soci, e sarà creata una nuova linea di manager «sia top che mid», che verranno selezionati da un consulente esterno, perché – dice Iorio – «sia io che Di Francisco non siamo esperti nel settore». La riduzione dell’organico e degli sportelli sono collegati a questa rifocalizzazione delle attività. «Noi non ci espanderemo e non apriremo nuovi sportelli – dice Iorio – ma non abbandoniamo nessuna delle regioni dove siamo presenti, cioè anzitutto Veneto e Friuli Venezia Giulia, ma anche Toscana Sicilia Lombardia e Lazio».

I tagli riguarderanno comunque 150 sportelli e 575 dipendenti. Le uscite saranno però «tutte su base volontaria», e 300 sono previste nel 2016 mentre le successive 275 nel 2020, perciò alla fine del piano. Un piano che al 2020 vuole portare BpVi ad avere un utile netto, come si diceva, superiore ai 330 milioni, un ritorno sul tangible equity superiore  all’8,5%, un cost/income inferiore al 50%, un Cet1 al 12,4%, e un liquidity coverege ratio superiore al 110%.

Piano a parte, ci sono poi i problemi legati all’inchiesta. Per quanto riguarda i mille clienti che hanno sottoscritto 975 milioni di vecchio aumento di capitale tramite prestiti della banca stessa, Iorio dice che «quei finanziamenti vanno normalizzati», cioè che si tratta di prestiti che devono rientrare. Dato però che il modo in cui quei finanziamenti sono stati erogati pare poco ortodosso, «avvieremo un dialogo con questi clienti e siamo disponibili a trovare tutte le possibili soluzioni». Occorre invece tempo per capire se sarà avviata un’azione di responsabilità contro l’ex ad Samuele Sorato. «Ci sono momenti – dice Iorio – in cui l’istinto è in contraddizione con la ragione. Il riconoscimento delle responsabilità in capo a chicchessia va fatto quando tutti gli elementi sono disponibili e conoscibili». Ora c’è l’ispezione Consob ancora in corso, e quella della Bce è terminata ma non sono ancora noti gli esiti. «Quando il quadro sarà chiaro, se saranno riscontrate responsabilità – dice Iorio – anche la banca le perseguirà».

Sul fronte delle partecipazioni, infine, la nuova BpVi mira a valorizzare tutte le società in cui è presente, «se ci saranno offerte interessanti che non ci costringano a iscrivere perdite di bilancio»: potrebbero essere perciò vendute Farbanca, Prestinuova e certamente Sec, la società che cura i servizi di IT, ma questa in un’ottica di miglioramento dell’efficienza. Ma naturalmente BpVi è interessata a cedere anche le quote in Save o Fiera di Verona: tutto può essere venduto – al giusto prezzo – tranne Cattolica, che «è l’unico investimento strategico», e che comunque è iscritta a bilancio a 400 milioni ma con un mark to market di 150.

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