BpVI e VB passano di mano.

La stampa ci informa dunque che gli aumenti di capitale di BpVI e VB avverranno con la garanzia di due Consorzi di Garanzia e Collocamento (CGC): l’uno, per VB, costituito da Banca IMI, l’altro costituito da cinque gruppi bancari (capofila Unicredit).

I due CGC garantiscono la sottoscrizione dell’inoptato: i soci attuali che non eserciteranno il diritto di prelazione nel corso di un determinato periodo potranno venderlo come `diritto di opzione’: uno strumento finanziario negoziabile. A questo punto entrano in campo i CGC che sottoscrivono, per l’appunto, l’inoptato.

Le aspettative che i soci esercitino i diritti di prelazione loro riservati non sembrano positive in quanto, si dice, essi siano imbufaliti contro le banche (in realtà si sentono traditi dai loro Organi); ne segue che non dovrebbero esercitare il diritto di prelazione. Così subentreranno i CGC che sottoscriveranno l’inoptato per garantire il richiesto aumento di capitale che deve andare in porto.

I CGC possono essere con o senza preventiva sottoscrizione: nel caso di specie, sembra si tratti di CGC con preventiva sottoscrizione (dell’inoptato). Nel secondo caso essi fungono da broker: cioè si occupano di classare i titoli sul mercato senza sottoscriverli preventivamente.

Con la preventiva sottoscrizione dell’inoptato, i CGC divengono ‘temporaneamente’ titolari di una partecipazione nella banca.

Se i CGC deterranno una partecipazione (di maggioranza, qualificata o di minoranza) contribuiranno a nominare, ‘pro-tempore’, i nuovi Organi della banca; se sarà maggioritaria, avranno tutto il potere di nomina; se qualificato o minoritaria e faranno parte di un patto di sindacato nomineranno, pro-quota, la parte loro spettante.

Se è così, i soci che decidono di non esercitare il diritto di prelazione – qualsiasi sia il motivo che li spinge – lasceranno le banche nelle mani dei CGC fino a che questi, a seconda della loro convenienza, non venderanno sul mercato le azioni acquisite. Ma qui si apre un altro vaso di Pandora.

In conclusione, e come ho sostenuto fin dall’inizio, i soci possono attardarsi ad osservare il passato o ‘guardare avanti’.

Nel primo caso rischiano di aggiungere, alle perdite già maturate sulle azioni, altri costi per assoldare avvocati, commercialisti, periti ecc. che cercheranno di difenderli di fronte a presunti torti subiti. Presumibilmente il risultato sarà: `bechi e bastonati’.

Nel secondo caso, accontentandosi della perdita subita, non aggiungeranno la bastonatura; anzi, salvaguarderanno l’igiene del loro fegato che potrebbe facilmente andarci di mezzo.

Gli azionisti infatti, per definizione, assumono il rischio di perdere il capitale investito e a non avere alcun diritto di remunerazione dell’investimento. E credo sia difficile pensare che le banche non si siano salvaguardate facendo firmare ai sottoscrittori  i documenti sull’appropriatezza  e sull’adeguatezza degli investimenti.

 

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