Il fegato degli azionisti di VB e di BPopVI

In un articolo di L. Zingales (che riporto in calce) si riassume bene perché gli stakeholder della B.Pop.VI si stanno rovinando il fegato, secondo me inutilmente.
Inutilmente, presumo, perché quanto è perso, è perso e quanto si perderà ancora nessuno è in grado oggi di stabilirlo: la perdita addizionale, infatti, non dipende più dagli Organi della banca (che già hanno fatto la loro parte) ma dal mercato nel quale essa verrà quotata e dall’interesse degli investitori sul futuro dei territori ove il gruppo è insediato.
Ha dunque ragione da vendere il Presidente Zonin quando invita  azionisti, clienti e dipendenti a tenere duro in vista dei prossimi passaggi e che «sarebbe un errore se i nostri 120 mila soci gettassero la spugna per sfiducia, sconforto o impazienza… non fareste né il vostro interesse né quello della banca». Insomma nessuna corsa a vendere le azioni Bpvi, nonostante il loro forte e progressivo deprezzamento. Corsa peraltro frustrata negli ultimi mesi, per colpa – scrive Zonin – delle nuove normative europee (cito da un articolo del CorriereEconomia del 2 settembre scorso).
Invece, secondo me, il Presidente ha torto quando imputa il disastro alle nuove normative europee: invece di prendere atto che gli Organi della banca non hanno tenuto conto che da circa 30anni le banche vengono invitate ad aumentare i fondi propri. Questa mancata presa d’atto non è imputabile soltanto a chi aveva la responsabilità organizzativa e la responsabilità civile dell’azienda, ma anche a tutti i loro conniventi che mai hanno sollevato la questione: singoli azionisti, gruppi di azionisti (dipendenti e non, organizzati o meno) e tutti coloro che pur conoscendo la situazione hanno sempre taciuto. Anche dei sindacati che ora dichiarano di essersi occupati solo dei posti di lavoro invece di occuparsi anche dell’azienda che li genera.
Mutatis mutandis si può argomentare per Veneto Banca: dal Corriere del Veneto di oggi (15 settembre 2015) si apprende che il ricorso al Tar del Lazio contro la riforma delle popolari è stato presentato la scorsa settimana dai rappresentanti dei piccoli soci:
<<Il ricorso di 71 pagine, primo firmatario l’economista Marco Vitale, contesta su tutta la linea la riforma, a partire dalla violazione del diritto di libertà economica. Contestando ad esempio il ricorso al decreto legge, ma anche che il blocco del diritto di recesso dei soci, con il passaggio in spa, garantito per legge, avvenga con una norma di rango inferiore, come il regolamento attuativo di Bankitalia. E descrivendo la sovrapposizione tra obbligo di trasformazione in spa e divieto di recesso, il ricorso parla apertamente di «atto di espropriazione» dei soci. Le contestazioni appaiono così numerose e pesanti, da rendere difficile pensare che il Tar non possa accoglierne nemmeno una. E la sola concessione della sospensiva alla legge, alla vigilia delle assemblee di trasformazione in spa, potrebbe deflagrare con effetti devastanti su tutta la riforma.>>
L’autorevolezza del prof. Marco Vitale è tale per cui è verosimile pensare, come dice l’articolista, che almeno una delle contestazioni addotte verrà accolta per cui è possibile un rinvio dell’applicazione della legge.
Più o meno il medesimo obiettivo del rinvio viene perseguito dal Comitato «Per Veneto Banca» (200 soci pari all’8% del capitale) che chiede, oltre che la rappresentanza del capitale nella nuova SpA (cosa che peraltro spetterà loro di diritto), anche di conoscere la <<road map sui (…) tempi e le formule con cui si pensa di strutturare l’aumento di capitale, la cui dimensione pare lievitata fino a un miliardo, e su cui i grandi soci hanno già espresso la disponibilità a partecipare.>>
Se questi 200 soci si sono dichiarati disponibili a sottoscrivere l’aumento, non si può che apprezzare l’idea che si deve `guardare avanti’ (altrimenti, come dice il Presidente Zonin, si perde di più).
Ciò che invece non mi è chiaro è come sia possibile <<evitare l’ennesimo salasso sul valore delle azioni e il rischio che la speculazione si porti via la banca a prezzi di saldo.>>
Non credo, infatti, che sarà la speculazione a portarsi via le due banche a prezzi di saldo; tali prezzi non sono altro che la risultante di politiche aziendali, dissennate e non in sintonia con l’andamento delle condizioni economico-finanziarie che sono andate maturando nel settore bancario nel corso degli ultimi trent’anni, condotte dagli Organi aziendali.
Rinvio o non rinvio, il fair value delle azioni delle due banche, è molto simile al prezzo di mercato delle popolari quotate similari il quale non è frutto della speculazione (che non ha ancora avuto modo di esprimersi per mancanza di mercato).
Come si diceva, primum vivere… e il fegato è un organo troppo importante per rovinarselo inutilmente.
——————————————————-
Non fare processi alla vigilanza della Bce (di Luigi Zingales in IlSole24Ore del 9 sett. 2015)
A Vicenza sono arrabbiati. La Banca Popolare di Vicenza (Bpv) nei primi sei mesi del 2015 ha perso più di un miliardo di euro e chiede 1,5 miliardi di aumento di capitale per sopravvivere.
Sono arrabbiati gli azionisti che hanno patriotticamente sostenuto la loro banca locale con continui aumenti di capitale.Le perdite del primo semestre hanno divorato l’aumento di capitale da un miliardo dell’anno scorso, hanno decurtato il valore delle loro azioni del 25%, e ora costringono la banca a lanciare un altro massiccio aumento di capitale.
Sono arrabbiati i sindacati della banca, consapevoli dei pesanti tagli che il nuovo piano di rilancio imporrà al numero di dipendenti.
Sono arrabbiati anche i debitori della BPV, che avevano comprato azioni della banca con parte dei prestiti ricevuti ed ora devono trovare nuovi fondi per finanziare i loro acquisti, proprio quando queste azioni non risultano facilmente vendibili.
La rabbia di costoro si scatena contro la Banca Centrale Europea. C’è chi parla di «veri e propri ricatti da parte dei “commissari” di Francoforte». A rischio non ci sarebbe solo la banca, ma lo stesso modello Nord Est. Ci troviamo di fronte ad un attacco dell’Europa al nostro sistema di banche locali, vitale per sostenere le piccole imprese italiane?
Per attribuire correttamente le responsabilità bisogna comprendere i fatti. La perdita di 1,05 miliardi e la necessità del massiccio aumento di capitale non sono dovuti ad un improvviso peggioramento del business della BPV, ne’ all’introduzione di nuove normative, ma interamente a quattro fatti contabili.
Il primo è la riduzione di 269 milioni (pari al 58%) del valore di avviamento, ovvero al valore di carico a cui la BPV riportava le passate acquisizioni. Questa riduzione nel primo semestre 2015 segue un’altra di 600 milioni fatta al 31 dicembre 2014. Come è possibile che nel giro di 18 mesi, tra l’altro caratterizzati da tassi in discesa e da una timida ripresa, il valore di avviamento della BPV si sia ridotto dell’81.5%? Si tratta della eccessiva rigidità del regolatore di Francoforte o piuttosto di una eccessivo lassismo degli anni passati?
La seconda fonte di perdite (per 119 milioni) è dovuta alla riclassificazione del valore di alcune partecipazioni in fondi Sicav. Al 31/12/2014 il valore di bilancio di tutte le Sicav detenute da BPV era pari a 215 milioni. Come è possibile una perdita del 55% in 6 mesi, durante i quali i mercati azionari sono mediamente saliti? Di nuovo si tratta dell’eccessiva rigidità del regolatore di Francoforte o piuttosto di una eccessivo lassismo degli anni precedenti?
La terza fonte di perdite, pari a 703 milioni, è dovuta ad un aumento dell’indice di copertura dei crediti deteriorati, che passa dal 35,1% del 31 dicembre 2014 al 39,6% del 30 giugno 2015. Difficile pensare che in 6 mesi la solvibilità dei clienti BPV sia peggiorata così tanto anche perché la stessa banca, nella sua relazione semestrale, parla di «primi segnali di miglioramento» nel mercato del credito in Italia. Non è forse il caso che gli accantonamenti precedenti erano troppo esigui?
La necessità di un aumento di capitale superiore alle perdite nasce dalla scoperta degli ispettori della Bce di «correlazioni tra capitale sottoscritto e finanziamenti concessi ad alcuni soci». Se una banca presta i soldi ai soci affinché comprino le azioni della banca stessa, la riserva di capitale della banca risulta inflazionata artificialmente. Ma che la BPV fosse coinvolta in questa partita di giro non è una novità scoperta dai commissari di Francoforte. Gianni Zonin, il presidente della banca, lo aveva dichiarato al Giornale di Vicenza in un’intervista, il 28 dicembre 2013: «Il 40% dei nuovi soci ci ha chiesto un finanziamento per aderire al piano proposto; il 60% invece non ha avuto bisogno di alcun sostegno».
Alla luce di tutti questi fattori, la teoria della cospirazione europea contro la povera Vicenza non sembra reggere. Perché mai la vigilanza della Bce dovrebbe accanirsi proprio con la BPV e non con banche più temibili sul mercato europeo come UniCredit e Intesa? Tanto più che un anno fa la stessa Banca d’Italia aveva fatto rilievi molto simili a Veneto Banca, rilievi che avevano portato ad una multa di 2,7 milioni all’intero consiglio di amministrazione. Anche grazie a questo intervento più tempestivo, oggi gli aggiustamenti imposti dalla Bce a Veneto Banca sono inferiori. La domanda, quindi, non è perché la Bce sia stata così severa con la BPV, ma perché la Banca d’Italia in passato non lo sia stata.
La responsabilità non è solo di Bankitalia, ma anche di tutte quelle istituzioni preposte a garantire che i bilanci rappresentino un’immagine veritiera della situazione contabile. A cominciare dal consiglio di amministrazione e dal collegio sindacale, che ha nella protezione dell’integrità contabile la sua principale ragione d’essere. Poi c’è la società di revisione, che del bilancio si fa garante, supportata da esperti esterni. Specialmente nelle banche non quotate sono loro che si assumono la responsabilità di determinare il valore delle azioni. Poi c’è la Consob, responsabile della corretta comunicazione al mercato. Nelle frequenti sollecitazioni al pubblico risparmio della BPV, la Consob ha sempre preteso la trasparenza necessaria per tutelare gli investitori? Un anno fa, in occasione dell’ultimo aumento, io sollevavo i miei dubbi a riguardo sul Sole.
I controllori non mancano, né mancano i numerosi controlli formali. Non è mancata neppure la capacita di effettuare questi controlli: molti degli ispettori Bce preposti alla banche italiane vengono da Bankitalia. È mancata la volontà politica. Perché? Forse la risposta s’ha da trovare in un proverbio di quelle zone: «schei e amicissia orba la giustissia».

Mercoledì 9 Settembre 2015

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: