Per Veneto Banca

Osservando le chiacchiere che si svolgono intorno a Veneto Banca in questo scorcio di estate è interessante notare come ci si allontani sempre dal punto cruciale dal quale, invece, secondo me, bisognerebbe partire per argomentare in termini economico-finanziari.

Il punto di partenza è il valore effettuale attuale delle azioni: non è sicuramente il prezzo deciso dagli Organi aziendali precedenti, né quello successivamente svalutato: si tratta infatti di valori attribuiti dall’emittente (cioè dal medesimo soggetto che lavora per dar valore all’azione) e non dal mercato, che dovrebbe giudicare i risultati del lavoro dell’emittente.

Ovunque nel mondo il valore delle azioni è il prezzo quotato giornalmente dalla Borsa; in assenza di quotazione il prezzo viene misurato dal prezzo delle azioni di società quotate similari (appartenenti al medesimo settore industriale, con analoga struttura giuridica, di analoga dimensione, ecc.): è quello che si chiama fair value e che serve per valutare la consistenza degli averi in assenza di un prezzo di mercato. Tutti i commercialisti che applicano i principi contabili internazionali conoscono benissimo la questione, oltre che la difficoltà di individuare un fair value adeguato ad esprimere un valore veritiero.

Il valore di mercato delle azioni delle banche italiane quotate oscilla oggi intorno al valore nominale del capitale sociale.

Supponiamo che il valor medio di mercato delle popolari italiane quotate sia il valore nominale delle loro azioni: ne segue che il fair value delle azioni dii Veneto Banca sarebbe il loro valore nominale (3€). Come si vede la distanza fra il valore nominale e il valore attuale, ancorché svalutato, è siderale.

Borsa o non Borsa, il mercato però ha già fatto proprio questo o altro fair value, basta interpellare qualsiasi investitore professionale; anche perché la banca registra, a torto o a ragione, ragguardevoli perdite di reputazione.

Supponiamo che l’ipotesi appena addotta sia troppo pessimistica, per cui raddoppiamo il valore delle azioni e portiamolo a 6€. Anzi, triplichiamolo e portiamolo a 9€: in entrambi i casi la distanza col valore amministrato attuale permane siderale.

Così chi vende, in realtà svende se, e solo se, vi sono compratori. Ma non vende/svende le azioni, ma i diritti di opzione. Sperando che qualcuno li compri, altrimenti vanno all’asta e perderanno ulteriore valore.

Fatti i dovuti calcoli per stabile il valore teorico del diritto di opzione, ci sarà qualcuno che compra a questi prezzi? A 3€, molti; a 6€, la metà di molti; a 9€ un terzo di molti. Dipende appunto dal fair value prescelto, cioè dipende da un valore di mercato corrente per cui un rinvio della quotazione serve solo a ridurre ulteriormente la reputazione della banca, proprio perché è volto a rinviare una  questione già inclusa nelle aspettative di chiunque.

Ma, al prezzo attuale, chi compra? Secondo me, nessuno. Chi investe comprando i diritti di opzione? Meno di nessuno. Così bisognerà scegliere un prezzo di emissione e ne vedremo delle belle.

Ma questi sono i risultati della banca amica, cioè della banca dei territori; come se una banca esterna ai territori non avesse convenienza a finanziare le imprese convenienti dei territori. E sarebbe una grazia degli dei che così si comportasse una banca: i benefici per gli stakeholders sarebbero notevoli.

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