Svolta alla B. Pop. VI.

Finalmenete l’AD, F. Iorio, prende una coraggiosa, ineludibile ed ineluttabile posizione pubblica a favore della Banca di cui è ora il principale responsabile operativo (v. l’articolo in calce): il prezzo delle azioni lo farà il mercato attraverso una IPO.

La IPO (initial public offering in italiano offerta pubblica iniziale: per il significato si veda wikipedia.it; trattandosi però di una passi anglosassone è preferibile wikipedia.en) si realizza quando una società si apre al mercato per la prima volta. Di solito è rivolta agli investitori istituzionali (intermediari finanziari non bancari pubblici e privati, cioè non le banche commerciali) e tecnicamente si realizza attraverso un block building (v. wikipedia citata sopra), cioè attraverso la raccolta cronologica degli ordini. In questi block credo entrino anche i vecchi azionisti, cui spetta il diritto di prelazione che può non essere esercitato e che così può essere venduto come diritto di opzione. In caso di astensione da una decisione palese si hanno i diritti inoptati che vanno all’asta.

Al di là delle tecniche, peraltro per nulla irrilevanti in quanto determinanti per la formazione del prezzo, non resta che plaudire alla presa di posizione dell’AD che ha avuto la forza professionale di dichiarare concluso un periodo di ignavia, di fatto anti-europeista, e di fornire ai soci e ai dipendenti una prospettiva, ancorché di periodo non breve.

Se l’interesse per il NordEst convincerà gli investitori a partecipare all’IPO, il prezzo delle azioni si ridurrà ancora, ma di meno di quanto si ridurrebbe se l’interesse per il NordEst non si manifestasse. Gli investitori oculati, infatti, guardano avanti ed hanno bisogno di banche sane e patrimonializzate e non di banche amiche. Come tutte le volpi, queste ultime finiscono infatti in pellicceria, come si vede.

Come da tempo sostengo, anche i soci dovrebbero guardare avanti perché hanno solo la possibilità di perdere più di quanto hanno fin qui perso; soprattutto se si affidano a pifferai di dubbia competenza che li conducono ad annegare nel mare magnum della speranza, dopo avere pagato laute parcelle.

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Il prezzo? Lo deciderà il mercato (di Stefano Righi in Corsera del 30 agosto 2015)

Rivoluzione popolare.

La BpVi andrà in Borsa attraverso una vera e propria Ipo. Una scelta di rottura con il passato, che proietta l’istituto berico in una dimensione nuova, quella della finanza a 360° e dei mercati aperti. Sarà infatti il mercato e non più il consiglio di amministrazione a fissare il prezzo delle azioni della Vicenza, già da primavera. Lo annuncia in questa intervista il consigliere delegato Francesco Iorio, in carica dal primo giugno.
Iorio, siamo al terzo aumento di capitale in tre anni…
«È una operazione indispensabile per garantire il futuro. Puntiamo a un indicatore Cet1 al 12 per cento, rispetto all’attuale 6,81 e quindi vogliamo raccogliere fino a un miliardo e mezzo. Fino, perché quella è la cifra massima».
A che prezzo?
«Non sarà un aumento di capitale come gli ultimi. Il prezzo delle azioni lo deciderà il mercato. Faremo una vera e propria Ipo (initial public offering , offerta pubblica iniziale) e stiamo valutando l’opzione di un book building ».
Quindi nessun prezzo pre-definito, nessuno sconto sui 48 euro attuali?
«No. Il prezzo lo farà il mercato e il valore probabilmente si formerà attraverso un meccanismo di book building . Chi vuole comperare le azioni farà un’offerta. Più sarà alta la domanda, più sarà alto il prezzo».
Un’altra sorpresa per i soci. Come gliela farà digerire?
«Credo che sarebbe un duplice errore se ci fosse una reazione irrazionale che portasse a cedere il titolo nel momento peggiore. Vedo invece un’opportunità nel prezzo dell’aumento di capitale e abbiamo allo studio dei meccanismi di premio per i vecchi soci…».
Quali sono i tempi?
«Sulla carta vorremmo che tutto – l’assemblea per la trasformazione in spa, la quotazione e l’aumento, che saranno contestuali – si concludesse entro il primo trimestre 2016. Il giorno dopo la conclusione dell’aumento la banca sarà quotata».
È un’operazione nuova. Ma a lei, chi glielo ha fatto fare di lasciare Ubi?
«Sono convinto sia meglio essere il primo in un piccolo villaggio della Gallia che il secondo a Roma…».
Che cosa ha trovato al suo arrivo a Vicenza?
«Ho trovato gli ispettori della Bce che stavano concludendo un’ispezione di quattro mesi, che ha evidenziato delle criticità all’interno della banca».
L’ispezione ha evidenziato una carenza di capitale?
«No. Premesso che siamo ancora in attesa degli esiti definitivi, l’ispezione non ha evidenziato una mancanza di capitale in senso tecnico, ma la presenza di finanziamenti correlati all’acquisto di azioni della banca. Ovvero, linee di fido aperte e utilizzate per l’acquisto di azioni».
Cioè la banca ha finanziato chi sottoscriveva azioni della banca stessa?
«Sì».
Quanto vale l’insieme di queste operazioni?
«Il totale è di poco inferiore al miliardo».
Un colpo basso…
«L’aspetto positivo è che questo patrimonio è un potenziale aumento di capitale embedded nella banca. Questi fidi, concessi a clientela primaria, mi aspetto che nel tempo vengano restituiti. A quel punto il capitale ritorna eleggibile…».
Questo miliardo che manca è la cifra definitiva o ne emergeranno altre?
«Sostanzialmente è tutto».
Ma è la Bce che è eccessivamente severa o nel passato la Vicenza ha prestato denaro a chi non meritava credito?
«Bce non è severa. Bce semplicemente dice, ti valuto sotto due aspetti: il controllo interno del rischio, e qui non sei stato bravissimo e poi la capacità di generare reddito nel futuro. Poi, vedendo i crediti, ha evidenziato una “sottocopertura” rispetto alla media di mercato. Oggi però siamo solo un punto percentuale sotto la media, a marzo era il 5,5 per cento».
Il suo rapporto con il presidente Gianni Zonin?
«Con il presidente e con il consiglio abbiamo tracciato un percorso comune e condiviso che ci porterà assieme certamente fino a primavera».
E le attese aggregazioni?
«Non siamo nelle condizioni di poterle fare. Il rafforzamento è stato pensato anche per poter permettere alla banca di negoziare alla pari qualsiasi eventuale progetto di fusione».
Ma già un anno fa si disse che, concluso l’aumento 2014, la Popolare di Vicenza era nelle condizioni di essere soggetto aggregante e non aggregato…
«I fatti testimoniano che quei finanziamenti all’aumento di capitale non hanno messo la banca nelle condizioni di essere polo aggregante…».
Sta aprendo a un’ipotesi di futuro solitario?
«Sto aprendo a un’ipotesi di rafforzamento che permetta alla banca di scegliere se stare sola, se sposarsi e con chi».
Pensi al piccolo azionista: quando finirà tutto questo?
«Se lei mi sta chiedendo quando il titolo tornerà a 62,5 euro, non so rispondere. Sono però confidente che l’anno prossimo questa banca tornerà in utile ed è auspicabile che nella primavera 2017 pagherà il dividendo».

 

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