Prede popolari a NE.

I prossimi sei mesi saranno decisivi per le popolari non quotate venete: se ne ha una sensazione precisa consultando la stampa di carta e quella on-line: si può averne un’idea leggendo l’articolo di Luca Davi (IlSole24Ore), che riporto in calce, e quello di Laura Magna che ci informa su come gli analisti giudicano la BPM.

Leggendo i due pezzi e collegandoli, alla luce del SREP e delle informazioni disponibili sui CET1, si può avere un’idea dei fair value che potrebbero essere rappresentativi del valore delle azioni delle non quotate: i DG avranno delle belle gatte da pelare nel proporre ai rispettivi Organi aziendali e a far approvare le soluzioni più adeguate all’interesse delle aziende di cui sono i responsabili operativi.

 

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Banche Popolari, parte il cantiere delle fusioni (di Luca Davi, IlSole24Ore 19 agosto 2015)

Tra improvvise accelerazioni e altrettante frenate, la stagione del risiko bancario sta entrando nel vivo. Superata positivamente la tornata dei risultati semestrali, le banche italiane alle prese con la riforma Renzi-Padoan – che impone la trasformazione in Spa ai dieci principali istituti popolari – stanno ragionando sulle possibili partnership attese nelle prossime settimane e mesi.

Il pressing delle Authority per un consolidamento del settore è evidente. Da una parte c’è la moral suasion che filtra dalla Vigilanza targata Banca centrale europea-Banca d’Italia. Dall’altra ci sono le chiare indicazioni del Governo. Che non ha mai fatto mistero di incentivare una razionalizzazione del comparto. «Il risiko bancario continuerà ancora a lungo, perché in Italia abbiamo troppi istituti di credito», ha scritto nei giorni scorsi il premier Matteo Renzi.

Ecco perchè, ora che pressochè tutte le banche coinvolte nel processo hanno nominato gli advisor che le accompagneranno verso le Spa e nelle operazioni straordinarie, gli operatori guardano ai prossimi mesi come quelli “caldi”, quelli in cui gli istituti definiranno le alleanze destinate a cambiare i connotati del settore nei prossimi anni.A condizionare, almeno in parte, le mosse delle banche potrebbero essere tuttavia – ancor prima delle preferenze di azionisti e banchieri – gli esiti dello Srep, il processo di revisione e valutazione prudenziale che la Bce sta conducendo. Un’analisi che gli ispettori dell’Ssm stanno effettuando sui 13 principali istituti italiani (così come su tutti i 123 maggiori gruppi europei) e le cui prime indicazioni saranno comunicate a settembre ai vertici delle banche, che per questo verranno convocati a Francoforte. Da quel momento si aprirà una fase di dialogo con Bce per verificare eventuali limature. Ma è difficile che Francoforte accetti sensibili revisioni al ribasso nelle richieste che si stanno formulando in queste settimane.Realistico che alla fine per diverse banche domestiche lo Srep si traduca in un innalzamento dei requisiti in termini di Cet 1 ratio, con la parziale erosione dei buffer di capitale generato nei mesi scorsi. Di quanto esattamente, lo si capirà in maniera definitiva tra novembre e dicembre, quando arriveranno i “responsi” finali da Francoforte.

Impossibile, sia chiaro, che a valle dello Srep si assista a un ribaltamento dei rapporti di forza esistenti oggi tra gli istituti. Più probabile, invece, è che i banchieri vogliano avere qualche certezza in più, sia da un punto quantitativo che qualitativo, prima di formalizzare al mercato l’avvio di una trattativa in vista di una fusione.

Le prospettive
Nell’attesa, e sotto traccia, i dialoghi vanno infittendo. A partire da quello tra Ubi e Banco Popolare, dalla cui fusione potrebbe nascere il terzo gruppo bancario italiano alle spalle di Intesa Sanpaolo e UniCredit. Nonostante da entrambe le sponde non arrivi alcuna conferma formale, i ragionamenti tra i due gruppi risultano in fase avanzata, come anticipato dal Sole 24 Ore lo scorso 18 luglio. In pochi sono pronti a scommettere che qualcosa possa accadere prima di fine settembre, inizio ottobre, quando la banca guidata da Victor Massiah convocherà l’assemblea di trasformazione in Spa. A quel punto però – in virtù di un nuovo assetto societario e i una maggiore forza degli investitori istituzionali – l’istituto lombardo si ritroverebbe nelle giuste condizioni per valutare operazioni straordinarie. Nel contempo sembrerebbe aver perso quota l’ipotesi di un interessamento diretto di Ubi nei confronti di Mps, che nel frattempo ha riportato sotto controllo i ratio patrimoniali e l’esposizione verso Nomura, confermando così la giusta rotta verso il risanamento.

Vero è che il Banco, come ha sempre ricordato l’a.d. Pier Francesco Saviotti, ha sempre valutato il matrimonio con Banca Popolare di Milano come la «soluzione ideale». Ma è anche vero che su Piazza Meda sembrano convergere anche altri appetiti. A partire da quello di Carige, il cui maggiore azionista, la famiglia Malacalza, vedrebbe di buon occhio l’alleanza con l’istituto che nell’ultimo anno e mezzo è stato rilanciato dal consigliere delegato Giuseppe Castagna.

Un’altra ipotesi su cui ragiona Milano, che rimane pur sempre attuale, è quella invece di un merger con Modena, in una riedizione di quel matrimonio con Bper che sfumò nel 2007. Il dialogo è avviato da tempo, e l’operazione avrebbe un senso industriale. Tuttavia la stessa banca modenese, sotto la guida dell’a.d. Alessandro Vandelli, guarda anche altrove. A partire dalla Valtellina, dove sia Creval che Pop. Sondrio, seppur con diverse sfumature, osservano con cautela la partita delle fusioni. L’altra strada da Modena conduce allora nel Nord-Est, dove Veneto Banca – accantonata per ora l’ipotesi di una fusione con Pop. Vicenza, operazione che non troverebbe il favore di Francoforte – deve fare i conti con buffer patrimoniali risicati rispetto alle richieste dei regulator. Ora che Vincenzo Consoli ha fatto un passo indietro abbandonando dopo 18 anni il suo ruolo di dg, l’istituto è sotto la guida del presidente Francesco Favotto e del dg Cristiano Carrus. A loro toccherà traghettare la banca verso la trasformazione in Spa e in Borsa. Il tutto sotto l’occhio vigile della Bce.

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Un commento

  1. Inviato agosto 19, 2015 alle 8:43 am | Permalink | Rispondi

    Unioni inevitabili per ristrutturare (di Carlo Festa, IlSole24Ore 19 agosto 2015).

    La percezione all’estero dell’Italia agli occhi degli investitori, il riassetto delle banche italiane. Sono i due grandi filoni, per alcuni versi collegati, che da qui a fine anno terranno puntati i riflettori dei mercati sul Paese. «Forse per la prima volta da tanti anni la percezione che si ha all’estero, di come stia andando il nostro paese, e qui intendo sia l’economia e sia la gestione del paese, riforme in primis, è migliore di quella che abbiamo noi al nostro interno. È indubbiamente un fatto positivo, un credito fatto al nostro governo, che sarà sicuramente limitato nel tempo e quindi converrà sfruttare in pieno» spiega Alessandro Daffina, amministratore delegato di Rothschild Italia, gruppo indipendente con oltre 200 anni di storia che opera a livello globale attraverso quattro divisioni: Financial Advisory, Wealth Management & Trust, Institutional Asset Management e Merchant Banking.Il sistema Italia, come Paese, è strettamente correlato al sistema bancario. Su questo fronte tutti pensano che nei prossimi mesi ci saranno concentrazioni. Sono inevitabili? «Direi di sì. – spiega Daffina – Innanzi tutto lo vuole Francoforte, sono ancora troppe le banche in Italia. Poi c’è una necessità di ristrutturare il settore. Le banche italiane, a causa dei tassi d’interesse bassi e del perdurare della crisi economica, hanno dovuto operare in condizioni particolarmente difficili. Margini d’interesse inesistenti, necessità di accantonamenti sempre più elevate su crediti non performing, costi fissi eccessivi e infine un livello di tassazione fra i più alti in Europa. Non sorprende quindi che le banche abbiano avuto una redditività scarsa e un livello di patrimonializzazione inadeguato. Da qui nasce la necessità di concentrazione nel settore».

    Il successo degli aumenti di capitale di Carige e Mps è stato sicuramente un buon segnale per il settore, dato l’interesse degli investitori esteri, in particolare americani che hanno comprato azioni Mps.

    Il dato di fatto è che le valutazioni delle banche italiane sono tornate ad essere convenienti anche rispetto ai peers europei. «In genere – continua Daffina – parliamo di valutazioni intorno allo 0,7-1,0 del patrimonio, nel 2007 era di 3,0 per quelle italiane e di 5,0 per quelle localizzate nell’Est Europa. Se a questo ci aggiunge, come abbiamo detto prima, che il giudizio degli investitori esteri su quanto sta facendo l’Italia per uscire dalla crisi è positivo allora ecco spiegato il motivo di questo ritorno dell’interesse». I riflettori sono tutti puntati su Mps che sembra destinata ad essere comprata da un gruppo estero. «Non so – afferma Daffina – difficile per un gruppo italiano al momento. Certo è che a mio avviso il governo avrebbe dovuto essere più coraggioso. Ha presente quanto fatto dagli inglesi con le proprie banche? Oppure anche da altri paesi in Europa o negli Usa? Oppure quello che fu fatto in Italia con il Banco di Napoli all’epoca di Ciampi e di Draghi? Avrei preferito un intervento diretto da parte dello Stato. Limitato nel tempo, con l’obiettivo di rivendere appena possibile dopo aver risanato, ma togliendo tanta incertezza che ha nociuto a tutte le banche italiane e non solo al Mps. Peccato che non sia andata così. Eccessiva timidezza dei nostri governanti dell’epoca nel trattare queste problematiche con le autorità europee».

    Sul fronte internazionale la crisi greca ha rischiato di colpire sia l’Italia come Paese sia di avere ripercussioni negative sul mondo bancario. Il timore è che non si sia ancora usciti dal tunnel: «A causare i maggiori problemi all’economia internazionale, come al mercato dei capitali – dice Daffina – sono le situazioni d’incertezza, come appunto è quella greca. Per adesso è stato raggiunto un accordo, che tuttavia non produrrà effetti particolarmente positivi poiché è opinione comune che è stato risolto il problema solo nel breve termine; la Grecia, infatti, alle condizioni attuali, difficilmente sarà in grado di ripagare il proprio debito e questo determina incertezza ma allo stesso tempo offre un’opportunità per modificare le regole di funzionamento dell’Europa unita».

    La crisi greca, come le tempeste valutarie in Cina, rischiano di minare una situazione favorevole per gli investimenti esteri in Italia e per il mercato delle fusioni e acquisizioni per il quale si attende un trend sostenuto anche per i prossimi 12-18 mesi. «Ci sono tutte le condizioni di base – indica Daffina – perché ciò accada: i tassi d’interesse sono ai minimi storici, un eccesso di liquidità nel sistema, i profitti aziendali elevati, un cambio euro-dollaro più realistico, la facilità di accesso e convenienza del mercato dei capitali. Poi ci sono anche le situazioni specifiche: ad esempio il vasto piano di dismissioni che saranno fatte dal mondo dei private equity, la crescita negli Stati Uniti che attira investimenti da ogni continente, la ristrutturazione nel settore energetico ed in particolare per quanto riguarda le energie alternative, il settore farmaceutico alle prese con un ulteriore consolidamento. Poi c’è il settore finanziario, in generale, non solo le banche, che è stato fermo per anni ma che adesso si prenderà le sue rivincite».

    Il bilancio del mercato dell’M&A in Europa è fino ad oggi molto positivo: +16% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Per Daffina «stiamo vicini a quello che era il mercato dell’M&A nel 2008. Parliamo di un ammontare complessivo di 560 miliardi di euro contro 480 miliardi dell’anno precedente. Questo incremento è dovuto soprattutto alle operazioni di grande dimensione che hanno interessato il settore farmaceutico, dell’oil & gas e dell’immobiliare soprattutto in Gran Bretagna, Francia e Svizzera. Un altro dato indicativo è che oltre il 50% di queste operazioni sono di tipo cross-border».

    Al di là delle banche, c’è grande interesse per le aziende italiane di altri settori dall’estero: gli investitori guardano soprattutto i brand. «Certo – sostiene Daffina – siamo un popolo di creativi, che si incasinano ma anche in grado di sorprendere. Abbiamo tante aziende che piacciono molto all’estero. Ne ho una lista lunghissima. Oltre ai brand, anche infrastrutture, farmaceutico, tecnologia, immobiliare, adesso anche il settore finanziario».

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