Sul liberismo imperante in Italia

A proposito del liberismo che starebbe imperando in Italia segnalo in calce l’odierno articolo di Alesina-Giavazzi (grazie a VeneziePost): come si può notare, grazie alle segnalazioni dell’Antitrust il Governo cerca di adempiere alle previsioni della legge.

Il ddl sulla Concorrenza, però, viene sistematicamente svuotato in Commissione Finanze dalle lobby che possono così mantenere le condizioni di monopolio fin qui acquisite, mentre sarebbe compito dei Governo smantellarle.

Se andassimo a controllare a quali gruppi politici fanno capo le lobby, avremmo la bella sorprese di osservare che chi in piazza grida e si straccia le vesti perché il Paese è percorso da fremiti liberisti poi in Parlamento si oppone allo smantellamento delle posizioni monopolistiche.

Le vittime sono poi i consumatori-votanti i quali di regola non sono in grado di distinguere coloro che in piazza battono i pugni a favore delle liberalizzazioni e in Parlamento assumono comportamenti contrari: la stampa libera e indipendente avrebbe un importante ruolo da svolgere nel nostro Paese.

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Ascoltare i cittadini non le lobby (di A. Aesina e F. Giavazzi in CorSera del 4 agosto 2015).

La Legge sulla concorrenza prevede che ogni anno il governo, sulla base delle segnalazioni ricevute dall’Autorità Antitrust, predisponga un disegno di legge per il mercato e la concorrenza. Ad esso il governo deve allegare l’elenco dei provvedimenti segnalati dall’Antitrust, indicando quelli che non ha ritenuto opportuno far suoi. Dal 2009, anno in cui fu introdotta la Legge sulla concorrenza, il governo Renzi è il primo ad adempiervi. Il 20 febbraio scorso ha infatti varato un disegno di legge che da allora è in discussione in Parlamento, nelle commissioni Finanze e Attività produttive della Camera. Come c’era da aspettarsi, cinque mesi di discussione parlamentare hanno consentito a tutti coloro cui il disegno di legge toglieva un po’ di rendita di organizzarsi per evitarlo. In molti ci sono riusciti. Un’audizione dopo l’altra, una pressione di questa o quella lobby dopo l’altra, ben poco è rimasto. Ad una legge già timida è stato tolto quasi tutto.

Si era partiti male. Dal Consiglio dei ministri di febbraio era uscito un testo incompleto, dal quale erano state stralciate alcune liberalizzazioni che invece il ministero per lo sviluppo economico (Mise) aveva incluso nella prima stesura del provvedimento. Per esempio, dalle liberalizzazioni erano state escluse le aziende pubbliche locali, noto feudo dei partiti. Un caso emblematico (come già notavamo in un articolo del 1° marzo) è quello delle Autorità portuali.

Il Mise aveva chiesto che venisse loro vietato di essere al tempo stesso regolatori dei servizi offerti al porto e fornitori dei servizi stessi: infatti nessun privato farà concorrenza a un’azienda che è posseduta da chi ne fissa le regole. La norma fu cancellata. Idem per l’obbligo di effettuare accreditamenti periodici delle strutture sanitarie private in modo tale da evitare il consolidarsi di monopoli di fatto. Stralciata anche la liberalizzazione dei medicinali di fascia C (quelli utilizzati per patologie di «lieve entità»): i farmacisti manterranno quindi mantenere il monopolio sulle vendite di medicinali che potrebbero tranquillamente essere acquistati nei supermercati a prezzi inferiori. Stralciata anche la rimozione dell’obbligo per gli autisti Ncc (noleggio con conducente) di ritornare in rimessa tra una chiamata e l’altra, una norma che avrebbe aperto il mercato a servizi quali Uber – un’azienda che rappresenta il futuro del trasporto urbano, migliorando i servizi e riducendone i costi, e che sta crescendo a valanga nel mondo. È sintomatico che in India (non negli Stati Uniti!) sia in atto una battaglia non sulla regolamentazione di questi servizi ma fra due società private che si contendono il nuovo mercato. Di fronte a questa innovazione noi cosa facciamo? Le impediamo di nascere.

Il Parlamento non solo non ha reintrodotto queste norme, ne ha cancellate altre. Su pressione dei carrozzieri ha eliminato alcuni articoli sui risarcimenti dell’Rc auto, scritte per rendere più difficili le frodi. Su pressione dei sindacati ha eliminato la liberalizzazione dei fondi pensione, che prevedeva la piena portabilità non solo dei contributi a carico dei lavoratori ma anche di quelli a carico del datore di lavoro (una norma che elimina il monopolio dei sindacati osteggiata nella gestione dei fondi pensione, una delle loto attività più importanti).

La norma che consentiva di non ricorrere ad un notaio per trasferimenti di immobili di valore inferiore ai 100mila euro è stata barattata con un aumento da 7mila a 10mila del numero dei notai. Un compromesso realistico — che probabilmente salva l’affidabilità dei registri catastali, ma che è accettabile solo se il numero dei notai aumenterà davvero. Già il governo Monti aveva deliberato, nel 2012, un aumento di 1.500 unità, ma i concorsi per quei nuovi notai non si sono ancora svolti. Colpa del ministro dell’Interno che non fa i concorsi, di quei notai, che però sono ben contenti se quei concorsi non si fanno.

La concorrenza non è un concetto astratto, che affascina gli economisti per deformazione professionale. Più concorrenza significa prezzi piu bassi, meno rendite per i monopolisti e quindi benefici per i consumatori. Ricordate quando c’era il monopolio delle linee aeree nazionali? I voli all’interno dell’Europa (per non parlare di quelli extraeuropei) erano di fatto riservati ai ricchi. Oggi, dopo la liberalizzazione, i nostri figli visitano l’Europa (e il mondo) a prezzi con cui noi da Milano visitavamo al massimo la Lombardia. O i tempi del monopolio sulla telefonia, quando ci volevano sei mesi per installare una linea e le telefonate all’estero andavano centellinate perché costavano moltissimo? Anche con il grande progresso tecnologico avvenuto nel campo della telefonia le cose non sarebbero cambiate di molto se fosse sopravvissuto il monopolio. Oggi invece, grazie alla privatizzazione di Telecom e ai molti operatori nati per effetto della concorrenza, possiamo telefonare a prezzi stracciati ai nostri figli che girano il mondo con le tariffe aeree low cost e usano Uber (all’estero).

Il governo non sembra capire l’importanza della concorrenza. O meglio, forse la capisce ma non sa dire di no alle lobby che di concorrenza non vogliono sentir parlare. Infatti, prima stralcia provvedimenti importanti che un suo ministro aveva proposto, poi lascia che il Parlamento faccia il resto. Matteo Renzi dovrebbe chiudere la discussione con un emendamento che reintroduca le norme stralciate e blocchi ulteriori interventi in Parlamento che altro non fanno se non assecondare i diktat delle lobby. Inoltre, dato che una legge sulla concorrenza va fatta ogni anno, sarebbe opportuno che il governo si impegnasse fin da oggi a presentare la Legge sulla concorrenza del 2016 e, in quell’occasione, a rivedere tutte le manchevolezze di quella oggi in discussione.

Nuove tecnologie, nuove idee, nuovi mercati nascono con sempre maggiore frequenza: è importante che vari monopolisti non se ne approprino in modo indebito. La prossima legge sulla concorrenza dovrebbe introdurre un «diritto a innovare»: imprese che aprono nuovi mercati non possono nascere se debbono soggiacere a norme scritte prima che quei mercati esistessero. Il governo potrebbe prendere esempio dalla California, il luogo in cui c’è più innovazione al mondo. Quando si apre un nuovo mercato, o viene introdotta una nuova tecnologia, le autorità della California ridisegnano la regolamentazione insieme alle nuove imprese, bilanciando i vantaggi dell’innovazione con la tutela dei cittadini.

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