Britannici: uno specchio per noi italiani.

Fare confronti fra Paesi, fra Nazioni, fra Popoli fra Comunità è sempre molto rischioso perché sono troppe le variabili che incidono sui loro usi e costumi.

In un post precedente segnalavo che, nel 2012 a Londra, avevano iniziato a scavare nel sottosuolo un buco lungo una quarantina di km; in questo periodo si è data notizia che si sono appena conclusi i lavori e che, per il 2017, si prevede di farvi transitare una tube veloce (tipo la parigina RER).

Quando ho letto il pezzo che riporto qui in calce mi sono chiesto un po’ di cose sul nostro Paese, sul nostro regime statalista democratico, sulle nostre opere pubbliche, sulla nostra scuola, su Roma, sulla Sicilia, su Venezia, ecc.: non voglio trarre conclusioni ma mi sembra utile sottoporre all’attenzione dei lettori di questo blog l’illuminante scritto di D. Taino.

Come dice Beppe Severgnini, non si può che sperare che tutti questi giovani che girano l’Europa piantino famiglie miste in modo che sorga presto una nuova generazione di persone in grado di cogliere fior da fiore le cose migliori di ogni cultura.

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La lungimiranza del cittadino inglese (di D. Taino, in Corsera del 26 luglio 2015, p. 35)

In gran parte dei partiti europei prevale l’idea che i cittadini vogliano una spesa pubblica ricca e che tagliarla sia un modo certo per perdere le elezioni. Sul breve periodo — che è quello adottato dalla maggior parte dei politici — può essere così, anche se non sempre. Sui tempi lunghi, però, il caso britannico racconta il contrario. Ed è interessante per almeno tre motivi: negli Anni Settanta, il Regno Unito aveva un’economia semi-socialista, con un ruolo dello Stato abnorme e l’opinione pubblica accettava la situazione; oggi la Gran Bretagna ha una delle economie più dinamiche d’Europa (cresce da dieci trimestri consecutivi, quest’anno il Pil aumenterà del 2,5%); il governo di Londra ha appena vinto le elezioni proponendo tra l’altro una ristrutturazione (con riduzione della spesa) del sistema di Welfare. Un grande sondaggio appena pubblicato — il British Social Attitudes survey — indica che i britannici che vorrebbero più spesa per il Welfare sono il 30% del totale. Nel 1989 — verso la fine dell’era di Margaret Thatcher che negli anni precedenti aveva effettuato la svolta per uscire dalle politiche stataliste — la quota favorevole a una spesa sociale da aumentare era superiore al 60%. Da allora è calata quasi ogni anno e oggi, alla fine della lunga crisi iniziata nel 2008, siamo vicino ai minimi (il punto più basso fu il 28% del 2009). L’idea che benefici sociali generosi e soprattutto distribuiti in modo ingiusto alimentino la dipendenza dal Welfare ha decisamente preso piede: solo il 18% crede che il sistema di aiuti spinga chi ne beneficia a uscire dai programmi di sostegno e a cercare un lavoro. Nel 1989, il 67% dei sudditi del Regno era d’accordo con la proposizione «alza le tasse e spendi di più». E così è stato fino al 2001, quando la quota fu del 63%. Oggi siamo al 38%. Il 51% vuole invece che tasse e spesa non cambino e l’8% vorrebbe che calassero entrambe. Non è che la Gran Bretagna sia eccentrica, almeno non in questo. Tra l’altro, la spesa pubblica è rimasta sotto al 40% del Pil negli Anni Ottanta e Novanta ma poi è tornata sopra, in particolare durante la crisi economica. No, è che i cittadini hanno realizzato che non sono lo Stato e l’assistenzialismo a creare il benessere. Si tratta di cambiamenti che probabilmente diventano senso comune sui tempi lunghi. Ma poi superano anche le fasi di crisi più dura. E fanno vincere le elezioni a David Cameron.

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