La paura del mercato dei Peter Pan delle Popolari e delle BCC italiane.

I frenatori delle riforme delle Popolari e delle BCC italiane sono i medesimi anti-europeisti nei fatti che si sono rifiutati di rispettare le trentennali regole di Basilea. Ora ne pagheranno il prezzo gli azionisti e i dipendenti.

Banche La Borsa non aspetta Inizia la stagione delle nozze (di Stefano Righi in Corriere Economia, via VeneziePost, 20 luglio 2015).

Per alcune sarà l’ultima estate da popolari. Gli effetti della legge che impone la trasformazione in società per azioni alle dieci più grandi tra le 70 banche popolari italiane è un punto di non ritorno per il sistema creditizio. Una spinta verso la modernità i cui modi sono risultati ad alcuni indigesti, ma sulla cui sostanza difficilmente si può obiettare, soprattutto alla luce dei decenni (non dei mesi) di rimpalli e di meline e degli infiniti rinvii delle autoriforme.

Incongruenze
La creazione di una superstruttura europea che governa il credito e che sta cercando di mettere ordine — non solo in Italia — nel delicatissimo mondo della finanza, ha suggerito la fine della più grande tra le ipocrisie creditizie: la tesi che vorrebbe banche quotate in Borsa con duemila sportelli sparsi in tutta Italia confrontabili nei principi di governance con istituti interprovinciali da 100-200 agenzie. La legge parla chiaro: (ormai meno di) diciotto mesi per la trasformazione sociale. Alcuni istituti hanno già premuto sull’acceleratore. Ubi, Popolare di Vicenza e Veneto Banca cambieranno il loro status legale entro la fine dell’anno. La Vicenza addirittura ha già messo in calendario lo sbarco sul listino di Piazza Affari entro i primi mesi del 2016, sulla scorta di una serie di urgenze, tutte proprie, alle quali il neo amministratore delegato Francesco Iorio sta mettendo mano. Veneto Banca probabilmente la seguirà a ruota. Ubi non ha l’urgenza delle prime due, anzi, ha programmato un passo inevitabile e ora sta cercando di trarre profitto dal tempo guadagnato. Le altre seguiranno a ruota. Anche le più riluttanti. Il Banco Popolare di Verona ha avuto nel suo presidente Carlo Fratta Pasini uno dei più fieri oppositori al decreto di trasformazione. La Popolare di Milano ha un andamento sincopato. La Bper, che fino a qualche giorno fa vedeva il suo presidente Ettore Caselli anche al vertice della associazione di categoria, affronterà l’iter nel 2016.

Ricorsi
C’è chi spera venga accolto il ricorso presentato da più parti che insinua un dubbio di costituzionalità nei provvedimenti legislativi. Ma l’impressione è che anche la Popolare di Puglia, il Creval, la Popolare di Sondrio e la Popolare dell’Etruria nella seconda metà dell’anno prossimo, magari all’ultimo giorno utile, si trasformeranno in spa. Il cambiamento di status sociale non sarà (da solo) un toccasana. Recenti gravi casi di mala gestio si sono registrati in istituti di credito non popolari. Ma l’onda oggi va in quella direzione e la difesa dei principi di mutualità ormai mal si sposa con banche di dimensioni nazionali, abituate da anni a trattare sui mercati dei capitali a livello europeo . Saranno mesi caldissimi, i prossimi, perché taluni di questi istituti saranno chiamati a fare i conti con il passato e tra questi c’è la disastrata Banca delle Marche.

Partite da chiudere
La Popolare di Vicenza dovrà farlo prima di tutti: secondo indiscrezioni filtrate dall’ultimo consiglio di amministrazione, sarebbe di 1,5 miliardi di euro l’ulteriore necessità patrimoniale necessaria a mettere in sicurezza la banca presieduta da Gianni Zonin. Millecinquecento milioni sono un importo che raddoppierà quanto raccolto tra i soci negli ultimi 24 mesi. Una situazione pesantissima, con le ultime azioni pagate 62,5 euro e — ad oggi — del tutto illiquide, e una prospettiva di concreta, ulteriore, pesantissima svalutazione che dovrebbe portare il valore dei titoli, oggi a 48 euro, molto lontano dai sessanta di ieri.

L’onda europea, con un mercato e con concorrenti più grandi, indurrà poi a raggruppare le forze e ad abbattere qualche campanile. Per continuare a giocare da titolari in un campionato di prima fascia occorrono capitali e strutture adeguati. In Italia ci sono troppe banche e di modesta dimensione. Fra un anno, probabilmente, il numero diminuirà, sia tra i grandi gruppi — dove è atteso il big bang che manca dal momento delle due grandi operazioni del decennio scorso (Unicredit+Capitalia e Intesa+Sanpaolo) — che a livello territoriale, dove le Bcc si macerano ancora guardando al passato. Un errore strategico già commesso da altri.

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2 commenti

  1. Inviato luglio 24, 2015 alle 10:31 am | Permalink | Rispondi

    «Veneto Banca, la Borsa può attendere Aumento di capitale con i grandi soci» (di Gianni Favero in Corriere del Veneto del 24 luglio 2015)

    In una settimana, i soci già raccolti esprimono da soli il 5% del capitale dell’istituto. Le manifestazioni di interesse si moltiplicano e se si dovesse arrivare al 15% o superarlo allora la neo costituita associazione di azionisti «Per Veneto Banca», dopo la trasformazione in spa a ottobre, non potrà certo esser lasciata fuori dalla stanza dei bottoni. È il senso fondamentale della nuova iniziativa, formalizzata di fronte ad un notaio veneziano e che ha come presidente pro tempore Luca Ferrarini, il «re» dei prosciutti di Reggio Emilia, molto legato all’istituto di Montebelluna, di cui si ricordano gli interventi nelle due ultime assemblee dei soci. Come lui, gli entrati a far parte del nucleo organizzato sono soci che hanno fatto investimenti di rilevo nella popolare trevigiana, che non hanno alcuna intenzione, proprio per questo, di lasciare che le operazioni decisive si svolgano sopra le proprie teste. Soprattutto adesso, dopo il cda della banca di martedì, che con l’avvio della procedura per trasformarsi in spa – in cui, per definizione, gli azionisti si pesano e non si contano – ha avviato anche il progetto per un aumento di capitale e la quotazione in Borsa, come «piano B» se non dovesse aver successo la trattativa per una fusione.
    Tanto per capire come il progetto sia serio, «Per Veneto Banca» svolgerà la prima assemblea il 30 luglio, nella sede di via Torino 151/a, a Mestre, dove saranno designati presidente, vicepresidente, segretario, comitato direttivo, revisori contabili e probiviri. Tutto sarà comunicato sia a Bce che Bankitalia. «Questo per operare nella massima trasparenza. Non siamo barricaderi – sottolinea uno dei promotori, Loris Tosi, docente di diritto tributario a Ca’ Foscari – ma vogliamo entrare subito nello spirito di una società per azioni e avere il diritto di parlare e di chiedere. Ad esempio, se non sia il caso di compiere una ricognizione fra i soci di maggior spessore per verificare se l’aumento di capitale, anziché cercarlo fuori, non possa essere sostenuto dall’interno».
    Detta diversamente, se il valore del titolo in vista dell’accesso alla Borsa dovesse scendere, siamo sicuri che fra i soci di oggi non ce ne siano di interessati a comprare? «Questo per dire – aggiunge Tosi – che la Borsa non è un progetto da contrastare, purché avvenga al momento buono; e visto che non vendiamo alta moda o elettronica non mi sembra che questo lo sia. E poi, se vogliamo fare un confronto con la Popolare di Vicenza, nel nostro caso la situazione non è proprio così pesante da renderla improrogabile». Certo, il tutto al netto della linea operativa che la Bce può aver dettato a Montebelluna. E non a caso ieri il presidente Francesco Favotto è volato a Francoforte, per una riunione in Bce, probabilmente per ottenere il via libera sulla linea decisa. E Il futuro dell’attuale Cda? «Mi pare normale – replica Tosi – che col passaggio da una logica di banca popolare a quella di una spa la selezione sia fatta su altre valutazioni».
    A dichiarare una forte contrarietà al debutto in Piazza Affari è invece l’altra associazione di azionisti, quella con l’intento difensivo di tutela dei piccoli soci guidata da Giovanni Schiavon. «Riteniamo che la quotazione, senza gradualità, immediatamente dopo la trasformazione in Spa – ha detto ieri Schiavon – sia prematura e pericolosa. Ci opporremo in tutte le sedi e con tutti i mezzi ad una tale soluzione che, non a caso, viene fatta passare sotto traccia. È una vera anomalia che un’Autorità di vigilanza travalichi le proprie funzioni di controllo e indirizzo, finendo per ‘commissariare’ di fatto le banche con continui interventi sulle scelte di merito».
    E sul fronte Popolare di Vicenza? Tommaso Caparrotti, leader dei soci «arrabbiati di Prato», ha fissato per mercoledì un vertice con uno studio legale e ritiene ormai molto probabile un percorso giudiziario: «Se le cause diventano molte, il loro valore economico potrebbe non essere trascurabile. Sarebbe interessante che anche per Vicenza si aprisse un tavolo di capitani coraggiosi come per Veneto Banca, ma ho l’impressione che chi è più in vista abbia anche le mani legate». Intanto, dopo l’incontro sindacale di ieri, è slittata a settembre la trattativa sugli esuberi legati alla chiusura delle prime 75 filiali. Secondo i sindacati Fabi, Cgil e Cisl mancano i dati-base, a partire dal numero degli esuberi, per avviare la trattativa.

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  2. Inviato luglio 24, 2015 alle 5:55 am | Permalink | Rispondi

    La Bce e il costo per i soci delle valutazioni (di Fabio Pavesi in IlSole24Ore del 23 luglio 2015)

    Prima Vicenza ora Veneto Banca. Le due grandi popolari gemelle, non quotate, del Nord Est rompono gli indugi e scelgono la via della Spa e della Borsa. Una svolta epocale che mette fine a decenni di governo monarchico di Zonin e Consoli e porta le due banche a confrontarsi con il mercato. Cosa buona e giusta che renderà finalmente trasparenti i processi di valutazione delle azioni. Quelle azioni, sia di Vicenza che di Veneto Banca, che per tutti i lunghi anni della crisi avevano mantenuto inalterato il loro valore, mentre crollavano i prezzi per tutte le banche quotate a seguito della caduta della redditività. Vicenza e Veneto Banca parevano immuni alla crisi bancaria del Paese. Era solo un’illusione ottica. Pochi mesi fa le due Popolari hanno dovuto arrendersi all’evidenza, pressate anche dalla nuova Vigilanza bancaria europea. E insieme hanno tagliato il valore delle loro azioni del 23% in un colpo solo. Una mossa inevitabile dato che Vicenza ha chiuso l’ultimo bilancio con 760 milioni di perdite e l’istituto di Montebelluna ha presentato ai soci un conto in rosso per 970 milioni. Un taglio che ha visto bruciare nello spazio di una giornata 2,4 miliardi di valore. Un falò pagato per 1,3 miliardi dai 117mila soci della banca di Zonin e per 1,1 miliardi dai 90 mila soci di Veneto Banca. Spazzate via le speranze degli storici soci-clienti che avevano confidato nella solidità delle loro banche locali, con i due Cda che si autoassegnavano il prezzo. Un modo per tenere vicini a sè quei clienti convinti di avere fatto un investimento a basso rischio dato che il prezzo continuava anno su anno a salire. Un modo per le due banche per far crescere patrimonio, insieme alla crescita degli impieghi. Quel gioco vizioso si è ormai rotto. Impossibile non svalutare titoli per le due banche che avevano da tempo visto erodere la redditività e che cumulavano crediti malati in modo vistoso, tanto da dover effettuare profonde svalutazione l’anno scorso. Questa è ormai storia vecchia, ma il rischio è che la strada per la Borsa, di per sè un fatto positivo che aumenta appetibilità e trasparenza, si riveli un nuovo doloroso colpo per i 200mila soci storici delle due banche. Il problema infatti è che, nonostante il taglio di un quarto del valore dei titoli operato pochi mesi fa, i 200mila soci delle due popolari venete hanno tuttora in mano azioni sopravvalutate rispetto agli attuali valori di mercato. Le azioni (48 euro per Vicenza e 30,5 euro per Veneto) rappresentano infatti 1,2 volte il patrimonio netto delle due banche. Valori sideralmente alti rispetto a multipli sul patrimonio netto della media delle banche quotate che sono di circa 0,8 volte. Ovvio che lo sbarco sul mercato dovrà avvenire a ridosso di questi multipli. Il che significa che i vecchi soci rischiano di vedere sgonfiare il valore dei titoli di un altro 30% dopo il taglio già subito. Non solo ma ambedue andranno incontro a nuovi aumenti di capitale. Rischia di essere pesante quello di Vicenza dopo le ispezioni della Bce. Fitch che ha messo in watch negativo la banca si attende «perdite significative» che dovrebbero già comparire nella semestrale di fine agosto. Nuovi soldi freschi saranno chiesti dalla banca di Zonin. Occorrerà vedere se i prezzi del nuovo aumento consentiranno di mediare i valori di carico delle azioni Vicenza. Starà agli advisor trovare qualche tecnicalità che mitighi il sacrificio che la Borsa finirà per imporre ai vecchi soci.
    Chi potrebbe invece fare un affare saranno i nuovi investitori (fondi, gestori istituzionali) che avranno quanto meno la certezza di comprare a valori in linea coni fondamentali e il mercato.

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