Contributi al declino del Veneto.

Credo che nessuno di noi sia in grado di prescindere dalle proprie incrostazioni ideologiche; però cercare di provare a rimuoverle può aiutare a capire, per osservare meglio la realtà e, forse, anche ad assumere comportamenti che ne tengano conto senza lasciarsi andare ad inutili lamentele e recriminazioni che creano danni su danni.
Ad esempio, per capire e vedere un po’ meglio la vicenda greca, può essere utile leggere l’articolo di Alesina-Giavazzi, che riporto in calce, ove si mettono in evidenza i numeri del declino greco degli ultimi 10 anni. La disamina dà conto di che cosa sia successo, del perché dell’indebitamento mostruoso e del perché i soci dell’EMU, pur  non ritenendosi responsabili di quella débacle, abbiano concordato una proroga del debito, sostanzialmente a tempo indeterminato, scandita da check-up.
Mutatis mutandis, ma con lo stesso metodo che tende a scindere la componente ideologica da quella numerica, prendiamo il caso delle Popolari non quotate del NordEst, attenzionate dalla BCE.
In questo periodo compaiano dichiarazioni di  autorevoli esponenti di quelle banche, in procinto di accedere alla Borsa valori come SpA: la componente ideologica di tali dichiarazioni suona più o meno nei seguenti termini: `le banche venete sono venete, resteranno al Veneto e nel Veneto’; la componente più realistica, cioè quella dei numeri, può essere letta, ad esempio, nella dichiarazione dell’AD della Popolare di Vicenza, il dr. Iorio, che suonano più meno così: `dobbiamo aumentare il capitale sociale, ma prima andiamo in Borsa’.
La componente ideologica dei messaggi risente di una specie di residuo da Cassa Peòta, quando il padrone del Bar Sport raccoglieva fondi dagli avventori-soci che si conoscevano tutti e finanziava fabbisogni temporanei dei medesimi soggetti conseguenti alle vicende della vita (il matrimonio di un figlio, una malattia, un tracollo dei raccolti per una tempesta, la morte improvvisa del capofamiglia e cose del genere).
L’elemento residuale più consistente risiede nell’opinione che i prestiti si fanno con i depositi: ma anche le norme hanno appalesato da almeno 30 anni (Basilea 1 – 1988) una conclusione ben nota alla teoria e cioè che sono i prestiti a generare i depositi, per cui l’attività creditizia viene rapportata ai fondi propri della banca.
Il secondo elemento residuale risiede nell’idea che l’unica attività rilevante sia quella creditizia rivolta alla imprese e  e alle famiglie; invece è arcinoto che le banche detengono consistenti portafogli titoli. Se semplifichiamo al massimo ed ipotizziamo un portafoglio titoli composto di soli BTP o di solo BOT, chi li ha comprati non ha finanziato l’economia veneta, ma lo Stato italiano. Quindi la `banca veneta ai Veneti’ o è un’autentica panzana oppure significa che la selezione dei meritevoli di credito avviene su base etnica (che il modo migliore per condurre al dissesto le banche). Resta comunque il fatto che l’attività in titoli va commisurata ai fondi propri della banca (Basilea 1 – 1996).
Il terzo elemento residuale risiede nell’idea che gli avventori-soci del Bar Sport siano consapevoli del valore delle azioni che hanno in mano: il che è alquanto difficile da dimostrare perché gli avventori-soci si fanno abbindolare dal `pochi, maledetti e subito’ riferito ai dividendi percepiti e non tengono conto se, successivamente, hanno partecipato ad ulteriori aumenti di capitale così falcidiando il rendimento dei loro investimenti.
Le componenti ideologiche così brevemente riassunte sono quelle che hanno impedito al management delle Popolari venete non quotate di non accorgersi che il perno delle banche sono i fondi propri, nonostante fin dagli anni 80 (e prima del 1988) la Banca d’Italia avesse messo in campo provvedimenti atti ad accentuarne la consistenza: per cui oggi sorprende non poco che autorevoli esponenti del management di quelle banche imputino alla BCE, all’euro, alla Germania e chi più ne ha più ne metta la responsabilità dello stato precario delle medesime banche che hanno fin qui amministrato.
La componente numerica non ideologica dei messaggi non può che essere un po’ opaca: andare in Borsa, infatti, significa far accertare il prezzo delle azioni dal mercato aperto. In un altro post ho cercato di dire quali sono alcuni dei parametri di riferimento utilizzati dagli investitori per calcolare a quale prezzo conviene investire. Ne segue che un elemento che mi appare positivo è la posizione dell’AD della Pop. VI che ha inserito nel dibattito il necessario elemento di discontinuità rispetto al passato; quasi dicesse è inutile trascinare nel tempo questa penosa vicenda e, come dice un vecchia canzone napoletana, `chi ha dato, ha dato e chi ha avuto, ha avuto, scurdammoce o’ passato…’.
Indirettamente ma inesorabilmente ha anche dato ai soci l’unico messaggio non ideologico e veritiero comparso fino ad oggi (v. in calce D. Pyriochos in VeneziePost del 14 luglio 2105).
Il che conferma la mia opinione, espressa fin dall’inizio della vicenda, e cioè che i soci attuali debbono prendere atto di aver perso un sacco di quattrini e che hanno due sole possibilità: stare fermi, sperando che il prezzo delle azioni risalga (ma ci vorranno anni) e vendendo i diritti di opzione; sottoscrivere il nuovo aumento di capitale e cioè `tagliare’ l’investimento iniziale, come si dice in gergo, in modo da ridurre la perdita media, così riducendo il periodo di recupero del rendimento dell’investimento.
I diritti inoptati saranno pure negoziati e il loro valore aumenterà se vi saranno investitori interessati al sistema creditizio del NordEst, investitori cioè che attualmente non dispongono di punti vendita in questo territorio e che ritengono si tratti ancora di un territorio promettente.
L’interesse dei soci e dei dipendenti è dunque quello di guardare avanti e di non perdere tempo e quattrini a recriminare seguendo improbabili pifferai; il loro interesse sembra coincidere con quello di investitori lontani dal Veneto, che apprezzino i vantaggi del capitalismo di mercato rispetto al capitalismo relazionale che ha contribuito e contribuisce al declino del Paese ma anche del NordEst.
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Ideologie e numeri (di A. Alesina e F. Giavazzi in Corsera 14 luglio 2015)
Le discussioni sul caso greco sempre più riflettono ideologia e stereotipi, un approccio che certo non aiuta a capire che cosa sia davvero accaduto. Alcuni numeri forse possono servire. Nel 1995 il reddito pro capite greco era il 66 per cento di quello tedesco. Nel 2007, l’anno prima dell’inizio della crisi finanziaria mondiale, era l’80,5 per cento (Commissione europea, Statistical Annex, primavera 2015). Un risultato straordinario — pochi Paesi riescono ad arricchirsi tanto rapidamente — e che dovrebbe imbarazzarci: nello stesso periodo l’Italia anziché guadagnare posizioni rispetto alla Germania ne ha perse, arretrando (sempre in termini di reddito pro capite) dal 95 al 90 per cento. Nei primi anni, fino al 2005, l’aumento del reddito pro capite greco è stato sostenuto da una crescita della produttività dell’economia, che aumentava di circa il 2 per cento l’anno, oltre il doppio della crescita della produttività tedesca. Tutto cambia dopo il 2005 quando la produttività inizia a scendere, perdendo mezzo punto l’anno fra il 2005 e il 2010.
Maggior reddito senza un corrispondente aumento della produttività si può ottenere solo indebitandosi. E infatti fra il 2000 e il 2010, l’anno del primo salvataggio, la Grecia ha speso ogni hanno (a debito) oltre il 10 per cento in più di ciò che produceva. Il risultato è che in quel periodo il debito salì dal 100 al 146 per cento del Pil. Insomma quegli anni sono stati per molti greci una grandiosa festa di consumi e di vacanze (pensionamenti a cinquantenni). Se quei prestiti fossero invece stati impiegati in investimenti produttivi, e ci fosse stata qualche liberalizzazione, oggi la Grecia sarebbe in grado di ripagarli e il reddito pro capite sarebbe ben piu alto di quello che è. Invece sono stati spesi in consumi, privati (grazie ad un’evasione fiscale endemica dei ricchi) e soprattutto pubblici.
Anche le Olimpiadi del 2004 hanno contribuito, ma per una quota minore: 11 miliardi di euro, un quinto del debito contratto negli anni precedenti le Olimpiadi. E chiusi i Giochi, che nessuno obbligò la Grecia ad organizzare, il Paese ha continuato imperterrito a indebitarsi. È vero che la Grecia ha una spesa militare elevata (più dell’Italia e della Germania, ma meno di Francia e Regno Unito in rapporto al Pil), che in parte va in acquisti di materiale militare all’estero. Ma nel 2009, ad esempio, a fronte di un indebitamento complessivo di 36 miliardi di euro le importazioni di materiale militare furono (solo) 2 miliardi: un quarto dalla Germania, un quarto dalla Francia, il resto dagli Stati Uniti.
Dal 2010, il costo della crisi è stato molto elevato. Il reddito pro capite, che come detto aveva raggiunto oltre l’80 per cento di quello tedesco, è oggi arretrato al 60, inferiore persino al livello del 1980, l’anno prima che la Grecia entrasse nell’Unione Europea. Sarebbe stato meglio fare default totale (non parziale come accadde) e uscire dall’euro allora? Forse, ma non lo sapremo mai con certezza. La Grecia è un’economia molto chiusa: esporta non più del 25 per cento di quanto produce contro il 30 per cento dell’Italia e il 45 per cento della Germania.
La svalutazione, anche se non si fosse tradotta tutta in maggiore inflazione, avrebbe aiutato meno che altrove. Le ripercussioni finanziarie sulle banche, sul credito e quindi sull’economia di un default e di un’uscita dall’euro erano imprevedibili. Il pericolo di contagio nel 2010 era altissimo, ricordiamoci i tassi al 6-7 per cento sul debito italiano che pagavamo nel 2011. Quei tassi costrinsero il governo Monti a politiche di austerità urgenti che si tradussero (purtroppo) in un aumento di imposte. Un contagio generalizzato poteva innescare una seconda crisi finanziaria.
Certo dal 2010 ad oggi la Grecia ha pagato caro i suoi errori. Ma un luogo comune (sbagliato) è che la Grecia in questi ultimi anni sia stata soffocata dal peso degli interessi sul debito. Dal 2010 al 2014 la Grecia ha continuato a ricevere dai Paesi europei, dalla Bce e dal Fondo monetario un flusso netto positivo di aiuti, cioè più denaro di quanto dovesse pagarne in interessi sul suo debito estero (Ken Rogoff e Jeremy Bulow, http://www.vox.eu). Solo quest’anno, dopo che Tsipras ha arrestato il processo di riforme, il flusso netto è diventato negativo. E con esso la crescita. Dopo anni di recessione la Grecia nel 2014 aveva ricominciato a crescere: quest’anno il segno è di nuovo negativo.
Questi sono i numeri. Il resto è ideologia e politica. Se la Grecia geograficamente si trovasse al posto del Portogallo, anziché nel mezzo del Mediterraneo fra Siria e Turchia, sarebbe già fuori dall’euro. Conoscendo bene la geografia politica Tsipras l’ha usata per cercare di ricattare l’Europa. Gli è andata male. Se farà quanto domenica notte si è impegnato a fare è improbabile che il suo governo sopravviva. La Grecia forse sì, se un altro governo ci riuscirà. In quel piano ci sono quasi tutte le riforme che da anni il Paese avrebbe dovuto fare e non ha mai fatto, dalle liberalizzazioni alle privatizzazioni (il cui ricavato verrà destinato ad un fondo speciale sotto il controllo dei creditori, in modo che i greci non possano spenderlo) alla riforma del sistema fiscale e della giustizia civile. C’è anche la promessa implicita, dei creditori, ad allungare la scadenza del debito e ridurne gli interessi, cioè a tagliarlo significativamente.
Funzionerà tutto questo o tra sei mesi saremo al punto di oggi? Il risultato del referendum del 5 luglio non lascia ben sperare, ma stiamo a vedere.
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Nell’estate torrida delle Popolari la mossa di BpVi spiazza il Nordest (di Davide Pyriochos, VeneziePost 14 luglio 2015).
La scelta della Popolare di Vicenza di quotarsi in Borsa per Fabio Bolognini è “inevitabile” per condurre in porto un pesante aumento di capitale. La conseguenza è che Vicenza per i prossimi mesi ballerà da sola, mentre l’idea di fusione tra Banco e Montebelluna prende quota

DI DAVIDE PYRIOCHOS

Crisi greca, bolla cinese, nuove regole Bce: tre fattori destabilizzanti per le banche italiane, che più forti del caldo torrido di questi giorni stanno tenendo nel congelatore la partita finanziaria più importante degli ultimi vent’anni, quella che riguarda l’atteso risiko delle popolari. Una partita che ha il suo campo di battaglia principale nei “Territori del Nordest” e che nelle prossime settimane inevitabilmente entrerà nel vivo, ma che per ora ha visto muoversi un solo carrarmatino: quello della BpVi di Francesco Iorio che spiazzando tutti (compreso qualche membro del cda come l’industriale Giuseppe Zigliotto, che pur votando a favore in consiglio è contrarissimo all’operazione, almeno per quanto riguarda la tempistica) ha annunciato di voler procedere subito con la trasformazione in spa in autunno, per poi quotarsi in Borsa entro marzo 2016. Una scelta inattesa, opposta alla strategia da sempre perseguita dal presidente Gianni Zonin – il cui mandato però scadrà con la trasformazione in spa e che perciò non tiene più il timone dell’istituto – e che per i soci ansiosi di vendere le azioni e incassare qualche euro sonante significa tanto dolore, col titolo che dopo la svalutazione da 62,5 a 48 euro, in Borsa potrebbe quotare tra i 30 e i 35 ma c’è chi ipotizza si possa scendere a 25 e nell’immediato anche sotto.

Ma perché questa scelta che contraddice apertamente tutto ciò che il management e i soci hanno detto e deliberato fino all’assemblea dello scorso aprile? La spiegazione ufficiale è che la Borsa rende liquide le azioni, che dopo il blocco del fondo acquisto da parte della Bce non hanno più mercato. Il che è vero, ma i prezzi ipotizzati sono così bassi che la scelta sta facendo imbufalire i 120mila soci, di cui alcuni sono già sul piede di guerra e si sono rivolti alle associazioni dei consumatori perché si sentono traditi e danneggiati. Allora la spiegazione di un osservatore esterno come Fabio Bolognini, consulente finanziario e autore del blog “Imprese+Finanza”, è che «non si potesse fare altrimenti». «Secondo me servono molti soldi. Le nuove verifiche sui conti da parte della Bce – dice – stanno imponendo nuovi accantonamenti. Servirà perciò un forte aumento di capitale (si parla di 1,5 miliardi, ndr), e gli azionisti storici vicentini non bastano: alcuni infatti non hanno più le possibilità finanziarie di sostenere la banca, mentre altri potrebbero anche farlo ma non daranno di nuovo fiducia a Gianni Zonin».

La Borsa, insomma, come strada obbligata per trovare investitori e rafforzare un patrimonio ancora insufficiente. «Da questo punto di vista – dice Bolognini – la Borsa funziona a meraviglia, tanto che pure due banche disastrate come Mps e Carige sono riuscite a condurre in porto gli aumenti. Questo perché in Borsa c’è tutto il mondo, dai fondi istituzionali agli speculatori: gente che sa benissimo che il titolo può anche scendere, ma che prima o poi un 30% lo guadagnerà rispetto ai livelli della Ipo, e a quel punto venderanno». Certo che per i soci storici non seguire l’aumento significa accattare una forte svalutazione dell’investimento: «Io credo che la svalutazione compiuta a inizio 2015 sia ancora insufficiente. A spanne mi viene da pensare che serva ancora uno sconto del 30% – dice Bolognini – perciò vedrei il titolo tra i 30 e i 35 euro, mentre non concordo con chi lo valuta 25 perché un rapporto di 0,6 tra patrimonio e capitalizzazione è bassissimo. Il vero tema – aggiunge – è però capire quale sarà il futuro, perché oggi le banche non guadagnano più. Non sono redditive, tutte quante, mica solo le popolari: il ritorno sul capitale è infatti più basso del costo del capitale, e gli immobili continuano a svalutarsi. Finché non ci dicono come pensano di fare i soldi – conclude – non è molto razionale investire nelle banche».

Ma la Borsa non significa solo trovare risorse necessarie al rafforzamento patrimoniale. Significa anche prender tempo rispetto all’idea di fondersi con qualche altro istituto. Il ragionamento che molti osservatori fanno è infatti il seguente: posto che nell’immediato il valore del titolo scenderà molto, Vicenza avrà bisogno di tempo (almeno qualche mese) per recuperare peso in Piazza Affari. Perciò qualsiasi progetto di fusione in via Framarin sarà rimandato a fine 2016 se non dopo. Questa conseguenza incide direttamente sulle aspettative della altre due venete: il Banco Popolare ma soprattutto la Veneto Banca di Vincenzo Consoli. La prima fase dell’incarico di consulenza affidato da Montebelluna a Rothschild si è infatti chiusa, ma il processo di M&A è ancora ai blocchi di partenza. Le ipotesi oggetto di valutazione sono per ora sempre le stesse: fusione con una non-quotata, fusione con una quotata italiana o straniera, incorporazione di banche più piccole così da fare di VB il polo aggregante. Tuttavia la terza ipotesi è più scolastica che concreta, e la prima è caduta nel momento in cui l’unica non quotata ha deciso di quotarsi (strada che a questo punto potrebbe imboccare anche Montebelluna, ma al momento non risulta che a Treviso vogliano emulare i cugini Berici). Non resta che la seconda: fusione con una quotata, italiana o straniera.

E nella ridda di ipotesi, rumors, scenari e suggestioni che circolano in questa calda estate, pare che uno dei candidati più autorevoli sia proprio il Banco Popolare di Pier Francesco Saviotti (gira la voce che l’offerta di cui si starebbe discutendo sarebbe di 20 euro ad azione: cifra generosa se si considera che la azioni di Veneto Banca sono state svalutate da 39,5 a 30,5 euro nell’ultima assemblea, e di questi tempi uno sconto del 30% non è certo una rapina). Qui però si entra in un territorio davvero rischioso perché la realtà dei fatti è che in questa fase tutti parlano con tutti. Perciò il Banco e VB potrebbero entrare all’interno di una partita ancora più grossa (nell’analisi qui a fianco Lucio Bussi registra che ci sarebbe un interesse da parte dei catalani di Santander), ma se alla fine tutto saltasse non si può escludere che anche Montebelluna segua la strada della Borsa e del momentaneo stand-alone.
@dpyri

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