Il declino anche del NordEst

Chiunque abbia un minimo di conoscenza del mercato internazionale dei manager, della finanza, delle banche ecc. non può non apprezzare questo intervento del prof. Vito Tanzi (Grazie a VeneziePost)
Tanzi: «Il declino? Colpa di scelte anacronistiche»

DI FIORELLA GIRARDO

Vito Tanzi ha un curriculum lungo alcune pagine, ma per necessità di sintesi ricordiamo solo che è stato direttore del Dipartimento di Finanza Pubblica al Fondo Monetario Internazionale e da lì richiamato a Roma da Tremonti nel 2001 per farlo sottosegretario all’Economia. Carica durata solo due anni, perché il pugliese (classe 1935) decise di fare ritorno all’istituzione internazionale, compiendo quel cammino di andata e ritorno che avrebbe fatto Mario Cottarelli più di dieci anni dopo. Da economista e professore, Tanzi è sempre ritornato in Italia e, con l’occhio disincantato di chi ha vissuto gli apparati governativi, ha osservato il lento e inesorabile declino italiano. Oggi è a Padova dove ha presentato il suo ultimo libro «Dal miracolo economico al declino? Una diagnosi intima» (Jorge Pinto Books) ospite di Cassa di Risparmio del Veneto per il ciclo d’Incontri con l’autore.

Professore, il punto esclamativo che pone nel suo titolo lascia qualche speranza?
«Vorrei spiegare che non accetto passivamente il declino. Io pongo una domanda e le mie sono solo riflessioni ‘intime’ perchè il libro non vuole essere un’analisi. Metto a confronto l’Italia con altri Paesi come Germania e Usa e registro che la Penisola cresce a un ritmo più basso degli altri. E non è una novità: l’Italia ha rallentato da molti anni lo sviluppo. Sulla breve distanza non lo si nota, ma nel lungo periodo rischia di fare la fine dell’Argentina, che cento anni fa era un Eldorado e ora è in default. Ecco il senso di declino di cui parlo».

Quali sono le cause principali?
«Dopo il miracolo economico che in circa 30 anni ha cambiato l’Italia da paese povero a paese ricco dopo la Guerra, il tasso di crescita dell’economia italiana ha cominciato a ridursi negli anni Settanta, gradualmente ma continuamente fino al nuovo secolo. Il libro enfatizza che ci sono vari problemi: innanzitutto poltiche economiche che non hanno seguito il mercato sostituendo i giudizi dei politici alle indicazioni che arrivavano dagli analisti; in secondo luogo la burocrazia, perché i politici possono cambiare le leggi ma sono i funzionari che le applicano; e poi gli italiani, che soffrono ancora di mancanza di responsabilità e puntualità».

Non crede che almeno quest’ultimo sia solo un vecchio pregiudizio?
«Le racconto questo episodio. Quando ho finito di scrivere il libro, l’ho inviato a una casa editrice che mi ha risposto con una mail in cui si diceva che se entro 9 mesi non avessi ricevuto risposta, avrei dovuto ritenerla un rifiuto».

Abbiamo capito. Che cosa dovrebbe cambiare?
«Il cambiamento è in parte culturale, in parte politico. Le leggi dovrebbero regolare il mercato, non sostituirsi ad esso, e la politica non dovrebbe invischiarsi. Un atteggiamento che invece riguarda tutta l’Italia, compreso il Nordest».

Nonostante questo, le Tre Venezie sono state un modello di sviluppo…
«Ci sono stati comportamenti efficaci che hanno prodotto ricchezza e sviluppo, ma si è continuato ad applicare modelli di business che non corrispondevano più ai tempi mutati. Diciamo che l’Italia ha avuto più difficoltà di altri Paesi ad accettare la globalizzazione».

Forse le difficoltà derivano anche dal fatto che la Penisola soffre di un forte divario Nord-Sud che impone al Settentrione di pagare le inefficienze del Meridione.
«Si dimentica troppo spesso che il problema Nord-Sud non è solo italiano. In Germania c’è tra Est e Ovest, negli Usa tra New York e Louisiana per fare un esempio, con divari ben maggiori. Certamente la soluzione deve essere cambiare il Sud che ha sofferto di troppa influenza politica impedendo scelte economiche oculate. Si è permesso alla sanità pubblica di non essere così buona come al Nord, alle aziende di non crescere, ma nel libro cito una frase dello scrittore argentino Jorge Luis Borges: ‘troppa memoria schiaccia il presente’»

E’ una frase che potrebbe essere applicata anche al Nordest?
«Ci sono alcune cose che si sono fatte e hanno avuto molto successo: l’impresa famigliare, per esempio, andava bene fino a qualche anno fa. Negli Usa sono sparite, ora ci sono manager che vanno alle migliori business school e arrivano preparati a guidare le aziende. Oppure l’atomismo del Nordest, che si è affermato in un mercato piccolo dove molte decisioni venivano prese solo tra padre e figlio, dove i distretti industriali proteggevano le imprese che si aiutavano vicendevolmente. Ma tutto ciò funziona solo in dimensioni ridotte, non in un mondo globalizzato. Quello che può essere molto effficiente in un mercato chiuso come l’Italia degli anni ‘70-‘80, adesso non va più. Ci deve essere un passaggio generazionale da una cultura che non era sbagliata per l’epoca, ma che in questo momento non funziona».

Giovedì 2 Luglio 2015

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