La politica e gli ostacoli contabili

Un interessante articolo di Adriana Cerretelli, che compare oggi sul Sole24Ore e che riporto in calce, invita la politica a superare i vincoli contabili per risolvere il problema greco.

L’invito è accattivante e, a prima vista, può essere condiviso.

Ad un’osservazione più attenta, però, sembra più che altro una `mozione degli affetti’, sol che si pensi che ciò significherebbe aderire all’opinione che i debiti hanno una sola faccia, quella debitore, mentre invece sembra incontrovertibile che, non solo nel mondo capitalistico, si debba tenere conto anche del punto di vista del creditore.

Quest’ultimo può rinunciare ai propri crediti solo se in corrispondenza riduce i propri debiti (perché il bilancio dovrebbe pur bilanciare), generando un effetto domino per cui nessuno paga più i debiti contratti.

La qual cosa non sembra auspicabile, tanto meno oggi in un mondo che si regge sulla finanza, cioè sullo sviluppo dell’economia `reale’ fondato sui debiti e sulla loro circolazione nei mercati globalizzati sotto forma di strumenti finanziari, anche derivati.

Anche l’espansione della ricchezza delle imprese e delle famiglie, oltre che degli Stati, non sembra potersi reggere sull’espansione eccessiva e continuativa dei debiti; in caso contrario `salta il sistema’.

Che la politica sia e si stata accondiscendente, secondo alcuni perfino troppo, si può vedere, in sintesi, dai comportamenti della BCE che finanzia la Grecia nonostante `ogni ragionevole dubbio’  sulla sua credibilità; ma lo sforzo politico di saltare lo `steccato contabile’ è e resta inevitabilmente in capo ai due contraenti.

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La politica vinca sugli steccati contabili
DI ADRIANA CERRETELLI
Forse presto tutto finirà con un gran sospiro di sollievo generale: baratro evitato, futuro ritrovato, la Realpolitik che si impone, l’Europa unita che vince sulle sue divisioni.
Forse l’ennesima drammatizzazione di queste ore sulla questione greca , le indomite liti tra i creditori e il debitore dopo la breve schiarita al vertice dell’euro di lunedì sera e mentre il tempo fugge, recitano semplicemente l’eterno gioco delle parti, i musi duri che precedono i cedimenti, sempre inevitabili per costruire un’intesa accettabile a tutti.
Forse.
Mai prima d’ora però l’attesa è stata tanto densa e angosciosa, la percezione diffusa che l’Europa possa dissolversi davvero. Non per il gesto inconsulto di un Paese ma perché ormai sembrano vacillare le regole e soprattutto le ragioni dello stare insieme: tante, troppe e tutte insieme su più fronti. Non solo su quello ellenico.
E non è questione di leader o euro-istituzioni incapaci né di consenso popolare dissipato. È il disagio crescente e apparentemente inarrestabile di società che non sanno più fare i conti con se stesse, con le nuove realtà che le circondano e scaricano il loro male di vivere sull’Europa. Spingendo la storia a fare un passo indietro, a ripercorrere le orme nazionaliste, le scorciatoie populiste, oggi del tutto obsolete ma apparentemente rassicuranti. Soprattutto quando di fronte c’è un’Europa che non rassicura più, non distribuisce più certezze, fiducia e ottimismo a nessuno. Nemmeno ai suoi ricchi abitanti del Nord.
È questo il pesante clima psicologico, politico e sociale che accompagna le ultime battute del negoziato con la Grecia. Di sicuro Alexis Tsipras con la sua ideologia del riscatto sociale e nazionale anteposto alla disciplina europea e persino alla crescita economica del suo Paese, ci mette del suo per alimentare Grexit. Che però trova terreno fertile in un club con i nervi scoperti, gli egoismi militanti in casa di ogni suo membro, l’intolleranza facile verso chiunque ne turbi i sonni e la voglia matta di semplificarsi la vita, non di complicarsela.Figuriamoci la reazione verso chi non rispetta regole e patti, ha una montagna di debiti e continua a pretendere aiuti per farvi fronte ma alle proprie condizioni.
Però non c’è solo il morbo Grexit ad appestare l’Europa in fuga dalla realtà e da se stessa. C’è l’emergenza immigrazione, il tentativo della Commissione Juncker di avviare una vera e seria politica comune e c’è dietro l’angolo il probabile ed ennesimo flop. Meglio evitare le quote obbligatorie per non urtare le sensibilità di nessuno dei governi in carica, dicono gli Stati membri. Meglio soluzioni consensuali e la carta dei rimpatri (dove?). Meglio, insomma, far finta di cambiare tutto per non cambiare niente. O quasi.
Come quello greco, anche il teorema dell’asilo chiama in causa i principi fondamentali della responsabilità e della solidarietà. Su cui a parole tutti sono d’accordo. A patto che l’una e l’altra siano soprattutto quelle degli altri. Del resto anche il rispetto delle regole europee si compiace troppo spesso di un’applicazione selettiva e arbitraria.
Non si capirebbe altrimenti perché alcuni Paesi, non solo la Gran Bretagna, sognino di frenare la libera circolazione non degli immigrati ma dei cittadini Ue, con la scusa ufficial-populista del “turismo del welfare”. Né come mai la Germania ritenga giusto, in un mercato aperto e senza frontiere, imporre il pedaggio autostradale agli automobilisti europei abbuonandolo invece ai tedeschi. Sono solo alcuni esempi recenti, e non tra i più gravi.
Oggi l’Europa che si sfarina a passi felpati non è Brexit, la minaccia di uscita della Gran Bretagna che quasi certamente non ci sarà, ma la quotidianità di tanti piccoli e grandi abusi e soprusi consumati tra le pieghe delle norme di ordinaria convivenza ordinaria. È la perdita del senso dell’interesse generale offuscato e annegato nel trionfo dei particolarismi nazionali di ogni tipo e colore.
Intendiamoci, nell’Unione europea degli Stati, che si vuole sempre più intergovernativa, la dimensione nazionale conta eccome: è l’unica che, con i suoi tempi e ritmi, dia legittimità alle decisioni europee. Per questo, se accordo ci sarà, Tsipras dovrà apporvi sopra anche il nullaosta del parlamento greco. Per questo Angela Merkel, ma non solo, dovrà a sua volta ottenere il via libera del Bundestag.
Ma proprio perché intrappolate nei mille vincoli che le impongono le dinamiche nazionali e quelle europee che essa stessa si è data, l’Europa e l’eurozona oggi avrebbero un disperato bisogno di romperne le catene impegnandosi in un inconsueto esercizio di lungimiranza.
Quando decise di riunificare la Germania, Helmut Kohl aveva contro il mondo, l’Europa e la Bundesbank. Tirò dritto ma non ci sarebbe riuscito senza imporre al suo Paese la follia del cambio alla pari tra marco dell’Ovest e dell’Est. La Grecia oggi è una posta infinitamente più piccola ma potenzialmente più devastante.
Possibile che nessuno trovi il coraggio di un gesto politico che guardi oltre gli steccati contabili? Oggi l’Europa ne avrebbe bisogno ancora più della Grecia. Questo vertice di Bruxelles non dovrebbe dimenticarlo.
Giovedì 25 Giugno 2015

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