La paura del mercato: la riforma delle Popolari

Da ieri, su Formiche.net si trova un interessante dibattito sulla riforma delle Popolari: l’interesse non è dovuto solo al tema scottante di questo periodo ma anche perché vi sono alcune illuminanti interviste ad importanti personaggi di quel mondo. L’occasione è stata la presentazione di un libro di F. Debenedetti e G. Fabi, `Popolari addio?’, Guerini editore.

Il punto di domanda sul titolo presumo stia significare che la riforma verrà contrasta dalla potente lobby delle popolari, nonostante queste banche siano state governate negli ultimi trent’anni senza tenere conto dell’unico punto rilevante oggi nel mondo bancario occidentale: l’impellente necessità di aumentare i fondi propri.

Ma di questo non si parla mai.

Né si parla del mercato che si va ampliando e che metterà a rischio crescente il valore delle azioni delle banche di ridotte dimensioni (Popolari e BCC, per l’appunto): è di oggi la notizia che Goldman Sachs diventa `universale’, cioè che affiancherà all’attività di banca d’affari, l’attività di banca commerciale on-line.

Ma noi siamo in Italia e ci difenderanno le Alpi e i mari.

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3 commenti

  1. Inviato giugno 18, 2015 alle 7:08 pm | Permalink | Rispondi

    L’ha ribloggato su Two Faces of Debt: debito, una medaglia con due faccee ha commentato:

    Popolari: evoluzione delle riforma

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  2. Inviato giugno 18, 2015 alle 7:06 pm | Permalink | Rispondi

    Ops… i banchieri de noantri e i sé dicenti finanzieri piemontesi…:

    Bim, bum…Bam! I giochini non funzionano più
    DI GIORGIA GOLO

    Proprio così: Bim Bum Bam. Non ci riferiamo, ovviamente, alla vecchia trasmissione televisiva per bambini il cui titolo rievoca un celeberrimo gioco di innocenti fanciulli, ma alla vicenda di Bim, la Banca Intermobiliare, il “salotto buono” della finanza torinese che Veneto Banca comprò nel 2010 e che oggi la stessa Veneto Banca vuol rivendere a un’ampia cordata di industriali e finanzieri, capitanata da Pietro D’Aguì, vice-presidente e socio storico di Bim. La vendita – si è appreso ieri – è oggetto di rilievi da parte della Bce che è intenzionata a bloccare la cessione del 51% delle quote in mano a Veneto Banca, e di conseguenza la successiva Opa sulle restanti azioni prevista dall’operazione.

    Da mesi assistiamo esterrefatti ai continui, costanti e motivati interventi della Bce nei confronti di operazioni svolte dalle nostre due popolari non quotate per adeguarsi alle normative europee in materia di vigilanza. Che, tradotto in altri termini, significa semplicemente che gli ispettori della Bce continuano a trovare operazioni poco trasparenti che fanno sorgere il sospetto che gli adeguamenti compiuti siano inadeguati. Buchi enormi, si potrebbe dire, coperti con un po’ di pagliuzze.

    Due settimane fa L’Espresso ha ventilato che dietro alle improvvise dimissioni di Sorato, le cui motivazioni non sono mai state chiarite, ci fossero operazioni poco trasparenti con fondi lussemburghesi. Per una vicenda totalmente diversa, che riguarda in questo caso forse più il comparatore che il venditore – ggi il Sole 24 Ore fa sapere che in merito alla cessione di Bim, la Bce avrebbe messo in dubbio l’onorabilità di alcuni membri della compagine azionaria acquirente. Senza dimenticare poi lo strano meccanismo per cui una parte del pagamento sarebbe avvenuto in cash, e una parte (60 milioni su 289) in azioni Veneto Banca in mano agli acquirenti. Quelle stesse azioni che i piccoli soci non sanno più come cedere, e che dopo la svalutazione non hanno alcun valore di mercato, così da rendere del tutto aleatorio quello deliberato formalmente in assemblea.

    La Bce, in sostanza, sta dicendo che le due popolari devono smetterla di giocare, o perlomeno devono stare molto attente con chi giocano, sopratutto se le operazioni vengono fatte con gli amici degli amici. È da oltre un anno che proviamo a richiamare i vertici delle banche popolari ad una operazione di trasparenza, convinti come siamo che se non si ha il coraggio di compiere una drammatica operazione di verità, non si potranno mai porre le basi per ripartire. E più questa operazione viene ritardata, più le banche (e con esse i territori e gli azionisti) avranno da perdere.

    Invece i nostri grandi strateghi minimizzano, o promettono addirittura riprese a breve. Pensavamo di stare in Veneto, terra di sani princìpi e di gente capace di dire pane al pane e vino al vino, invece ci pare di avere a che fare con dei Varoufakis qualunque. Che ci faranno fare, se continuano così, la fine della Grecia. Il che, detto in questi giorni, non solo non è di ottimo auspicio, ma, sopratutto, se la crisi di quel Paese si aprirà definitivamente, ci metterà in condizioni difficilissime. Anche a causa del protrarsi dei giochini davvero poco innocenti dei signori delle popolari.
    VeneziePost, Giovedì 18 Giugno 2015

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  3. Inviato giugno 18, 2015 alle 6:09 pm | Permalink | Rispondi

    Il Presidente di Confartigianato, Cesare Fumagalli, Intervistato da Formiche.net (http://www.formiche.net/2015/06/18/banche-popolari-jobs-act-made-in-italy-renzi-governo-fumagalli-confartigianato/) a proposito della riforma delle Popolari, dichiara quanto segue:

    Intervistatore:`Iniziamo dalle Banche Popolari. La riforma vi convince?

    Fumagalli: Noi ci siamo schierati contro l’ipotesi di omogeneizzare le diversità che sono storicamente presenti nell’offerta di credito nel nostro Paese.

    Intervistatore: Perché?

    Fumagalli: Il nostro timore è quello di vedere diminuita, mi passi il termine, la “biodiversità” del settore, laddove in tutto il mondo è stata mantenuta. Sono stato ospite di una visita di studio presso il Dipartimento di Stato Usa e ho scoperto, con mia grande sorpresa, che nel Paese delle big company ci sono 4900 banche cooperative locali. Non capisco questa reductio ad unum a un modello che non ci fa bene.

    Intervistatore: Che conseguenze potrebbe avere, dal vostro punto di vista?

    Fumagalli: In questi sette anni di crisi, abbiamo avuto 2009, 2010 e parte del 2011 in cui, nonostante il credit crunch del dopo Lehman Brothers, il credito alle piccole imprese si è concentrato soprattutto nella banche di credito cooperativo e nelle banche popolari. Proviamo a immaginare se, di fronte a un’altra crisi del genere, non ci fossero più questo tipo di istituti, con logiche diverse dal puro profitto.

    Osservo che non vi è un dato a supporto delle affermazioni sopra riportate e che non si parla mai dell’unica cosa che conta: il patrimonio delle banche in questione. Non credo che la struttura giuridica possa superare la struttura economica.

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